Il pane del bacio/The Bread of Kiss

Mi chiesero di intervistare una scrittrice di cento due anni. Accettai con allegria, e anche se quello che avevo letto di lei non mi era piaciuto, mi entusiasmava sapere d’una donna che aveva vissuto tanto tempo e che aveva viaggiato dappertutto. Arrivata a casa sua, in un piccolo paese del sud dell’Italia, trovai una donna delicatissima, piccola e bianca, una rosa. Il profumo di lei e della casa erano freschi, aperti. Alla fine dell’incontro e davanti all’operatore e al regista del servizio mi chiese d’aiutarla a servire il gelato di pistacchio. Mi alzai e le allungai la mano per facilitarle il movimento, lei prese la mia mano e me la lasciò soltanto libera quando eravamo già in cucina.
-Tu che sei alta, puoi passarmi quelle coppe di cristallo là in fondo? Mi chiese segnalando il luogo. Io allungai il braccio destro per prenderle e lei mi accarezzo il punto vita che si era scoperto nell’allungamento. Quando mi girai per passarle le coppe mi fece un piccolo segno con la mano per invitarmi ad avvicinarmi di più a lei e mi disse:
-Ti voglio dare un bacio.

Quando mia nonna aveva novanta anni, non aveva più denti, quando rideva sembrava un’eschimese bionda. Amava dar da mangiare delle bricioline di pane, dalle sue labbra, ai pappagallini sudamericani. Mentre lo faceva somigliava ad un albero pieno di uccellini. Tutti intorno a lei. Anche io provai più d’una volta a mettermi dei pezzettini di pane sulle labbra, ma gli uccellini non si avvicinavano mai. Mia nonna mi diceva:
-Non ce la puoi fare, hai i denti.
-E che significa? Ribadivo stuzzicata dalla mia impossibilità.
-Quando loro vedono i denti si allontanano, diventi pericolosa, che ne so… sentiranno che li vuoi mangiare… sarà un riflesso. Rispondeva tranquilla.
Siccome io insistevo spesso nell’imitarla, un giorno prese la sua dentiera – che detestava e non portava mai – mise delle briciole sulle sue labbra e come aveva detto, gli uccellini si avvicinarono senza mai arrivare alla sua bocca, trillavano intorno a lei senza toccarla. Immagino le stessero chiedendo del cibo cantando. Allora, lei mi guardò e mi disse:
-Vedi a cosa serve essere vecchie e sdentate? Le meraviglie della natura ti baciano la bocca, questa sì che è vita! E se mi metto la dentiera? Loro cantano! Questa sì che è arte!

La scrittrice di cento due anni mi baciò. La lasciai fare.
Quando abbiamo portato il gelato nel salotto avevamo tutte due un sorriso infantile. Io le chiesi se potevo farle ancora un’ultima domanda, lei annuì:
-Signora, col passare del tempo, secondo la sua esperienza, cosa resta?
-La scrittura.

Mentre viaggiavo verso Roma, ritornai più volte ad una frase di Fernando Pessoa:
“La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta.”

Roma, ombre di caldo, 2010 – Maria A. Listur

The Bread of Kiss

They asked me to interview an authoress of one hundred and two years old. I accepted with joy, and even though I didn’t like what I read of her, I was excited to meet a woman who had lived for so long and traveled far and wide. Arriving at her house, in a small town in southern Italy, I found a very delicate woman, small and white, a rose. The perfume of her and of her house was fresh, open. At the end of the interview and right in front of the operator and the director of the shooting, she asked me to help her serving the pistachio ice cream. I stood up and held out my hand to help her, she took my hand and let go of it only when we were already in the kitchen.
-Since you are so tall, could you get me the crystal bowls over there in the back? She asked me pointing toward the place they were. I stretched the right arm to take them and she caressed me on the waistline that got exposed due to the stretching. When I turned to pass her the bowls she made a small gesture with her hand to invite me to get more close to her and said:
-I want to kiss you.

When my grandmother was ninety years old, she didn’t have any more teeth, when she laughed she looked like a blond Eskimo. She loved to feed bits of bread, from her lips, to the South American parakeets. While she was doing it she looked like a tree full of birds. All around her. I tried more than once to put some pieces of bread on my lips, but the birds would never come close. My grandmother would say:
-You can’t do it, you’ve got teeth.
-What does that mean? I would reply provoked by my impossibility.
-When they see teeth the keep off, you become dangerous, I don’t know… They might feel you want to eat them… It might be a reflex. She would answer quietly.
Since I would often insist imitating her, one day she took her dentures – which she never put on because she hated it – put some bits of bread on the lips and as she said, the birds did get close to her but never reached her mouth, they chirped all around without touching her. I imagined they were asking for food singing. Then she looked at me and said:
-See what a toothless and old woman is good for? The wonders of nature kiss you on your mouth, this truly is life! And if I put my false teeth on? They sing! This truly is art!

The one hundred and two years old writer kissed me. I let her do it.
When we brought the ice cream back to the living room we both had a childish smile. I requested if could ask one last question, she nodded:
-Madame, with time passing by, according to your experience, what remains?
-Writing.

While traveling towards Rome, many times I thought about a Fernando Pessoa’s phrase:
“Literature, like art, is a confession that life is not enough.”

Rome, shadows of heat, 2010 – Maria A. Listur

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