La mia maestra/My Master

Qualche settimana fa ho incontrato una bambina che comunica con gli occhi.
Dopo aver capito che non ero una persona che l’avrebbe visitata -medico, fisiatra, medico olistico, infermiere- mi ha incominciato a parlare con lo sguardo. Quando chiude intensamente gli occhi e li apre lentamente guardandoti un po’ lateralmente, secondo come ha messo sua madre il tubo del respiratore, significa che sta bene, che le piace ciò che stai facendo.
Dopo il secondo incontro ho incominciato a cantare. Un po’ come sempre, con grande timidezza. Lei ha chiuso gli occhi con grande forza e alzato il labbro superiore verso il tubicino che l’alimenta. Così sorride. Poi ha incominciato a muovere la manina destra delicatamente.
La madre è per me un essere superiore, non perché madre premurosa, ma perché in attenzione costante verso sua figlia che poteva essere assistita privatamente o in ospedale. Lei invece ha deciso d’imparare il mestiere di madre/infermiere a ritmo di “conta battiti”. Guardando la figlia mentre le fa fare ginnastica mi dice:
-Le piace.
-Le porterò una mia registrazione così si ricorda la voce quando non ci sono.

Avevo sei anni quando Sorella Elizabeth mi fece scendere dalle scalinate del coro perché avevo una voce troppo forte ed ero troppo alta, disturbavo. Questo mi portò a lasciare il repertorio da chiesa e a cantare a squarciagola tanghi e boleros che mia madre ballava mezza nuda sull’erba. Avevo vent’anni quando incominciai a cantare “Drume Negrito” per immaginare che addormentavo tutte le notti il mio bambino. Avevo trentatre anni quando la musica mi fece riscoprire il mio continente per mano d’un amore che era fatto tutto di musica e pittura. Ora a quarantacinque anni, come sempre, canto. Qualsiasi emozione mi fa cantare, anche le più dolorose, anche in lacrime, io canto.
Due giorni fa, un compositore mi ha detto di volere una canzone in spagnolo che ho già registrato in italiano. Per un momento ho pensato che quella radice argentina che si sente in tutto quello che canto o scrivo o dipingo o vivo venisse criticata o rifiutata; invece lui mi ha espresso il valore aggiunto di questa caratteristica. Poi, mentre cantavo “Yo vengo a ofrecer mi corazón” (Io vengo a offrire il mio cuore) di Fito Paez, nella cucina di casa, mi accorsi che stavo cantando e vivendo come se mi avessero –ieri- buttato giù dalla scalinata del coro.

La bambina degli occhi che parlano mi vede, alza il labbro superiore dopo che la mamma gli dice che sono arrivata. Poi chiude gli occhi. Mettiamo la musica che ho registrato con l’uomo della chitarra magica e lei chiude gli occhi per tanto tempo e li riapre lentamente comunicandomi lo stesso piacere che prova quando la si accarezza con il borotalco oppure la nonna le bacia le gambe che stanno prendendo tono muscolare, colore e calore. Io mi sento per la prima volta nella mia vita dentro un coro. La ringrazio con gli occhi, con il suo codice. Passiamo un bel po’ di tempo a parlare così. Io imparo da lei l’intensità d’un gesto. E’ la mia maestra d’intensità.

Sento che i cori e le orchestre siano un’unione magnifica di forze. E da poco, da quando mi sono ricordata “fuori dal coro”, ho scoperto che si può appartenere a un coro che non necessariamente si trova sulla stessa scalinata. In questo caso, l’unico requisito fondamentale è allenare l’orecchio per ascoltare le voci lontane, per percepire quella voce che gorgoglia cantando attraverso un tubicino di plastica, per cogliere il pulsare del suono in ogni movimento che dimentichiamo sia un miracolo.

La bambina del miracolo -bambina di sua madre che la fa rinascere ogni volta in cui lo sguardo piange o quando suonano allarmi d’apparecchi strani come navicelle spaziali- girò gli occhi verso me. Ancora. Io guardandola ricordai le parole di Antonio Porchia: “Il mistero pacifica i miei occhi, non li acceca”.

Roma, presto come piace a me, 2010 – Maria A. Listur

My Master

Some weeks ago I met a child who communicates with her eyes.
Once she understood that I wasn’t a person that was going to visit her –a doctor, a physiatrist, a holistic doctor, a nurse– she started to talk to me with her eyes. When she intensively closes her eyes and opens them slowly looking at you a little bit from the side, depending on how her mother put the respirator tube, it means that she is well, that she likes what you are doing.
After the second meeting I started to sing. A bit like usual, with a lot of shyness. She closed her eyes with a lot of strength and lifted up her superior lip towards the tube that nourishes her. That’s her smile. Than she started to move her right small hand delicately.
Her mother is a superior being to me, not because she is attentive, but because she is constantly in attention towards her daughter who could have been assisted privately or in an hospital. She decided instead to learn the work of a mother/nurse according to the rhythm of her “beat counting” machine. Looking at her daughter while she makes her do some exercise she said to me:
-She likes it.
-I will bring a recording of me so that she remembers the voice when I am not here.

I was six years old when Sister Elizabeth made me step off the stairs of the choir because I had a voice too strong and I was too tall, I was an inconvenience. That pushed me to leave the church repertoire and to sing at the top of my voice tangos and boleros that my mother used to dance half naked on the lawn. I was twenty when I started to sing “Drume Negrito” to imagine that I was singing my son to sleep every night. I was thirty-three when through music I could rediscover my continent by the hand of a love which was all made by music and painting. Now at forty-five, as always, I sing. Every single feeling makes me sing, even the most painful ones, even crying, I sing.
Two days ago a composer told me that he wanted a song in Spanish that I had already sang in Italian. For a moment I thought about that Argentinean root that can be heard in all that I sing or write or paint or live was being criticized or neglected; on the contrary he expressed the added value of this peculiarity. Then, while singing “Yo vengo a ofrecer mi Corazon” (I come to offer my heart) by Fito Perez, in the kitchen of my house, I realized that I was living my life like they –yesterday- had thrown me down the stairs of the choir.

The child, whose eyes talk, sees me and lifts up her superior lip after her mother tells her that I have arrived. Then she closes her eyes. We play some music that I have recorded with the man with the magical guitar and she closes her eyes for a long time and opens them slowly expressing me the same pleasure she feels when she is caressed with talcum powder or when her grandmother kisses her leg which are gaining muscular tone, color and warmness. I feel for the first time in my life in a choir. I thank her with my eyes, with her code. We spend quite some time talking like that. I learn from her the intensity of a gesture. She is my master of intensity.

I feel that the choirs and the orchestras are a magnificent union of forces. And since few days, since I started to remember the “out of the choir”, I have discovered that you can be part of a choir that not necessarily is on the same stairs. In this case, the only fundamental requirement is to train the ear to listen to voices from far, to perceive that voices which gurgles singing through a plastic tube, to grasp the pulsing of the sound in every movement which we forget to be a miracle.

The child of the miracle -the child of her mother who makes her revive every time that her glance cries or when the alarm of the strange devices that looks like spaceships go off- she turned her eyes towards me. Again. I, looking at her, remembered the words of Antonio Porchia: “Mystery pacifies my eyes, it does not blind them”.

Rome, early like I enjoy, 2010 – Maria A. Listur

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