Le ragioni per annegare/The Reasons to Drown

Colavano dalle mia labbra le tue ultime gocce. Cercai di gustare il sapore acre e anche dolce, cercai di rintracciare il sapore dell’ultima cena ma, ancora presto, mi dissi: Lo sentirà domani la prossima visitatrice.
-Ti lavi? Ti chiesi inumidendo le tue labbra di te.
-Sì, mi lavo. Rispondesti un po’ disgustato come se il seme del tuo ventre, oh Signore! non fosse il tuo.
-Allora mi lavo anche io. Decisi.
-Fai tutto quello che faccio io? Domandasti.
-Sì, mi scaldo ancora nel gusto dell’altro. Risposi.
Andasti in bagno. Andai in bagno. Io risi davanti allo specchio e l’odore quasi cloro dei tuoi umori mi desto dalla gioia di perdere il senso del tempo.

Avevo uno zio barbone. Era ricco, ricchissimo ma decise che avrebbe fatto il barbone come contestazione alla vita di mio padre che era esageratamente lussuosa, presuntuosa, elegante, secondo lui. Tornava a dormire nella casa di mia nonna ma durante il giorno viveva nella strada vestito da barbone. Dico vestito o travestito perché barbone non era… Aveva l’abitudine di urinare nel tombino del giardino anteriore della casa di mia nonna, mai in quello posteriore dove andavano soltanto gli animali: la scimmia, lo struzzo, i pappagallini sudamericani, i “cardenales” con la testa rossa, la tartaruga… Lui, mio zio, urinava nel tombino del giardino che si apriva davanti alla casa dove era impossibile non sentire l’odore che poi, negli anni, ho risentito nelle strade di Parigi e Roma, vicino alle grandi stazioni. Lui lo faceva per dispetto, non arrivava al bagno. Offendeva con il suo odore. Ci colpiva. Lasciava la traccia. Ma, era anche lo zio che portava tutti i cugini a prendere degli aperitivi alcolici quando avevamo meno di 10 anni. Io ero l’unica femmina. Lui mi guardava con disprezzo ma poi diceva.
-Y bueno… vení vení vos también a tomar el copetín (Eh va beh, vieni, vieni anche tu a fare l’aperitivo…) Ed io mi sentivo privilegiata ogni volta che riusciva a vedermi tra tanti maschi e a portarmi con lui… Io ero l’unica femmina dello zio barbone… I miei cugini amavano mio zio Tista (diminutivo di Bautista) io provavo ammirazione perché i miei cugini lo ammiravano ma mi faceva anche schifo e pena…
Prima di morire chiese di vedermi. Avevo 22 anni. Ero a Buenos Aires. Andai a trovarlo all’ospedale pubblico. Non avrebbe mai accettato di farsi ricoverare in una clinica privata tipo quelle dove andava mio padre. Mi guardò e stese le sue magnifiche mani, verso di me, le sue dita erano devastate dalla sporcizia, dalle unghie lunghe ma comunque conservavano il pallore e la linea elegante. Mi disse:
-Disculpanos si nos hemos equivocado… Somos todos unos niños… (Scusaci se abbiamo fatto male le cose… Siamo tutti dei bambini…)

Tornai al letto. Mi invitaste ad entrare aprendo con gentilezza le lenzuola. Già dentro percepii il profumo del sapone alle rose del tuo impeccabile bagno. Ti baciai sperando di trovare qualche traccia di noi tra i tuoi capelli, nel tuo viso. Niente. Tutto odorava di pulito. Mi appoggiai sulla tua spalla e mi addormentai. Mi svegliai nella notte invasa dall’odore di te nella mia bocca.
-Ti prego, ancora… Dicesti.
Inspirai profondamente per ritrovare ancora l’odore e ci riuscii facendoti sciogliere sui miei occhi, sul mio viso, sul mio pallore impadronito dal suono d’una Valduga che ogni tanto mi possiede: “… annegami e infine annientami. Addormentami e ancora entra… riprovami. Incoronami. Eternami. Inargentami”

Roma, Venerdì Santo, 2010 – Maria A. Listur

The Reasons to Drown

The last drops were dripping from my lips. I tried to relish the bitter but also sweet taste, I tried to trace the flavor of the last supper, too early I thought: it’ll be tasted by tomorrow’s visitor.
-Do you want to wash yourself? I asked you wetting my lips of you.
-Yes, I do. You answered a bit disgusted with your own semen on your stomach, oh God! Like it wasn’t yours.
-Well then I’ll wash myself too. I decided
-Do you do everything I do? You asked.
-Yes, I like to get warm with the flavor of the other. I replied
You went to the bathroom. I went to the bathroom. I laugh in front of the mirror and the scent like chlorine of your humours woke me from the joy of losing the sense of time.

I had an uncle who was a tramp. He was very rich, but he decided that he was going to live like a homeless to protest against my father lifestyle that was, according to him, exaggeratingly luxurious, presumptuous, elegant.He would return to sleep at my grandmother’s house, but would spend the day in the streets dressed like a bum. I said dressed or disguised because he was no bum…He used to urinate in the manhole of my grandmother’s front yard but never on the one in the back yard where our pets would go: The monkey, the ostrich, the south American parrots, the red-headed “Cardenales”, the turtle… He, my uncle, would urinate in the manhole of the front yard right in front of the house where it was impossible to avoid the smell that, in years later, I could sense in the streets of Paris and Rome, near the big train stations. He would do it to tease, wouldn’t use the toilet. He offended with his smell. He shocked us.He was living the trace. He was also the uncle who would bring all the cousins to drink alcoholic aperitifs when we were less than 10 years old. I was the only girl, He’d look at me with disgust and then would say:
-Y bueno… vení vení vos también a tomar el copetín (well all right, come, come along to have a drink)
And I would feel privileged every time to be seen by him among all those males and to be brought with him…I was the only female of the bum uncle…My cousins loved my uncle Tista (diminutive of Bautista) and I felt with admiration because my cousins admired him, but also he made me sick and pity.
He asked to see me right before his death. I was 22 and in Buenos Aires at the time. I went to visit him at a Public Hospital. He’d never accept to be hospitalized in a private clinic like the ones my father would go.
He looked at me and stretched his magnificent hands towards me; his fingers were devastated by filth, long nails, but still were preserving the pale skin and the elegance. He said:
-Disculpanos si nos hemos equivocado… Somos todos unos niños…(Excuse us if we have done things wrong… we are just kids…)

I came back to bed. You invited me to enter by opening the blankets with gentleness. Yet I could smell the scent of rose of the soap of your impeccable bathroom. I kissed you hoping to find a trace of us in your hair, on your face. Nothing. Everything smelled clean. I leaned on your shoulder and fell asleep. I woke up in the night overwhelmed by your taste in my mouth.
-Please, more… You said.
I inhaled deeply to regain once more the scent and succeeded by melting you on my eyes, on my face, on my paleness crept over by the sound of a Valduga that every now and then possesses me: “Drown me and annihilate me. Make me sleep and reenter… retry me. Crown me. Eternal me. Silver me.”

Rome, Good Friday, 2010 – Maria A.Listur

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