Sorpresa/Surprise

-Vieni in camera. Me lo chiese con una tale autorevolezza che mi fece perdere in un secondo tutti i dubbi sul fare o non fare l’amore.
-Sdraiati.

Quando era piccola non era piccola, non si ricorda quando fu piccola. Lei ricorda che era già grande quando tutti i suoi coetanei erano piccoli. Lei era una bambina dentro le frontiere d’un corpo desiderabile e desiderato ma non pronto. Ha sofferto di malattie della pelle per tanti anni. E’ stata la sua difesa dal timore d’essere toccata a sorpresa. Palpata da dietro oppure con dei pizzicotti che alcune persone amano dare per mostrare il gusto di ciò che stanno toccando. Ora, da adulta si ricorda con imbarazzo gli amici della sua famiglia ed in particolare un cugino. La toccavano sempre.
-Ti faccio male amore? Chiese il suo atletico marito, sopra di lei, la prima notte della luna di miele dopo il bagno insieme e dopo averla massaggiata a lungo con degli oli speciali, dono intimo di matrimonio.
-Non mi fai male… sento che mi tremano le ossa… Sospirando rispose la vergine adolescente mentre si scioglieva in un orgasmo che diventò sangue, risate, baci, l’alba.
Lui le sussurrò al orecchio:
-Ti morderei…
-Ti prego no, non mi mordere ti prego… Chiese lei liberandosi nelle lacrime.
Lui prese tra le sue braccia il corpo lungo, esile ed impaurito della sposa ed incominciò a darle dei morsi delicati ovunque arrivasse la sua bocca, fino a farla piangere dalle risate.
Da allora, le basta ridere tra le braccia di chi bacia per tornare a sorprendersi felicemente, dell’amore.

Mentre mi sdraiavo sul letto vidi lui di schiena che prendeva un grande quaderno dalla libreria accanto a noi. Lo aprì sfiorando il mio corpo. Disse:
-Adesso siediti e guarda.
-Francobolli? Domandai io.
-Sì, la mia collezione di francobolli. Rispose lui fiero.
-Scusa ma non credevo tu mi avessi invitato sul letto per vedere la tua collezione di francobolli. Provai a dire con un tono suadente.
Lui prese di scatto il grande quaderno lo chiuse ed in piedi accanto al letto disse prima d’andarsene:
-A me le bionde mi piacciono da lontano!
Mentre mi alzavo e mi mettevo le scarpe per andare via mi venne in salvo una frase di Groucho Marx: “Credevo l’Acropoli fosse una rovina ma poi ho incontrato te”.

Roma verso Forte dei Marmi, piove e la valigia è leggera, 2010 – Maria A. Listur

Surprise

-Come to the room. He asked me with such authoritativeness that he made me lost in a second all my doubts on making love or not.
-Lay down

When she was little she wasn’t little, She doesn’t remember when she was little. She remembers that she was already grown when all her coetaneous where small. She was a child in the boundaries of a desirable and desired body but not ready. She suffered from skin diseases for many years. It has been her defense from the fear of being touched by surprise. Fondled from the back or pinched by some persons who love to show the flavor of what they are touching. Now, as an adult she remembers with embarrassment her family’s friend and particularly a cousin. They always touched her.
-Am I hurting you my love? Asked her athletic husband, over her, the first night of the honeymoon after bathing together and after massaging her for long with some special oils, an intimate gift of the wedding.
-You are not…I feel my bone shaking… Answered sighing the adolescent virgin while melting in an orgasm that became blood, laughs, kisses, dawn.
He whispered in the ear:
-I’d bite you…
-Please no, don’t bite me please…She asked freeing herself in tears.
He held in his arms the long, slender and frightened body of the bride and started to nibble delicately everywhere his mouth could reach, until she started to cry from laughing.
From that time, it’s enough for her to laugh in the arms of whom she kisses to happily remain surprised by love.

While lying down on the bed I saw him taking a big notebook from the library next to us. He opened it gently touching my body. He said:
-Now sit and watch.
-Stamps? I asked.
Yes, my collection of stamps. He answered proudly.
I am sorry but I didn’t think you invited me on the bed to see your stamp collection.
I tried to say in a persuasive tone.
He took haltingly the big notebook closed it and standing next to the bed said before going away:
-I like blonds but only from far away!
While standing and putting my shoes on to leave a sentence by Groucho Marx came to rescue me: “I thought that the Acropolis were ruins but then I met you”.

Rome towards Forte dei Marmi, it rains and the luggage is light, 2010 – Maria A. Listur

Segretezza/Secrecy

-Sei sempre la prima ad arrivare. Grazie.
-Sono anche l’ultima ad andarmene.
-Perché sai che ho bisogno.
-No, perché sono unica.

Armando ed io ci siamo conosciuti da piccoli, perché la mia mamma e mio papà sono amici della sua mamma e di suo papà. Lui ha occhi verdi come le foglie dell’ulivo della casa in campagna e le mani molto magre, suona il pianoforte. L’altro giorno è venuto a casa mia a suonare il pianoforte bianco che mi ha regalato mio papà e ha suonato talmente bene che io gli ho regalato il mio nuovo metronomo, in verità volevo che mi desse un bacio di quelli che ho visto che si dava la cameriera con mio cugino Jorge quando è ospite da noi, ma non gliel’ho chiesto perché mi vergogno e mi fa paura che mi venga una cosa come viene alla cameriera, dice tutto il tempo: “…basta basta Jorge, lei mi fa star male…”. Ma lui si è accorto che io avevo voglia perché mentre suonavamo insieme mi ha raccontato che l’altro giorno, la sua mamma gli ha detto che quelle cose non le deve guardare e neanche fare e gli ha spento la televisione dove c’erano una signora e un signore che si baciavano. Era triste mentre me lo diceva. Allora lui ha preso la gomma che stava masticando e me l’ha messa in bocca dicendomi:
-… non è un bacio ma pensa che ti sto dando un bacio come quando siamo a scuola a fare i compiti ma noi pensiamo alla musica senza dirlo a nessuno…
La gomma sapeva di fragola e mi è piaciuta. Mi sono tenuta la gomma tutta la notte pensando alla bocca d’Armando e poi al mattino ho conservato la gomma in una scatolina dove c’era un anello e mentre andavo a scuola ho comperato una scatola di gomme al limone e al ritorno quando ho visto che la mia tata che controlla tutto mi aveva buttato la scatolina e la gomma sono andata da lei per chiederle perché aveva toccato le mie cose e lei mi ha detto che le gomme non si conservano, allora, quando Armando è arrivato a casa per studiare e gli ho raccontato che mi avevano buttato il bacio, lui mi ha detto:
-… non ti preoccupare perché io te ne do un altro… e ti prometto che quando sarò grande ti darò due gomme al giorno!

Sì, è stata unica e con un talento speciale per congedarsi. Diciamo che di lei ammiro la sua capacità di conservare ciò che è utile per tutti quanti ed è per questo che quando la vedo ancora partire sento che lei è una di quelle persone capaci d’onorare un testo di Eduardo Galeano che d’altronde potrebbe lasciare scritto sulle mura delle case da dove è partita oppure sui cuscini che prima dell’alba sono stati abbandonati: “ (…) Mi porto il gusto del vino in bocca. Per tutte le cose buone – dicevamo – tutte le cose ogni volta migliori che ci succederanno. Non mi porto neanche una sola goccia di veleno. Mi porto i baci quando andavi via, e una meraviglia per tutto questo che nessuna lettera, nessuna spiegazione, potranno mai raccontare a qualcuno cosa sia stato.”

Forte dei Marmi, profumo di mare, 2010 – Maria A. Listur

Secrecy

-You are always the first to arrive. Thank you.
-I am also the last to leave.
-Because you know that I am in need.
-No, because I am unique.

Armando and I met when we were kids, because my mom and my dad are friends of his mom and dad. He has green eyes like the leaves of the olive tree of the house in the countryside and very thin hands, he plays the piano. The other day he came to my house to play the white piano that my father bought me and he played so well that I gave him my new metronome as a gift, the truth is that I wanted him to give me a kiss like those that I saw my cousin Jorge give to the maid when he stays in our place, but I didn’t ask him because I feel embarrassed and I am afraid that I also get that thing that happens to the maid, she says all the time: “Stop stop Jorge, you are making me feel bad…”. But he did notice that I wanted one because while playing together he told me that the other day, his mom told him that he must not watch or do those things and turned off the television where there were a lady and a man kissing. He was sad when he was saying this. Then he took the gum he was chewing and put it in my mouth telling me:
-…it’s not a kiss but think that I am giving you a kiss like when we are at school doing our choirs but we think about music without telling it anybody…
The gum tasted like strawberry and I liked it. I kept the gum the whole night thinking about Armando’s mouth and then next morning I saved the gum in a small box where I kept a ring and while going to school I bought another box of gum lemon flavored and coming back when I saw that my nanny had thrown away the box and the gum I went to her to ask why she had touched my things and she said that gums have to be thrown away, then, when Armando came home to study and I told him that they had thrown away the kiss, he told me:
-…don’t worry because I am giving you another one…and I promise that when I will be big I will give you two gums a day!

Yes, she has been unique and with a special talent to leave. Let’s say that of her I admire the ability to preserve what it is useful for everybody and it is for this reason that when I see her leaving again I feel she is one of those persons capable of honoring a script by Eduardo Galeano that on the other hand she could leave written on the walls of the houses from where she left or on the pillows that before dawn where abandoned: “(…) I bring with me the taste of wine in my mouth. For all the good things – we said – all those things every time better that will happen to us. I carry not even a single drop of poison. I bring the kisses when you left, and an astonishment for all this that no letter, no explanation, could ever tell anybody what it has been.”

Forte dei Marmi, scent of the sea, 2010 – Maria A. Listur

Onorare/To Honor

Ai miei due continenti

-Io non sono figlia vostra. Lo disse guardando fisso l’uomo e la donna che di fronte a lei erano impegnati a mangiare. Lui abbandonò la bistecca al sangue di stupenda carne argentina.
-Sì, sei nostra. Mormorò la donna con fermezza.
-Non è vero. Ribadì lei alzandosi di scatto dal tavolo.
Gli occhi taglienti di lui s’incrociarono con quelli freddi di lei ma senza colpevolizzazioni reciproche.

Ho dieci anni e scappo sempre da casa, monto sul tetto più alto, poi faccio equilibrio sulle ringhiere dei muri fino alla casina di Doña Carmelita, nostra vicina e guardiana. E’ italiana, di un’isola che si chiama Sicilia e vive con Don Cayetano, il marito, sono venuti in Argentina quando erano giovani e hanno avuto un figlio che si chiama Enzo. Lei sembra una nonna, sa fare di tutto, sembra anche un uomo, mi ha insegnato a cucire e a ricamare, mi dà dei dolci che sembrano delle tette, poi a una certa ora mi dice che se non scappo mi vengono a prendere le tate e mia madre si arrabbia. Quando mi spinge dal sedere verso il muretto che porta alla parte posteriore della mia casa, dove tutti credono che io stia giocando o nuotando mi chiede:
-Ma domani volvés? (Tornare nello spagnolo argentino)
-Sì, rispondo io con sforzo. Un po’ perché il muro è alto, un po’ perché ho paura della mamma che non vuole che io stia con Doña Carmelita, dice che parla male.
Quando è andata a visitare sua sorella all’isola dove è nata mi ha portato un Colosseo con la luce perché le avevo detto che quando tutti dormono io non dormo, io ho paura, sento dei passi, vedo ombre. Quando me l’ha dato mi ha detto:
-Con questo Colosseo non hay nunca miedo! (… non avrai mai più paura!)
E’ vero, io non ho più paura da quando dormo vicino al Colosseo con la lucina. E ho visto che anche alla mamma le fa passare la paura. L’altra notte e venuta nel mio letto, mi ha abbracciata forte e si è addormentata. Mi ha bagnato tutta la testa con le lacrime.
Al mattino le ho chiesto se piangeva perché aveva molta paura e lei mi ha risposto:
-Non potremo conoscere il bebè di tua cugina, lei è sparita. Meglio che smetti di saltare per i tetti e di sparire in mezzo al pomeriggio, sei grande e devi sapere che non te lo puoi permettere!
-… Ma mamma… a me piace Doña Carmelita… a me piacciono i tetti… mamma…
-Non m’interessa! Basta! Da qui non può sparire più nessuno e se lo fai di nuovo ti giuro che ti rinchiudo! Urlò tanto tanto che mio papà l’ha dovuta tenere stretta per fermarla.
Io continuo a scappare quando la mamma esce. Dalle porte normali non posso passare perché le cameriere le controllano tutte quindi vado sul tetto più alto e dall’altro lato del muro mia amica Carmelita allunga in alto le braccia e mi prende.
La mamma non capisce che qualche volta è bello scappare con un’amica. E che se mia cugina non torna più può darsi che è perché dall’altra parte del muro qualcuno non la riesce a spingere per farla rientrare o che ha paura di fare equilibrio con il bebè in braccio… Allora si che dobbiamo cercarla.

Rientrando nella stanza che occupò per venticinque anni non riconobbe niente, tutto le sembrò strano. Mentre attraversò il corridoio si percepì in un canale vaginale, quando aprì la porta e tutto il freddo umido di Buenos Aires le bagnò il viso provò un senso di dilatazione, di rinascita. Chiuse la porta alle sue spalle, fece dieci passi sotto i ficus giganti quando una frase -detta dalla signora anziana che sei mesi prima l’aveva contattata all’università per chiederle d’incontrare un gruppo di “abuelas argentinas” (nonne argentine)- le venne in mente: “le verità più spinose sono infine ascoltate e riconosciute soltanto quando gli interessi feriti e gli affetti da loro svegliati hanno sfogato la loro violenza”. Allora tornò indietro, aprì la porta con la chiave che era rimasta nella sua giacca, entrò nella sala da pranzo, l’uomo e la donna piangevano appoggiati tra le loro mani. Lei appoggiò le chiavi sul tavolo e disse:
-Comunque grazie. E se ne andò.

Roma, grazie Argentina, 2010 – Maria A. Listur

To Honor
To my two continents

-I am not your daughter. She said it looking straight at the man and woman in front of her they were busy eating. He abandoned the raw steak of the stupendous Argentinean meat.
-Yes, you are ours. The woman murmured strongly.
-That’s not true. She insisted suddenly getting up from the table.
The penetrating eyes of him crossed her cold ones but without reciprocal blaming.

I am ten years old and I always runaway from home, I go on the higher roof, then I balance over the banisters of the walls as far as the small house of Doña Carmelita, our guardian and neighbor. She is Italian, from an island that is called Sicily and lives with Don Cayetano, the husband, they came to Argentina when they were young and they have had a son whose name is Enzo. She looks like a granny, she can do anything, looks like a man, she taught me to sew and to cross-stitch, she gives me sweets that look like boobs, then at a certain time she tells me that if I don’t go the nannies will come and get me and my mother will get upset. When she pushes me from my back towards the small wall, which goes to the posterior part of my house, where everybody thinks that I am playing or swimming, she asks:
-But tomorrow volvés? (To come back in the Argentinean Spanish)
-Yes I reply struggling. A little because the wall is high, and a bit because I am afraid of mom who doesn’t want me to be with Doña Carmelita, she says that she can’t speak well.
When she went to visit her sister who lives on the island where she was born she brought me a Coliseum with the light because I have told her that when everybody is asleep I don’t sleep, I am afraid, I hear steps, I see shadows. When she gave it to me she said:
-With this Coliseum you hay nunca miedo! (…won’t be afraid!)
It is true, I am not afraid anymore since I live close to the Coliseum with the light. And I have noticed that even mom isn’t afraid anymore. Last night she came in my bed, she held me strongly and fell asleep. She wet my head with her tears.
In the morning I have asked if she was crying because she was very afraid and she replied:
-We won’t be able to meet your cousin’s baby, she disappeared. It’s better if you stop jumping on the roofs and stop disappearing in the middle of the afternoon, you are big now and you have to know that you cannot afford it!
-… But mom… I like Doña Carmelita…I like roofs…mom…
-I don’t care! Stop it! Nobody can disappear here anymore and if you do it again I swear I will segregate you! She screamed so much that my father had to held her tight to calm her.
I keep running away when mother goes out. From the normal doors I can’t go because the maids check them all therefore I go from the higher roof and on the other side of the wall my friend Carmelita stretches her hands out and grabs me.
My mother doesn’t understand that sometimes it’s nice to escape with a friend. And that if my cousin doesn’t come back could be that on the other side of the wall somebody can’t push her to make her come back or maybe she is afraid of balancing while holding her baby… If it is so then we ought to look for her.

Entering in the room that she used for twenty-five years she didn’t recognize anything, everything seemed different. While crossing the corridor she felt as in a vaginal conduct, when she opened the door and the humid coldness of Buenos Aires wetted her face she felt a sense of dilatation, of rebirthing. She closed the door behind her back, walked ten steps away under the gigantic fichus when a sentence –said by the elderly lady who six months before had contacted her at the university to ask her to meet a group of “abuela argentinas” (Argentinean grandmothers)- came to her mind: “the most thorny truths are finally heard and recognized only when the wounded interests and the affections awaken from them have given vent to their violence”. Then she headed back, opened with the key that had remained in her jacket, entered in the living room, the man and the woman were crying leaning on their hands. She put the keys on the table and said:
-Anyway thanks. And left.

Rome, thank you Argentina, 2010 – Maria A. Listur

Lasciar Andare/Letting Go

Lei si stava occupando di lavare la frutta per la colazione quando nel silenzio del mattino apparse lui e dalla porta della cucina dichiarò contento, come se qualcuno gli avesse posto una domanda:
-Quello che tu non hai capito è che ci sarò sempre e per sempre!
Lei alzò lo sguardo -senza distrarre le mani dalle pesche sotto l’acqua fresca- e con profonda tenerezza rispose:
-Amore, dammi ancora un solo giorno come questo e mi farai recuperare parte della mia vita.

Mia zia Zunilde perse suo marito lo stesso giorno in cui io persi mio padre. Incidente. Lei e mia madre furono ricoverate nell’ospedale di un paesino che si chiama Villa Mercedes, città nata al centro d’un tappeto di girasoli e di cui porto anche il nome Mercedes. Lì sono nata e sarà per questo che i girasoli sono per me sinonimo di gioia.
Fu di notte che attraversai la strada dei girasoli per andare a prendere mia madre e mia zia all’ospedale -tutte e due ricoverate senza immaginare che i mariti fossero morti- mentre mio marito si occupava di inviare, alle rispettive città, i feretri di mio padre e di mio zio.
Appena parlai con mia madre incominciò a urlare strappandosi ogni ago dalle braccia e allora capii che era morto suo padre, non il mio. Era una piccola orfana tra le mie braccia.
Mia zia, guardò mio cugino e senza piangere disse:
-Non è possibile, siamo stati troppo felici. Non è vero.
La felicità era profondamente vera invece e fecero felici noi e i loro figli.
Qualche settimana dopo l’incidente mia zia annunciò:
-Io non sono io senza di lui.
Dopo un po’ di tempo morì di tristezza.
Mia zia Zuny e mio zio Oscar sono stati per me il mio paradigma di delicatezza, rispetto, passione, grazia, divertimento, lealtà, accettazione, tra una donna e un uomo. Un amore.

Lui le fece recuperare anni di vita. Ogni giorno valse per lei più o meno uno o due anni. E’ così che recuperò l’infanzia, il sorriso fresco dell’adolescenza assente, il sostegno di sé come quando da piccoli lo spazio vuoto davanti a noi sostiene quanto le mani dei nostri genitori. E un giorno, alzandosi da sola -nella casa che condivisero per più d’una vita- dopo averlo ringraziato in silenzio, pensò a una frase che non è stata creata ma che è accaduta: “…ora so dove vado, vado verso l’amore, ora so dove sono stata, sono stata in un luogo del cuore dove ho potuto collaudare l’apertura del mio amore, l’intensità, la gioia e il limite…”.

Roma, si sente un caldo nuovo, profondo, inebriante, 2010 – Maria A. Listur

Letting Go

She was busy washing the fruit for breakfast when in the silence of the morning he appeared on the door of the kitchen and happily declared, as if somebody had asked him a question:
-What you didn’t understand yet is that I will always be here forever!
She lifted her eyes up –without distracting her hands from the peaches under the fresh water- and with deep tenderness she answered:
-My love, just give me another day like these and you will make me recover part of my life.

My aunt Zunilde lost her husband in the same day I lost my father. Accident. She and my mother were hospitalized in the hospital of a village that is called Villa Mercedes, a village born at the center of a field of sunflowers and of which I have the name Mercedes. I was born there and it might be for this that sunflowers are to me a synonym of happiness.
It was night when I crossed the street of the sunflowers to go fetch my mother and my aunt at the hospital –both of them hospitalized without even imagining that their husbands were dead- while my husband was busy sending, to the respective town, the coffins of my father and my uncle.
As soon as I talked to my mother she started screaming pulling away every needle from the arms and then I understood that her father died, not mine. She was a little orphan in my arms.
My aunt, looked at my cousin and without crying said:
-It’s not possible, we have been too happy. It isn’t true.
The happiness was profoundly true instead and they made their sons and us happy too.
-I am not myself without him.
After a while she died of sadness.
My aunt Zuny and my uncle Oscar have been for me the paradigm of delicacy, respect, passion, grace, fun, loyalty, acceptance, between a woman and a man. A love.

He made her regain years of life. Every day was worth more or less one or two years. It was because of this that she regained her childhood, the fresh smile of the absent youth, her own support as when we are little the empty space in front of us sustains as much as the hands of our parents. And one day, waking up alone -in the house that they shared for more than a life- after thanking him in silence, she thought about a sentence that wasn’t created but happened: “…now I know where I am going, I go toward love, I know where have I been, I have been in a place of the heart where I have tested the broadness of my love, the intensity, the joy, the limit…”.

Rome, a new, profound, exciting heat is felt, 2010 – Maria A. Listur

Donne che corrono …/Women Who Run …

Appena tornate da una festa medievale, dove abbiamo perso gli occhi dietro due “uomini gatti” truccati di nero e di dorato che si muovevano come l’acqua, la mia amica N. ha deciso di guardare la posta dove ha trovato un messaggio di una sua amica siciliana che l’ha invitata a scrivere un libro sulle donne.
Mentre mi stavo struccando nel bagno accanto al suo studio, mi è arrivata la voce di N. che imitava l’accento siciliano dell’autrice della lettera, rideva mentre leggeva per me, mi trasmetteva sia il piacere sia la gioia della condivisione.

A sei anni leggevo Colette. Ora so che ha lasciato in me un segno indelebile. A sei anni queste letture occupavano il tempo che ad altre bambine occupavano le telenovele sudamericane da guardare insieme alle tate o alle madri.
Io leggevo a voce alta Colette e mi vestivo con i vestiti da sera di mia madre (un’altra che Colette avrebbe amato). Camminavo con dei tacchi infiniti al ritmo del flauto di mio fratello che suonava rigorosamente sotto la finestra della camera di mio padre, unicamente ed esclusivamente quando lui era a casa e desiderava riposarsi. Lui suonava gli “Abba” ed io recitavo le parole di libertà di una signora che mi piaceva nella foto della copertina.
Una volta, mia madre si alzò nel bel mezzo del pomeriggio mentre io saltellavo vestita da diva nana e lei, madre e vera diva di mio padre dormiente, mi prese per la coda di cavallo alzandomi di peso per dirmi all’orecchio, sospesa come un’acrobata da circo:
-Sono d’accordo con quello che dici ma lo devi dire a voce bassa! La libertà, non si grida! Capito?

L’amica siciliana della mia amica N. vuole scrivere un libro sulla vulnerabilità delle donne di fronte al maschio, cosa che già diceva anche Colette, soltanto che l’amica siciliana desidera denunciare anche l’assenza dell’uomo in questi nostri tempi sospesi.
Quando ho chiuso la porta del bagno mi sono arrivate soltanto frasi scollegate, ma conto sempre sull’immaginazione lì dove manca suono. La mia amica diceva:
-Scriviamo “Donne che corrono in bagno” o “Donne che corrono in pianto” oppure “Donne che corrono per fuggire” o “Donne che …
Mentre andavo a letto, ho riso sentendo ridere mia amica e ho pensato al titolo d’un libro: “Donne che corrono a letto” oppure “Donne che corrono ancora” e lontana da Pinkola Clarissa Estés e del suo “Donne che corrono coi lupi”, ricordai le parole di Colette ottantenne scritte nel suo diario e che riporta una grandiosa Sandra Petrignani in “La Scrittrice abita qui”:
“Quello che mi piacerebbe davvero:
1) ricominciare
2) ricominciare
3) ricominciare.”

Roma, l’umidità porta la mia pelle verso le memorie di Buenos Aires, 2010 – Maria A. Listur

Women who run …

We were just returned from a medieval celebration, where we were fascinated by two “Cat man” with a black and gold make up who were moving like water, my friend N. decided to look at the mails where she found a message from a Sicilian friend who was inviting her to write a book about women.
While I was putting make up on in the bathroom next to her studio, I was reached by N.’s voice who was imitating the Sicilian accent of the author of the letter, she was laughing while reading out loud for me, she was giving me the pleasure and the joy of sharing.

When I was six I used to read Colette. Now I know she left an indelible trace in me. At six these readings were occupying the time that for other girls would occupy the South American soap operas that they watched with the nannies or the mothers.
I read out loud Colette and dressed with my mother’s evening dresses (a person that Colette would have loved). I would walk with some infinite high heels at the rhythm of my brother’s flute that played rigorously under my father’s room, uniquely and exclusively when he was at home and whished to rest. He played “Abba” and I would perform the words of freedom of a lady that I liked from the album cover.
Once, my mother woke up in the middle of the afternoon while I was bouncing dressed up as a midget diva and she, mother and real diva of my sleeping father, grabbed me by the ponytail lifting me up in the air to tell me in my ear, suspended as an acrobat from the circus:
-I agree with what you are saying but you have to say it in a lower voice! Liberty doesn’t need to be yelled! Got it?

The Sicilian friend of my friend N. wants to write a book about the vulnerability of women in front of the male, something that Colette already talked about, but the Sicilian friend wants to denounce also the absence of man in these suspended times of ours.
When I closed the door of the bathroom I could only hear disconnected sentences, but I always count on imagination there where sound is missing. My friend was saying:
-Let’s write “ Women who run to the toilet” or “Women who run crying” or “Women who run to escape” or “Women who…
While going to bed, I laughed hearing my friend laughing and I thought about the title of a book: “ Women who run to bed” or “Women who still run” and far from Pinkola Clarissa Estés and hers “Women who run with the wolves”, I remembered the words of Colette in her eighties written in her diary and that a magnificent Sandra Pertignani cites in “The writer lives here”:
“What I really would like is:
1) to restart
2) to restart
3) to restart.”

Rome, humidity brings my skin towards the memories of Buenos Aires, 2010 – Maria A. Listur

Partenze/Departures

Aprii la lettera sull’aereo. Aveva fatto una bellissima traduzione di un poeta e musicista cubano.
Lui non sapeva che lo spagnolo era la mia lingua madre.

“Dove vanno le parole che non sono rimaste?
Dove vanno gli sguardi che sono partiti?
Chissà galleggiano eterni come prigionieri d’una tempesta
o si raggomitolano nelle ferite cercando calore…
Chissà rotolano sui cristalli come gocce di pioggia.
Chissà non torneranno mai più ad essere qualcosa.
Chissà se partono.
E dove vanno?
Cosa saranno diventate le mie vecchie scarpe?
Dove sono andate tante foglie degli alberi?
Dove stanno le angosce che dai tuoi occhi
sono saltate dentro di me.”

L’ultima parte te la tradurrò quando ti rivedrò. Con amore anche se la parola ti spaventa.
V.

Io avevo lasciato un’altra traduzione dentro la sua agenda. Era dello stesso poeta. Non avevamo mai parlato di poesia.

(…)
“Se uno dovesse piangere ogni cosa che finisce,
non sarebbero sufficienti tutte le lacrime, tutte.
Le nostre ore d’amore, quasi divine
é meglio salutarle con un canto:
Vai, corri dove devi andare!
Vai, t’attende l’avvenire!
Vola!
I cigni vivono e il canto è sempre con me.
Non so cosa sia la solitudine.”

Grazie per ogni gesto.
M.

Leggendo il suo biglietto percepii il profumo che aveva lasciato nel foglio, capii che lo aveva scritto o trascritto mentre ero in bagno a prepararmi dopo che lui si era fatto la doccia. Fu il profumo a farmi tornare, a riportarmi verso quel luogo dell’amore e della speranza, ricordai Michel Folon, quando disse: “La vita è un volo.”

Roma, verso la Toscana, 2010 – Maria A. Listur

Departures

I opened the letter on the plane. I had done a magnificent translation of a Cuban poet and musician.
He didn’t know that Spanish was my mother tongue.

“Where do the words that didn’t remain go?
Where do the glances that left go?
I wonder if they float eternal like prisoners of a storm
or they cuddle in the wounds searching for warm…
I wonder if they roll over the crystals like raindrops.
I wonder if they will never go back to be something.
I wonder if they depart.
And where do they go?
What did my old shoes become?
Where did the many leaves of the threes go?
Where the anguishes that jumped inside me
from your eyes are.”

I’ll translate the last part to you when I see you again, with love even if the word scares you.
V.

I had left another translation inside his diary. It was by the same poet. We had never spoken about poetry before.

(…)
“If one should cry everything that ends,
all the teardrops wouldn’t be enough, all.
Our hours of love, almost divine
it is better to salute them with a chant:
Go, hurry you have to go!
Go, the future awaits you!
Fly!
The Swans live and the chant is always with me.
I don’t know what solitude is.”

Thanks for each gesture
M.

Reading his note I could smell the perfume he left in the paper, I understood he wrote it or transcribed it while I was in the bathroom getting ready after he took a shower. It was the scent that made me come back, that took me back to that place of love and hope, I remembered Michel Folon, when he said: “Life is a flight.”

Rome, towards Tuscany, 2010 – Maria A. Listur

Amore/Love

Lei aveva sentito che lui desiderava creare un mondo di dipendenza. Creava accordi amorosi per poi minacciare la distruzione, metteva alla prova, l’amore dell’altro. Gioia, legame, grazia, combattimento, condivisione, lotta quotidiana. Tutto insieme. Un piatto forte per un anima che ama imparare.

Mia madre e mio padre sono state le persone più speciali che io abbia mai incontrato.
Sono il mio referente di distanza. La luce.
Mio padre diceva spesso:
-Non esiste solitudine più triste che quella che si sente in compagnia.

Quando lui le disse che per costruire il loro amore dovevano combattere, soffrire, essere la sofferenza e l’amore dell’altro per sempre, lei disse:
-Mi dispiace, non posso condividere. Quella strada la conosco, ora vorrei provare quella che enuncia tanto bene Raffaele Morelli: “L’amore viene per farci partorire l’essere sconosciuto che ci abita e non per legarci a qualcuno per sempre”.
Infine gli chiese:
-Dimmi quando andrai via, desidero prepararmi per tempo.

Roma, la felicità mi saluta dal mate e dalle candele, 2010 – Maria A. Listur

Love

She felt that he most wanted to create a world of dependency. He created love boundaries to threaten with destruction later, he would test, the love of the other. Joy, connection, grace, fight, sharing, daily struggle. All together. A strong test for a soul that likes to learn.

My mother and my father have been the most special persons I have ever met.
They are my referent in the distance. The light.
My father often used to say:
-There is no solitude sadder than the one you feel in company.

When he said that to build their love they had to fight, suffer, be the suffering and the love of the other forever she said:
-I am sorry, I can’t partake. I know that road, I would like to try the one that Raffaele Morelli enunciates so well: “Love comes to let us give birth to the unknown self that lives in us and doesn’t come to tie us to somebody forever”.
In the end she asked:
-Tell me when you will be leaving; I want to be prepared on time.

Rome, Happiness salutes me from mate and candles, 2010 – Maria A. Listur

La mia maestra/My Master

Qualche settimana fa ho incontrato una bambina che comunica con gli occhi.
Dopo aver capito che non ero una persona che l’avrebbe visitata -medico, fisiatra, medico olistico, infermiere- mi ha incominciato a parlare con lo sguardo. Quando chiude intensamente gli occhi e li apre lentamente guardandoti un po’ lateralmente, secondo come ha messo sua madre il tubo del respiratore, significa che sta bene, che le piace ciò che stai facendo.
Dopo il secondo incontro ho incominciato a cantare. Un po’ come sempre, con grande timidezza. Lei ha chiuso gli occhi con grande forza e alzato il labbro superiore verso il tubicino che l’alimenta. Così sorride. Poi ha incominciato a muovere la manina destra delicatamente.
La madre è per me un essere superiore, non perché madre premurosa, ma perché in attenzione costante verso sua figlia che poteva essere assistita privatamente o in ospedale. Lei invece ha deciso d’imparare il mestiere di madre/infermiere a ritmo di “conta battiti”. Guardando la figlia mentre le fa fare ginnastica mi dice:
-Le piace.
-Le porterò una mia registrazione così si ricorda la voce quando non ci sono.

Avevo sei anni quando Sorella Elizabeth mi fece scendere dalle scalinate del coro perché avevo una voce troppo forte ed ero troppo alta, disturbavo. Questo mi portò a lasciare il repertorio da chiesa e a cantare a squarciagola tanghi e boleros che mia madre ballava mezza nuda sull’erba. Avevo vent’anni quando incominciai a cantare “Drume Negrito” per immaginare che addormentavo tutte le notti il mio bambino. Avevo trentatre anni quando la musica mi fece riscoprire il mio continente per mano d’un amore che era fatto tutto di musica e pittura. Ora a quarantacinque anni, come sempre, canto. Qualsiasi emozione mi fa cantare, anche le più dolorose, anche in lacrime, io canto.
Due giorni fa, un compositore mi ha detto di volere una canzone in spagnolo che ho già registrato in italiano. Per un momento ho pensato che quella radice argentina che si sente in tutto quello che canto o scrivo o dipingo o vivo venisse criticata o rifiutata; invece lui mi ha espresso il valore aggiunto di questa caratteristica. Poi, mentre cantavo “Yo vengo a ofrecer mi corazón” (Io vengo a offrire il mio cuore) di Fito Paez, nella cucina di casa, mi accorsi che stavo cantando e vivendo come se mi avessero –ieri- buttato giù dalla scalinata del coro.

La bambina degli occhi che parlano mi vede, alza il labbro superiore dopo che la mamma gli dice che sono arrivata. Poi chiude gli occhi. Mettiamo la musica che ho registrato con l’uomo della chitarra magica e lei chiude gli occhi per tanto tempo e li riapre lentamente comunicandomi lo stesso piacere che prova quando la si accarezza con il borotalco oppure la nonna le bacia le gambe che stanno prendendo tono muscolare, colore e calore. Io mi sento per la prima volta nella mia vita dentro un coro. La ringrazio con gli occhi, con il suo codice. Passiamo un bel po’ di tempo a parlare così. Io imparo da lei l’intensità d’un gesto. E’ la mia maestra d’intensità.

Sento che i cori e le orchestre siano un’unione magnifica di forze. E da poco, da quando mi sono ricordata “fuori dal coro”, ho scoperto che si può appartenere a un coro che non necessariamente si trova sulla stessa scalinata. In questo caso, l’unico requisito fondamentale è allenare l’orecchio per ascoltare le voci lontane, per percepire quella voce che gorgoglia cantando attraverso un tubicino di plastica, per cogliere il pulsare del suono in ogni movimento che dimentichiamo sia un miracolo.

La bambina del miracolo -bambina di sua madre che la fa rinascere ogni volta in cui lo sguardo piange o quando suonano allarmi d’apparecchi strani come navicelle spaziali- girò gli occhi verso me. Ancora. Io guardandola ricordai le parole di Antonio Porchia: “Il mistero pacifica i miei occhi, non li acceca”.

Roma, presto come piace a me, 2010 – Maria A. Listur

My Master

Some weeks ago I met a child who communicates with her eyes.
Once she understood that I wasn’t a person that was going to visit her –a doctor, a physiatrist, a holistic doctor, a nurse– she started to talk to me with her eyes. When she intensively closes her eyes and opens them slowly looking at you a little bit from the side, depending on how her mother put the respirator tube, it means that she is well, that she likes what you are doing.
After the second meeting I started to sing. A bit like usual, with a lot of shyness. She closed her eyes with a lot of strength and lifted up her superior lip towards the tube that nourishes her. That’s her smile. Than she started to move her right small hand delicately.
Her mother is a superior being to me, not because she is attentive, but because she is constantly in attention towards her daughter who could have been assisted privately or in an hospital. She decided instead to learn the work of a mother/nurse according to the rhythm of her “beat counting” machine. Looking at her daughter while she makes her do some exercise she said to me:
-She likes it.
-I will bring a recording of me so that she remembers the voice when I am not here.

I was six years old when Sister Elizabeth made me step off the stairs of the choir because I had a voice too strong and I was too tall, I was an inconvenience. That pushed me to leave the church repertoire and to sing at the top of my voice tangos and boleros that my mother used to dance half naked on the lawn. I was twenty when I started to sing “Drume Negrito” to imagine that I was singing my son to sleep every night. I was thirty-three when through music I could rediscover my continent by the hand of a love which was all made by music and painting. Now at forty-five, as always, I sing. Every single feeling makes me sing, even the most painful ones, even crying, I sing.
Two days ago a composer told me that he wanted a song in Spanish that I had already sang in Italian. For a moment I thought about that Argentinean root that can be heard in all that I sing or write or paint or live was being criticized or neglected; on the contrary he expressed the added value of this peculiarity. Then, while singing “Yo vengo a ofrecer mi Corazon” (I come to offer my heart) by Fito Perez, in the kitchen of my house, I realized that I was living my life like they –yesterday- had thrown me down the stairs of the choir.

The child, whose eyes talk, sees me and lifts up her superior lip after her mother tells her that I have arrived. Then she closes her eyes. We play some music that I have recorded with the man with the magical guitar and she closes her eyes for a long time and opens them slowly expressing me the same pleasure she feels when she is caressed with talcum powder or when her grandmother kisses her leg which are gaining muscular tone, color and warmness. I feel for the first time in my life in a choir. I thank her with my eyes, with her code. We spend quite some time talking like that. I learn from her the intensity of a gesture. She is my master of intensity.

I feel that the choirs and the orchestras are a magnificent union of forces. And since few days, since I started to remember the “out of the choir”, I have discovered that you can be part of a choir that not necessarily is on the same stairs. In this case, the only fundamental requirement is to train the ear to listen to voices from far, to perceive that voices which gurgles singing through a plastic tube, to grasp the pulsing of the sound in every movement which we forget to be a miracle.

The child of the miracle -the child of her mother who makes her revive every time that her glance cries or when the alarm of the strange devices that looks like spaceships go off- she turned her eyes towards me. Again. I, looking at her, remembered the words of Antonio Porchia: “Mystery pacifies my eyes, it does not blind them”.

Rome, early like I enjoy, 2010 – Maria A. Listur

Sensi di Tempo/Senses of Time

-Sarò l’ultimo abbraccio quando guardare indietro significherà aver potuto vedere quattro generazioni davanti a noi. Glielo disse mentre la stringeva a sé in una notte fredda di autunno.

Sono la prima figlia di un uomo che diventò mio padre a sessant’anni.
Un pomeriggio di vento “Zonda” a Mendoza, mentre mettevamo a posto una stanza tutta piena di libri domandai:
-Li hai letti tutti?
-Certo. Rispose. Sono tutti tuoi, non ho tempo per raccontarti chi sono, dove sono stato col corpo e con la mente, cosa mi sottrae dal peso della consuetudine. Leggi, mi starai leggendo.

Lui sparì dopo due anni. Lei sente ancora l’abbraccio. Quando guarda avanti la prima generazione si chiede come farà senza l’ultimo abbraccio. Ogni tanto pensa alle parole di lui l’ultima notte insieme, quando il terrore aveva inondato la casa. Lui disse a voce bassa, ti ricordi Antonio Porchia, diceva sempre “Saper morire costa la vita”. Si addormentò sapendo che prima dell’alba il suo corpo se ne sarebbe andato lasciando la sua anima tra le braccia di lei.
Quando nelle mattinate di ogni stazione lei si sveglia sentendo il peso del suo corpo accanto al suo, chiede al vuoto:
-…e tu, tu ti ricordi quando Antonio Porchia diceva: “Vorresti andare dove non sei. E dove non sei?”

Roma, mancanza di pioggia per chi ama la città, 2010 – Maria A. Listur

Senses of Time

-I’ll be the last hug when looking back will mean to have had the possibility of watching four generations before us. He told her so while holding her tight in a cold night of autumn.

I am the first daughter of a man who became my father when he was sixty.
In an afternoon of “Zonda” wind in Mendoza, while sorting out a room full of books I asked:
-Have you read them all?
-Of course. He answered. They are all yours; I don’t have time to tell you who I am, where have I been with my body and mind, what helps me to escape the weight of the ordinary. Read, and you will be reading me.

He disappeared after two years. She still feels the embrace. When she looks ahead at the first generation she asks herself how would she manage without that last hug. Sometimes she thinks about his words the last night they spent together, when terror had flooded the house. He said in a low voice, do you remember Antonio Porchia, he always said, “To know how to die costs life”. He fell asleep knowing that before dawn his body would have left leaving his soul in her arms.
When in the mornings of each station she wakes feeling the weight of his body next to hers, she asks to emptiness:
-…and you, do you remember when Antonio Porchia used to say: “You would like to go where you are not. And where are you not?”

Rome, the rain is missing for those who love the city, 2010 – Maria A. Listur