Visibile/Visible

Mi chiese se avessi assistito un’altra pittrice. Dissi di no. Lei era la prima persona che assistevo in vita mia. Avevo poco più di vent’anni, non parlavo l’italiano, andai a lavorare da lei per pagarmi gli studi alla Dante Alighieri. Un giorno decisi di fare qualche schizzo approfittando dell’assenza della pittrice ma la pittrice tornò nello studio prima del dovuto e mi trovò a disegnare sul suo tavolo di lavoro!
-Cosa fai? Allora sei anche tu una pittrice… disse lei guardandomi con diffidenza. Non l’avevo scritto nella domanda di lavoro.
-Sì señora… Dissi io senza poter articolare una parola in italiano. Ero terrorizzata e non sapevo perché. Mi ero sentita una specie di ladra dello spazio.

Il primo ricordo che conservo della mia vita fuori età si svolge a cinque anni. Mio padre mi leggeva i miti greci come fossero fiabe, capii che non erano fiabe soltanto dopo molto tempo. Io parlavo di Zeus come le altre bambine della mia età parlavano di Cappuccetto Rosso. Poi, con gli anni, questa differenza diventò più abissale facendomi avanzare negli anni di scuola e negli studi stessi ma facendomi anche sembrare una che poteva memorizzare ogni cosa, aspetto per cui mio padre mostrava tutta la sua ammirazione, mia madre se ne serviva, le mie compagne di scuola mi invidiavano; mio fratello era obbligato da me a giocare “alla maestra e all’allievo” (gioco in cui io ero una maestra severissima e cattivissima e lui un povero cretino che finiva per buttare tutti i quaderni per terra dalla rabbia). Ho vissuto un’infanzia senza sapere che ero definita “bravissima” e grazie alla mia ignoranza sull’ammirazione degli adulti ho potuto fare del mio senso d’incompletezza una guida. Soltanto una volta volevo essere premiata. Avevo dieci anni e il mio anno di scuola era stato più che brillante, finivo tutto nei tempi che volevo per poi riuscire a mettermi a ballare o disegnare tutto quello che desideravo con dei voti che provocavano venerazione! Quell’anno alla premiazione delle migliori della scuola mio padre non assistete, lui non partecipava mai a queste manifestazioni, mia madre era arrabbiata con me perché le avevo risposto malamente a tavola quindi, non venne. Mi trovai insieme ad altre cinquecento allieve che si godevano la festa mano nella mano coi genitori. I miei voti erano i più alti di tutta la scuola e, nella mia fierezza, questo faceva diventare irrilevante la mia solitudine. Quando si annunciò il primo premio sapevo che avrei dovuto alzarmi di lì a poco invece il nome annunciato fu quello d’una brava bambina che però non era la migliore della scuola. Restai di gelo, guardai la mia maestra che abbassò lo sguardo senza dire niente, allora mi alzai e andai direttamente ad aspettare la fine della premiazione dietro la madre superiora che la coordinava. Finita la festa, mi avvicinai a lei per chiederle:
-Madre e il mio premio? Lei rispose beata carezzandomi il viso:
-Sei troppo brava e non ti costa mai niente di quello che fai quindi non ti servono i premi, i premi vanno dati a chi fa fatica. Poi se vieni in direzione ti do una medaglia dei ricordi. Sì?
Non sono mai andata in direzione.

-Capisco cara che la tentazione di dipingere sia grande ma ora dovresti pulire il pavimento perché tra gli acrilici e l’olio si sono create delle montagne di sporco… Disse la pittrice andandosi a sedere nell’angolo della stanza. Io presi una spatola ed incominciai ad alzare le colline di pitture attaccate al suolo. Mentre le staccavo pensavo che sarebbero diventate un quadro materico. Questa visione mi fece pulire il pavimento come fosse uno specchio.
-Sei brava… si complimentò la pittrice mentre io, in ginocchio, pulivo sotto il tavolo.
-Grazie signora, riuscì ad articolare in italo spagnolo… Quando finii, raccolsi tutto in una bustina e me la portai a casa. Quella notte e per tutte le notti di quella settimana lavorai quella materia con una specie di gesso. Il nome dell’opera fu “Trasformazione”. Quando la finii, gliela regalai alla pittrice insieme ad una frase di Kahlil Gibran: “Il lavoro che svolgiamo nella vita rappresenta l’amore che c’è in noi, reso visibile”.

Roma, notte di fresco calore, 2010 – Maria A. Listur

Visible

She asked if I had ever assisted another painter before. I said no. She was the first person that I had ever assisted in my life. I was just over twenty years old, did not speak Italian, I went to work for her to pay my studies at the Dante Alighieri’ school . One day, I decided to draw something taking advantage that the paintress wasn’t there, but she came back in her studio before I thought and found me drawing on her desk work!
-What are you doing? So you are a paintress too… She said looking at me with distrust. I didn’t write it in my job resume!
-Sì señora… I replied without being able to say a word in Italian. I was terrorized and did not know why. I felt a sort of thief of the space.

The first reminiscence of my life is when I was five. My father used to read me Greek myths like they were fairy tales, I understood that they weren’t so only many years later. I used to talk about Zeus like other girls of my age would talk about Little Red Riding Hood. Then, in years, this difference became broader making me progress in school years and in studies too, also making me look like one who could memorize anything, something which my father would really show his admiration for, my mother would use, my school mates envied; my brother was obliged to play “teacher and student” (a game in which I was a very strict and mean teacher and he was a poor dumb who would end up throwing all the notebooks on the ground in rage). I lived my life without knowing that I was defined “very good” and thanks to my ignorance about the admiration of the adults I could make a guide of that sense of incompleteness. Only once I wanted to be rewarded. I was ten and my year had been more than brilliant, I could finished everything in times that I decided in order to dance or draw whatever I wanted to, with grades that everybody were admiring! That year at the best students awards ceremony in my school my father didn’t attend, he would never participate to these events, my mother was angry at me because I had answered rudely to her while at the dining table, therefore she didn’t come either. I found myself with other 500 girls who were enjoying the party hands in hands with their parents. My scores were the highest of the whole school and, in my pride, this was making irrelevant the solitude. When the first price was announced I knew that I had to stand in few moments, but the name announced was of a girl who was good but not the best of the school. I froze, look at my teacher who lowered her eyes without saying a word, therefore I stood up and went directly to wait for the end of the award ceremony behind the Mother Superior who was coordinating. When it was over, I went close to her to ask:
-Mother what about my prize? She, blessed, answered caressing my face:
-You are too good and it never costs you any effort when you achieve what you do so you don’t need any prize, prizes are for those who make efforts. If you come later in my office I’ll give you a memory medal. Ok?
I never went to her office.

– I understand that the temptation of drawing is big, but you should clean the floor because due to the acrylics and the oils there are mountains of dirt… The paintress said it while going to sit at the corner of the room. I took a spatula and started to lift the hills of paint attached to the floor. While taking them off I thought they would become a physical painting. This vision made me clean the floor like it was a mirror.
-You are good… The paintress said while I, on my knees, was cleaning under the table.
-Thank you Madam, I could articulate in Italian-Spanish… When I finished, I put everything in a small plastic bag and brought it home. That night and for all the other nights of that week, I worked with that material adding a sort of plaster. The name of the work was “Transformation”. When I finished it, I gave it to the paintress with a sentence of Kahlil Gibran: “The work we carry out in our life represents the love in us, made visible”.

Rome, a night of fresh heat, 2010 – Maria A. Listur

Le mie vite/My lives

Mi addormentavo piangendo e mi svegliavo piangendo. Una notte in mezzo al pianto fui svegliata da mia madre ai piedi del letto. Lei disse:
-Se continuerai a piangere, chiamerò tuo padre.
Alla fine della parola padre, mio padre si presentò davanti ai miei occhi che credevo chiusi nel sogno ma che per la mia sorpresa erano aperti. Cercai la luce disperatamente, la trovai e continuai a vedere mio padre davanti a me per poi sfumare dentro le pareti.
-No, no, no… Questo è un fenomeno neurologico, non è vero, sto diventando pazza…

Aveva sei anni quando incominciò a vedere dei bambini che camminavano senza toccare la terra. Lei parlava con loro e tutti in torno le dicevano di smettere perché sembrava folle. Soltanto la zia Pierina la lasciava parlare tranquillamente perché sentiva che la bambina diventava luminosa, serena e tutta la casa si riempiva di luce.
Con gli anni riuscì a controllarsi davanti alla gente che la guardava con curiosità o con la parte della famiglia che sentiva vergogna del suo vivere tra un mondo e l’altro. Lei viveva tra i vivi e i morti. Riusciva a dare dei messaggi agli uni e agli altri. Riusciva anche a giocare con i bambini della sua età e più tardi ad accompagnarli nel cambiamento di vita.
Un giorno, un signore molto impiccione, le chiese:
-Ma tu, non hai paura della morte?
-Ma quale morte signore…? La morte è una fantasia di quelli che stanno coi piedi per terra! Quello che per voi è morte, per loro è soltanto alleggerire il peso… Rispose lei tutta allegra.
-Allora perché dici che li aiuti? La provocò lui.
-Perché qualche volta non è facile partire senza bagaglio… Non è facile per tutti fidarsi, accettare che tutto quello che ti serve ce l’hai già.
Lui non tornò più a curiosare. Lei continuò ad aiutare la nostra vita a illuminarsi nella leggerezza.
Non conosco nessuno con le sue visioni ma, quelle che di lei mi sono arrivate, mi hanno sollevato la vita dall’eccesso di materia.

Mi alzai nel cuore della notte cercando di convincermi che si trattava di un sogno. Provai a mentire a me stessa:
-Mia madre non poteva stare ai piedi del mio letto, mio padre è morto ed io sono talmente angosciata che li ho chiamati con l’immaginazione per sentirmi protetta, io sto male! Male ma male male!! L’ossessione del pensiero di follia fu interrotto dal telefono. Era mia madre. Lei non chiama mai.
-Vorrei sapere come stai. Non riesco a sopportare l’idea della tua sofferenza. Mi dispiace. Ti amo anche se non ti ho mai capita… Disse con un filo di voce mentre piangeva.
-In questo momento… bene… mamma. Risposi sentendo un ponte tra lei e me che non avevo mai percepito.
-Allora buonanotte amore, attacco perché altrimenti pago una fortuna di telefono!
Da quella volta il suo modo veloce di concludere una telefonata e la sua preoccupazione per la spesa telefonica non mi danno più fastidio e nemmeno il fatto che non mi chiami mai.
Tornai al letto e nel momento in cui il sonno chiuse i miei occhi asciutti, si amplificarono le parole di Antonio Porchia: “Isole, ponti, ali: le mie tre vite separate. Le mie tre morti unite.”

Roma, all’inizio del caldo, 2010 – Maria A. Listur

My lives

I used to fall asleep crying and wake up crying. One night while crying I was waken by my mother at the foot of my bed. She said:
-If you keep crying, I’ll call your father.
At the end of the word ‘father’, my father appeared in front of my eyes that I thought were closed in the dream but to my surprise were open. I desperately look for the night-light, I found it and kept seeing my father in front of me and then he disappeared in the walls.
-No, no, no… This is a neurological phenomenon, it is not true, I’m getting crazy…

She was six when she started seeing kids who were walking without touching the ground. She used to talk to them and all the people around her were telling her to stop because she looked crazy. Only her aunt Pierina let her talk peacefully because she felt that the girl became luminous, serene and the whole house would fill with light.
In years she learned how to control herself in front of people who would look at her with curiosity or with that part of the family who felt shame for her living between one world and the other. She lived between the living and the dead. She could give messages to the ones and the others. She could also play with kids of her age and later accompany them in the shifting of life.
One day, a meddler, asked:
-Aren’t you afraid of death?
-What death sir? Death is a fantasy of those who have their feet on the ground! Whatever is death to you, for them is only to get lighter in weight… She answered happy.
-Then why do you say you help them? He provoked her.
-Because sometimes is not easy to leave without any luggage… Is not easy for everyone to trust, to accept that whatever you need you already have it.
He stopped being inquisitive. She kept helping our life to become more luminous in lightness.
I don’t know anybody with her visions but, those one that I heard, have lifted my life from the excess of matter.

I woke up in the middle of the night trying to convince myself that it was a dream. I tried to lie to myself:
-My mother could not be standing at the foot of my bed, my father is dead and I am so distressed that I have called them with my imagination to feel protected, I am sick! Sick, so sick!! The obsession of the thought of craziness was interrupted by the telephone. It was my mother. She never calls.
-I would like to know how are you. I can’t bear the idea of your suffering. I’m sorry. I love you even though I’ve never understood you… She said with a feeble voice while crying.
-Right now… I am fine… mom. I replied feeling a bridge between her and me that I’ve never felt before.
-Well then goodnight love, I’m hanging up otherwise it’s going to cost me a lot!
From then on, her quick way to end a phone call and her worries for telephone expenses do not bother me anymore and not even the fact that she never calls.
I went back to bed and right when the sleepiness closed my dried eyes, the words of Antonio Porchia broaden in me: “Islands, bridges, wings: My three separate lives. My three death united.”

Rome, in the beginning of the heat, 2010 – Maria A. Listur

Illuminata/Enlightened

E’ una delle donne che considero più curiose. L’ultima volta che l’incontrai era molto triste e sembrava interrotta, invece, quando salì le scale per raggiungermi nella libreria Edison di Firenze mi sorprese con un sorriso e con una fioritura che partiva dal centro del suo petto. La baciai chiedendole:
-Cosa è successo di meraviglioso?
-Sono innamorata! Rispose con un sorriso che mi faceva desiderare di baciarla sui denti di cioccolata bianca.
-Che bello tesoro, ma che bello! E chi è? Chiesi felice per lei, per me, per mia mamma e per mia nonna.
-Gesù.

Avevo undici anni quando incominciai a diventare una specie di scultura. Ero alta, magra, biancorossa, veloce. Andavo a scuola dalle monache, ero accettata soltanto perché i miei avevano un grande potere economico, altrimenti, non avrebbero mai permesso che non giocassi mai con le mie compagne, che cercassi sempre di stare da sola, che facessi infinite domande sull’amore tra uomo e donna, che dicessi che le regole della chiesa rispetto ai divorzi erano qualcosa che contrastava con l’idea dell’amore. Avevo undici anni invecchiati a forza di vivere in una famiglia senza tempo. Avevo il sederino d’una danzatrice e sotto la mia uniforme della scuola: camicia bianca sotto vestito blu e cravatta blu, calze blu con scarpe nere, s’intuivano i piccoli seni che mio fratello chiamava “i campanelli”. Così vestita, sono stata obbligata a confessarmi, avevo chiesto alla mia maestra monaca cosa fossero i preservativi, pensavo si trattasse d’un vasetto per qualche analisi che non conoscevo. Arrivai nella casupola delle confessioni di Don Luigi, stavo per inginocchiarmi quando lui spostò la tendina rossa della parte superiore della porta di legno e aprì la parte inferiore invitandomi ad entrare con un gesto. Poi disse:
-Vieni qua preziosa, di fronte a me.
Io m’avvicinai e lui aprì le gambe coperte da un vestitino bianco che lo faceva sembrare una madonna.
-Allora, cosa mi dici? Chiese mentre mi prendeva dal punto vita, mi avvicinava a lui tra le sue gambe e mi carezzava con tranquillità la parte bassa della schiena.
-Padre ho peccato.
-Vuoi dirmi cosa hai fatto?
Io in quel momento dimenticai la parola.
-Padre, ho chiesto cosa fosse qualcosa che non ricordo, eh… un proscritto, no padre, un presbitero, un … non ricordo non ricordo… Dissi scoppiando in lacrime.
Lui mi portò verso sé abbracciandomi con tanto calore, m’invitava a calmarmi, io piangevo disperata e lui mi massaggiava la schiena e mi teneva stretta a sé. Dopo un po’ mi lasciò andare dicendomi:
-Torna a classe tesoro. Domani ti ricorderai la parola e quando la ricorderai puoi venire a trovarmi alla sacrestia. Va bene?
Me ne andai asciugandomi le lacrime con le maniche della camicia bianca e con uno strano odore di muffa nel naso. Quando ricordai la parola “preservativo” non andai alla sacrestia, andai dalla mia tata preferita, Pirucha, che tutti dicevano che era una strega. Lei mi disse:
-Preservativo? Ah sì! So cosa significa… è una cosa che si mette nei biscotti per evitare che si rovinino…

La mia amica curiosa disse “Gesù” con una tale naturalezza che non mi permise di ridere a crepapelle. Allora domandai cercando la serietà nel respiro:
-Gesù… Gesù?
-Sì, Gesù! Rispose senza esitare, poi, interrupe il silenzio aggiungendo:
-Lui va nelle piazze vestito come Gesù e regala alla gente delle poesie dove esprime la necessità di creare un mondo d’amore, rispetto, collaborazione, sostegno e pace… Gesuuuu… Allungò la u per accentuare la sua certezza.
-Ah… Dissi io sollevata.
Poi lei mi raccontò di questo uomo illuminato che aveva avuto la fortuna d’incontrare e io, grazie al suo entusiasmo, lasciai da parte ogni pregiudizio. Mi lasciai illuminare dal miracolo della sua rinascita e immaginai lei come una Maddalena moderna: tacchi a spillo, gambe toniche, vestito di chiffon bordeaux, capelli neri al vento. Erotica e santa!
Camminai verso la mia nuova casa ricordando le parole di Antonio Porchia: “Un poco d’ingenuità non mi lascia mai. Ed è lei che mi protegge”.

Roma, la pioggia ci sta abbandonando? – 2010 – Maria A. Listur

Enlightened

She is one of those women that I consider mostly peculiar. Last time I met her she was very sad and seemed interrupted, but when she climbed up the stairs to join me at the Edison library in Florence she surprised me with a smile and a flourishing blooming from the center of her breast. I kissed her asking:
-What happened?
-I’m in love! She replied with a smile that made me want to kiss her on her white chocolate teeth.
-That’s beautiful honey, so nice! Who is he? I asked her very happy for her, for me, for my mother, for my grandmother.
-Jesus.

I was eleven when I started to become a sort of sculpture. I was tall, thin, red and white, fast. I attended a school run by nuns, I was accepted only because my parents had a big economical power, otherwise they’d never allowed that I never wanted to play with my class mates, that I always wanted to be alone, that I made infinite questions about man and woman’s love, that I said that the church rules concerning divorce were something that was up against the idea of love. I was forced to age my eleven years in a timeless family. I had the little back of a dancer and underneath the uniform of my school: white shirt blue dress and blue tie, blue stockings and black shoes, small breasts could be perceived that my brother used to call “the bells”.
Dressed in that way I was obliged to confess, I had asked my nun teacher what was a prophylactic, I thought it was a small vase to make some sort of analysis that I didn’t know. I went to the confessional boot of Father Luigi, I was about to kneel when he moved the red curtain of the superior part of the wooden door and opened the lower part inviting me to enter with a gesture. Then he said:
-Come here Precious, in front of me.
I went closer and he opened his legs covered with a white dress that made him look like a Virgin Mary.
-So what do you want to tell me? He asked while grabbing me on my waistline, getting me closer between his legs and calmly caressing the lower part of my back.
-Father I’ve sinned.
-Do you want to tell me what did you do?
I, in that moment, forgot the word.
-Father, I asked what was something that I don’t remember, uhm… a prescript, no Father, a Presbyteries, a… I don’t remember I don’t…I said bursting in tears.
He brought me closer to him embracing me with a lot of warmness, he was inviting me to calm down, I was crying desperately and he was massaging my back and holding me tight. After a while he let me go saying:
-Go back to class honey, tomorrow you will remember the word and when you do you can come visit me at the sacristy. Alright?
I left wiping my tears with the sleeves of my white shirt and with a strange smell of mold in my nose. When I remembered the word “prophylactic” I did not go to the sacristy, I went to my favorite nanny, Pirucha, that everyone thought was a witch. She told me:
-Prophylactic? Oh yes! I know what it means…it’s something you put in cookies to avoid letting them rot…

My peculiar friend said Jesus so naturally that I could not burst out in laugh. So I asked her trying to find seriousness in my breath:
-Jesus…Jesus?
-Yes, Jesus! She replied with no hesitation, then, interrupted her silence adding:
He goes in squares dressed up like Jesus and gives to people some poems where he expresses the necessity of creating a world of love, respect, collaboration, support and peace… Jesuuuuus…She exaggerated the u to stress her certainty.
-Ah…I said relieved.
The she told me of this enlightened man that she have had the luck to meet and I, thanks to her enthusiasm, put every prejudice aside. I let her enlighten me with the miracle of her rebirth and imagined her like a modern Magdalene: Stilettos, well toned legs, a chiffon bordeaux dress, black hair blowing in the wind. Erotic and saint!
I walked towards my new house remembering the words of Antonio Porchia: “A little ingenuity never leaves me. And it’s her that protects me!”.

Rome, It’s the rain abandoning us? – 2010 – Maria A. Listur

Il giorno del gigante/The Day of The Giant

A E.B.T.

Ho un gigante che cammina per casa. Lui ha la schiena dritta che cade a piombo e che rimembra la forza dei titani. Ha attraversato il mondo per raggiungermi. Ho attraversato tante vite per rimanere in vita. Lo guardo da tutte le prospettive possibili perché quelle impossibili le ho già provate, la distanza ci ha insegnato a incontrarci dove si pensa che incontrarsi non sia possibile.
Mi alzo presto, l’alba regala ai miei gesti l’inizio della luce. Sveglio il gigante, deve leggere.
-Buon compleanno amore, gli dico dopo averlo guardato dormire nella meraviglia di sentirlo sereno.
Apre gli occhi e in silenzio allunga le sue mani delicate, prende le mie, le bacia.

Aveva quindici anni. Un’amica le aveva detto che un suo amico aveva piacere d’incontrarla. La madre acconsentì dicendo che doveva telefonare e che poteva venire a prendere un tè con loro la domenica. In Argentina era la festa del papa. Il padre non c’era. Suonò il campanello e vennero ad annunciarle che un signore l’aspettava. Andò nella sala dove incontrò un uomo alto, con gli occhi più verdi che avesse mai visto, le mani più belle del mondo, il portamento di quelli che da lì in poi avrebbe chiamato: i giganti.
Si sono innamorati come un fiore s’innamora della terra che lo fa crescere.
Dopo un po’ di tempo lei le disse:
-Voglio avere un bambino. Deve essere ora. Poi non potrò più averne.
-Va benissimo. Si fa ora. Rispose lui abbracciandola con la potenza e la tenerezza che il loro figlio porta in ogni gesto.
Un giorno fu lui a volere altri bambini e le disse:
-Allora ne avremo dieci!
-No, rispose lei, appoggiando la mano sul piccolo che dormiva accanto.
Furono inutili le spiegazioni sul senso di totalità che lei provava, sul desiderio di condivisione nella semplicità. Il gigante voleva di più.
Lei se ne andò con suo figlio, i suoi libri e il bastone del padre.
Le ombre caddero sulla sua vita, le sue forze furono messe a prova, la terra che la conteneva la spingeva fuori come un vulcano spinge la sua lava. Il gigante si trasformò in un titano capace di creare tempeste di distanza e dolore, di potere e limite ma niente ha mai potuto allontanarla dalla certezza che, quella notte in cui lei sentii scivolare il seme di gigante nel suo corpo, è stata l’alba della sua anima.

-Buon compleanno anche a te mamma… quando sono nato io è anche nata una mamma… Risponde il gigante cercando di alzarsi per andare verso il computer e la frutta che gli lascio sulla scrivania.
-Grazie mio cielo. Rispondo abbracciandolo. Torno in cucina. Sento la mia schiena dritta, a piombo. Ringrazio silenziosamente per ogni millimetro del percorso e mi sento attraversare da una nuova appartenenza. Il pensiero di Walter Pater canta nelle mie cellule: «Il successo nella vita è bruciare sempre, di continua passione, mantenendo questa estasi».

Roma, il sole gioca a nascondino, 16 Maggio 2010 – Maria A Listur

The Day of The Giant

I’ve got a giant that walks in my house. He has a straight back in plumb, which resembles the strength of the titans. He has crossed the world to reach me. I have crossed many lives to remain alive. I watch him under all the possible perspectives, because I’ve already tried the impossible ones, distance has taught us to meet where it is thought not possible.
I wake up early, the dawn gives to my gestures the beginning of light. I wake the giant, he has to read.
-Happy birthday my love, I tell him after watching him sleeping in the wonder of sensing him serene.
He opens his eyes in silence he stretches his delicate hands, takes mine, kisses them.

She was fifteen. A friend told her that a male friend of her wanted to meet her. Her mother agreed saying that he had to phone and had to come to drink a cup of tea with them on Sunday. In Argentina it was father’s day. The father wasn’t there. The bell rang and they came to tell her that a man was waiting for her. She went to a room where she met a tall man, with the greenest eyes she had ever seen, the most beautiful hands in the world, the posture of those that from that moment on she would call: the giants.
They fell in love like a flower fells for the soil that makes it grow.
After a while she said:
-I want a baby. It has to be now. Afterwards I won’t be able to have others.
-It’s all right. Let’s do it now. He answered hugging her with the strength and the tenderness that their son carries in each gesture.
One day, he was the one who wanted other babies and told her:
-Let’s have ten more!
-No, she replied, laying her hand on the little baby sleeping aside.
The explanations about the feeling of totality that she felt, about the desire of sharing in the simplicity were useless. The giant wanted more.
She left with her child, her books, her father’s cane.
Shadows fell on her life, her strengths were tested, the earth that was holding her was also pushing her out like the volcano pushes its lava. The giant transformed into a titan capable of creating distance and pain, power ant limit but nothing could ever move her away from the certainty that, in that night when she felt the semen of the giant sliding in her body, it was the dawn of her soul.

-Happy birthday to you too mom… when I was born a mother was also born… Answered the giant trying to wake up to go towards the computer and the fruits that I have left him on the writing desk.
-Thank you my love. I answer hugging him. I go back to the kitchen. I can feel my straight back, in plumb.
I thank quietly for every millimeter of the path and I feel traversed by a new affiliation. The thought of Walter Pater sings in my cells: “Success in life is to burn always, of continuous passion, keeping this ecstasy”.

Rome, The sun plays hide and seek, 16th of May 2010 – Maria A. Listur

Come girasoli/Like Sunflowers

A Daniela R.

La prima volta che la vidi era dietro il negozio di suo padre a pulire dei cristalli. Apparvi per frenare le critiche tecniche di lui. Lei ebbe compassione dei miei occhiali. Li prese come fossero delle mani ferite, li curò, me li ridiede con gentilezza senza far notare il suo imbarazzo.
Con gli anni ricordò l’episodio:
-Scusa per quella volta con papà… Era così.
-Sì. E’ stato così e anche quello che mi diceva che profumavo di rosa… Risposi ricca della nostra intimità.
Il padre e la figlia curarono i miei occhi e quelli di mio figlio, quelli delle amiche amate e degli amori. Loro non seppero mai quale dono diedero alla vita che incomincio a riconoscere.

Portavo pantaloni rossi, i gas lacrimogeni mi fecero cadere di colpo davanti alla Plaza de Mayo. Protestavamo come fosse un momento prima del processo militare, come fosse possibile accendere un nuovo fuoco da ceneri spente. Io caddi, caddi senza potermi rialzare per molto tempo.
Persi ogni cosa. Persi soprattutto tanto tempo dell’esperienza d’amore più intensa della mia vita: persi la vita quotidiana di mio figlio.
Nella distanza, mi appoggiai all’arte per costruire un ponte di comunicazione. Ho creduto e continuo a credere che sia possibile un luogo dell’arte dove la musica, il movimento, le espressioni creative possano curare, riunire, riconciliare, sanare.
Sento ancora i gas negli occhi e le mani degli amici che mi prendono cercando di sollevarmi. La gente grida, protesta, crede. Io inginocchiata a terra sento l’umidità di Buenos Aires attraversarmi senza frontiere. Provo ad alzarmi. Non vedo. Una nuvola di fumo accompagnerà, fino alla mia partenza, i miei occhi irrigiditi dalle grida.
Dopo qualche anno, già in Europa, incomincerò a lavorare delle tecniche per decontrarre la mia “visione”. Riuscirò a migliorare la convergenza. Curerò uno dei traumi avuti nell’infanzia ma non quello dei gas: non vedrò mai più bene dal occhio destro, continuerò ad avere una piccola contrazione muscolare che me lo farà chiudere leggermente, mentre rido. Una parte del mio viso riderà, l’altra conserverà un dolore.
Con gli anni sono riuscita trasformare il dolore in accettazione della ferita, tutto grazie al canto.
Soltanto cantando mi rialzo ancora tra la gente, le urla d’impotenza diventano gioia e tutti quelli che sparirono senza fumo riappaiono grazie al suono.
Ora vedo grazie all’ascolto.

Tempo fa, lei mi regalò degli occhiali antichi del padre insieme a delle salviette di lino della madre. La commozione mi fece piegare la testa invasa dalle lacrime. Immaginai le sue mani che mentre mettevano in ordine la casa vuota dei genitori avevano il tempo di pensare a me, ai miei gusti, al regalo che mi avrebbe fatto tanto piacere e fu allora la rividi, dietro il padre immenso, mettere a posto i miei occhialini teatrali ridandomeli puliti, salvati e lucidi.
Rimembrai le parole di Eugenio Montale per chiederle con lo sguardo: “Portami tu la pianta che conduce / dove sorgono bionde trasparenze / e vapora la vita quale essenza; / portami il girasole impazzito di luce.”

Roma, torna il caldo della primavera piovosa, 2010-Maria A. Listur

Like Sunflowers
To Daniela R.

The first time I saw her she was in the back of her father’s shop cleaning some crystals. I appeared just to stop her father’s technical criticism. She felt sorry for my glasses, she took them like they were wounded hands, cured them, kindly gave them back to me without making me notice her embarrassment.
Years later she remembered that episode:
-Sorry for Dad, that time…He was like that.
-Yes. He was like that and also the one who told me that I smelled like roses…I answered enriched by our intimacy.
Father and daughter cured my eyes and my son’s eyes too, the eyes of the beloved female friends and of their lovers. They never knew what kind of present they made to the life I am starting to recognize.

I had red trousers, the tear gas made me suddenly drop on the ground in front of the Plaza De Mayo. We were protesting like if it was right before the military process, like if it was possible to start a fire again from extinguished ashes. I fell, fell without being able to stand up for long time.
I had lost everything. I had lost, above all, most of the time of the most powerful love experience of my life: I had lost my day by day life of my son.
In the distance, I leaned on art to build a bridge of communication. I believed and still believe that it is possible a place where music, movement, the creative expressions can cure, rejoin, reconcile, heal.
I still feel the gas in my eyes and the hands of my friends trying to lift me up. People are screaming, protesting, believing. I, kneeled on the ground, feel the humidity of Buenos Aires flow through me with no barriers. I try to stand up. I can’t see. A cloud of smoke will accompany, until my departure, my eyes stiffened by the screams.
Few years later, already in Europe, I started to work on some techniques to relax my “vision”. I could improve my convergence. I Cured the traumas I had in my childhood but couldn’t do it with that gas: I will never see well from my right eye, I will always have a small muscular contraction which will make me close it a little when I laugh. A part of my face will laugh, the other one will preserve pain.
In years I could transform the pain in acceptation of the wound, everything thanks to the singing.
Only when singing, I stand up again among people, the screams of impotence become joy and all those who disappeared with no smoke reappear thanks to the sound.
Now I can see thanks to the listening.

A short while ago she presented me some antique spectacles of her father together with some linen tissues of her mother. The emotion made me bow my head flooded by tears. I imagined her hands that while she was clearing up her parents’ empty house had time to think about me, my tastes, a present that I would really enjoy and in that moment I saw her , behind the huge father, fixing my small theatre spectacles giving them back to me cleaned, saved and polished.
I remembered the words of Eugenio Montale to ask her with my glance : “Bring me the plant which takes / where blond transparencies raise / and vaporize life like an essence; / bring me the sunflower crazed by light.”

Rome, the heat from the rainy spring is back, 2010-Maria A. Listur

La gioia dei fuori tempo/The Joy of The Out of Times

Si sono incontrati quando per lei tutto era già fatto, marito, figli e anche prestigio accompagnato da denaro. Lui incominciava la strada che lei aveva percorso qualche decade prima. Lei sostenne il salto di lui come lo può fare soltanto chi sa quanto costa andarsene quando il cuore guarda indietro. Lei disse piangendo:
-Ricordati del profumo.
Lui aveva gli occhi tristi di chi ha salutato tante volte altre persone care, ma riuscì a trovare le parole solide dell’uomo generoso che era diventato:
-Tu ci sarai. Ovunque. Sei sempre la donna dei fiori.

Alla morte del padre, le figlie, andarono nel loro ufficio a pulire e riordinare tutto. Tra le sue cose trovarono un bellissimo reggiseno. Sobbalzarono. Impaurite lo portarono a casa della loro madre e lo tennero nascosto fino al tempo in cui la madre smise di piangere ogni mattina.
Finalmente un giorno glielo mostrarono, spiegandole con dolore, che non potevano nasconderlo. Anche per loro, il ritrovamento, era stato molto sgradevole.
La madre rispose ridendo, rise fragorosamente, poi spiegò:
-E’ mio, quello della prima uscita al cinematografo con vostro padre. Guardate bene nell’imbottitura. Troverete un biglietto.
Era vero. Il biglietto c’era, proprio tra la seta esterna ed il cotone.
Lei continuò:
-Al cinematografo si andava con la madre e le madri controllavano, non ci potevamo toccare, nemmeno guardare troppo, quindi, in un momento andai in bagno mi tolsi il reggiseno e glielo misi dentro la tasca della giacca. Come vedete, l’ha conservato per tutta la vita. Siete nate voi, i nipoti, i pronipoti e lui ha tenuto il mio reggiseno…
La madre riprese il reggiseno e uscì dalla stanza, sentì nel cuore la gioia dei suoi diciotto anni e nei seni la mancanza di chi non li accarezzerà mai più. Andò in camera, annusò il suo reggiseno, sorrise ricordando il passaggio alla tasca del giovane avvocato che sarebbe diventato il suo sposo e in quel preciso istante scoprì che l’amore si riconosce soltanto alla fine.

Lui partì. Lei rimase nella città dove vissero d’ombra. Lui si portò per sempre l’ombra degli occhi di lei nella tasca interna d’ogni giacca.
Quando penso a loro, al loro incontro, risuonano in me le parole di Marcel Proust:
“Gli unici paradisi possibili, sono quelli che abbiamo perduto”.

Roma, notte profonda di primavera, 2010-Maria A. Listur

The Joy of the Out of Times

They met when everything was already achieved, a husband, kids and a certain prestige accompanied by money. He was starting to walk the path that she had already gone a decade before. She supported his leap like only one person who knows how much it costs when your heart looks back can.
She said crying:
-Remember the perfume.
He had the sad eyes of a person who had to say goodbye many times before to other beloved persons, but he could find the solid words of the generous man he had become:
-You will be there. Everywhere. You will always be the woman of the flowers.

When their father died, the daughters went to his office to clean and sort everything out. Among his belongings they found a beautiful brassiere. Their heart leapt. Scared, they brought it to their mother’s house and they hid it until the time in which their mother ceased crying every morning.
One day they finally showed it to her, explaining with sorrow that they could not hide it anymore. The discovery had been very unpleasant for them too.
The mother answered laughing, very loudly, then explained:
-It’s mine; it’s the one of my first date at the movies with your dad. Look inside the padding, you’ll find a note.
It was true. The note was there, right between the outside silk and the cotton.
She continued:
-We were used to go at the movies with our own mothers and they were there to control us, we could not touch or look at each other too much, therefore, once I went to the toilet took off my brassiere and hid it in the pocket of his jacket. As you can see he conserved it for his whole life. You were born; the nephews, the grandnephews and he always kept the bra…
The mother took the brassiere and left the room, she felt the heart full of the joy of her eighteen years and in her breasts the lack of not being touched ever again. She went to her room, sniffed her brassiere, smiled remembering the passage in the pocket of that young lawyer who was going to be her spouse and in that precise moment she understood that love is revealed only in the end.

He left. She remained in the city where they had lived of their shadow. He always brought with him the shadow of her eyes in each inside pocket of his jackets.
When I think about them, about their encounter, the words of Marcel Proust resound in me:
“The only possible paradises are the one we’ve lost”.

Rome, a deep night of spring, 2010-Maria A. Listur

La generosità dell’inganno/The Generosity of the Betrayal

Mi disse:
-Non ti farò violenza. Ti darò ogni cosa e niente: il mio libro preferito, la mia mano nascosta in ogni lacrima; due sorrisi: quando arriverai e quando te ne andrai, il nulla del passato, il tutto del futuro, il presente, un bacio sempre unico, il mio collo nel tuo abbraccio, sentimenti supplementari…
Mi abbandonai all’esperienza di credere nella possibilità di ricevere tutto.
Lasciai che il sogno d’amore piantasse in me i semi della bellezza che sento probabile.

Mio padre entrava ed usciva di casa quando lo desiderava, quando poteva, come voleva. Arrivava sempre all’alba, mi svegliava con un libro sul letto; poi, una colazione sempre diversa, il tradimento alla scuola, un pranzo tra cristalli, porcellane e candele, un pomeriggio di letture, un abbandono all’ora del riposo pomeridiano; infine, una cena tra tanti amici nei luoghi della sua musica, del suo teatro o di quello che riteneva più interessante per me.
Mio padre mi ha donato l’immagine d’un uomo epicureo. Curava ogni relazione, con il mondo animato e con quello che crediamo inanimato, con il visibile e con l’invisibile. Mi toglieva il mal di gola carezzandomi i polsi, m’insegnò ad avere memoria giocando a carte e leggendo poesie, mi avvicinò alla filosofia attraverso l’arte dell’eleganza. Fu il mio primo tango affidandomi un paio di scarpe col tacco e dicendo:
-Siccome sei un cigno, fatti crescere le ali anche ai piedi…
Mio padre se ne andò dalla vita visibile e materiale quando avevo diciotto anni e per molti fu troppo presto. Il tempo per noi invece è stato infinitamente relativo! Lui mi diede mille anni di fascino ed ebbe la grazia di non rompere mai l’incanto. Anzi, mi sono dovuta impegnare tanto per riconoscere e accettare che era anche vulnerabile, triste, nostalgico e solo.
Ora lo vedo, ogniqualvolta mi commuovo davanti alle diverse manifestazioni della creatività. Ora lo sento, mi basta guardarmi le mani.
Ora lo riconosco, in ogni piacere di riunire cibo, amore e buongusto.
Ancora oggi mi manca quanto la mattina del giorno dopo, quando scorgevo l’assenza d’un libro sul mio letto, quando la colazione non era accompagnata da un fiore, quando la scuola spalancava le sue porte e il pranzo si apriva tra le monache, quando leggendo da sola mi esercitavo nell’arte della pausa, in ogni gesto.
Mio padre mi disse una volta all’orecchio:
-Morirò presto …
Non era vero.
Lui vive nei fiori della mia colazione, nel silenzio di ogni colore divenuto quadro, nella gioia di credere profondamente negli uomini anche quando mentono.

Ringraziai ogni giorno per tutti i sentimenti supplementari. Vissi di una delizia immaginando ogni cosa come stabile e concreta. Purtroppo il presente non fu futuro.
Colsi però l’occasione per afferrare l’errore come fosse l’unica strada verso me stessa, per scaldarmi dal freddo che inondò la mia casa e ogni promessa, per rimettermi le migliori tra le mie scarpe e tornare cigno, tango e pausa.
Mentre chiudevo la porta di quella che fu la nostra casa ricordai Antonio Porchia: “Tutto ciò che cambia, dove cambia, lascia dietro di sé un abisso”.

Roma, il mate argentino accompagna questa primavera invernale, 2010-Maria A. Listur

The Generosity of the Betrayal

He said:
-I will not hurt you. I will give you everything and nothing: My favorite book, my hand hidden in every single tear; Two smiles: when you will arrive and when you will live, the nothingness of the past, the whole of the future, the present, a kiss always unique, my neck in your embrace, supplementary feelings…
I surrendered to the experience of believing in the possibility of receiving everything.
I allowed the dream of love planting in me the seeds of beauty that I do feel probable.

My father would come and go in the house whenever I felt like, when he could, when I wanted to.
He would always arrive at sunrise, woke me up with a book on the bed; then, an always different breakfast, the unfaithfulness to school, a lunch with crystals, porcelains and candles, an afternoon of readings, an abandonment in the hour of the afternoon rest; finally, a dinner with many friends in those places of his music, his theatre or whatever he considered important for me.
My father donated me the image of the epicurean man. I took care of each relation, with the animated world as well as with what we believe is not, with the visible and invisible. He would heal may sore throat with caresses on my wrist, I taught me to use my memory playing cards and reading poems, he guided me to philosophy through the art of elegance. He has been my first tango entrusting me to a pair of high heels shoes and saying:
-Since you are a swan, let your feet grow wings…
My father left visible and material life when I was eighteen and for many it was too early. Time for us it has been infinitively relative! He gave me the a thousand years of fascination and he never broke the enchantment. On the contrary , I had to struggle to see and accept that he has also was vulnerable, nostalgic and alone.
Now I see him, every single time I am moved in front of different manifestation of creativity.
Now I feel him, I just need to look at my hands.
Now I recognize him in every pleasure of rejoining food, love and good taste.
I still miss him nowadays as much as the morning after, when I’d see the absence of a book on my bed, when breakfast was not accompanied with a flower, when school opened its doors and lunch was held with the nuns, when I reading alone would practice on pauses, on each gesture.
My father once told me in my ear:
-I’ll die soon…
It wasn’t true.
He lives in the flowers of my breakfast, in the silence of every color that became a painting, in the joy of deeply believing in men even when they lie.

I thanked everyday for all the supplementary feelings. I lived with an enchantment imagining everything stable and concrete. Unfortunately present never became future.
I took the chance though, of grasping the mistake as it was the only way to myself, to warm myself in that coldness that flooded my house and every promise, to wear again my best shoes and go back to be a swan, tango and pause.
While closing the door of what used to be our home I remembered Antonio Porchia:”All that changes, where it changes, leaves an abyss behind”.

Rome, the Argentinean mate accompanies this winter like spring, 2010-Maria A. Listur

Fedeltà/Faithfulness

“Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor…” fu la canzone argentina che ci fece comprendere che il sud si trova sempre più giù. Il suo sud era più alto del mio e il mio diventò troppo profondo quando cercammo di camminare insieme. Ci siamo incontrati per cantare e dopo qualche tempo del nostro canto lui disse:
-Io non voglio più suonare.
Senza suono eravamo due orfani. Ci regalammo un addio in un aeroporto del mio sud con la pena di chi perde qualcosa d’unico. Lui, quasi andandosene, mi chiese:
-Se io stessi male, mi verresti a prendere? Ovunque?

Tra i cinque e i dieci anni, guardavo sempre dei film dell’orrore con mia mamma. Ora capisco che lei mi teneva accanto, anche se mi sentiva tremare dal terrore, perché era lei che aveva una grande paura. Credo li guardasse perché nutrivano quel morso allo stomaco che tutt’ora le fa avere energia, spinta e forza. Io sono diversa ma ancora non lo sapevo. Il morso allo stomaco mi fa piangere, mi fa soffrire, non so che farmene di quel dolore che mi fa ricordare ogni dolore. Con il tempo sono riuscita a riconoscere e ad amare queste mie delicatezze di spirito che fanno sentire il corpo molto presente. Ho imparato il sapere del mio corpo quindi appena sento quel morso so che sono davanti alla mia proiezione di Dracula o Frankenstein e che devo fare qualcosa per evitare il danno.
In uno dei miei viaggi di visita a casa di mia madre, la ringraziai per quei film, le spiegai che grazie a quei film avevo avuto l’occasione di comprendere dove vibravano in me, fisicamente, il disagio, la violenza, tutte le forme della paura. Lei mi guardò intensamente e mi disse:
-E appena senti il dolore riesci a superarlo?
-No mamma, lo riconosco e poi lui fa il suo percorso lentamente, con dei tempi che dipendono dalla situazione, infine passa. Risposi cercando una chiarezza che scoprii non avere.
-Ah! Capisco. Allora tu non hai più paura di Dracula, né dei fantasmi però hai le stesse reazioni di fronte a dei nuovi stimoli… Disse lei quasi contenta di trovare una falla nel mio discorso.
-Certo mamma! Ma, che vuoi dire? Non ho risolto le paure, ho soltanto compreso il mio meccanismo… Risposi quasi ridendo.
-E quando passa la tua paura, tu dimentichi il soggetto della tua paura? Domandò incuriosita.
-Quasi… sì… non lo so, credo di sì… Risposi dubbiosa.
-Beh! Sappi che quando morrò, verrò a trovarti di notte e ti tirerò dai piedi, ogni notte, per ricordarti che ci sono, che anche se ti sembrerò morta io sarò accanto a te. Non ti spaventare però, o meglio… spaventati la prima volta e poi dimentica. Io ti proteggerò ancora.

Il nostro addio non ci ha separati, lo vado a riprendere ogniqualvolta ha bisogno di dire di sé, del sé che soltanto lui e io sappiamo. Un sé del suono che comprende anche la difficoltà di lui nel sostenere certe altezze che non erano soltanto mie.
L’ultima volta che l’ho incontrato era molto stanco e tra il vino e le risate mi disse:
-Ti mentii quando ti dissi che non volevo più suonare… E ancora oggi non so perché ti mentii…
Tra quella bugia e queste ultime parole sono passati secoli e anche un secondo. Ci guardammo a lungo, in silenzio. Davanti ai miei occhi avevo l’immagine di tante persone che non hanno potuto ascoltare la nostra musica, la gioia che avevamo l’obbligo di donare alla vita.
Le lacrime nei suoi occhi risuonarono la voce di Antonio Porchia, nel centro del mio corpo: “Quando le stelle si abbassano, che triste è abbassare gli occhi per vederle!”

Roma, dolce Roma che accogli me e mio figlio-2010- Maria A. Listur

Faithfulness

“Vuelvo al Sur, como se vuelve siempre al amor…” was the Argentinean song that made us understand that south is mostly always downwards. His south was higher than mine and mine became too deep when we tried to walk together. We met to sing and after a while of our singing he said:
-I don’t want to play anymore.
Without sound we were two orphans. We presented each other a farewell in one airport of my south with the sorrow of those who are losing something unique. He, when leaving, asked me:
-If I would ever be sick, would you come and get me? Anywhere?

Between my five and ten years, I always used to watch some horror movies with my mom. Now I know that she wanted me next to her, even though she could sense that I was shaking with fear, because she was very scared. I think she watched them because they would nourish that cramp in the stomach that still now gives her energy, thrust and strength. I am different, but I didn’t know it yet. That cramp in the belly makes me cry, makes me suffer, I don’t really know what to do with that pain that reminds me every other pain. In time I have learned to recognize and love these refinements of my spirit which allows me to feel my body vividly. I have learned the knowledge of my body therefore when I feel that cramp I know that I am in front of my projection of Dracula or Frankenstein and that I need to do something to avoid damage.
In one of my trips visiting my mother’s, I thanked her for those movies, I explained her that thanks to those movies I have had the occasion to understand where they were vibrating in me, physically, the unease, the violence, all the forms of fear. She looked at me deeply and said:
-And when you feel pain can you overcome it?
-No mom, I recognize it and then it does its own course slowly, with a time that depends on the situation, finally it passes. I answered looking for some clearness, which I discovered not having.
-Aha! I get it. So it means that you are not afraid anymore of neither Dracula nor ghosts, but you still have the same reactions to new stimulus…She said almost happy to discover a break in my explanation.
-Of course mom! But, what do you mean? I didn’t solve my fears; I’ve only understood my mechanism… I replied almost laughing.
-And when your fear is gone, do you forget the subject of your fear? She asked with curiosity.
-Almost…yes…I don’t know, I think so…I answered doubtfully.
-Well! You ought to know that when I’ll die, I will come to see you at night and pull your feet, every night, to remind you that I am there, that even though I’ll be dead to you, I will be next to you. Don’t be afraid though, I’d rather say…be afraid only the first time and then forget. I will be protecting you.

Our farewell didn’t separate us, I go to fetch him every single time he has the need to tell about himself, of that self that only me and him know about. A self of that sound which understands the difficulties of the person to sustain some heights which were not only mine.
Last time that I met him he was very tired and between wine and laughs he said:
-I lied when I told you I didn’t want to play anymore…and still now I don’t know why I did…
Between that lie and these last words ages and also a second have passed. We stared at each other for long, in silence. In front of my eyes I had the images of those persons who could never listen to our music, the joy we were obliged to donate to life.
The tears in his eyes echoed the voice of Antonio Porchia in the center of my body,: “When stars go down, how sad it is to lower the eyes to watch them!”

Rome, sweet Rome that welcomes my son and I-2010-Maria A. Listur

Sostenersi nell’arte/To Support Each Other in Art

-… con le donne… si ripete sempre un fatto… tutte le volte che sono finite le mie relazioni importanti, hanno tentato il suicidio, o perlomeno l’hanno teatralizzato… Disse lui guardandomi appoggiato sulla parete che faceva da poggiatesta al letto dopo aver interrotto l’amore, una nuvola di dolore era passata dai suoi occhi.
Io mi alzai dal letto ed incominciai a vestirmi. Me ne andai. Terrorizzata. Arrivata a casa non riuscivo più a pensare ad altro. Mi aveva colpito e provocato una fuga. Ma, qualche giorno dopo, stavamo insieme a condividere un’esperienza tra le più belle della mia vita. Un cammino che illuminò noi e tutto intorno.

Mio padre amava la poesia. Adorava che io leggessi o cantassi per lui. Onorava soprattutto le poetesse sudamericane.
-Marilina, vieni qui, leggimi “El Vendedor de Naranjas”. Era una di quelle poesie di Juana de Ibarborou che preferivo, il personaggio era un ragazzino che mi sembrava di poter ben rappresentare.
-“Muchachuelo de brazos cetrinos/ que vas con tu cesta rebozando naranjas…” Incominciavo con passione pari ai miei sei anni. Era un piacere enorme vedere mio padre ascoltarmi con delizia.
-Ahh che poetessa, che grande pena che vivesse isolata, lontana e incompresa da tutti! Si lamentava lui, per lei, alla fine.
Altre volte mi chiedeva di cantare la canzone “Alfonsina y el mar” scritta per un’altra poetessa speciale: Alfonsina Storni.
-“Por la blanda arena che lame el mar/ tu pequeña huella no vuelve mas/ un sendero solo…” Cantavo preoccupata per l’intonazione come fossi una concertista davanti ad un pubblico sognato invece di una bambina friabile che non sapeva di stare imparando una lezione per i momenti in cui il padre deve andare.
-Che bell’omaggio alla povera Alfonsina… Ripeteva sapendo che mi aveva già raccontato del suicidio della cara scrittrice per amore d’un uomo.
-Vieni Chaplina, cantami “Volver a los 17”. Mi chiedeva altre volte sapendo della vastità del mio repertorio. M’allenavo in continuazione, ero sempre pronta.
-“Volver a los 17 es como vivir un siglo/ es como decifrar signos sin ser sabio competente…” Partiva la mia vocina bisognosa di baciarlo cantando.
-Questa donna è stata geniale!!! Vedi perché io mi arrabbio con le donne quando non rispettano le loro arti! Perché si doveva innamorare d’un uomo invece che della sua musica?! Diceva applaudendomi, un po’ arrabbiato con Violeta Parra, che anche lei, morì suicida dopo la fine d’una relazione molto intensa con un musicista.
Ho dimenticato quasi tutte le parole che recitavo o che cantavo. Ho conservato le pause, gli applausi in qualsiasi parte della casa, l’amore per la poesia, il gusto di cantare o recitare nell’intimità e un innamoramento, perenne, per l’arte.

Un giorno, come un altro, lui, l’uomo delle donne suicide, disse che doveva partire. Lo disse in un modo tale che mi fece dare senso alla frase di Fernando Pessoa: “Furono dati sulla mia bocca i baci di tutti gli appuntamenti, sventolarono sul mio cuore i fazzoletti di tutti gli addii…” Mi sembrò di vedere nei suoi occhi il desiderio d’una dimostrazione d’amore estremo, una luce di morte. Lo lasciai andare. Piansi e, in mezzo al pianto, sentii le mani di mio padre sollevarmi in un applauso.

Roma, primavera piovosa – 2010 – Maria A. Listur

To Support Each Other in Art

-…with my women… a fact always happens … every time that my important relationships ended, they’ve tried to commit suicide, or at least act like they wanted to… He said looking at me leaning against the wall that was being used as head rest of the bed, after interrupting the lovemaking, a cloud of pain had passed in his eyes.
I got up from the bed and started to get dressed. I left. Terrorized. When I arrived home I could not stop thinking about it. The thing struck me and provoked me to escape. But, few days later, we were sharing one of the most beautiful experiences of my life. A path that made us and everything around us glow.

My father loved poetry. He adored that I read or sang for him. He appreciated mostly South American Poetess.
-Marilina, come here, read me “El Vendedor de Naranjas”. It was one of those poems by Juana de Ibarboru that I loved, the character was a kid that I taught I could well perform.
-“Muchachuelo de brazos cetrinos/ que vas con tu cesta rebozando naranjas…” I would start with the passion of my seven years of age. It was a pleasure to see my father listening with delight.
-Ahh what a poetess, too sad she lives isolated, far and misunderstood by all! He would complain, for her, in the end.
Some other time he would ask me to sing the song “Alfonsina y el Mar” written for another special poetess: Alfonsina Storni.
-“Por la blanda arena che lame el mar/ tu pequeña huella no vuelve mas/ un sendero solo…” I sang worried about the intonation as I was a concert performer in front of a dreamt audience instead of a friable child who did not know she was learning a lesson for the times in which his father would have to go.
-What a nice homage to poor Alfonsina… He would repeat knowing that he had already told me about the suicide of that beloved writer for the love of a man.
-Come here Chaplina, sing to me “Volver a los 17”. He would ask me knowing the vastitude of my repertoire. I used to practice constantly, I was always ready.
-“Volver a los 17 es como vivir un siglo/ es como decifrar signos sin ser sabio competente…” My little voice would start, needing to kiss him with my singing.
-That woman was a genius! You see why I get mad with women when they do not respect art?! Why did she had to fall in love with a man instead of her own music?! He would say applauding me, a little upset with Violeta Parra, who, as well, died committing suicide after the end of an intense relationship with a musician.
I forgot almost all the words of what I used to perform or sing. I did conserve the pauses, the applauses in every part of the house, the love for poetry, the pleasure to sing or perform in the intimacy and a perpetual love for art.

One day, like every others, he, the man of the suicidal women, said that he had to leave. He said it in such a way that a sentence by Fernando Pessoa made sense to me: “my lips received the kisses of all the dates, all the handkerchief of the farewells waved on my heart…”
I felt, watching his eyes, the desire of a demonstration of love to the extreme, a light of death. I let him go. I cried and while crying I felt my father’s hands lifting me up in an applause.

Rome, a raining spring – 2010 – Maria A. Listur

Le due aquile stanche/The Two Tired Eagles

Mi alzai dal letto silenziosamente sapendo che quel corpo di mezz’età simile al mio non era abituato a dormire con qualcuno come me, provata dall’amore, dal dolore, dalla solitudine auto imposta. Lui si risvegliò e mi disse:
-Ti accompagno. Io insistetti per andare via da sola. Lui decise di alzarsi e di camminare con me fino a casa mia. Mentre passeggiavamo parlammo della vita, ci raccontammo dell’amore e dei figli, della vita passata che ancora si traveste di nostalgie, di sensi di colpa e anche di liberazione. Tutto detto come quando facevamo l’amore: senza alcuna intimità che potesse far trasparire una vulnerabilità, un bisogno. Tutto correttamente meccanico, perfetto per due che si trovano un po’ più in là della metà della vita, se avremo la fortuna di non vivere fino ai cento anni. L’autonomia e le ferite hanno fatto di noi due esseri automaticamente passionali. Due aquile stanche. Arrivati a casa mia non lo invitai a salire, anche se non avevamo finito di parlare della casa della sua infanzia. Mi appoggiai contro il muro e continuai ad ascoltare con piacere il suo racconto, come quando lo faccio ridere e sento che qualcosa dentro di noi sia ancora meno arroccato nelle nostre sicurezze.

Mia madre s’innamorò d’un uomo, che anche se ora lo nega, cambiò completamente la sua vita e la mia. Era giapponese. Ci insegnò le arti del mangiare con dei bastoncini, d’indossare un kimono, di stare a tavola nella posizione del loto, di inginocchiarsi e soprattutto di come trovare il silenzio. Io avevo sette anni quando lo vidi per la prima volta e subito restai incantata. Era l’opposto di mio padre, era di pelle scura, altezza media, con un corpo a forma di bottiglione – sottile in alto e largo in basso – si vestiva senza quei codici di eleganza classica che nella mia famiglia si onoravano. Lui era la differenza, la trasgressione, il proibito che mia madre si permise utilizzando me come sua complice. La relazione durò quindici anni. Non ho mai criticato mia madre per questa relazione, neanche quando sapevo che mio padre e tutte le persone che frequentavamo la guardavano con disprezzo. Non l’ho disapprovata nemmeno quando – dopo molto tempo – lei disse che le mie decisioni sulla mia vita non erano in linea con le scelte della nostra famiglia e quindi che lei mi considerava un’estranea. Non l’ho mai trovata riprovevole perché per quindici anni ho visto nei suoi occhi un’allegria che non le avevo mai visto, perché l’ho vista ballare da sola nel salone di casa per gustarsi il movimento della seta tra le gambe, perché era diventata una luce di gioia, perché qualcosa d’irrazionale mi faceva sentire che non l’avrei mai più vista così. Mi sono goduta mia madre nello stato dell’amore. Un amore che se ne andò con la morte di lui.
Ora, quando guardo mia madre a ottant’anni che ancora si veste con un gusto che apprezzo, che si trucca delicatamente, che conserva una schiena meravigliosamente dritta e che mi dice “Io sono il prodotto di me stessa, della mia fede in Dio”, io lascio cadere i discorsi per rispetto, ma sento che dentro di lei esiste ancora quella che danzava da sola ispirata da un uomo giapponese che ci cambiò la vita nutrendoci di qualcosa che soltanto lui aveva: la capacità di rendere felice una delle donne più ferite del mondo.

Continuai ad ascoltarlo facendogli qualche domanda ogni tanto perché sentivo che provava piacere nel raccontarmi. Poi incominciò a parlare della sua casa dell’infanzia, parlò dei suoi genitori, dei weekend insieme nella casa del lago, di come pianse quando la vendettero e fu allora che i suoi occhi diventarono quelli della prima volta in cui lo vidi. Occhi che hanno perso un lago. In quel momento sentii il suo calore posarsi sul mio petto e che tra di noi c’era un po’ d’intimità. In quel momento stavo per abbracciarlo, ma lui girò lo sguardo verso il vuoto della strada, s’interrupe, mi disse qualcosa ancora e aggiunse:
-Ci vediamo presto. Mi baciò e se ne andò. Io andai verso la porta e l’aprii guardando la sua schiena leggermente piegata allontanarsi. Mentre salivo le scale pensai a una frase di Antonio Porchia: “Non mi prenderò la tua anima. Mi basta sapere che l’hai”.

Roma prima di Parigi, la pioggia mi saluta delicatamente, 2010 – Maria A. Listur

The Two Tired Eagles

I silently got up from the bed knowing that the middle age body similar to mine wasn’t used to sleep next to someone like me, buffeted by love, by suffering, by self inflicted solitude. He woke and said:
-I’ll walk you home. I insisted to go alone. He decided to get up and walk with me ‘till my place. While walking we talked about life, we told each other about love and about our children, about past life that still hides behind nostalgia, sense of guilt and liberation as well. All was said like when we were making love: without intimacy that could reveal a vulnerability, a need. Everything mechanically correct, perfect for two who are already past half of their life span, if we will be lucky enough not to live up to hundred years. The autonomy and the wounds have made us automatically passionate. Two tired Eagles. Reaching my house I did not invite him to come up, even though we hadn’t finished talking about his house and his childhood yet. I leaned against the wall and kept listening with pleasure to his story, like when I make him laugh and feel that something inside us is less entrenched in our own certainties.

My mother fell in love with a man that, even though she denies it now, completely changed her life and mine. He was Japanese. He taught us the arts of eating with chopsticks, wear a kimono, sit at the table in the lotus position, kneel and mostly how to find silence. I was seven when I saw him for the first time and I was charmed by him right away. He was the opposite of my father, had dark skinned, a medium height, the body with the shape of a big bottle – thin on top and large at the bottom – he always dressed without following those codes of classic elegance that in my family were honored. He was the difference, the transgression, the forbidden that my mother allowed to herself with my complicity. The relationship lasted fifteen years. I never criticized my mother for this affair not even when I knew that my father and all the other persons that we used to see looked at her with disdain. I’ve never disapproved her even when – after long time – she told me that my decisions on my life were not in line with the choices of our family and therefore she considered me an unrelated. I’ve never thought that she was reprehensible because in fifteen years I saw in her eyes a happiness that I had never seen before, because I’ve seen her dancing alone in the house living room to flavor the movement of silk between her legs, because she had become a light of joy, because something irrational would make me feel that I would never see her like that again. I have enjoyed my mother in a state of love. A love that left when he died.
Now, when I look at her in her eighties and she still dresses with a taste that I appreciate, or when she puts on her makeup lightly, or that she preserves a marvelous straight back and tells me: “I am the product of myself, of my faith in God”, I don’t argue for respect, but I feel that inside her there is still that woman who danced alone inspired by a Japanese man who changed our life nurturing us with something that only he had: The capability of making happy one of the most wounded women in the world.

I kept listening to him asking a question every now and then because I felt that he had pleasure in telling his story. Then he started to tell me about his childhood home, he talked about his parents, his weekends together at the lake house, how he cried when they sold it and right then his eyes became the same as when I met him for the first time. Eyes that have lost a lake. In that moment I felt his warmness settling on my chest and that there was some intimacy between us. I was about to hug him in that moment, but he turned his gaze towards the emptiness of the street, paused, said something more and added:
-I’ll see you soon. He kissed me and left. I went towards the door and opened it looking at his slightly curved back moving away. While climbing up the stairs I taught about an Antonio Porchia’s phrase: “I will not take your soul. I just need to know you have one”.

Rome before Paris, the rain is saluting me delicately, 2010 – Maria A. Listur