Le due aquile stanche/The Two Tired Eagles

Mi alzai dal letto silenziosamente sapendo che quel corpo di mezz’età simile al mio non era abituato a dormire con qualcuno come me, provata dall’amore, dal dolore, dalla solitudine auto imposta. Lui si risvegliò e mi disse:
-Ti accompagno. Io insistetti per andare via da sola. Lui decise di alzarsi e di camminare con me fino a casa mia. Mentre passeggiavamo parlammo della vita, ci raccontammo dell’amore e dei figli, della vita passata che ancora si traveste di nostalgie, di sensi di colpa e anche di liberazione. Tutto detto come quando facevamo l’amore: senza alcuna intimità che potesse far trasparire una vulnerabilità, un bisogno. Tutto correttamente meccanico, perfetto per due che si trovano un po’ più in là della metà della vita, se avremo la fortuna di non vivere fino ai cento anni. L’autonomia e le ferite hanno fatto di noi due esseri automaticamente passionali. Due aquile stanche. Arrivati a casa mia non lo invitai a salire, anche se non avevamo finito di parlare della casa della sua infanzia. Mi appoggiai contro il muro e continuai ad ascoltare con piacere il suo racconto, come quando lo faccio ridere e sento che qualcosa dentro di noi sia ancora meno arroccato nelle nostre sicurezze.

Mia madre s’innamorò d’un uomo, che anche se ora lo nega, cambiò completamente la sua vita e la mia. Era giapponese. Ci insegnò le arti del mangiare con dei bastoncini, d’indossare un kimono, di stare a tavola nella posizione del loto, di inginocchiarsi e soprattutto di come trovare il silenzio. Io avevo sette anni quando lo vidi per la prima volta e subito restai incantata. Era l’opposto di mio padre, era di pelle scura, altezza media, con un corpo a forma di bottiglione – sottile in alto e largo in basso – si vestiva senza quei codici di eleganza classica che nella mia famiglia si onoravano. Lui era la differenza, la trasgressione, il proibito che mia madre si permise utilizzando me come sua complice. La relazione durò quindici anni. Non ho mai criticato mia madre per questa relazione, neanche quando sapevo che mio padre e tutte le persone che frequentavamo la guardavano con disprezzo. Non l’ho disapprovata nemmeno quando – dopo molto tempo – lei disse che le mie decisioni sulla mia vita non erano in linea con le scelte della nostra famiglia e quindi che lei mi considerava un’estranea. Non l’ho mai trovata riprovevole perché per quindici anni ho visto nei suoi occhi un’allegria che non le avevo mai visto, perché l’ho vista ballare da sola nel salone di casa per gustarsi il movimento della seta tra le gambe, perché era diventata una luce di gioia, perché qualcosa d’irrazionale mi faceva sentire che non l’avrei mai più vista così. Mi sono goduta mia madre nello stato dell’amore. Un amore che se ne andò con la morte di lui.
Ora, quando guardo mia madre a ottant’anni che ancora si veste con un gusto che apprezzo, che si trucca delicatamente, che conserva una schiena meravigliosamente dritta e che mi dice “Io sono il prodotto di me stessa, della mia fede in Dio”, io lascio cadere i discorsi per rispetto, ma sento che dentro di lei esiste ancora quella che danzava da sola ispirata da un uomo giapponese che ci cambiò la vita nutrendoci di qualcosa che soltanto lui aveva: la capacità di rendere felice una delle donne più ferite del mondo.

Continuai ad ascoltarlo facendogli qualche domanda ogni tanto perché sentivo che provava piacere nel raccontarmi. Poi incominciò a parlare della sua casa dell’infanzia, parlò dei suoi genitori, dei weekend insieme nella casa del lago, di come pianse quando la vendettero e fu allora che i suoi occhi diventarono quelli della prima volta in cui lo vidi. Occhi che hanno perso un lago. In quel momento sentii il suo calore posarsi sul mio petto e che tra di noi c’era un po’ d’intimità. In quel momento stavo per abbracciarlo, ma lui girò lo sguardo verso il vuoto della strada, s’interrupe, mi disse qualcosa ancora e aggiunse:
-Ci vediamo presto. Mi baciò e se ne andò. Io andai verso la porta e l’aprii guardando la sua schiena leggermente piegata allontanarsi. Mentre salivo le scale pensai a una frase di Antonio Porchia: “Non mi prenderò la tua anima. Mi basta sapere che l’hai”.

Roma prima di Parigi, la pioggia mi saluta delicatamente, 2010 – Maria A. Listur

The Two Tired Eagles

I silently got up from the bed knowing that the middle age body similar to mine wasn’t used to sleep next to someone like me, buffeted by love, by suffering, by self inflicted solitude. He woke and said:
-I’ll walk you home. I insisted to go alone. He decided to get up and walk with me ‘till my place. While walking we talked about life, we told each other about love and about our children, about past life that still hides behind nostalgia, sense of guilt and liberation as well. All was said like when we were making love: without intimacy that could reveal a vulnerability, a need. Everything mechanically correct, perfect for two who are already past half of their life span, if we will be lucky enough not to live up to hundred years. The autonomy and the wounds have made us automatically passionate. Two tired Eagles. Reaching my house I did not invite him to come up, even though we hadn’t finished talking about his house and his childhood yet. I leaned against the wall and kept listening with pleasure to his story, like when I make him laugh and feel that something inside us is less entrenched in our own certainties.

My mother fell in love with a man that, even though she denies it now, completely changed her life and mine. He was Japanese. He taught us the arts of eating with chopsticks, wear a kimono, sit at the table in the lotus position, kneel and mostly how to find silence. I was seven when I saw him for the first time and I was charmed by him right away. He was the opposite of my father, had dark skinned, a medium height, the body with the shape of a big bottle – thin on top and large at the bottom – he always dressed without following those codes of classic elegance that in my family were honored. He was the difference, the transgression, the forbidden that my mother allowed to herself with my complicity. The relationship lasted fifteen years. I never criticized my mother for this affair not even when I knew that my father and all the other persons that we used to see looked at her with disdain. I’ve never disapproved her even when – after long time – she told me that my decisions on my life were not in line with the choices of our family and therefore she considered me an unrelated. I’ve never thought that she was reprehensible because in fifteen years I saw in her eyes a happiness that I had never seen before, because I’ve seen her dancing alone in the house living room to flavor the movement of silk between her legs, because she had become a light of joy, because something irrational would make me feel that I would never see her like that again. I have enjoyed my mother in a state of love. A love that left when he died.
Now, when I look at her in her eighties and she still dresses with a taste that I appreciate, or when she puts on her makeup lightly, or that she preserves a marvelous straight back and tells me: “I am the product of myself, of my faith in God”, I don’t argue for respect, but I feel that inside her there is still that woman who danced alone inspired by a Japanese man who changed our life nurturing us with something that only he had: The capability of making happy one of the most wounded women in the world.

I kept listening to him asking a question every now and then because I felt that he had pleasure in telling his story. Then he started to tell me about his childhood home, he talked about his parents, his weekends together at the lake house, how he cried when they sold it and right then his eyes became the same as when I met him for the first time. Eyes that have lost a lake. In that moment I felt his warmness settling on my chest and that there was some intimacy between us. I was about to hug him in that moment, but he turned his gaze towards the emptiness of the street, paused, said something more and added:
-I’ll see you soon. He kissed me and left. I went towards the door and opened it looking at his slightly curved back moving away. While climbing up the stairs I taught about an Antonio Porchia’s phrase: “I will not take your soul. I just need to know you have one”.

Rome before Paris, the rain is saluting me delicately, 2010 – Maria A. Listur

One thought on “Le due aquile stanche/The Two Tired Eagles

  1. Anonymous ha detto:

    Solo ringraziamenti questa volta. Dal profondo. Non c'è altro da dire.

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