Liberare la vita/To Free Life

Lei e Lui salivano sulla scala che portava alle camere da letto. Lui era davanti a lei. Lei allungò la mano per sfiorare la spalla sinistra di lui e non si sa per quale fretta interna, lui accelerò il passo lasciando la mano di lei carezzare l’aria. Il braccio cadde velocemente e colpii il cuore del vuoto intorno. Lei guardò lo scalino che stava per salire, lui si girò dall’alto della scala per dirle:
-Stai invecchiando mia regina…
Lei sorrise. Lui andò nel bagno, lei verso la biblioteca. Poi, un tonfo sordo la fece recuperare tutti gli anni della giovinezza, aprire la porta uscire e dirigersi verso il bagno.

L’ultima volta che aveva visto Raul, un uomo di un talento artistico incommensurabile e anche il meno bello della sua vita, lui aveva quaranta quattro anni e lei ne aveva venti.
Raul era nella vasca e piangeva perché lei aveva deciso di partire. Diceva che non riusciva a condividere la sua vita con un uomo che aveva smesso di provare piacere di studiare, cambiare, provare. Lui non l’accompagnò nel volo, la lasciò piena di colpa, insicura, tremolante nel suo desiderio di ricerca costante.
Come si fa a non sostenere qualcuno che ancora non ha nemmeno un’idea sbagliata di cosa sia sostare nella vita?
Lei lo lasciò.
Dopo qualche anno la madre di lei andò a vederlo ad uno spettacolo e nel saluto nei camerini lui le chiese della figlia. La madre gli disse che era all’estero. Lui disse che desiderava contattarla, parlare con lei, ma non la chiamò mai.
Lei tornò in Argentina per vacanza all’età di quarant’anni e mentre la madre le serviva un tè le disse, in lacrime, che Raul era morto e che aveva avuto il tempo per dedicarle un pensiero scritto, una lettera. Lei aprii la lettera e dentro trovò una frase sola: ti ringrazio profondamente, ti saluto con un canto.
Quello stesso giorno lei andò a portare fiori sulla tomba di suo padre e come sempre, pianse. Durante il pianto si chiese perché dopo vent’anni fosse ancora accompagnata dal senso di colpa di aver lasciato Raul in mezzo al pianto.

Lui era steso sul pavimento del bagno. Lei cadde accanto a lui con tutti i suoi ottant’uno anni, gli prese la testa fra le mani per dirgli:
-Tesoro, non ti preoccupare è soltanto una crisi, respira amore, respira!
Lui non respirò. Non era una crisi come le altre. Sapeva che non doveva correre sulle scale ma si divertiva nel farlo. Se ne andò senza tenere conto di loro due, della solitudine di lei.
Lei gli diede un ultimo bacio pensando ad una frase di Antonio Porchia: “Ferisci e tornerai a ferire. Perché ferisci e ti fai da parte. Non accompagni la ferita.”
In quell’istante, soltanto allora, lei smise di sentire colpa per aver abbandonato Raul.

Roma, Lunedì dell’Angelo, 2010 – Maria A. Listur

To Free Life

She and he were climbing up the stairs that led to their bedroom. He was in front of her. She reached out her hand to touch lightly his left shoulder and for some incomprehensible inner hurry he sped up his pace letting her hand caressing the air. The arm fell quickly down and hit the heart of emptiness around. She looked at the step that she was about to climb, he turned from above to tell her:
-You are getting old my queen…
She smiled. He went to the bathroom, she went to the library. Then a dull thump made her regain all the years of her youth, open the door and rush towards the bath.

Last time she saw Raul, a man of incommensurable artistic talent and also the least handsome of her life, he was 44 and she was 20.
Raul was in the bathtub and was crying because she had decided to leave. She told him that she could not live with a man who had stopped feeling pleasure in studying, changing, trying. He did not accompany her to the flight, he left her full of guilt, insecure, shaking in her desire of continuous search.
How can you not support somebody who has not even a wrong idea of what means to stay in life?
She left him.
Few years later her mother went to see him at a play and when she went to greet him at the dressing room he asked of her. Her mother told him that she was abroad. He said that he wanted to get in touch with her, talk to her, but he never did.
She went back to Argentina for a vacation at the age of 40 and while her mother was serving tea said that Raul was dead and that he had time to dedicate to her a written thought, a letter. She opened it and found just a sentence: I thank you deeply, I want to say goodbye with a song.
That same day she went to her father’s grave to bring some flowers and as usual she cried. While she was weeping she asked herself why after all those years she still felt that sense of guilt towards Raul for leaving him while he was crying.

He lay on the bathroom floor. She fell right beside him with the weight of her 81 years, she grabbed his head to tell him:
-Darling it’s just another attack, don’t worry, breathe my love, breathe!
He did not breathe. It wasn’t another attack like the others. He knew he shouldn’t have to run on the stairs, but he enjoyed doing it. He left without thinking of them both, of her solitude.
She kissed him one last time thinking at an Antonio Porchia’s sentence: “Wound somebody and you’ll do it again. Because you wound and step aside. You don’t accompany the wounded.”
In that moment, only then, she stopped feeling guilty for abandoning Raul.

Rome, Good Friday, 2010 – Maria A. Listur

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