Atletica leggera/Athletics

-Abbiamo dimenticato le posizioni intermedie, disse lei guardandolo da vicino nella penombra della camera che occupavano ogni volta che lui arrivava a Parigi, per incontrarla.

Tanti anni fa, ho incontrato un maestro di suono con il quale ho percorso delle strade verso la voce. Era ed è un uomo che sembra scocciato, scostante, stanco. Studiando con lui e poi lavorando insieme ho scoperto che la sua identità altezzosa è soltanto un modo per guardare negli occhi senza provare imbarazzo.
Poco fa, mi ha detto al telefono che “qualche volta sente un pochino la mia mancanza…” L’ho ringraziato. Sono una donna con delle ferite inguaribili a livello affettivo quindi gradisco profondamente le parole amorevoli. Poi ha aggiunto, “chissà cosa siamo stati in un’altra vita oppure cosa saremo…”. Dopo alcune risate dovute a delle mie provocazioni che in risposta hanno avuto delle sue frasi ironiche, lui ha detto:
-Sarai un ruscello che va. Ma io… cosa sarò?
-Sarai una pietra perché il ruscello canta quando trova la pietra… ho risposto cercando un’immagine capace di riunire il suono e la natura, ma lui stava già parlando sopra il mio suono e credo non abbia ascoltato visto che mi ha interrotto dicendo:
-Io sarò una cicogna e verrò a bere dal ruscello e mi chiederò “ da dove verrà quest’acqua… come mai mi sembra così speciale…”e chissà che tu non sia anche diuretica!

-Ho capito che non ti è piaciuto, disse l’uomo viaggiatore.
-Che stai dicendo? domandò lei.
-Dico che se parli di “posizioni intermedie” vuoi dire che non ti è piaciuto, che non ti piace più, che è finita qualcosa che aveva del suo, che siamo adulti e che può darsi nemmeno ti piaccio più ma sei abituata alle mie visite… e avrebbe continuato a parlare se lei non avesse interrotto quella risposta che aveva qualcosa di simile al rimprovero.
-Quando mi riferisco alle “posizioni intermedie” voglio dire che i gesti amorosi, le parole amorevoli, i regali molto personali, possono essere parte d’una storia che inizia e finisce nella giornata. Ripeto: stiamo dimenticando “le posizioni intermedie…” quindi, ti voglio tanto bene e spero rincontrarti prima del mio compleanno ad Agosto perché se non ti rivedo prima sentirò la distanza e l’incertezza d’ogni giorno pesare ancora di più. Lei parlò così mentre si vestì. Poi prese del vino bianco, versò il vino nei calici che alzò dicendo una frase di Luce Irigaray: “Penso senza rinuncia a te, a me, a noi. Amo a te, amo in me. Il respiro va e viene – vita, affetto, intenzione. In me. In due.” Infine brindò.

Roma, perché mai il caldo e la troppa luce non hanno niente a che vedere con la tristezza necessaria? 2010 – Maria A. Listur

Athletics

-We have forgotten the intermediate positions, she said looking at him close in the semi darkness of the room they used every time he arrived from Paris to meet her.

Many years ago I met a master of sound with whom I have covered paths towards the voice. He was and is a man always disturbed, not constant, tired. Studying with him and then working together we have discovered that his stuck up identity is only a way to look in the eyes without feeling embarrassment.
Few moments ago, he told me on the phone “sometimes he misses me a bit…” I have thanked him. I am a woman with some incurable wounds affectively speaking therefore I do appreciate deeply loving words. Then he added, “Who knows what have we been in another life or what will we be…” After few laughs due to my provocations that received back some ironical answers, he said:
-You’ll be a stream that flows. But…what will I be?
-You’ll be a rock because the stream sings when it finds a rock…I replied looking for an image capable to gather sound and nature, but he was already speaking over my sound and I think he didn’t listen since he interrupted me saying:
-I will be a stork and I will come to drink to the stream and will ask to myself “where does this water come from…how come it seems so special…” and who knows that it isn’t a bit diuretic!

-I understood that you didn’t enjoy it, said the traveler.
-What are you talking about? She asked.
-I am saying that if you talk about “intermediate positions” you mean that you didn’t enjoy it, that you don’t like it anymore, that something that was special ended, that we are adults and that maybe you don’t like me anymore but you are you used to my visits…And would have kept on talking if she wouldn’t have stopped that answered that had something similar to a scold.
-When I refer to “intermediate positions” I want to say that the loving gestures, the loving words, the personal presents, could be part of a story that starts and ends in the day. I repeat: We are forgetting “the intermediate positions…” therefore, I really care about you and I hope to meet you before my birthday in August because if I don’t see you before I will feel the distance and the uncertainty of everyday being heavier even more. She said it while getting dressed. Then she took some white wine, poured the wine in the chalices that she rose saying a phrase of Luce Irigaray: “I think without renounce about you, about me, about us. I love at you, I love in me. The breath come and goes – life, affection, intention. In me. In two.” Then she made a toast.

Rome, Why in the world heat and too much light don’t have anything to do with the necessary sadness? 2010 – Maria A. Listur

La grandezza del vuoto/The Vastness of Emptiness

Lei disse a mio cugino che qualsiasi cosa avesse ascoltato doveva rimanere rinchiuso a casa. Era preoccupata per lui. Volevano soltanto lei, avrebbero fatto un po’ di rumore ma non tanto perché lei non aveva armi, non era parte della lotta armata. Tutto quello di pericoloso che rappresentava si trovava nella sua mente: dubitava, rifletteva, invitava alla riflessione. Era incinta di tre mesi.

Ho dieci anni, mi piace uscire da casa e andare da sola a scuola. Me lo proibiscono. L’altro giorno, le monache mi hanno nascosta dicendomi che sarebbe venuta la mia mamma a prendermi dentro la scuola, non potevo uscire. La mamma ha paura di qualcosa. La sento piangere con le amiche e portare via da casa un sacco di libri. Viaggiamo molto, tutti i fine settimana andiamo a trovare papà che non vive nella stessa città nostra. Con la bicicletta posso passeggiare soltanto dentro il nostro parco. Quando non torno nei tempi che mi ha detto la mamma, lei si arrabbia e qualche volta me le suona.
La mia mamma ha paura e piange, crede che non la vedo ma io l’ho vista inginocchiata per ore di fronte al telefono e un giorno l’ho ascoltata dire “no no no non è possibile” e rimanere sdraiata per terra tutta la notte. Lei non lo sa ma io l’ho vista. Sì, la mia mamma non è più la stessa. Ma io ho capito, lei è così da quando Susana è partita e non si sa quando torna. Susana è la nostra cugina grande, quella bellissima che parla, discute e litiga con papà e gli zii. Quella che quando si mette a ballare con noi piccini, i grandi la guardano con ammirazione e ripetono “è brillante, è brillante ma… !”. Dicono che prima dell’anno prossimo avrò un cuginetto come lei.

-In questi giorni vengono a prendermi. Lo so. Ora non lo dire a nessuno. Quando non ci sarò potrai dirlo alla mamma. In ogni gesto che ho fatto sapevo a cosa andavo incontro. Disse a mia zia molti giorni prima di “desaparecer”.
La portarono via senza troppo rumore. Nel corridoio, che separava la sua casa da quella di mio cugino, rimase l’eco dei suoi passi andando via.
Dopo alcuni anni, mentre lui mi portava all’aeroporto dove mi veniva a prendere nell’infanzia, gli chiesi se c’erano notizie di nostra cugina o del bambino. Mi rispose semplicemente “no”. Cadde un silenzio che durò anni e stavamo già arrivando a un nuovo addio. Tutti e due siamo caduti nel corridoio dell’impotenza, sentivamo i nostri passi percorrerlo sapendo di non poter tornare indietro per abbracciarla ancora, obbligarla a nascondersi, a scappare, un’ultima danza. Mentre lo abbracciavo mi sentii di nuovo come allora, piccina, nelle mani d’un destino che ci lasciava perplessi. Lui mi augurò buon viaggio e mi disse all’orecchio:
-Ti ricordi di Antonio Porchia? Diceva che “La vita incomincia a morire da dove è più vita…”
Non smetterò mai di cercare.

Roma, Solstizio d’estate, 2010 – Maria A. Listur

The Vastness of Emptiness

She said to my cousin that whatever he would have listen he had to stay put in the house. She was worried about him. They only wanted her, they would have made some mess but not so much because she didn’t have any weapon in the house, she wasn’t in the armed fighting. The only dangerous thing that she had was in her mind: She doubted, thought, led to reflection. She was three months pregnant.

I am ten years old; I like to get out of the house and to go to school alone. They prohibit me from doing that. The other day the nuns have hidden me telling me that mom would have come inside the school to get me, I couldn’t go out. Mom is afraid of something I can hear her crying with her friends and taking a lot of books away from the house. We travel a lot, all weekends we go visit dad who doesn’t live in our same town. I can only go around with my bike in our garden. When I don’t come back on time that mom has told me, she gets very upset and sometimes hits me.
My mom is scared and she cries, she thinks that I don’t see her but I did, kneeled for hours on the phone and one day I heard her saying: “no no no it’s not possible! And remained lying on the floor for the whole night. She doesn’t know but I saw her. Yes, my mom is not the same. But I got it, she has been like that since Susana left and it’s not known when she will be back. Susana is our biggest cousin, the most beautiful one who talks, discuss and argues with dad and the uncles. The same one who when she danced with us little, the grownups look at her with admiration and repeat: “she is brilliant, very much so but…!” They have told me that before next year I will have a little cousin just like her.

-One of these days they’ll come to get me. I know. Don’t say it to anyone now. When I won’t be here you can tell it to mom. In every gesture that I made I knew what I was going to cause. She said to my aunt many days before “desaparecer”.
They took her away without making too much confusion. In the corridor, which separated her house from my cousin’s house, the echo of her footsteps going away remained.
Some years later, while he was taking me to the airport where he used to come to pick me up in my childhood, I asked him if there was any news about our cousin or about the child. He simply answered “no”. A silence dropped and lasted years and we were already getting to another farewell. Both of us fell on the corridor of impotence, we could hear our footsteps going through it knowing we couldn’t go back to hug her again, to force her to hide, to run, a last dance. While hugging him I felt again like then, a girl, in the hands of a destiny that was leaving us puzzled. He wished me to have a good trip and whispered in my hear:
-Do you remember Antonio Porchia? He used to say, “Life begins to die where it is mostly alive…”
I will never stop searching.

Rome, Summer Solstice, 2010 – Maria A. Listur

Il cielo in terra/Heaven On Earth

per Diego C.

-Vieni qua, siediti qui. Mi disse guardandomi fisso negli occhi, sorridendo e segnalandomi la sedia accanto a lui.
-Sicuro? Chiesi.
-Sì. Vieni
Arrivata accanto a lui mi prese la mano e mi disse:
-Maria ti voglio tanto bene.
Mi commosse per l’intensità dello sguardo, per la mano soave che faceva fatica a prendere la mia.

Suo padre non ha mai avuto una grande vocazione per gli abbracci.
Suo padre aveva un’eleganza naturale di quelle che non si perdono mai, neanche nei momenti più delicati della giornata o in quelli più vulnerabili della vita. Prima di morire, ebbe una piccola paresi che bloccò la sua glottide dando alla sua voce un suono rauco che la rendeva ancora più affascinante e seducente, dovette usare il bastone per camminare e questo lo rese ancora più signorile aumentando la sua grazia, soprattutto se veniva guardato da una prospettiva posteriore. La difficoltà, il dolore, l’insensibilità lo resero ancora più elegante. Cambiò anche la sua distanza dal mondo. Con gli occhi riuscì ad abbracciare, a chiedere, a scusare.
Lei aveva diciassette anni, era incinta del primo figlio, leggeva per lui Checov nel giardino di quella che fu la loro ultima casa. Sentì il respiro del padre diventare lento, alzò lo sguardo e lo vide addormentato. Lo risvegliò carezzandogli la mano stanca, lui prima di aprire gli occhi sfiorò la sua con fatica, senza forza, poi, aprì gli occhi per guardarla sotto il “panama”; lei capì tutto prima che lui chiarisse:
-Ti ringrazio figlia mia, mi devi perdonare… Credo che sia ora d’andare. Si alzò e se ne andò.
Un mese dopo la loro lettura in giardino, quando le dissero che suo padre era morto in un incidente, lei alzò la testa verso il cielo pensando: “… non è vero, mio padre è morto mentre ascoltava Checov…”

L’ultima volta che mi avevano detto “ti voglio tanto bene” senza fretta, guardandomi profondamente negli occhi, senza far diventare quella dichiarazione un abbraccio o un bacio o un avvicinamento veloce, si trattava di mio figlio, prima di partire per l’Argentina, nel suo primo viaggio in Italia all’età di ventuno anni.
Questa volta, “Maria ti voglio tanto bene” me l’aveva detto una bocca di due anni, un cuore di cento, uno sguardo di mille. Io risposi timidamente: “… anche io…”, gli baciai la manina che teneva la mia e guardandolo negli occhi ricordai l’inizio del libro sull’effetto Isaia: “siamo venuti al mondo per amare e per trovare un amore perfino più grande di quello conosciuto dagli angeli del paradiso…”

Roma, inizio dell’estate nel freddo, 2010 – Maria A. Listur

Heaven On Earth
To Diego C.

-Come here, sit here. He said looking me straight in the eyes, smiling and showing me the chair next to him.
-Are you sure? I Asked.
-Yes. Come.
When I sat next to him he took my hand and said:
-Maria I really love you.
He moved me for the intensity of the glance, for the soft hand that was making a great effort to grab mine.

Her father wasn’t really been keen on hugs.
Her father had that natural elegance of those that never gets lost, not even in the most delicate time of the day or in the most vulnerable moments of life. Before dying, he had a very slight paresis that blocked his glottis giving to his voice an husky sound, which would make him more fascinating and seducing, he had to use a cane to walk and this made him even more gentlemanly increasing his grace, especially if he was seen from a back perspective. The difficulty, the pain, the insensibility made him even more elegant. Even his distance to the world changed. With his eyes he could embrace, ask, forgive.
She was seventeen, was pregnant of her first child and would read Chekov for him in the garden of what it was going to be their last home. She heard the breathing of her father becoming slow, raised her eyes and saw him asleep. She woke him caressing his tired hand, he caressed hers struggling before opening his eyes, with no strength, then, opened his eyes to look at her from below his “panama”; She understood everything before he clarified:
-I thank you my child, you have to forgive me… I think it’s time to go. He stood up and left.
A month later of that reading in the garden, after they told her that her father died in an accident, she raised her head towards the sky thinking: “…it’s not true, he died while he was listening to Chekov…”

The last time somebody had told me “I love you a lot” without rushing, looking me deeply in the eyes, without turning that statement in to a hug or a kiss or a fast approach, it had been with my son, before leaving for Argentina, in his first trip to Italy when he was twenty-one.
This time, “Maria I love you a lot” has been told to me by a two years old mouth, a heart of hundred, a glance of a thousand. I answered timidly: “ …I do too…”, I kissed his little hand that was holding mine and looking at him in his eyes I remembered the beginning of the book on the Isaiah effect: “we came in this world to love and to find a kind of love even more bigger than the one known by the angels in heaven…”

Rome, beginning of summer in coldness, 2010 – Maria A. Listur

Anima di valigia/Soul of a Suitcase

A Buenos Aires abitava tutta la famiglia di mio padre.
Arrivai per la prima volta quando avevo soltanto un mese di vita e poi tornai ogni anno. I miei genitori mi hanno fatto viaggiare in aereo, con l’accompagnatore, da quando avevo cinque anni.
Buenos Aires mi ha dato la speranza di poter vivere in qualsiasi parte del mondo.
Buenos Aires guarda fuori e ti spinge a partire lasciando le braccia aperte augurandoti ritorni magici, luminosi e senza tempo. Me ne andai che ero una ragazza. M’accompagnò al taxi che mi portava in aeroporto il mio amico della vita a cui ritorno e a cui ritorna mio figlio ogni volta che passiamo per Buenos Aires. Mi disse:
-Parti e non ti voltare. Ti prego.
Io salii sul taxi e mentre l’automobile si allontanava mi voltai verso di lui che correva dietro di noi velocemente. Senza raggiungerci.

Erano le quattro del mattino quando percorsi i Fori Imperiali per arrivare al Colosseo. Arrivavo da Perugia. Desideravo questo viaggio anche se ovunque andavo si parlava tanto male di Roma e ancor peggio dei romani. Mi chiedevo come mai tanti italiani guardassero Roma con tanto disprezzo. Me lo chiesi ancora nel momento in cui prendendo i Fori Imperiali da Via Cavour si gira verso sinistra e s’incominciano a vedere i primi archi del Colosseo attraversati dalla luna e poi quella luce espansa che lo bagna dandoti il desiderio di abbracciarlo come fosse qualcosa che ti appartiene anche se non l’hai mai visto. Pensavo tutto ciò quando un uomo, con un accento che non capivo allora e che oggi so che è romano mi chiese se avevo bisogno di qualcosa. Io dissi di no con il mio italiano nettamente argentino e lui mi disse “Buenos Aires?” e senza attendere la risposta aggiunse che la sua famiglia per parte del padre viveva a “Caballito”, un quartiere tipico della capitale Argentina. Camminò accanto a me fino alla metropolitana poi si congedò dicendo: Se lei ama il caos e nel caos lei trova ordine, Roma è sua.
Dopo tre ore, nel prato della piazza di San Giovanni in Laterano, decisi che sarei rimasta. Senza tempo.
Roma ha un ordine che nutre il mio caos.

Lui correva verso il taxi ed io lo guardavo correre. Non dissi al tassista “Si fermi o aspetti…” Continuai a guardare fino a che lui sparì nell’orizzonte alzando la mano per salutarmi. Io abbassai lo sguardo e girai il corpo per guardare avanti.
Dopo alcuni anni, quando lo rividi, gli chiesi il perché della corsa. Lui disse:
-Sapevo che ti saresti voltata e ho voluto correre per capire quanto eri convinta. Chiunque avrebbe fermato il taxi. Tu no. Quella notte confermai che la ragazza che amavo era come l’avevo immaginata: fedele a ciò che mi aveva fatto amarla.
Mi commosse lasciandomi senza parole mentre un pensiero di Antonio Porchia mi attraversò il cuore: “Se vuoi che i fiori del tuo giardino non muoiano, apri il tuo giardino.”

Roma, dopo un brindisi per la vita, 2010 – Maria A. Listur

Soul of a Suitcase

In Buenos Aired used to live all my father’s family.
I arrived the first time when I was only a month old and then I went every year. My parents made me travel by airplane, with a chaperon, since I was five.
Buenos Aires has given me the trust of being able to live in every part of the world.
Buenos Aires looks outside and pushes you to leave, leaving the arms open wishing you magical returns, bright and timeless. I left when I was a girl. A friend of a life, somebody who I return to and to whom my son returns every time we pass by Buenos Aires, accompanied me to the cab that was going to take me to the airport. He said:
-Leave and don’t turn back. I beg you.
I got on the taxi and while the car was going away I turned towards him who was running fast behind us. Without catching up.

It was four in the morning when I was going down Fori Imperiali to reach the Coliseum. I had just arrived from Perugia. I had been looking forward to this trip even if everywhere I went everybody would criticize Rome and even more the Romans. I was wondering why so many Italians would look at Rome in such a discredit. I was still puzzled about this fact turning on Fori Imperiali from Via Cavour when turning right the first arches of the Coliseum came to sight, brightened by the moon and then that moonlight, which lighted it, gave me the desire of hugging it as it was something that belonged to me even if I had never seen it before. I was thinking about all this when a man, speaking with an accent that I didn’t understand then but now I know it’s Roman, asked me if I needed anything. I replied that I didn’t with my strong Argentinean Italian and he said “Buenos Aires?” and without waiting for my answer he added that his family on his father side lived in “Caballito”, a typical district of Argentina. He walked with me all the way to the underground and then parted saying: If you love chaos and in chaos you find order, Rome is yours.
After three hours, in the lawn of the San Giovanni in Laterano square, I decided to stay. With no limit of time.
Rome has an order that nourishes my chaos.

He was running towards the taxi and I was watching him run. I didn’t say to the driver “Stop the car or wait…” I kept looking until he disappeared in the horizon lifting his hand to wave at me. I lowered my eyes and turned my body to look forward.
Few years later, when I met him again, I asked him why he ran. He said:
-I knew that you would turn and I wanted to run to see how determined you were. Anybody would have stopped the taxi. You didn’t. That night I understood that the girl I loved was as I had always imagined: committed to what made me love her.
He affected me leaving me speechless while a thought of Antonio Porchia crossed my heart: “If you don’t want the flowers of your garden to die, open your garden.”

Rome, after a toast for life, 2010 – Maria A. Listur

Finire in bellezza/Finishing at Best

Lei ascoltava Krishnamurti a Saaden; per riposarsi attaccava le amache tra le canne fumarie dei crematori, passava la notte sotto l’organo d’una vecchia chiesa e insegnava musica ai bambini. Gli anni migliorano sempre di più i suoi magnifici riccioli neri, la bocca che canta mentre bacia e il suo andare avanti in dietro per colmare il vuoto che crea l’assenza di riconoscimento.
Camminavamo in una notte rituale di primavera quando mi disse:
-Tu allontani gli uomini perché cerchi di fargli vedere che sono molto di più di quello che pensano di essere…

Quando mio fratello era piccolo, aveva i capelli come quelli che immagino siano degli angeli: biondi, ricci, morbidi. Mi portava dell’acqua in camera ogniqualvolta mi rinchiudevo a piangere perché mia madre m’aveva chiuso la bocca “denunciatrice” con uno schiaffo. Chiudermi in camera era una protesta silenziosa alla violenza, mio fratello partecipava come mio sostenitore esterno:
-Ora basta! …esci dalla camera e vieni a mangiare… Lei non capisce quello che le dici… perché devi sempre parlare di diritti…?!! Diceva lui cercando di evitare la mia caduta nello sciopero della fame.
Non lo vedo da tanti anni, so della sua vita senza esserne parte ma, ovunque vado, penso di poter contare su quella mano che apriva la porta della camera, appoggiava per terra il bicchiere d’acqua o di latte insieme a un piccolo piatto con delle “tortitas”.
Negli anni, ho sentito che nessuna tata, nessun parente, nessun amore, nemmeno i miei genitori avessero pensato alla mia fame e anche se non ho mai patito la fame davvero, immaginavo che se uno di loro avesse aperto la porta della camera per nutrirmi, mi avrebbe generato un calore allo stomaco capace di sostenermi davanti alla prepotenza.
Tornai a trovare mio fratello qualche anno fa, gli raccontai che portavo con me le sue accortezze che da piccola mi avevano riscaldata, quei gesti che lo rendevano unico. Lo ringraziai commossa. Lui mi disse:
-Veramente era la mamma che preparava tutto dicendomi sempre la stessa frase: “Vai a portare un po’ di latte alla rivoluzionaria!”. Io rimasi sorpresa per lo svelamento e davanti al mio sgomento mio fratello aggiunse: -Ma… se lei non me l’avesse chiesto io t’avrei portato ugualmente il latte con le “tortitas”, in capo al mondo! Lo sai vero?

Ha ragione la mia amica quando dice che guardo una proiezione -per me bella- di chi ho davanti. Senza la prospettiva della bellezza mi risulta un po’ difficile relazionare. Credo che lei faccia la stessa cosa che faccio io ma, da tanto tempo, che non riesce a riconoscere il suo sguardo illuminante. Lei lo fa con il suo sposo. Attende ancora quella costruzione dell’uomo che soltanto lei sa che lui è ma che lui ancora non riflette sul proprio specchio. Guardandoli ridere nel loro giardino, vicini e sconosciuti, liberi e distanti, pensai ad una frase del libro di Emmanuel: “L’amore non è limitato alla personalità fisica, all’esperienza umana. E’ qualcosa di più grande. Le persone si uniscono per esplorare l’amore molto al di là dei concetti della loro mente o di ciò che potrebbero scoprire a livello fisico. Alcuni possono unirsi per scoprire qual è la natura dell’amore quando esso deve andarsene.”

Roma, caldo e luce, 2010 – Maria A. Listur

Finishing at Best

She would listen to Krishnamurti at Saaden; to rest, she would hang hammocks between the chimneys of the crematoriums, she would spend the night under the pipe organ of an old church and she used to teach music to children. Years are making better her magnificent black curls, her mouth that kisses while singing and her going back and forth to fill the emptiness that comes from the absence of recognition.
I was walking in a ritual night of spring when she said to me:
-You push away men because you try to make them see that they are much more than what they think they are…

When my brother was a child, he had hairs like what we imagine to be those of angels: blond, curly and soft.
He used to bring me water in my room every time I would lock my self in to cry because my mother had shut my “denouncing” mouth with a slap. To close myself in my room was a silent protest against violence; my brother would participate as an external supporter:
-Now stop it! …get out of the room and come to eat… She doesn’t understand what you are telling her… why do you always have to talk about rights?!! He would say trying to avoid my calling out a hunger strike. I haven’t seen him since long ago, I know about his life without being part of it, but everywhere I go I think I can always count on his hand, which, opening the door of the room, would leave on the floor a glass of water or milk with a small plate with some “tortitas”.
In years have always felt that no nanny, no relative, not even my parents had ever thought about my hunger when I locked myself in my room and even if I wasn’t really hungry, I imagine that if one of them could have opened the door of my room to nourish me, could had create a warm feeling in my belly capable of making me stand in front of every type of abuse.
I went to visit my brother few years ago, I told him that I still had in me his kindness which when I was little had warmed me up, those gestures had made him unique. I thanked him moved. He said:
-To be honest it was mom who would fix everything always saying the same sentence: “Go bring some milk to the revolutionary!” I was shocked for the revelation and seeing my dismay my brother added:
-But… even if she wouldn’t ask me I still would have brought you milk and “tortitas”, anywhere in the world! You know that, right?

My friend is right when she says that I look at a projection – beautiful to me – of whoever is in front of me. It is quite difficult to me to connect without the perspective of beauty. I think that she does the same thing that I do, but it’s been so long that she doesn’t recognize her enlighting glance anymore. She does it with her spouse. She still waits for that construction of man that she knows he is but that he doesn’t reflect it on the mirror yet. Watching them laughing in their garden, so close and unknown, free and distant, I thought about a phrase of the book of Emmanuel: “Love is not limited to the physical personality, to the human experience. It is something much bigger. People get together to explore love much further than the concepts of their mind or of what they could discover at a physical level. Some may get together to discover which is the nature of love when it has to end.”

Rome, heat and light, 2010 – Maria A. Listur

Sposo trasparente/Transparent Spouse

Dorme fuori casa tutti i mercoledì, giorno della settimana in cui suo marito “desapareció” (sparì). Dorme in una casa vicino al parco dove andavano a passeggiare.
Un giorno all’alba mentre s’incamminava verso la loro casa lasciandosi alle spalle la casa del mercoledì e passando di fronte alla strada che prendevano per andare al parco, rivide se stessa, insieme al marito. Camminavano mano nella mano, guardavano avanti mentre lui parlava. Erano sereni, come sempre. Girarono l’angolo della strada per poi scomparire nei giardini dietro i cipressi mentre lei rimase ferma a guardare il loro svanire.

Quando morì mio padre non potevo sopportare l’idea di non ascoltare più la sua voce. Sapevo che era la prima memoria dell’altro che si perde. Per questo non ho mai smesso di cantare qualche tango in spagnolo, sento che nella mia voce risuona la sua dicendo “Mi Buenos Aires querido, cuando yo te vuelva a ver…”
Col tempo capii che si perde anche l’odore dell’altro e per questo per qualche mese dopo la sua morte mi recavo nella casa della mia infanzia, entravo nello spogliatoio della sua camera, aprivo l’armadio e m’appoggiavo ai suoi vestiti odorandoli. La lavanda usciva dai tessuti.
A occhi chiusi e mentre annusavo i capi, mi dicevo: “… adesso andrò in camera senza aprire gli occhi, arriverò ai piedi del letto e lui sarà lì che dorme…” Di seguito, facevo tutti i passaggi e quando aprivo gli occhi per costatare la realizzazione della mia magia, mi si stringeva tutta la vita colpita dall’assenza.
In sogno invece lo ritrovavo e riuscivo a salutarlo prima di morire. Riuscivo a stringergli le mani dicendogli “grazie papà ma che fai qui ora che sei morto…?” Lui non rispondeva mai, m’abbracciava più di quanto l’avesse fatto in vita.
Un giorno, su un autobus che mi portava al parco dell’Università, mi girai di scatto perché sentii arrivare il profumo di lavanda inglese di mio padre. Era il suo, se lo faceva fare da un profumiere argentino. L’autobus era quasi vuoto e vicino a me non c’era nessuno. In una delle fermate guardai fuori e vidi un uomo che somigliava a mio padre. L’autobus partì mentre mi attaccavo al finestrino per vedere meglio l’uomo. Lo persi di vista, anche il profumo sparì. Lo rividi un’altra volta, in sogno. Lui disse:
-Se vuoi ascoltare la sua voce, canta. Se vuoi sentire il suo profumo, ringrazia.

Tornava volentieri alla casa del mercoledì e anche se l’aspettavano lo champagne che amava, la cioccolata bianca del prima dell’amore e una notte di fuochi maturi, il suo scopo fondamentale era l’alba. Si alzava e se ne andava, come immagino possano fare soltanto i fantasmi. Usciva sempre all’ora in cui sapeva avrebbe rincontrato il suo passato di fronte a lei perdersi tra i cipressi. Un giorno, arrivata l’alba, decise di non alzarsi. Ebbe un po’ di compassione e pudore per quei due che erano stati il suo amore e lei quando ancora non sapeva che c’erano spazi dell’amore in cui si continua a vivere, dimensioni diverse da quelle che chiamiamo “qui e ora”.
E nel qui e ora, chiuse gli occhi e si addormentò ricordando i versi di Amelia Rosselli: “Sposo nel cielo ti ho tutto circondato ma sei tu che comandi e sono tua sposa d’infanzia sposa trasparente.”

Roma, nuvolo e caldo 36°, 2010 – Maria A. Listur

Transparent Spouse

She sleeps out every Wednesday, it’s the day of the week in which her husband “desapareció” (disappeared). She sleeps in a house near the park where they used to go for a stroll.
One day at dawn while walking towards their house leaving behind the Wednesday’s house and passing in front at the road that they used to take to go to the park, she saw herself with her husband. They were walking hand in hand; they were looking ahead while he talked. They were serene, as usual. They turned at the corner of the street to disappear in the gardens behind the cypresses while she stayed still to watch their disappearing.

When my father died I couldn’t stand the idea of not listening to his voice anymore. I knew that it was the first memory of the other that gets lost. For that reason I have never stopped singing some tangos in Spanish, I feel that in my voice his voice resounds, saying “Mi Buenos Aires querido, cuando yo te vuelva a ver…”
In time I learned that also the scent of the other gets lost and because of that, few months after his death, I would go in the house of my childhood, enter in the dressing room of his space, open the closet and lean on his clothes smelling them. Lavender would come out of the fabric.
With my eyes closed and while smelling the clothes, I would say to myself: “… now I will go to his room without opening my eyes, I will reach the foot of his bed and he is going to be there sleeping…” After that, I would do all the passages and when I would open my eyes to ascertain the fulfillment of my magic, my whole life would shrink struck by the absence.
In my dream instead, I would rejoin him and salute him before his death. I could hold his hands telling him “Thank you dad but what are you doing here now that you are dead…?” He would never replied, he just held me more than he ever did in life.
One day, on a bus that was bringing me to the park of the University, I suddenly turned around because I smelled the scent of my father’s English lavender coming. It was his; he had it made by an Argentinean perfumer. The bus was almost empty and next to me there wasn’t anybody. In one of the stops I looked outside and I saw a man that seemed like my father. The bus left while I was holding to the window to have a better look of the man. I lost sight of him, also the scent disappeared. I saw him another time, in a dream. He said:
-If you want to listen to his voice, sing. If you want to feel his scent, be thankful.

She enjoyed going back to the Wednesday’s house and even if the champagne she loved was waiting for her, so was the white chocolate of before love and also a night of mature fires, her main reason was the dawn. She would get up and leave, as I imagine only a ghost could do. She would always leave at the time that she knew she would meet her past in front of her disappearing in the cypresses. One day, when the dawn arrived, she decided not to get up. She felt a bit of compassion and embarrassment for those two who had been her lover and her when she didn’t know that there were spaces of love in which it’s possible to continue to live, different dimensions from what we call “here and now”.
And in that here and now, closed her eyes and fell asleep remembering the verses of Amelia Rosselli: “Spouse in the sky I have got you all surrounded but you are in charge and I am your childhood bride transparent bride.”

Rome, cloudy and hot 36°, 2010 – Maria A. Listur

Inspirazione/Inspiration

A Niccolò A.

Sua madre e io siamo amiche. Ci siamo incontrate quando lui aveva cinque mesi. Lui mi guardò fisso negli occhi dall’altra parte del tavolo in un silenzio che anche nell’ultimo incontro abbiamo condiviso.
Un giorno sua madre ebbe la necessità di dirgli:
-Tua madre sono io!
Lui la guardò dai suoi cinque anni con infinita compassione e si ritirò ai suoi giochi.
Io presi la mia valigia e me ne andai con la sensazione di aver invaso un mondo unico che mi era stato dato in prestito, come sostegno.
Ritirarsi è per me un’arte, molto vicina a quella del silenzio.

Quando arrivò a casa non trovò il bambino, incominciò a sentire le pareti che gli cadevano addosso, i mattoni si sgretolavano divenendo pioggia su di lei. Cadde a terra. Sentì che non avrebbe potuto rialzarsi per molto tempo. Riuscì a mettersi in piedi appoggiandosi con la mano destra al pianoforte e con la sinistra alla parte bassa del cavalletto che si trovava accanto. Aveva l’impressione d’avere tutta la sabbia del mondo tra le mani e la fantasia di poter levigare ogni cosa con creatività e lacrime. Non fu sufficiente piangere.
Il suo modo di stare nella vita non era riconosciuto dalle leggi degli uomini quindi la sua appartenenza al loro mondo era messa in discussione, le si poteva sottrarre ogni cosa visto che non si era comportata da “buona sposa” quindi neanche da “buona madre”, come se fosse prestabilita una relazione tra il rapporto con gli uomini e il rapporto coi figli.
Lei ha resistito grazie a quell’appoggio a destra e a sinistra. Ogni volta che cadeva ancora, sapeva di contare sull’angolo di sostegno “pianoforte-cavalletto”. E dopo aver recuperato il piacere di stare in piedi è stata anche riconosciuta dal mondo da cui è stata esclusa, ha anche ricevuto le richieste di scuse sincere, profonde e sentite. Tra il primo addio e le scuse sono passati ventisei anni.
Ora lei sa che il suono e il colore possono salvare la vita.

Dopo duecento chilometri di strada arrivai a casa intuendo che non avrei rivisto quel bambino per molto tempo e neanche la sua magnifica madre.
Presi il carboncino e disegnai degli occhi sopra altri occhi che attendevano. Mi tremavano le gambe e tendevo verso terra. Non sapevo come avrei fatto a continuare anche senza di loro. Cercai di ricrearli io, con le mie mani. Come se fossi capace di far rinascere attraverso un gesto ogni essere che è diventato un addio. Le mani ammorbidivano i neri, correvano sulla tela, mi sostenevano come fossero ventose aderenti ad una parete di pietra che dà forza.
In mezzo al pianto arrivò l’aiuto di Pablo Picasso, la sua voce dai miei occhi urlava: “Quando l’ispirazione arriverà, mi troverà dipingendo.”

Roma, sembra estate… 2010 – Maria A. Listur

Inspiration

To Niccolò A.

His mother and I are friends. We met when he was five months old. He looked at me straight in the eyes from the other side of the table in such a quiet way that we also have shared the last time we met.
One day his mother felt necessary to tell him:
-I am your mother!
He looked at her from his five years of age with infinite compassion and went back to his games.
I took my suitcase and left with the feeling that I invaded a world unique that had been lent to me, as a support.
To draw back is an art for me, very close to the one of silence.

When she arrived at home she didn’t find her child, she started feeling the walls falling on her, the bricks were pulverizing becoming rain on her. She fell on the ground. She felt that she could have never gotten up for long time. She manage to stand on her feet holding up with her right hand on the piano and the left on the lower part of the easel that was next to her. She had the impression to have the sand of the whole world in her hands and the fantasy of being able to smooth everything with creativity and tears. But crying wasn’t enough.
Her way to be in life wasn’t recognize by the laws of men therefore her belonging to their world was being questioned, anything could have been taken away from her since she didn’t behave like a “good spouse” consequently she wasn’t a “good mother”, as if there was a predetermined connection between the relation with men and the relation with children.
She could resist thanks to that support on the right and on the left. Every time she fell again, she knew that she could count on that “piano-easel” hold. And after she regained the pleasure of standing on her feet she was recognized from the world she had been excluded from, she received the requests for sincere forgiveness, profound and heartfelt. Twenty-six years have past between the first farewell and the apologies.
Now she knows that sound and color can save a life.

After two hundred kilometers of traveling I arrived home sensing that I wasn’t going to see that child for long time, neither his magnificent mother.
I took the charcoal and drew eyes over other eyes that were waiting. My legs were shaking and I was about to collapse to the ground. I didn’t know how could I manage without them too in my life. I tried to recreate them with my hands. Like if I was capable of giving rebirth through the gesture of every being that has become a farewell. My hands would soften the blacks, wander on the canvass, hold me like they were suckers holding on a stonewall that gives strength.
Right when I was crying the help from Pablo Picasso came, his voice was screaming through my eyes: “When inspiration will arrive, it will find me painting.”

Rome, seems like summer… 2010 – Maria A. Listur

Perdurare/Lasting

Si lanciò in un bacio talmente intenso che con i denti urtò le mie labbra. Sentii il sapore del sangue nella bocca, senza però, riuscire a fermarmi. Era stato un bacio per farmi tacere. Avevo cercato di dirgli che, quando fa ripetere le improvvisazioni musicali a sua figlia, perché non trovandosi nella stessa stanza può sentirla ma non vederla quindi crede che certe meraviglie siano prodotto di un’altra allieva o allievo, la danneggia. Ancor di più se pensa sia “una bugiarda figlia di puttana…” Non sono arrivata a dirlo perché mentre dicevo: “Scusa ma secondo me hai sbagliato perché…”
Lui mi baciò anche il sangue.

Ha visto suo figlio – per molti anni – una volta l’anno e ogni volta che lo vedeva si dava una regola precisa: devo evitare di cercare di recuperare il tempo lineare.
Allora, quando lo rincontrava, per far diventare unico e sereno ogni gesto, cercava dentro di sé tutti i modi che conosceva e anche quelli da sperimentare provenienti da una conoscenza etica e filosofica che ammirava.
Diede anche un valore magico alle visualizzazioni: piccole note che coprivano i quindicimila chilometri di distanza, piume leggere che viaggiavano attraversando gli oceani per svegliarlo nell’ora in cui dall’altra sponda si pranza. Vidi per anni e anni chilometri di baci, di pane, di suono. Immaginazione. Pensieri.
La pittura è stato per tanto tempo un modo per scriversi. Lui disegnava e qualcuno della parte della famiglia che l’ha cresciuto spediva queste immagini. Sono stati quei disegni che rinforzarono la sua vita, che in ogni difficoltà hanno sollevato la speranza e ispirato musiche, pitture, parole di sostegno a chi non riusciva a crearsele.
Dopo un’eternità di solitudine, quando il figlio era vicino, cadde ai suoi piedi la cartella in cui aveva conservato le “lettere disegni”. Erano impeccabili, il tempo non li aveva nemmeno ingialliti. Alzò i fogli e li mise controluce. C’erano “lettere solco” per esprimere l’amore, “colori senza limiti” che attraversavano il foglio scolando verso i bordi, “case con tutti felici dentro” che riunivano le distanze, buste con incalcolabili “a te nel tuo giorno” “buon natale” “buon anno” “buon compleanno”… Prese uno di questi disegni dove il suo corpo contiene più mani. Lo incorniciò e lo posò sul pianoforte. Dopo qualche mese, il bambino – ora uomo – lo prese tra le mani e affermò:
-Questo te l’ho fatto io.
Si guardarono in silenzio. Poi, lui riguardò tutta la stanza piena di quadri, fece qualche nota sul pianoforte, si lasciò mettere a posto la cravatta e aggiunse:
-Quante cose belle ci ha fatto creare la distanza!

Mentre ci baciavamo, la sua forza mi spostò indietro, io persi l’equilibrio e per non cadere, mi dovetti appoggiare sul tavolo. Urtai un vaso di terracotta che si ruppe e mi fece un taglio nella mano. Il mio sangue sgorgò con una tale potenza che obbligò lui a prendere velocemente la tovaglia bianca del tavolo per appoggiarla sulla mia ferita. Mi aiutò a sedermi per terra mentre andò a prendere del disinfettante e della garza. Appoggiai il mio viso impaurito sulla tovaglia che mi copriva sia la mano che le gambe e la riempii di tracce rosse. Mi sentivo un grande pennello unto nel rosso.
Anche se lavammo più volte la tovaglia, con tanti prodotti speciali, le tracce non sono mai andate via. Io l’avrei buttata ma lui non me lo permise, volle conservarla, per “mia figlia quando sarà grande” disse. La figlia la vide estesa nello stenditoio del giardino, con impronte di bocche, scolature verso i lati, frammenti di rossolilla e dopo lunghi sguardi e silenzi disse:
-Papà guarda! Questa tovaglia sembra una grande bocca e tante piccole bocche che vogliono urlare!
Lui me lo raccontò al telefono. Rimanemmo tutti e due in silenzio ad apprezzare lo sguardo trasparente della sua bambina. Nel silenzio mi abitò, ancora una volta, il pensiero di Jorge Luis Borges: “Soltanto perdurano nel tempo le cose che non furono del tempo.”

Roma, l’umidità ricorda Buenos Aires, 2010 – Maria A. Listur

Lasting

He dove in to a kiss in such an intense way that he hurt my lips. I could taste the blood in my mouth, without being able to stop. It was a kiss to make me quiet. I was trying to tell him that when he makes his daughter repeat musical improvisations, because, not being in the same room, he can hear her but not see her so he thinks that these wonders are a product of another student, he actually damages her. It is even worse when he thinks “what a liar son of a bitch…” I never got to the point of telling him so because while trying to say: “Sorry but I think you are wrong because…”
He kissed even my blood.

She saw her son – for many years – once a year and every time she saw him, she had a precise rule: I have to avoid trying to make up the linear time.
Therefore, when she met him, in order to make every gesture unique and serene, she would look inside her all the ways that she knew even those that had yet to be tested that came from an ethic and philosophical knowledge that she admired.
She gave also a magical value to visualization: small notes that would cover the fifteen thousand kilometers of distance, light feathers that would travel crossing the oceans to wake him on the time that, on the other side, usually lunch was served. For many years, I saw those kilometers of kisses, bread, sound. Imagination. Thoughts.
Painting has been for long time a way to write to each other. He would draw and somebody on the other side of the family who raised him would send those images. It was because of those drawings that his life has gained strength, which in every difficulty has raised hope and inspired music, paintings, words of support to those who could not create them alone.
After an eternity of loneliness, when the son was near, the briefcase in which she had preserved all the “letters drawings” fell at his feet.
They were flawless; time did not even discolor them. He picks the papers and held them against the light. There were “carved letters” to express love, “colors with no boundaries” that were crossing the sheet draining over the edge, “houses with everybody happy inside” that would reunite distances, envelops with countless “ to you in the day of” “Merry Christmas” “ Happy New Year” “ Happy Birthday”… He picks one drawing where his body had many hands. He framed it and put it on the piano. After few months. The child – now a man – took it in his hands and stated:
-I did this for you.
They look at each other in silence. Then he look again at the room full of paintings, played some notes on the piano, let her fix the necktie and added:
-We have created wonderful things thanks to distance!

While kissing, his strength moved me backwards, I lost my balance and to avoid falling, I had to hold on to the table. I bumped in to an earthenware pot, which broke and cut me on my hand. My blood poured with such strength that he was forced to take the white tablecloth to place it over my wound. He helped me sitting on the ground and went to fetch some disinfectant and gauzes. I leaned my frightened face on the cloth that covered my hand and legs and filled it with red traces. I felt like a big brush colored with red.
Even if we did wash the tablecloth many times with special products, the traces never left. I wanted to throw it away but he would never let me do so, he said he wanted to save it for her daughter when she would be big. She saw it stretched on the clotheshorse in the garden, with prints of mouths, draining spots on the side, fragments of lilac red, after long glances and silences said:
-Daddy look! This tablecloth looks like a big mouth and many small mouths that want to scream! He told me that over the phone. We both remained quiet appreciating the transparent glance of his daughter. In silence, I was inhabited, once again, by the thought of Jorge Luis Borges: “Only things last in time that were not of the time.”

Rome, the humidity resembles Buenos Aires, 2010 – Maria A. Listur

Ascoltare/Listening

Ci incontravamo due volte al mese. Ci dicevamo delle cose bellissime. Facevamo l’amore. Usavamo segni per parlare. Io potevo ascoltare il rumore del letto, i colpi della pioggia sulla finestra, il vento quando spalancava le porte. Lui no.
Lui appoggiò la mano destra sulla mia schiena e mi strinse a sé, con la lingua disegnò un “ti amo” sul mio collo.

Conosco una donna che ascolta molto di più di quello che io posso ascoltare. La vado a trovare quando il peso della vita non mi lascia spazio per elaborare quello che non appartiene al quotidiano. La frequento da quando la lontananza da mio figlio era diventata impossibile. Lei, allora, nel presentarsi mi disse:
-Non voglio sapere nemmeno il suo nome. Non farò niente che la spaventerà. Ascolterò soltanto quello che lei non riesce ad ascoltare.
Parlò per venti minuti poi propose:
-Ora può chiedere.
Io chiesi dei perché del dolore della vita e lei mi raccontò di una mia vita futura che mi sembrò impossibile da realizzare. Oggi è la mia vita.
Qualche anno fa sono andata per chiederle se era possibile vedere delle persone morte come fossero vive. Lei mi disse:
-Chi? Suo padre?
-Sì, mio padre.
-Certo, diventa più presente nella misura in cui lei crede di non essere sostenuta dai suoi morti. Ha ragione, lui le è accanto.
L’ultima volta che la vidi, le dissi:
-Non vorrei offenderla ma vorrei sapere chi le parla e chi le dice delle cose su di me che non può sapere ne conoscere nessuno…
-La grande madre, la nostra. Rispose guardandomi agli occhi con una comprensione che non ho mai sentito da nessuno. E aggiunse:
-Lei è protetta, tutti siamo protetti, il libero arbitrio deve essere considerato in quanto libera scelta di richiesta d’aiuto o negazione delle forze creatrici. A lei decidere, a lei desiderare ciò che di costruttivo è venuta a “essere” in questo mondo.

Non ho potuto scrivere “anche io”. Mi lasciai stringere ancora nel suo calore che era indirettamente proporzionale alla sua sordità. Appoggiai la mia bocca sul suo orecchio e urlai:
-Stai esagerando!
Lui mi allontanò da sé senza accorgersi del mio grido. Sorrise e mi ripeté con i segni:
-Ti amo.
Io con i segni dissi:
-Devo andare… Invece di chiedergli:
-Perché mi dici qualcosa che non significa niente rispetto alle belle cose che ci diciamo e facciamo senza dichiarazioni, perché dobbiamo definire il piacere di stare insieme?
Lui si alzò dal letto di scatto come se lo avessero spinto dal materasso, incominciò ad alzare i vestiti, entrò con me in bagno, camminò innervosito da destra a sinistra. Io rallentai il mio solito ritmo mentre pensavo che nel silenzio riesco a gestire meglio ogni imbarazzo. Mi vestii e uscii dall’albergo mentre lui stava ancora sotto la doccia.
Sul tassi che mi faceva attraversare Londra arrivò un sms sul mio cellulare: “… sei più sorda di me… buonanotte”. Entrai in casa sostenuta da una frase di Antonio Porchia: “Chiunque potrebbe annichilire l’infinito in un istante”.

Roma, dopo due giorni di sole, 2010 – Maria A. Listur

Listening

We used to meet twice a month. We used to say to each other beautiful things. We made love. We used signs to talk. I could hear the sound of the bed, the pouring rain on the window, the wind when it opened the doors. He couldn’t.
He gently put his right hand on my back and held me, with his tongue he drew a “I love you” on my neck.

I know a woman who can listen much more than I can. I go visit her when the weight of my life doesn’t leave me any space to elaborate what it doesn’t belong to the every day. I have been seeing her since when the distance with my son became impossible. She, then, in introducing herself said:
-I don’t even want to know your name. I am not going to do anything that might scare you. I will listen only to what you can’t.
She talked for twenty minutes then proposed:
-Now you may ask.
I asked about the pain in my life and she told me about my future life that I thought impossible to realize. Now it’s real.
Some years ago I went to ask if it was possible to see dead people like they were alive. She told me:
-Who? Your father?
-Yes, my father.
-Of course, he becomes more present the more you believe that you are not helped by your dead. You are right, he is next to you.
Last time I saw her I told her:
-I don’t mean to offend you but I would like to know who tells you these things about me that nobody could know…
-The Big mother, our mother. She replied looking at me in the eyes with an understanding that I’ve never felt from anybody. And added:
-You are protected, we all are, free will has to be considered as free choice to ask for help or denial of the creative forces. It is up to you to decide, to desire what you’ve come to be fruitfully in this world.

I couldn’t write “me too”. I let myself being held for some more time in his warmth that was inversely proportional to his deaf. I gently put my mouth on his ear and shouted:
-You are exaggerating!
He moved me away without noticing my shouting. He smiled and said with signs:
-I love you.
I said with signs:
-I’ve got to go… Instead of asking:
-Why do you say something so meaningless compared to the beautiful things that we say to each other or that we do without any declaration, why do we have to define the pleasure of being together?
He snapped up from the bed like somebody had pushed him from the mattress, started to sort out the clothes, went to the toilet, walked back and forth nervously. I slowed my usual rhythm while thinking that in silence I can better manage any embarrassment. I got dressed and left the hotel while he was under the shower.
On the taxi that was taking me across London I received a short message on my mobile. “…you are more deaf than I am… Goodnight”. I entered my house sustained by a phrase of Antonio Porchia: “Anybody could annihilate the infinite in one moment”.

Rome, after two days of sun, 2010 – Maria A. Listur