L’arte d’immaginare/The Art of Imagination

Stavo prendendo il tè in un luogo di Roma che prediligo accanto a delle grandi scale che tanti turisti visitano. Preferii guardare dalla finestra che continuare a leggere “Vita liquida” di Z. Bauman. Il mio sguardo fu attraversato da un uomo che ammiro e che mi piace. Risi tra me e me, poi pensai:
“…entrerà nella sala e si siederà accanto a me…”. In quel momento sparì dal mio campo visivo, in alcuni secondi riapparse dalla porta, si sedette accanto a me, mi guardò, mi sorrise e mi disse con un lieve accento straniero: “Buongiorno”. Io risposi come se invece di rispondere a questo personaggio che tutta la sala aveva riconosciuto e che le cameriere guardavano estasiate, avessi risposto a mio fratello. Lui nacque in Argentina, studiò tra l’Europa del Nord e gli Stati Uniti, porta in sé qualcosa di latino nei movimenti e qualcosa del freddo nordico negli occhi. Un po’ come me. Dopo aver scelto lo stesso tè bianco imperiale che preferisco prese dal suo zaino “El Arte de la Vida” di Z. Bauman in spagnolo. Io ripresi la lettura del mio Bauman per non farmi prendere dall’immaginazione più elementare che cercava di esplodermi in testa e anche più in basso dicendo: “Sincronismo!!!”. Stavo per lasciare al caso la scelta di commentare la coincidenza quando pensai che potevo far diventare la coincidenza un incontro: decisi di appoggiare il mio libro sul suo tavolo. Lui mi guardò e disse in “castigliano argentino” con un po’ di cadenza popolare:
-Entré en este lugar porque la vi desde afuera leyendo Bauman… Luego se puso a mirar por la ventana y aquí estoy… (Sono entrato in questo posto perché l’ho vista da fuori leggere Bauman… Dopo lei si è messa a guardare dalla finestra e quindi sono qui…) Poi mi chiese:
-Posso offrirle un altro bianco imperiale?

Mio nonno paterno era un europeo che aveva sposato una ”indios”. Ebbero otto figli rimasti orfani per la morte prematura di tutti e due. Mia madre era una delle tre sorelle di mezzo che fece crescere suo fratello di quattro anni quando lei aveva soltanto quindici. Era tra tutti i suoi fratelli e le sue sorelle quella che raccoglieva le verdure dall’orto. Fu raccogliendo le patate dall’orto di mio nonno che sentì un aereo volare nel cielo, alzò lo sguardo, si sedette sui talloni con le ginocchia piantate nella terra morbida e lo guardò incantata. La sua contemplazione fu interrotta da suo fratello maggiore che le disse:
-Qué miras? (Che guardi?)
-El avión… Vas a ver cuanto voy a viajar en mi vida… (L’aereo… Vedrai quanto viaggerò nella mia vita) Rispose lei sempre affascinata.
-Si claro y vas a encontrar un principe azul que te saque de las papas… (Si certo e incontrerai anche un principe azzurro che ti leverà dalle patate…)
Lei tornò alle patate senza preoccuparsi per il giudizio del fratello. Dopo un anno entrò a lavorare come assistente infermiera nell’ospedale pubblico della piccola città dove abitava, ai piedi delle Ande, nelle recondite piste di sci. Tre anni dopo, assistette il medico che curò la mano di uno dei responsabili della creazione del nuovo albergo per l’elite dello sci. Lui era mio padre. Il suo principe le fece conoscere il mondo e in volo mi hanno passato la vita.
Lei, tra le patate, l’aveva sentito.

Abbiamo discusso di Z. Bauman per tutto il pomeriggio. Abbiamo passato del tempo insieme tanto intimo da potergli confessare anche se con grande imbarazzo la mia ammirazione. Lui mi disse che voleva rispondere alla mia gentilezza con un gesto, dopo la sua dipartita.
Dopo cinque giorni dalla sua partenza, ricevetti un biglietto aereo per Londra insieme ad un invito per ascoltare una conferenza di Z. Bauman, con una nota: “Grazie per la discrezione, grazie per la fiducia”. Sull’aereo per Londra, pensando al nostro pomeriggio bagnato da tè bianco imperiale ricordai W. Goethe: “Qualsiasi cosa tu voglia o sogni di fare, lo puoi. L’audacia porta in sé genio, potere e magia.”

Roma, arriva il caldo della primavera, 2010 – Maria A. Listur

The Art of Imagination

I was having tea in a place of Rome that I like best, next to some steps that many tourists come to watch. I felt like watching outside instead of keep reading “Liquid Life” by Z. Bauman. A man whom I admire and like crossed my sight. I laughed to myself then thought:
“…He is going to walk in the room and sit next to me…” In that moment he disappeared from my visual field, in few seconds he reappeared on the door, sat next to me, looked at me, smiled and then said, with a slight foreigner accent: “Good morning.” I replied like, instead of answering to that personality whom everybody had recognized and that the waitresses were looking ecstatic at, I would answer to my brother. He was born in Argentina, studied between north Europe and the States, had something Latin in his moves and something Nordic-cold in his eyes. A little bit like me. After choosing the same White Imperial Tea that I did, took from his backpack “El Arte de la Vida” by Z. Bauman in Spanish. I started to read again my Bauman in order to avoid that my most elemental imagination, which was trying to explode in my head and even in a lower part, saying: “Synchronism!!!” I was about to leave to fate the comments about the coincidence, when I thought that I could make that coincidence become an encounter: I decided to lay my book on his table. He looked at me and said in “Argentinean castellan” with a slight working-class’ cadence:
-Entré en este lugar porque la vi desde afuera leyendo Bauman… Luego se puso a mirar por la ventana y aquí estoy… (I came in this place because I saw you from outside reading Bauman… Afterwards you looked outside of the window and here I am now…) Then asked:
-Can I buy you another cup of Imperial White?

My paternal grandfather was a European who had married an “Indio”. They had eight children who became orphans due to the premature death of both of them. My mother was one of the three sisters in between who raised her brother of four years when she was only fifteen. Among her brothers and sisters she was the only one who picked the vegetables from the garden. It was while picking up the potatoes from my grandfather’s house garden that she heard an airplane soaring in the sky, she looked up, sat on her heels with her knees in the soft soil and stared enchanted. Her contemplation was interrupted by her elder brother who said:
Qué miras? (What are you looking at?)
-El avión… Vas a ver cuanto voy a viajar en mi vida… (The plane… You’ll see how much I am going to travel in my life) She replied still fascinated.
-Si claro y vas a encontrar un principe azul que te saque de las papas… (Yeah right and you’ll meet a Prince Charming who’ll get you out from the potatoes…)
She went back to the potatoes without worrying about her brother’s judgment. A year later she started to work as assisting nurse at the public hospital in the little town where she lived, at the foot of the Andes, next to the secluded ski slopes. Three years later assisted a doctor who cured the hand of one of the persons in charge of the creation of the new selected hotel for skiing. That was my father. Her Prince Charming brought her around the world and through flying they passed me life.
She felt that, back in the house garden.

We talked about Z. Bauman for the entire afternoon. We spent sometime together so intimate that I could confess him my admiration for him even tough I was very embarrassed. He said he wanted to answer to my kindness with a gesture, after his departure.
Five days after he left, I received an air ticket for London and an invitation to listen to a conference of Z. Bauman, with a note:”Thanks for being so discreet, thanks for the trust.” On the plane to London, thinking about our afternoon drinking Imperial White Tea, I remembered of W. Goethe: “Whatever you want to do or dream, you can. The Audacity brings in itself genius, power and magic.”

Rome, the spring’s warmth is coming, 2010 – Maria A. Listur

Saper richiamare/To Be Able To Recall

A te, Sonia B., ti immagino allora.

Lei mi chiamava sempre:
-Vieni qui !
Io non ci andavo, ero sempre sola a leggere sotto l’albero che troneggiava nel centro del giardino della nostra scuola. Mi giravo dall’altra parte e continuavo a leggere.
-Vieni qui andiamo a giocare ! Smettila di leggere! Insisteva.
Mi giravo ancora, restavo sola. Un po’ contenta di essere l’unica che anche quando era l’ora di giocare, studiava.

Quando avevo vent’anni me ne andai da una città piena di montagne e soleggiata ad un’altra umida, malinconica e tanghera. Il cambiamento mi portò tante cose: una borsa di studio, un uomo molto più grande di me, una camera in un albergo di giapponesi ai quali il mio amante pagò poco e male, la lontananza da un essere allora piccolo che mi ha insegnato tutto quello che io so della vita e la paura. Non una paura naturale o reattiva, io vivevo uno stato d’emergenza che ogni tanto invadeva il mio essere e si trasformava in immagini di morte. Morti diverse, non soltanto la mia appena mi avvicinavo ad una finestra in un piano alto, ma anche quelle di tutti gli esseri che amavo. Per alcuni istanti perdevo completamente il senso del mio corpo e del mio spazio.
Con gli anni, ho continuato a sentire le stesse sensazioni in diverse situazioni. Con uno sguardo verso il passato e dopo quasi trent’anni dal primo episodio, ho notato che queste esperienze corrispondevano a un cambiamento molto forte e positivo della mia vita, passavo sempre da qualcosa di angusto a qualcosa di ampio. Mi avvicinavo molto velocemente a qualcosa che desideravo. Un imbuto al contrario sarebbe un’immagine appropriata. Secondo un medico inglese, Edward Bach, questo stato è lo stato bloccato di un fiore che lui dava per curare, Cherry Plum. In fondo in fondo, provavo difficoltà ad accettare che avevo materializzato un mio desiderio. Una specie di resistenza al cambiamento costruttivo.

Ho continuato nella vita a essere quella che studia sempre. Ma, dopo molti anni, in una strada di Roma, incontrai la mia amica della scuola. Era come da bambina, mora, sensuale e molto attiva. Aveva un bambino e un compagno intermittente. Lei mi riconobbe dai capelli, io dalla voce. Io stavo andando a incontrare un collega con il quale organizzare un progetto multimediale, lei a proporre un progetto di educazione artistica nelle scuole. Ci siamo abbracciate. Io ero in ritardo. Lei non aveva problemi con l’ora, amava i ritardi. Lei rideva e mi guardava, si allontanava per guardarmi meglio, intera e tornava ad abbracciarmi. Io guardavo l’ora. Infine lei si accorse e mi disse:
-Hai fretta, vai. Scambiamoci i telefoni però…
-Sì, ti do il mio e poi tu mi fai uno squillo. Dissi io un po’ irritata per il mio ritardo.
Incominciò a scrivere il mio telefono, io a camminare in direzione della metropolitana. Guardai ancora l’orologio e affrettai il passo quando sentii gridare il mio nome:
-Maria! Vieni qui! Non puoi andartene ancora! Lascia perdere !
Come se una voce dentro di me mi volesse riscattare da ogni vuoto, da ogni distanza, da ogni abbraccio mancato che inutilmente ho cercato in ogni libro, mi girai, ritornai sui miei passi verso di lei. Mi presi il tempo di guardarla da lontano e poi l’abbracciai, insieme a lei ho abbracciato la scuola, l’albero, tutti i giochi e i salti che non ho fatto. Ora, non ho più paura. Ora so che è vero quello che diceva Fernando Pessoa: “Tutto vale la pena se l’anima non è angusta”

Roma, grandina e piove, 2010 – Maria A. Listur

To Be Able To Recall

To you, Sonia B., I can picture you then.

She’d call me all the time:
-Come here!
I’d never go, I was usually alone sitting under the three that dominated the center of the garden of our school. I would turn away from her and kept reading.
-Come here, let’s go play! Stop reading! She would insist.
I would turn around again, remained alone. A bit happy about being the only one that when it was time to play kept studying.

When I was twenty-one I left one town full of mountains and sunny for another one humid, gloomy and tangerine. The change brought me many things: A scholarship, a man much older than me, a room in a hotel of Japanese people to whom my lover paid little and badly, the distance from a being very small at that time who taught me all that I know about life and fear. It wasn’t a natural or reactive fear, I was living in a state of emergency that sometime would invade my being and would turn into images of death. Different kinds of death, it wasn’t only mine when I would get close to a window of a high floor, but of all the human beings that I loved. For some moments I would lose completely the sensation of my body and of my space.
Throughout the years, I continued to sense those same feelings in different situations. Looking back at my past and after thirty years from the first episode, I’ve noticed that these experiences corresponded to a very strong and positive change in my life; I would go from something narrow to something broad. I was quickly getting close to something I longed for. An upside down funnel could be an appropriate image. According to an English doctor, Edward Bach, this is the negative state of a flower he used for treating, Cherry Plum. Deep down I felt difficult to accept that I had materialized one of my desires. It was like a struggle against the constructive change.

In my life, I’ve continued to be a person who always studies. But, after several years, I met in a street of Rome my school friend. She was like when she was a child, brunette, sensual and very active. She had a baby and an irregular partner. She recognized me from my hair, I did from her voice. I was going to meet a colleague with whom I was going to organize a multimedia project, she was going to propose an art education project for the schools. We hugged. I was late. She didn’t have any problem with time, she loved being late. She laughed and stared at me, she moved away to take a good look, full figure and came back to hug me. I kept looking at time. She realized it and told me:
-You are in a hurry, just go. But let’s exchange phone numbers.
-Yes I’ll tell you mine and you can ring me once. I said a bit irritated for my delay.
She started to digit my phone number, and I started to walk towards the subway. I looked at the watch again and quicken my pace when I heard my name shouted:
-Maria! Come back here! You can’t leave again! Let it go!
Like a voice inside me wanted to redeem myself for every emptiness, distance, every single embrace neglected that I hopelessly looked for in every book, I turned, went back from where I came towards her. I took time to look at her from far and then I held her close, with her I hugged the school, the three, all the games and the jumps that I never did. Now I’m not afraid anymore. Now I know that it’s true what Fernando Pessoa used to say: “Everything is worth it if the soul isn’t constricted”

Rome, it is hailing and raining, 2010 – Maria A. Listur

Due venti/Two Winds

Ero a una mostra nella città di Lionne, seduta accanto ad un uomo molto bello e molto sensuale, lo conoscevo poco, mi parlava in continuazione dei quadri e del valore digestivo dello champagne, davanti a me una mia amica della vita: N. Lei ci guardava con i suoi occhi allungati dalla curiosità. Io guardai lei, lei guardò me e disse qualcosa di cui io ascoltai soltanto l’ultima parte:
-… con la lingua…

Una notte, nella città dove andai all’Università, incontrai un uomo che veniva da lontano. La sua potenza filosofica mi seduceva e per ciò pensai che tutti i complimenti e gli inviti che mi dedicava erano prodotto d’un desiderio sessuale a cui io non corrispondevo più che al riconoscimento di una mia rispettabile preparazione universitaria; quindi, decisi di uscire dal dubbio. Accettai una notte nel suo splendido albergo. Salii le scale, tremolante dall’effetto dello champagne, ma sicurissima nella mia anima. Arrivati nella sua camera lui mi disse che era profondamente innamorato di sua moglie e che non sapeva cosa gli stesse succedendo con me. Io mi tolsi le scarpe e mi sedetti sul suo letto ad ascoltare la sua pena. Lui, una stella della filosofia mondiale che veniva a darci delle briciole di conoscenza si confidava con me! Lui si tolse il cappotto e si sedette accanto a me. Prese le mie spalle girandomi verso di lui, pensai: “Oh mio Dio mi bacia!” Lui invece incominciò a odorarmi e a sussurrare: “Sapevo che profumavi di rose…” Ebbene… mi odorò per un’ora!! Dopo di che, si alzò dal letto, dove oramai eravamo sdraiati e mi disse: “non posso non posso… tutto sarebbe più facile se tu mi seguissi… Vieni con me a Parigi?” Io non accettai. Mi sembrò troppo elementare partire da quella terra con la forza d’un altro e senza aver svelato il mio dubbio; che con gli anni, si trasformò in un’altra domanda: “Che cosa mi arricchii di più, essere riconosciuta come la migliore della classe oppure avere una pelle di rosa?”

Non sapendo cosa fare con il bellissimo che non mi piaceva, dissi a mia amica di accompagnarmi in bagno. Lei entrò insieme a me nella toilette e io che ho difficoltà a condividere alcuni momenti privati le chiesi:
-Perché non mi aspetti fuori?
-Perché ti voglio vedere dentro il bagno. Disse lei con una curiosità anodina. Io incominciai a sbottonarmi i pantaloni cercando di essere naturale e disinvolta, e per questo parlai:
-Che hai detto della lingua prima? Ti piace quel pittore che mi stava parlando?
-Assolutamente no. Rispose lei e aggiunse: -Mi piaci tu e ho detto che ti volevo dare un bacio con la lingua.
Mi tramortì con lo sguardo, con la parola, senza nemmeno sfiorarmi. Mi passo la carta igienica, poi dei fazzoletti umidificati alla rosa, infine mi aprì la porta. Mentre l’attraversavo mi disse:
-Mi ispiri ugualmente passione che distanza, sei un vento che passa e resta dentro.
Mentre tornavamo nella sala della mostra, un’accanto all’altra, mi ricordai di uno degli Aforismi di Marburgo di Ferruccio Masini: “Se non sai mollare gli ormeggi al crepuscolo e gettare le ancore in acque sconosciute, se non impari a sentire familiari tutti i venti, anche quelli più selvaggi che fanno tremare gli infissi della finestra e scoperchiano i vecchi camini, non hai alcuna idea della vita”.

Roma, cade il sole ad Aprile dietro le nuvole, 2010 – Maria A. Listur

Two Winds

I was in an exhibition in the city of Lyon, seated next to a very handsome and sensual man, I knew him just a little, he was continuously talking to me about paintings and the value of digestion of champagne, in front of me a life time friend: N. She was looking at us with her eyes stretched with curiosity. I looked at her, she looked at me and said something of which I could hear only the last part:
-…with my tongue…

One night, in the city where I was attending University, I met a man who was coming from faraway. His philosophical knowledge seduced me and for that I thought all the compliments and invites he was making to me were a product of a sexual desire which I did not correspond more than a recognition of my respectable university preparation; therefore, I decided to remove the doubt. I accepted a night in his splendorous hotel. I climbed the stairs, trembling for the effect of the champagne, but very self-confident in my soul. Once we reached his room, he said that he was deeply in love with his wife and didn’t know what was happening with me. I took my shoes off and sat on his bed to listen to his regret. He, a world-class celebrity in philosophy who was coming to feed us with crumbs of his knowledge, was confiding to me! He took his coat off and sat next to me. Took my shoulder turning me towards him, I thought: “Oh my God, he is going to kiss me!” He started to smell me instead and whispered: “I knew you’d smell like roses…” Well… he smelled me for an hour!! After that, he got up from the bed, where, by then, we were laying and said: “I can’t do it, I can’t…it would be much easier if you’d follow me… Would you come with me to Paris?” I did not accept. I thought it would be too elemental to leave the country with somebody else’s strength and without having removed my doubt; which later changed into another question: “what enriched me more at that time, to be recognized as the best of my course or to have the skin of a rose?”

Not knowing what to do with the handsome man whom I didn’t like, I told my friend to accompany me to the restroom. She came along inside the toilet and I, who has some difficulties to share some private moments, asked her:
-Why don’t you wait outside?
-Because I want to see you inside the restroom. She said with an anodyne curiosity. I started to unbutton the pants trying to be natural and confident, and for that I spoke:
-What did you say earlier about the tongue? Did you like that painter that was talking to me?
-Absolutely not. She replied and added: -I like you and I said that I wanted to kiss you with my tongue.
She stunned me with her eyes, her words, without even touching me. She gave me the toilet paper then some rose scented wet tissues, in the end she opened the door for me. While passing through she said:
-You inspire me passion as well as distance, you are a wind that blows and remains inside.
While heading back to the exhibition room, one next to the other, I remembered one of the aphorisms of Marbugo by Ferruccio Masini: “If you can’t slip moorings at twilight and drop anchor in unknown waters, if you don’t learn to feel familiar with all winds, even the wildest one that makes the window’ frames shake and unroofs old chimneys, you have no idea about life at all”.

Rome, the sun is setting in April behind the clouds, 2010 – Maria A. Listur

Il pane del bacio/The Bread of Kiss

Mi chiesero di intervistare una scrittrice di cento due anni. Accettai con allegria, e anche se quello che avevo letto di lei non mi era piaciuto, mi entusiasmava sapere d’una donna che aveva vissuto tanto tempo e che aveva viaggiato dappertutto. Arrivata a casa sua, in un piccolo paese del sud dell’Italia, trovai una donna delicatissima, piccola e bianca, una rosa. Il profumo di lei e della casa erano freschi, aperti. Alla fine dell’incontro e davanti all’operatore e al regista del servizio mi chiese d’aiutarla a servire il gelato di pistacchio. Mi alzai e le allungai la mano per facilitarle il movimento, lei prese la mia mano e me la lasciò soltanto libera quando eravamo già in cucina.
-Tu che sei alta, puoi passarmi quelle coppe di cristallo là in fondo? Mi chiese segnalando il luogo. Io allungai il braccio destro per prenderle e lei mi accarezzo il punto vita che si era scoperto nell’allungamento. Quando mi girai per passarle le coppe mi fece un piccolo segno con la mano per invitarmi ad avvicinarmi di più a lei e mi disse:
-Ti voglio dare un bacio.

Quando mia nonna aveva novanta anni, non aveva più denti, quando rideva sembrava un’eschimese bionda. Amava dar da mangiare delle bricioline di pane, dalle sue labbra, ai pappagallini sudamericani. Mentre lo faceva somigliava ad un albero pieno di uccellini. Tutti intorno a lei. Anche io provai più d’una volta a mettermi dei pezzettini di pane sulle labbra, ma gli uccellini non si avvicinavano mai. Mia nonna mi diceva:
-Non ce la puoi fare, hai i denti.
-E che significa? Ribadivo stuzzicata dalla mia impossibilità.
-Quando loro vedono i denti si allontanano, diventi pericolosa, che ne so… sentiranno che li vuoi mangiare… sarà un riflesso. Rispondeva tranquilla.
Siccome io insistevo spesso nell’imitarla, un giorno prese la sua dentiera – che detestava e non portava mai – mise delle briciole sulle sue labbra e come aveva detto, gli uccellini si avvicinarono senza mai arrivare alla sua bocca, trillavano intorno a lei senza toccarla. Immagino le stessero chiedendo del cibo cantando. Allora, lei mi guardò e mi disse:
-Vedi a cosa serve essere vecchie e sdentate? Le meraviglie della natura ti baciano la bocca, questa sì che è vita! E se mi metto la dentiera? Loro cantano! Questa sì che è arte!

La scrittrice di cento due anni mi baciò. La lasciai fare.
Quando abbiamo portato il gelato nel salotto avevamo tutte due un sorriso infantile. Io le chiesi se potevo farle ancora un’ultima domanda, lei annuì:
-Signora, col passare del tempo, secondo la sua esperienza, cosa resta?
-La scrittura.

Mentre viaggiavo verso Roma, ritornai più volte ad una frase di Fernando Pessoa:
“La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta.”

Roma, ombre di caldo, 2010 – Maria A. Listur

The Bread of Kiss

They asked me to interview an authoress of one hundred and two years old. I accepted with joy, and even though I didn’t like what I read of her, I was excited to meet a woman who had lived for so long and traveled far and wide. Arriving at her house, in a small town in southern Italy, I found a very delicate woman, small and white, a rose. The perfume of her and of her house was fresh, open. At the end of the interview and right in front of the operator and the director of the shooting, she asked me to help her serving the pistachio ice cream. I stood up and held out my hand to help her, she took my hand and let go of it only when we were already in the kitchen.
-Since you are so tall, could you get me the crystal bowls over there in the back? She asked me pointing toward the place they were. I stretched the right arm to take them and she caressed me on the waistline that got exposed due to the stretching. When I turned to pass her the bowls she made a small gesture with her hand to invite me to get more close to her and said:
-I want to kiss you.

When my grandmother was ninety years old, she didn’t have any more teeth, when she laughed she looked like a blond Eskimo. She loved to feed bits of bread, from her lips, to the South American parakeets. While she was doing it she looked like a tree full of birds. All around her. I tried more than once to put some pieces of bread on my lips, but the birds would never come close. My grandmother would say:
-You can’t do it, you’ve got teeth.
-What does that mean? I would reply provoked by my impossibility.
-When they see teeth the keep off, you become dangerous, I don’t know… They might feel you want to eat them… It might be a reflex. She would answer quietly.
Since I would often insist imitating her, one day she took her dentures – which she never put on because she hated it – put some bits of bread on the lips and as she said, the birds did get close to her but never reached her mouth, they chirped all around without touching her. I imagined they were asking for food singing. Then she looked at me and said:
-See what a toothless and old woman is good for? The wonders of nature kiss you on your mouth, this truly is life! And if I put my false teeth on? They sing! This truly is art!

The one hundred and two years old writer kissed me. I let her do it.
When we brought the ice cream back to the living room we both had a childish smile. I requested if could ask one last question, she nodded:
-Madame, with time passing by, according to your experience, what remains?
-Writing.

While traveling towards Rome, many times I thought about a Fernando Pessoa’s phrase:
“Literature, like art, is a confession that life is not enough.”

Rome, shadows of heat, 2010 – Maria A. Listur

L’acqua di fuoco/The Water of Fire

Erano piccoli. Lei aveva diciassette anni e lui diciotto. L’unica grandezza tra i due era un bambino tutto d’oro che aveva un anno e mezzo. Lei tentava di scappare da un paese in lacrime. Lui scappava da una famiglia in pena. Lei cercava la pace nel canto. Lui perdeva i sensi con l’alcol. S’incontrarono all’Università e diventarono amici. Un pomeriggio di canto e d’alcol lei gli disse:
-Bello sentire che oggi non voglio essere da nessun’altra parte che qui e con nessun altro che con il bambino e… anche con te.
-Bello sapere che sei l’unica persona con cui il silenzio non disturba. Rispose lui.
-Mi mancherai quando me ne andrò. Disse lei prendendo la bottiglia che lui aveva in mano e bevendo il primo sorso di grappa della sua vita.
-Mi ricorderai in ogni silenzio? Domandò lui prima di addormentarsi sull’erba, senza riuscire ad ascoltare la risposta.

-Vorrei rispetto al posto dell’amore! Urlò il vecchio sdraiato sul letto enorme. Nessuno ascoltava. Nessuno lo contrastava ma lui urlava perché nessuno veniva a soccorrerlo dopo che confuse il pitale con la brocca d’acqua e finì per bere la sua pipì sotto le risate della cameriera e della figlia che entrando in camera videro la fine del gesto e scapparono per ridere liberamente. Non corsero verso di lui per strappargli il pitale dalle mani, avevano bisogno di qualche piccola vendetta. Lui era stato talmente potente e dispotico da risultare insopportabile anche quando si permetteva lunghi periodi di generosità, gentilezza e magnanimità. Questi intervalli però coincidevano con le fasi in cui avrebbe chiesto uno sforzo in più alla sua famiglia o ai suoi dipendenti; quindi, vederlo alla fine della sua vita bere la propria pipì, fece ridere tutta la casa, tutta la sua impresa ma, a lui lo fece gridare:
-Tornate in camera! Non mi posso muovere! Ho bisogno di essere lavato! Voglio rispetto! Non amore!
Nessuno si mosse tranne il suo piccolo nipote di cinque anni che uscì dalla sua cameretta, andò in salotto e confuse una bottiglia di grappa con una d’acqua. Il nonno in segno di ringraziamento e senza controllare la bottiglia, gli disse:
-So che non ti lasciano bere dalle bottiglie, ora io ti do il permesso! E bevi tu per primo! Lo disse con il gusto di trasgredire la figlia che dall’altra parte della casa rideva del vecchio “bevitore di urine”. Il bambino bevette ed incominciò ad urlare per l’effetto dell’alcol nella gola.
Il nonno immobile sul letto con la sola libertà delle braccia e delle mani, chiese confidenziale:
-Vieni qui, vieni qui! Che mi hai portato? Dammi qui la bottiglia! E bevette con un piacere quasi dimenticato per poi urlare imitando il bambino con l’intenzione di farlo ridere:
-Che schifo, ma che schifo! Il bambino rise ed il nonno gli chiese:
-Vieni sul letto che ci beviamo quest’acqua di fuoco e poi dormiamo! Il bambino salì sul letto e si addormentò fino al pomeriggio. Quando si svegliò, chiese al nonno:
-Nonno, domani possiamo bere di nuovo l’acqua di fuoco?
Quell’indomani non si realizzò mai; il bambino non smise mai di cercare nell’acqua di fuoco il calore di quelle ore, in cui, dormì con suo nonno.

Dopo molti anni, lei e lui si sono incontrati ad un aeroporto. Lui riconobbe la schiena di lei, inconfondibilmente perpendicolare a terra; si avvicinò lentamente. Lei si girò di scatto e prima di arrivare ad articolare qualche parola urlò per la gioia di ritrovarlo, di riconoscerlo, di rivederlo. Lo abbracciò come quando erano quasi bambini. Lui la strinse a sé sussurrandole sorpreso all’orecchio:
-Dio… ti ricordi di me…!!
Lei rispose con una frase che non rammentava fosse di Antonio Porchia:
“Il ricordo è un poco d’eternità.”

Roma, ispirata da una stupenda birra nordica, 2010 – Maria A. Listur

The Water of Fire

They were kids. She was seventeen and he was eighteen. The only greatness between them was a whole golden child who was a year and a half old. She was trying to escape from a country in sorrow. He was running from a family in pain. She was looking for peace in singing. He used to pass out with alcohol. They met at the University and became friends. In an afternoon of singing and alcohol she told him:
-It’s nice to know that I don’t want to be anywhere else but here and with nobody else but the baby and…also with you.
-It’s nice to know that you are the only person with whom silence doesn’t bother. He replied.
-I’ll miss you when I’ll be gone. She said grabbing the bottle he was holding in his hand and taking the first sip of grappa of her life.
-Will you remember me in every silence? He asked before falling asleep on the grass without being able to listen to the answer.

I want respect instead of your love! The old man lying on the huge bed shouted. Nobody was listening. Nobody was standing up against him, but he screamed because nobody was coming to help him after he got confused between the chamber pot and the water pitcher, ending up drinking his own pee while the house maid and his daughter who, entering the room saw the ending of the action, ran away to laugh freely. They did not run towards him to pull away the pot from his hands, they needed to have some small revenge. He had been so much powerful and despotic that was unbearable even when he let himself indulge on long periods of generosity, gentleness and magnanimity. These times though, would always coincide with phases in which he would ask to his family or subordinates more effort; therefore, seeing him at the end of his life drinking his own pee made the whole household, his whole enterprise laugh, but it made him shout:
-Come back in here! I can’t move! I need to be washed! I want respect! Not love!
Nobody but his five years old nephew moved came out from his room, went to the living room and confused a bottle of grappa with one of water. The grandfather as a sign of appreciation and without checking the bottle said:
-I know that they don’t let you drink from the bottle, but now you are allowed! You drink first! He said it with the enjoyment of disobeying his daughter who in the other side of the house was laughing at the old “urine drinker”. The boy drank and started to scream for the alcohol effect in his throat.
The grandfather immobile on the bed free to move only his arms and hands, asked confidentially:
-Come here, come here! What did you bring me? Give me that bottle! And drank with an almost forgotten pleasure then started to scream with the intention to make him laugh:
-Yuck, it’s disgusting! The boy laughed and the grandfather asked him:
-Come on over the bed, let’s drink this water of fire and sleep afterwards! The boy climbed on the bed and fell asleep for the whole afternoon. When he woke asked to the grandfather:
-Grandpa, can we drink some water of fire again tomorrow?
That tomorrow never came; the boy never stopped looking for the warmness of those hours in which he slept with his grandfather in that water of fire.

After several years, she and he met in an airport. He recognized her back, unmistakably perpendicular to the ground; he moved slowly towards her. She suddenly turned and before being able to say something screamed for the joy of finding him again, recognizing him, seeing him. She hugged him like when they were kids. He cuddled her whispering with surprise in her ear:
-God…you remember me…!
She answered with a sentence that she didn’t remember was from Antonio Porchia:
“Memories are a little bit of eternity.”

Rome, inspired by a magnificent Nordic beer, 2010 – Maria A. Listur,

Il Senso di Ballare/The Meaning of Dancing

Stavo cucinando una di quelle duecento trenta sette torte che ho cucinato nel tempo in cui abbiamo vissuto insieme. Ho tenuto il conto perché anche se non glielo mai detto cambiavo gli ingredienti ogni volta, poi li scrivevo in un quaderno con dei disegni erotici di Klimt: “Le ricette per L.”
Lui accese lo stereo e mise Maria Bethania. Io misi la torta al forno e andai verso la camera, lui mi fermò nel piccolo spazio che separa la camera dalla cucina e m’invitò a ballare “Chão de Estrelas”. Mentre ballavamo mi disse:
-Non so perché ma questa canzone mi fa piangere…
-Può darsi che perché senti nella musica quello che dicono le parole: una casa, dei vestiti, un amore, qualcuno che parte. Dissi cercando di gustarmi la danza senza occuparmi troppo di tradurre.
-Quanto riesci ad essere allegra? Mi domandò quasi sorpreso.
-Molto, soprattutto quando ballo con qualcuno che mi adora. Risposi ridendo tanto da far ridere anche a lui.

Mia mamma è una donna bellissima ma quando avevo sette anni era veramente spettacolare. Io vedevo soltanto lei, era talmente appariscente e vitale che raccoglieva dietro di se l’ammirazione degli uomini e la discordia delle donne. Lei, donna bambina, ci rimaneva male. Cercava di essere accettata e riconosciuta da tutti. Non era possibile perché oltre a rappresentare un ideale di bellezza era anche una che non dava mai il tempo per avere rapporti lunghi, viaggiava sempre, se ne andava appena poteva. Il primo grande addio della mia vita è stato il suo. Partì per un giro per il mondo. Se ne andò piangendo per un tempo che da bambina non seppi misurare, anche se furono esattamente nove mesi. Mio padre passava da noi ogniqualvolta si trovava in Sudamerica. Mio fratello ed io siamo rimasti nella casa della madre di mio padre. Mia nonna amava gli animali esotici ed era insieme a tutta la famiglia un’artista eremita. La domenica però apriva la casa per ricevere cantanti, poeti, musicisti che si sommavano alle mie zie ed ai miei zii nutriti da sempre dall’arte. Mi ero abituata a quella vita piena di gente che non chiedeva:“Come stai?”, ma: “Hai cantato oggi?”; che per parlarti ti recitavano poesie, che mentre facevano il dolce della domenica per trenta persone ti citavano Dante, Borges, Unamuno, Sartre o cantavano tango. Un giorno quando avevo già compiuto otto anni mia madre torno a prendermi. Mia nonna mi salutò nel grande patio con una carezza sulla guancia e mi chiese:
-Je t’en pris, rappelle toi de écrire, pour moi… (Ti prego, ricordati di scrivere, per me) Poi si girò e andò a dissotterrare la sua tartaruga che ancora non aveva finito di dipingere.
Mia zia Suni mi salutò sulla soglia della porta e mi disse:
-Yo sin vos no puedo cantar… (Io senza di te non posso cantare…)
L’abbracciai al punto vita appoggiando la testa sul suo ventre, non ho mai dimenticato quel calore.
Mia madre mi fece salire sulla macchina dopo aver salutato tutti in fretta, mi prese la mano sinistra con forza come se stessi per scappare e mi disse:
-Qué lindo!!! Ahora volvemos a casa! (Che bello!!! Ora torniamo a casa!) Parlò senza guardare le mie lacrime ma mettendomi a posto gli anellini della mano sinistra.
Io pensai: Io sono a casa.

Dopo aver ballato tanto e riso di gusto, ci siamo baciati per tutto il tempo della cottura della torta. L’ultima. Quando ricordo quel giorno penso ad una frase di Joaquín Sabina: “Ballare è sognare con i piedi…”

Roma, Aprile ancora freddo, 2010 – Maria A. Listur

The Meaning of Dancing

I was cooking one of those two hundred and thirty seven pies that I’ve cooked while we lived together. I kept the count of them because even though I never told him I changed the ingredients every time, then I would write them down in a notebook with erotic drawings by Klimt: “The recipes for L.”
He turned on the CD player and played Maria Bethania. I put the pie in the oven and went towards the bedroom, he stopped me in the little space that separates the bedroom from the kitchen and invited me to dance “Chão de Estrelas”.
While dancing he said:
-I don’t know why but this song makes me cry…
-Maybe it is because you can feel in the music, what the lyrics are saying: a house, some clothes, a lover, somebody leaving. I told him trying to enjoy the dance without caring too much about the translation.
-How happy can you be? He asked almost surprised.
-A lot, especially when I am dancing with somebody who adores me. I answered laughing so hard that made him laugh as well.

My mom is a beautiful woman but when I was seven she was spectacular. I’d see only her, she was so striking and vital that she would gather behind her the admiration of men and the dissension of women. She, a child woman, felt disappointed. She would try hard to be accepted and recognized by everyone. It wasn’t possible because she did not only represented an ideal beauty but she also would never give enough time to have a long relationship, she was always traveling, she would go away whenever she could. The first big farewell of my life was with her. She left for an around the world trip. She left crying for such a time that as a child I could not measure, even tough it was exactly nine months . My father would come to see us every time he was in South America. My brother and I remained in our father’ mother’s house. My grandmother loved exotic animals and together with her family was an exiled artist. On Sunday though she’d open the house to receive singers, poets, musicians, which would add to my aunts and uncles who had been always fed with art. I became used to that life full of people who would never ask: “How are you”, but: “Did you sing today?” Who, to talk to you, would declaim a poem, who would quote Dante, Borges, Unamuno, Sartre or sing a tango while preparing the Sunday’s cake for thirty persons. One day when I was already eight my mother came back to fetch me. My grandmother greeted me in the big patio with a gentle caress on my cheek and asked:
-Je t’en pris, rappelle toi de écrire, pour moi… (Please, remember to write, do it for me) Then she turned and went to dig up her turtle which she had not yet finish to paint.
My Aunt Suni greeted me on the doorstep and said:
-Yo sin vos no puedo cantar… (I can’t sing without you …)
I hugged her at her waistline leaning my head on her belly, I never forget that warmness.
My mother made me get on the car after quickly greeting everybody, she held strongly my left hand like I was going to run away from her and said:
-Qué lindo!!! Ahora volvemos a casa! (How nice!!! Now we are going back home!) She spoke without looking at my tears but fixing my small rings on my left hand.
I thought: but I am at home.

After dancing a lot and laughing with delight, we kissed for the whole time that the pie was baking. The last one. When I remember that day I think about a sentence of Joaquín Sabina: “To dance is to dream with your feet…”

Rome, a still cold April, 2010 – Maria A. Listur

Venire in tempo/Coming on Time

Abbiamo fatto l’amore di corsa all’entrata di casa sua, senza quasi svestirci, tutto era veloce ed accelerato. La fretta e la forza nel tocco mi ricordarono i corpi giovani che amava frequentare, il tono ed il turgore di altre pelli. Sorridendo lo lasciai fare visto che per me avere un orgasmo è una questione di generosità: serve all’altro quindi vengo, vengo, vengo. Lui disse:
-Ti voglio sentire…
Io risposi con le anche, con il petto e pensai: per sentirmi dovresti riconoscermi.
Per evitare di pesargli troppo sulle braccia e sui fianchi, appoggiai la schiena contro una parete del soggiorno puntai i piedi sullo schienale del divano. Dissi:
-Tienimi, per favore tienimi…

Durante le degenze di mio padre in ospedale lo visitavano tante donne, le chiamai “le visitatrici”. Lui le sopportava massimo dieci minuti, poi mi guardava per invitarmi a mandarle via. Ripeteva:
-Non sopporto i ringraziamenti, non ora che non posso andare via e devo restare ad ascoltare.
In un’occasione di entrate ed uscite di alcune visitatrici, una di loro ebbe la necessità di dirmi:
-Preciosa, no creas que tengo algo con tu papá… Vengo a verlo porque ningún hombre me ha ayudado tanto sin pedirme nada… (Preziosa non pensare che ho una relazione con tuo padre… Gli faccio visita perché nessun altro uomo mi ha aiutato tanto senza chiedermi niente in cambio…)
A mia madre invece la voleva fuori dalla stanza, anche lei lo preferiva. Era il periodo in cui un altro uomo l’accendeva, ancora non esistevano i telefoni cellulari quindi lei passava gran parte del suo tempo nella sala privata della clinica a telefonargli, ogni tanto usciva per controllare le visite di mio padre che io cercavo di organizzare nelle ore in cui lei si assentava. Ero il guardiano della soglia perché se mia madre scorgeva una delle visitatrici negli orari in cui lei era in clinica, partiva con una scena di gelosia degna delle telenovele sudamericane. Tutto era contraddittorio ma non per me che avevo vissuto con loro per diciassette anni vedendoli disperatamente uniti, nel possesso. Avevano trent’anni di differenza e trenta secoli di esaltazioni emotive che non guarirono né i figli, né i piaceri materiali, né le distanze che si crearono per trovare meno distanza nella comunicazione.
Una volta, soltanto una volta, mio padre mi chiese di andare fuori dalla stanza e di non interrompere la visita. Entrò una donna completamente diversa da mia madre e dalle visitatrici. Aveva più o meno l’età di mio padre, intorno ai settantacinque anni. Alta, portava i capelli raccolti sulla nuca, la pelle di perla, il sorriso che vorrei avere, la voce che sogno, l’eleganza d’un cigno. Fresca, solare, fondamentalmente giovane. Una qualità che grazie a lei scoprii che non ha nessuna relazione con l’età. Parlarono per un’ora. Lei uscì dalla camera senza vedermi né guardarmi, si perse nel corridoio.
Rientrai nella stanza e mio padre canticchiò una frase di un tango famoso:
-“No habrá ninguna igual no habrá ninguna con tu piel ni con tu voz…” (Non ci sarà nessuna uguale a te, non ci sarà nessuna né con la tua pelle né con la tua voce…)
-Chi è? Gli domandai.
-L’unica. Rispose
La vidi ancora una volta, il giorno dei funerali di mio padre. Anche in quell’occasione sparì.

Con i tacchi a spillo ruppi lo schienale del divano. Ridemmo nello scorgerci. Lo aiutai a vestirsi, aveva un forte dolore alla schiena, erano tornati tutti i suoi anni, anche i miei. Gli chiesi a che ora sarebbe arrivata la sua moglie bambina, lui mi disse:
-In un’ora.
Mi vestii velocemente e chiamai un taxi.
-Dove vai? Ci vediamo ancora? Mi domandò.
-Ci stiamo vedendo da trent’anni tesoro… certo che ci rivediamo! Risposi chiedendogli di aiutarmi a mettermi il cappotto, lo baciai sul petto e aprii la porta dietro di me. Mentre andavo verso il taxi pensai:
“E’ l’amore che è l’essenziale. Il sesso è solo un accidente. Può essere uguale o differente. L’uomo non è un animale: è una carne intelligente, anche se a volte malata.” Che uomo Fernando Pessoa!

Roma, il giorno della Misericordia, 2010 – Maria A. Listur

Coming on Time

We made love in a hurry in his house entrance, almost without taking our clothes off, everything was fast and accelerated. The rush and the strength of the touch were reminding me the young bodies that he loved to get with, the tone and the turgidity of other skins. While smiling I let him do since to me having an orgasm is a question of generosity: It’s necessary to the other, therefore I come, come, come. He said:
-I want to feel you…
I answered with my hips, with my breasts and thought: to feel me you have to acknowledge me.
To refrain from being too heavy for his arms and hips I leaned my back against one of the walls of the living room and pushed my feet against the back of the sofa. I said:
-Hold me, please hold me…

During my father’s hospitalizations many women would come to greet him, I called them “the visitress”. My father could stand them only 10 minutes at most, and then he looked at me to invite me to send them off. He repeated:
-I can’t stand the heartfelt thanks, not now that I cannot leave and have to keep listening.
In one occasion of comings and goings of some visitress, one of them felt the necessity to tell me:
-Preciosa, no creas que tengo algo con tu papá… Vengo a verlo porque ningún hombre me ha ayudado tanto sin pedirme nada… (Precious One, do not think that I have something going on with your Dad…I come to visit him because no man has ever helped me so much without asking anything in return…)
He wanted that my mother would rather wait outside of the room, and she preferred that way too. It was the time in which another man was turning her on, there were no mobile phones therefore she’d spend most of the time in a private room of the clinic to call him, every once in a while she’d come out of the room to control the visits of my father that I was trying to organize in those hours when she was away. I was the guardian of the threshold because if my mother would catch sight of one of the visitress during the time when she was in the clinic, she’d begin with a scene of jealousy worthy a South American soap opera. Everything was contradictory but not for me who had lived with them for seventeen years watching them desperately united, in the possession. They were thirty years apart and thirty centuries of emotional exaltation which did not heal neither the children, nor the material pleasures, nor the gaps which were created to find less distance in communication. Once, only on time, my father asked me to leave the room and to not interrupt the visit. A woman completely different from my mother and the other visitress entered. She was more or less my father’s age, around seventy-five. Tall, she had her hair gathered up on the back of her neck, the skin pearly white, the smile I would like to have, the voice of the dream, the elegancy of the swan. Fresh, radiant, essentially young. A quality that thanks to her I discovered has no relation with the age. They spoke for an hour. She left the room without seeing me or looking at me, she disappeared down the corridor.
I went back in the room and my father sang a passage of a famous tango:
-“No habrá ninguna igual no habrá ninguna con tu piel ni con tu voz…” (There is never going to be someone like you, nobody with your skin or your voice…)
-Who is She? I asked.
-The one and only. He replied
I saw her only once more, the day of my father’s funeral. In that occasion she disappeared as well.

With my high heels I broke the back of the sofa. We laugh looking at each other. I helped him to get dressed, he had a strong pain in the back, his age came back, so did mine. I asked at what time his child-wife was arriving, he said:
-In an hour.
I quickly dressed up and called a cab.
-Where are you going? Will we see each other again? He asked me.
-We have been seeing each other for thirty years, darling… of course we’ll meet again! I replied asking him to help me putting on my coat, I kissed him on his chest and opened the door behind me. While walking towards the cab I thought:
“Love is the essential thing. Sex is just an accident. It could be the same or different. Man is not an animal: He is an intelligent flesh, even tough sometimes is sick.” Fernando Pessoa, what a man!

Rome, Divine Mercy day, 2010 – Maria A. Listur

Liberare la vita/To Free Life

Lei e Lui salivano sulla scala che portava alle camere da letto. Lui era davanti a lei. Lei allungò la mano per sfiorare la spalla sinistra di lui e non si sa per quale fretta interna, lui accelerò il passo lasciando la mano di lei carezzare l’aria. Il braccio cadde velocemente e colpii il cuore del vuoto intorno. Lei guardò lo scalino che stava per salire, lui si girò dall’alto della scala per dirle:
-Stai invecchiando mia regina…
Lei sorrise. Lui andò nel bagno, lei verso la biblioteca. Poi, un tonfo sordo la fece recuperare tutti gli anni della giovinezza, aprire la porta uscire e dirigersi verso il bagno.

L’ultima volta che aveva visto Raul, un uomo di un talento artistico incommensurabile e anche il meno bello della sua vita, lui aveva quaranta quattro anni e lei ne aveva venti.
Raul era nella vasca e piangeva perché lei aveva deciso di partire. Diceva che non riusciva a condividere la sua vita con un uomo che aveva smesso di provare piacere di studiare, cambiare, provare. Lui non l’accompagnò nel volo, la lasciò piena di colpa, insicura, tremolante nel suo desiderio di ricerca costante.
Come si fa a non sostenere qualcuno che ancora non ha nemmeno un’idea sbagliata di cosa sia sostare nella vita?
Lei lo lasciò.
Dopo qualche anno la madre di lei andò a vederlo ad uno spettacolo e nel saluto nei camerini lui le chiese della figlia. La madre gli disse che era all’estero. Lui disse che desiderava contattarla, parlare con lei, ma non la chiamò mai.
Lei tornò in Argentina per vacanza all’età di quarant’anni e mentre la madre le serviva un tè le disse, in lacrime, che Raul era morto e che aveva avuto il tempo per dedicarle un pensiero scritto, una lettera. Lei aprii la lettera e dentro trovò una frase sola: ti ringrazio profondamente, ti saluto con un canto.
Quello stesso giorno lei andò a portare fiori sulla tomba di suo padre e come sempre, pianse. Durante il pianto si chiese perché dopo vent’anni fosse ancora accompagnata dal senso di colpa di aver lasciato Raul in mezzo al pianto.

Lui era steso sul pavimento del bagno. Lei cadde accanto a lui con tutti i suoi ottant’uno anni, gli prese la testa fra le mani per dirgli:
-Tesoro, non ti preoccupare è soltanto una crisi, respira amore, respira!
Lui non respirò. Non era una crisi come le altre. Sapeva che non doveva correre sulle scale ma si divertiva nel farlo. Se ne andò senza tenere conto di loro due, della solitudine di lei.
Lei gli diede un ultimo bacio pensando ad una frase di Antonio Porchia: “Ferisci e tornerai a ferire. Perché ferisci e ti fai da parte. Non accompagni la ferita.”
In quell’istante, soltanto allora, lei smise di sentire colpa per aver abbandonato Raul.

Roma, Lunedì dell’Angelo, 2010 – Maria A. Listur

To Free Life

She and he were climbing up the stairs that led to their bedroom. He was in front of her. She reached out her hand to touch lightly his left shoulder and for some incomprehensible inner hurry he sped up his pace letting her hand caressing the air. The arm fell quickly down and hit the heart of emptiness around. She looked at the step that she was about to climb, he turned from above to tell her:
-You are getting old my queen…
She smiled. He went to the bathroom, she went to the library. Then a dull thump made her regain all the years of her youth, open the door and rush towards the bath.

Last time she saw Raul, a man of incommensurable artistic talent and also the least handsome of her life, he was 44 and she was 20.
Raul was in the bathtub and was crying because she had decided to leave. She told him that she could not live with a man who had stopped feeling pleasure in studying, changing, trying. He did not accompany her to the flight, he left her full of guilt, insecure, shaking in her desire of continuous search.
How can you not support somebody who has not even a wrong idea of what means to stay in life?
She left him.
Few years later her mother went to see him at a play and when she went to greet him at the dressing room he asked of her. Her mother told him that she was abroad. He said that he wanted to get in touch with her, talk to her, but he never did.
She went back to Argentina for a vacation at the age of 40 and while her mother was serving tea said that Raul was dead and that he had time to dedicate to her a written thought, a letter. She opened it and found just a sentence: I thank you deeply, I want to say goodbye with a song.
That same day she went to her father’s grave to bring some flowers and as usual she cried. While she was weeping she asked herself why after all those years she still felt that sense of guilt towards Raul for leaving him while he was crying.

He lay on the bathroom floor. She fell right beside him with the weight of her 81 years, she grabbed his head to tell him:
-Darling it’s just another attack, don’t worry, breathe my love, breathe!
He did not breathe. It wasn’t another attack like the others. He knew he shouldn’t have to run on the stairs, but he enjoyed doing it. He left without thinking of them both, of her solitude.
She kissed him one last time thinking at an Antonio Porchia’s sentence: “Wound somebody and you’ll do it again. Because you wound and step aside. You don’t accompany the wounded.”
In that moment, only then, she stopped feeling guilty for abandoning Raul.

Rome, Good Friday, 2010 – Maria A. Listur

Le ragioni per annegare/The Reasons to Drown

Colavano dalle mia labbra le tue ultime gocce. Cercai di gustare il sapore acre e anche dolce, cercai di rintracciare il sapore dell’ultima cena ma, ancora presto, mi dissi: Lo sentirà domani la prossima visitatrice.
-Ti lavi? Ti chiesi inumidendo le tue labbra di te.
-Sì, mi lavo. Rispondesti un po’ disgustato come se il seme del tuo ventre, oh Signore! non fosse il tuo.
-Allora mi lavo anche io. Decisi.
-Fai tutto quello che faccio io? Domandasti.
-Sì, mi scaldo ancora nel gusto dell’altro. Risposi.
Andasti in bagno. Andai in bagno. Io risi davanti allo specchio e l’odore quasi cloro dei tuoi umori mi desto dalla gioia di perdere il senso del tempo.

Avevo uno zio barbone. Era ricco, ricchissimo ma decise che avrebbe fatto il barbone come contestazione alla vita di mio padre che era esageratamente lussuosa, presuntuosa, elegante, secondo lui. Tornava a dormire nella casa di mia nonna ma durante il giorno viveva nella strada vestito da barbone. Dico vestito o travestito perché barbone non era… Aveva l’abitudine di urinare nel tombino del giardino anteriore della casa di mia nonna, mai in quello posteriore dove andavano soltanto gli animali: la scimmia, lo struzzo, i pappagallini sudamericani, i “cardenales” con la testa rossa, la tartaruga… Lui, mio zio, urinava nel tombino del giardino che si apriva davanti alla casa dove era impossibile non sentire l’odore che poi, negli anni, ho risentito nelle strade di Parigi e Roma, vicino alle grandi stazioni. Lui lo faceva per dispetto, non arrivava al bagno. Offendeva con il suo odore. Ci colpiva. Lasciava la traccia. Ma, era anche lo zio che portava tutti i cugini a prendere degli aperitivi alcolici quando avevamo meno di 10 anni. Io ero l’unica femmina. Lui mi guardava con disprezzo ma poi diceva.
-Y bueno… vení vení vos también a tomar el copetín (Eh va beh, vieni, vieni anche tu a fare l’aperitivo…) Ed io mi sentivo privilegiata ogni volta che riusciva a vedermi tra tanti maschi e a portarmi con lui… Io ero l’unica femmina dello zio barbone… I miei cugini amavano mio zio Tista (diminutivo di Bautista) io provavo ammirazione perché i miei cugini lo ammiravano ma mi faceva anche schifo e pena…
Prima di morire chiese di vedermi. Avevo 22 anni. Ero a Buenos Aires. Andai a trovarlo all’ospedale pubblico. Non avrebbe mai accettato di farsi ricoverare in una clinica privata tipo quelle dove andava mio padre. Mi guardò e stese le sue magnifiche mani, verso di me, le sue dita erano devastate dalla sporcizia, dalle unghie lunghe ma comunque conservavano il pallore e la linea elegante. Mi disse:
-Disculpanos si nos hemos equivocado… Somos todos unos niños… (Scusaci se abbiamo fatto male le cose… Siamo tutti dei bambini…)

Tornai al letto. Mi invitaste ad entrare aprendo con gentilezza le lenzuola. Già dentro percepii il profumo del sapone alle rose del tuo impeccabile bagno. Ti baciai sperando di trovare qualche traccia di noi tra i tuoi capelli, nel tuo viso. Niente. Tutto odorava di pulito. Mi appoggiai sulla tua spalla e mi addormentai. Mi svegliai nella notte invasa dall’odore di te nella mia bocca.
-Ti prego, ancora… Dicesti.
Inspirai profondamente per ritrovare ancora l’odore e ci riuscii facendoti sciogliere sui miei occhi, sul mio viso, sul mio pallore impadronito dal suono d’una Valduga che ogni tanto mi possiede: “… annegami e infine annientami. Addormentami e ancora entra… riprovami. Incoronami. Eternami. Inargentami”

Roma, Venerdì Santo, 2010 – Maria A. Listur

The Reasons to Drown

The last drops were dripping from my lips. I tried to relish the bitter but also sweet taste, I tried to trace the flavor of the last supper, too early I thought: it’ll be tasted by tomorrow’s visitor.
-Do you want to wash yourself? I asked you wetting my lips of you.
-Yes, I do. You answered a bit disgusted with your own semen on your stomach, oh God! Like it wasn’t yours.
-Well then I’ll wash myself too. I decided
-Do you do everything I do? You asked.
-Yes, I like to get warm with the flavor of the other. I replied
You went to the bathroom. I went to the bathroom. I laugh in front of the mirror and the scent like chlorine of your humours woke me from the joy of losing the sense of time.

I had an uncle who was a tramp. He was very rich, but he decided that he was going to live like a homeless to protest against my father lifestyle that was, according to him, exaggeratingly luxurious, presumptuous, elegant.He would return to sleep at my grandmother’s house, but would spend the day in the streets dressed like a bum. I said dressed or disguised because he was no bum…He used to urinate in the manhole of my grandmother’s front yard but never on the one in the back yard where our pets would go: The monkey, the ostrich, the south American parrots, the red-headed “Cardenales”, the turtle… He, my uncle, would urinate in the manhole of the front yard right in front of the house where it was impossible to avoid the smell that, in years later, I could sense in the streets of Paris and Rome, near the big train stations. He would do it to tease, wouldn’t use the toilet. He offended with his smell. He shocked us.He was living the trace. He was also the uncle who would bring all the cousins to drink alcoholic aperitifs when we were less than 10 years old. I was the only girl, He’d look at me with disgust and then would say:
-Y bueno… vení vení vos también a tomar el copetín (well all right, come, come along to have a drink)
And I would feel privileged every time to be seen by him among all those males and to be brought with him…I was the only female of the bum uncle…My cousins loved my uncle Tista (diminutive of Bautista) and I felt with admiration because my cousins admired him, but also he made me sick and pity.
He asked to see me right before his death. I was 22 and in Buenos Aires at the time. I went to visit him at a Public Hospital. He’d never accept to be hospitalized in a private clinic like the ones my father would go.
He looked at me and stretched his magnificent hands towards me; his fingers were devastated by filth, long nails, but still were preserving the pale skin and the elegance. He said:
-Disculpanos si nos hemos equivocado… Somos todos unos niños…(Excuse us if we have done things wrong… we are just kids…)

I came back to bed. You invited me to enter by opening the blankets with gentleness. Yet I could smell the scent of rose of the soap of your impeccable bathroom. I kissed you hoping to find a trace of us in your hair, on your face. Nothing. Everything smelled clean. I leaned on your shoulder and fell asleep. I woke up in the night overwhelmed by your taste in my mouth.
-Please, more… You said.
I inhaled deeply to regain once more the scent and succeeded by melting you on my eyes, on my face, on my paleness crept over by the sound of a Valduga that every now and then possesses me: “Drown me and annihilate me. Make me sleep and reenter… retry me. Crown me. Eternal me. Silver me.”

Rome, Good Friday, 2010 – Maria A.Listur

La Solitudine della Luce/The Solitude of the Light – dedicato a S.B.

Caddero le parole per racchiudersi in un bacio. In un respiro. Poi arrivarono le mani oltre la pelle e la pelle dentro il corpo. Due solitudini s’incontrarono per traghettare l’impulso più vitale del vivere verso qualcosa che può divenire sonno, ancora bacio, solitudine ancora.
Gli chiesi dell’acqua, lui me la portò accendendo una lampadina viola, con delle orecchiette ai lati che la rendevano buffa, diventava celeste o rosa secondo la freschezza degli occhi. Io restai a guardarla con curiosità, lui chiarì:
-E’ la lampada di mia figlia.
-Dorme con te?
-Sì, dove stai tu.

Ho dormito con mio padre una volta sola. Mia madre era all’estero in uno dei suoi viaggi verso New York e Centro America. Papà in giro per il mondo. Tornò solo per una notte. Doveva salutare mio fratello e me, ospiti di mia nonna. Quel giorno, come sempre, come avrebbe fatto per tutta la sua vita, scelse me. Portava soltanto me quando si trattava di andare per mostre, concerti, aste. Ero il suo specchio, vedeva in me tutto quello che amava di se stesso. Verso sera, dopo librerie, musei e regali andammo a cena nel suo ristorante preferito, poi, mi fece entrare nel casinò privato di alcuni dei suoi amici che grazie al denaro erano esuli dal mondo; infine, decise di andare a dormire nella nostra grande casa chiusa. I mobili coperti da lenzuoli bianchi e l’assenza delle mie calorose tate rendevano tutto spento e freddo. Lui aprì il grandissimo letto che occupava quando veniva a trovarci e decideva di non dormire in camera con la mamma.
-Dormiamo insieme; Don Carlos (il custode di casa) non sapeva che portavo anche te e non ti ha preparato la tua camera.
Cercai un armadio aperto. In quello di papà trovai un pigiama. Entrai nell’immenso letto travestita da sacco, scomoda e profondamente sola.
-Buenas noches nena. (Buonanotte bimba, nel castigliano che parliamo in Argentina)
-Buenas noches papi.
Restai ad occhi aperti nell’oscurità. In quel silenzioso buio riuscii a scorgere grigi diversi o diverse tonalità di bianco, dopo incominciai a cercare di vedere altri colori, non ci riuscii; allora sentii respirare mio padre col respiro di chi dorme. E’ stato il primo uomo che ho accompagnato nel sonno. Avevo 8 anni.

Dopo il bicchiere d’acqua lui spense la lucina viola celeste rosa. Ancora una volta soltanto grigi o diverse tonalità di bianco nel buio dell’oscurità. Poi sentii il respiro di lui diventare quello del sonno. Chiusi gli occhi cercando di addormentarmi, non m’addormentai. Giocai ancora con la luce della notte per un po’, ed ecco che dal soffitto vidi entrare una luce verde gialla, un’altra ocra filtrava dalla porta; ogni goccia di colore andava a colpire i capelli che accanto a me dormivano. Chiusi gli occhi per fissare in me ogni colore. Ringraziai la luce che gli occhi d’una bambina sconosciuta guardano e andai via. Era appena l’alba.
Chiudendo alle mie spalle la porta della casa della lucina viola celeste rosa mi sorprese il ricordo d’una frase di Ludwig Wittgenstein: “Nella vita, come nell’arte, è difficile dire qualche cosa che sia altrettanto efficace del silenzio.”
Roma, primavera, 2010 – Maria A. Listur

The Solitude of the Light

Words fell to wrap themselves in a kiss. A Breath. Then the hand arrived beyond the skin and the skin in the body. Two loneliness met to navigate over the natural impulse of living toward something that could become sleepiness, kiss again, loneliness again.
I asked some water; he brought it to me turning on a purple lampshade, with ears that were making it funny to look at. It would become sky blue or pink depending the freshness of the eye. I remained looking at it with curiosity. He clarified:
-It’s my daughter’s lamp
-Does she sleep with you?
-Yes, were you are now.

I slept with my father only once. My mother was abroad in one of her trip going to New York and Central America. Dad would travel all over the world. He came back only for one night. He wanted to greet my brother and I, who were living with grandma. That day, as usual, as he’d done for his whole life he chose me. He’d bring only me when it was for exhibitions, concerts, auctions. I was his mirror, he saw in me all that he loved of himself. When it was night, after we’d been in libraries, museums and presents we went to dine in his favorite restaurant, then, he let me into a private casino of some friends of his, who, thanks to money, were exiles from the world. Finally he decided to go to sleep in our big house, which was closed.
The furniture were covered with a white cloth and the absence of my nannies would make everything cold and dull. He opened the huge bed that he’d use when he’d come to visit us but didn’t want to sleep with mom.
-We are sleeping together; Don Carlos (our concierge) didn’t know that I was coming with you and did not arrange your room.
I looked for an open closet. In my father’s I found a pajama. I got into bed looking like a bag, uncomfortable and really lonely.
Buenas noches nena. (Goodnight child, in the Spanish that we speak in Argentina)
-Buenas noches papi.
I remained with my eyes wide open in darkness. In that silent darkness I could see various scales of grey and white. Then I tried to see if I could distinguish color, but could not. Then I heard my father breathing like a person sleeping. It was the first man I saw off to sleepiness. I was 8.

After the glass of water, He turned off the purple sky blue pink light. Once again I could see only grays and different scales of white into darkness. Then I heard his breathing becoming sleep. I closed my eyes trying to fall asleep as well but could not. I played with the light of the night for a little while and all of a sudden I saw a yellow green light entering from the ceiling, another ochre light was coming from under the door. Every single drop of color would hit the hairs that were sleeping next to me. I closed my eyes to impress every color in me. I thanked the light that a girl, stranger to me, would see and left the house. It was close to dawn.
Closing the door of the house of the purple sky blue pink light behind my shoulder I was surprised by the reminiscence of a Ludwig Wittgenstein’s statement: “In life as well as in art, it’s difficult to say something as effective as silence.”

Rome, spring, 2010 – Maria A. Listur