Fuochi & Intenzioni/Fire & Intentions

A Ugo A. e alla mia cara Claudia G.

-Ti prego di aiutare tuo padre fino alla morte.
Glielo chiese con dolcezza e rigore, come aveva vissuto. Morì poco dopo.
Negli occhi azzurri del figlio cinquantenne si ripetevano le scintille che l’avevano innamorata. Fu fedele fino alla fine a quel mare che le cambiò la vita facendola diventare una vita.

-Ma quale strumento è facile da suonare? Domandò in lacrime.
-Quello che ti piace, quello che ti fa dimenticare che devi mangiare, quello che ti fa tornare a te e riscoprirti dentro una ragione di vivere diversa da quella che hanno tutti gli altri.
-Allora non credo sia lo strumento che sto suonando. Rispose continuando a piangere, disperatamente.
-Questo non lo so ma posso intuire che prima di decidere se questo è o non è lo strumento potresti provare a recuperare il desiderio di suonare qualcosa, di avvicinarti a quel sapere che ti fa presentire che tu puoi.
-E tu credi che io possa?
-Io sono sicura che tu puoi ogni cosa.
-E perché?
-Perché sei la sintesi di due persone forti e sensibili, due strumenti che la natura ha guidato per fare di loro una totalità unica: te.
Incominciò a calmarsi e grazie a una serie di aneddoti sulle famiglie e sulle coppie risero fino a tardi, bevettero del vino rosso toscano e trovarono un modo per tornare a quella casa che ha come frontiera la propria pelle. Lei è una piccola amica o un’amica piccola che mentre cerca di suonare uno strumento che trova difficile vive in bilico tra quella persona piena di limiti che le hanno raccontato che lei è e quella che tra qualche tempo scoprirà di essere: una donna.

Lui sostenne suo padre come aveva chiesto sua madre.
Lui che aveva recuperato il nome del padre da grande e che negli occhi conserva la luce di chi è la sintesi d’una trasgressione felice, armonia tra gli aspetti considerati corretti e non della società, ora, davanti a un gruppo di persone chiede:
-Come mai nessuna persona che sogna di vincere il super enalotto pensa di creare un’orchestra?
Alcuni criticano la sua posizione altri la sostengono. Io resto in silenzio e appena posso m’informo sulla sua vita.
-Come mai mi chiedi di lui? Mi domanda la nostra amica in comune.
-Lo trovo particolare, risorto, rinato e da quello che racconti mi nasce “rinominato”.

Esco per ultima dalla casa nella pineta per andare verso il mare, oggi ci sono dei fuochi nella città che mi accoglie. Mentre cammino verso la spiaggia lascio che il mio sguardo si posi sui limiti d’ogni corpo e che il mio cuore festeggi il pensiero di Elèmire Zolla: “Non è facendo leva su ciò che ti proponi principalmente che otterrai un effetto, come il pittore non ribadisce quest’ombra, ma schiarisce quella luce; non incupisce questo verde, ma stempra quel giallo all’angolo opposto del quadro. Così non ti illuderai che quando provi disagio, insofferenza di un aspetto della tua o altrui vita, basti modificare quel sintomo, ma saprai di dover spezzare tutta una costellazione occultamente maligna, perché non sarà un lavoro che ti tedierà, ma tutto l’insieme della tua esistenza che ti ha orientato ad accettare quel lavoro; non sarà mai quella donna o quell’amico che ti riusciranno dannosi e che basterà allontanare, ma l’errore, la falsa persuasione con cui hai giustificato l’accostarsi a loro…”

Forte dei Marmi, umida e solare, serena e limpida, un’anima. 2010 – Maria A. Listur

Fire & Intentions

To Ugo A. and to my dear Claudia G.

-I beg you to help your father ‘till his death.
She asked with sweetness and severity, as she lived. He died few days later.
In the blue eyes of the fifty-year-old son the sparks that made her fall in love repeated. She was faithful until the end to that sea that changed her life making it becomes a life.

Which instrument is the easiest to play? She asked in tears.
-The one you like, the one that makes you forget that you have to eat, the one that brings you back to yourself and makes you discover a reason to live different from the one that everybody else has.
-Then I don’t think it is the instrument that I am playing. She replied crying, desperately.
-I don’t know that, but I feel that before deciding if this one is or not the instrument you could try to regain the desire of playing something, to get closer to that knowledge that makes you feel that you can.
-And do you think that I can?
-I think you can everything.
-And why is that?
-Because you are the synthesis of two strong and sensible persons, two instruments that nature has guided to make of them a unique totality: you.
She started to calm down and thanks to some stories about families and couples the laughed until late, drank some red Tuscan wine and found a way to go back to that house whose border is its own skin. She is a small friend or a friend small who while trying to play an instrument which she finds difficult lives balancing between that person full of limits that others have told her she is and that one that few years ahead she will discover to be: a woman.

He did help his father as her mother had asked.
He, who had retrieved the name of his father as an adult and that now preserve in his eyes the light of who is the synthesis of a happy transgression, harmony between the aspects that are considered proper and not in society, now, in front of a group of people asks:
-How come no person who dreams about winning the lottery thinks of creating an orchestra? Some do criticize his position others support it. I remain quiet and when its possible I inquire about his life.
-How come you ask about him? Our common friend asked.
-I find him particular, resurrected, rebirth and from what you are telling me it inspires the word “renamed”.

I leave last from the house in the pine forest to go toward the sea; today there will be a fire festival in the city that is hosting me. While walking towards the beach I let my glance gently touch the limits of each body and let my heart celebrate the thought of Elèmire Zolla: “It is not appealing to what you set your mind to do that will give you a result, like the painter does not emphasize this shadow, but instead he lightens that light; it doesn’t darken this green, but he lights that yellow on the opposite side of the painting. Therefore you will not deceive yourself when you feel uneasiness, intolerance of your own or of another’ s life or that it’s enough to change the symptom, but you will know that you will have to break a whole constellation maliciously hidden, because it will not be a job that will annoy you, but the whole existence of yours that has oriented you to accept that job; it will never be that friend or that woman who will result harmful, but the mistake, the false persuasion with which you have justified getting close to them…”

Forte dei Marmi, moist and solar, serene and plain, a soul. 2010 – Maria A. Listur

Creare orizzonti/Creating Horizons

Amano l’arte quanto la vita, il sesso quanto gli anni vissuti. Una settantotto, l’altra quarantacinque.
La più vissuta aveva preparato molti regali per festeggiare la sua amica giovane: bicchieri antichi di cristallo e degli asciugamani che aveva ricamato sua nonna. Dopo il pranzo che aveva cucinato per questa figlia adottiva disse:
-Vieni in camera che ho qualcosa da farti vedere.
La giovane si alzò per inseguire il passo veloce della anziana quanto meravigliosa scultrice che dopo aver dato luce calda alla camera dipinta di viola insistette con un sorriso invitante:
-Entra, vieni…

Mia madre aveva per me un amore che la faceva diventare violenta quanto sublime. Ancora oggi mi abbraccia e mi bacia con una forza che mi fa fantasticare un desiderio di attraversarmi la pelle per prendermi dal centro del corpo, per restituirmi al suo utero. Ancora oggi mi dice parole amorose identiche a quelle di alcuni uomini che mi hanno parlato d’amore. Ancora oggi mi prende per mano con quella fisicità con cui tenevo le mie bambole, con quella sensazione di eternità che dà un oggetto che rappresenta la propria bellezza.
Un pomeriggio afoso della mia infanzia, lavavo una delle centinaia di bambole che avevo in camera quando mia madre attraversò la sala giochi che avevamo nel parco di casa e me la strappò dalle mani dicendo:
-Stai lavando una bambola elettrica!!! La rovini!
Stavo lavando una bambola che se veniva caricata con le batterie camminava, parlava, ripeteva quello che io dicevo.
-Mami, ho tolto le pile… Accennai a spiegare.
-Non importa, la rovini lo stesso, la maltratti, si ossida e poi la dobbiamo buttare.
-Mami… ma io ho moltissime bambole… Risposi. Abituata a ricevere regali in continuazione, giocattoli che si accatastavano nelle cantine di casa e che soltanto il tempo mi avrebbe fatto capire che erano omaggi per la mia famiglia, per i miei genitori, attraverso me.
Mia madre, un tempo bambina molto povera, mi guardò con occhi che oggi riconosco feriti e con rabbia infantile disse:
-Ah sì? Allora siccome io posso fare tante altre bambine come te, domani prendo la varechina e ti lavo tutta! Tanto non sei l’unica! Io posso fare altre, altre e altre bambine identiche a te! E se ne andò lasciandomi nella mia casina di vetro, in mezzo al verde, con un pianto infinito che si nutriva dell’immagine della cantina di casa, piena di altre bambine come me, tutte che attendevano la mia mamma per essere lavate con la varechina.

-Non essere timida… vieni… Disse la scultrice avanzando nella luce ocra.
La giovane amica guardava ammutolita.
-Mio figlio dice che sono infantile ma senti…, disse l’anziana premendo la manina d’una bambola con le ali che ripeteva “sono Joy e mi sono cascate le ali”.
Ogni spazio della camera era foderato da scaffali con bambole di ogni tipo, colore, dimensione. Ascoltarono per tutto il pomeriggio le voci meccaniche fino a percepirle vive mentre si raccontarono dei figli, degli uomini, i loro percorsi, le loro mancanze, la passione di modellare la creta e i colori. Tutte e due risero come quando una di loro nella povertà della guerra inventava bambole con il fango e l’altra, nella ricchezza d’una casa colonica si scopriva unica e assoluta bambola d’una madre che le insegnò l’arte di curare ogni cosa.
Quando guardo le opere di tutte e due, trovo una somiglianza particolare e penso che come dice Antonio Porchia: “Il bimbo mostra e offre il suo giocattolo, l’uomo lo nasconde”.

Roma verso Forte dei Marmi, i baci d’Agosto sulla schiena svegliano lo spazio, 2010 – Maria A. Listur

Creating Horizons

They love art as much as life, sex as much as the years lived. One is seventy-eight, the other is forty-five. The most experienced one prepared many presents to celebrate her younger friend: antique crystal glasses and towels cross-stitched by her grand mother. After the lunch that she had prepared for this adoptive daughter she said:
-Come to the bedroom I have something to show you.
The younger stood up to follow the fast pace of the elderly and marvelous sculptress who after giving a warm light to the purple painted room insisted with an inviting smile:
-Enter, come in…

My mother had a love for me that would make her violent as well as sublime. Even today she hugs me and kiss me with a strength that makes me fantasize a desire of going through my skin to grab me from the center of the body, to return me to her uterus. Even nowadays she tells me loving words identical to those of some men who have talked to me about love. To these days she takes me by the hand with that physicality by which I used to hold my dolls, with that sensation of eternity that an object gives that represents its own beauty.
In a muggy afternoon of my childhood, I was washing hundreds of dolls that I had in my room when my mother came across the playroom that we had in the yard of the house and tore it out of my hands saying:
-You are washing an electric doll!!! You’ll break it!
I was washing a doll that if it had batteries inserted could walk, talk, repeat what I would say.
-Mami, I took the batteries off…I tried to explained.
-It don’t matter, you’ll break it anyway, it oxides and we have to throw it away.
-Mami… but I have many dolls… I replied. I was used to receive presents constantly, toys that would pile up in the storerooms of the house and that only time would make me understand they were homage to my family, my parents, through me.
My mother, long time before a very poor girl, looked at me with eyes that today I recognize wounded and with a childish anger said:
-Oh really? So it means that since I can have many other babies like you, tomorrow I will take the bleach and wash you with it! After all you are not unique! I can do others, more and more girls just like you! And went away leaving me in my little glass house, in the yard, with an infinite cry that nourished itself from the image of the storeroom of the house, full of other girls like me, all waiting for my mom to be washed with bleach.

-Don’t be shy… come… The sculptress said coming forward in the ochre light.
The young friend stared speechless.
-My son says that I am childish but listen…, the elderly said pushing the little hand of a doll with wings who was repeating “I am Joy and my wings fell off”.
Every space in the room was lined with shelves with dolls of every kind, color, size.
They listened for the whole afternoon to the mechanical voices until they perceived them alive while telling each other about their sons, men, their paths, their absences, the passion of molding clay and colors. Both of them laughed like one of them in the poverty of war invented dolls with mud and the other one, in the wealth of a farmhouse discovered herself unique and absolute doll of a mother who taught her the art of caring about everything.
When I look at the works of both, I find a peculiar similarity and I think that as Antonio Porchia says: “The child shows and offers his toy, the man hides it”.

Rome towards Forte dei Marmi, The kisses of August on my back awaken the space, 2010 – Maria A. Listur

Dall’infanzia sostenuta/From the Sustained Childhood

-Tu non conosci i sentimenti! Come è possibile che tu non soffra la mia mancanza!!!? Urlò lui al telefono in una lingua che lei amava e che sentiva dolce anche nella voce arrabbiata.

Quando mio papà va via da casa tutto cambia io vivo con la mia mamma mio fratello la mia tata la nuova signora che fa da mangiare e Pedro l’autista che mi vuole tanto bene e mi regala tutti i giorni il panino al formaggio che la mamma mi ha proibito di mangiare e resto anche con delle cose che nessuno può vedere di mio papà che parla poco però quando parla mi fa sognare e piangere perché mio papà recita delle poesie bellissime che raccontano di una bambina con una voce d’oro che va per il mondo facendo ridere la gente e poi la bambina incontra un bambino che ha il potere di curare la tristezza e mi parla anche di un dio che si chiama Zeus e di una signorina che si chiama Afrodite dice che è molto bella poi mi racconta delle storie dove una specie di uomo si guarda nell’acqua e s’innamora di quello che vede nell’acqua mi racconta tante cose che mi fanno sentire che casco per terra e mi fanno tanto ridere che mia mamma si arrabbia con lui e gli dice che non mi deve far ridere tanto perché poi non dormo bene e per questo cammino nel sonno allora mio papà si ferma per un pochino e dopo mi chiede se può ricominciare e io dico sempre sì allora rincomincia con un’altra storia dicendo che non importa se le dimentico l’unica cosa importante è che io senta che i capelli ridono o che piangono quando lui racconta e io rido piango e l’abbraccio tanto perché mio papà mi ha detto che non resterà per molto tempo con noi perché mio papà è tanto vecchio molto molto allora quando finisce di raccontare mi dice sempre la stessa cosa ricordati come ridi e come piangi perché non importa dove io sto perché io sono in tutto quello che ti fa ridere e ti fa piangere e ci sarò sempre e io credo che mio papà dice la verità perché qualche volta quando guardo la mia gatta Minina che salta sul mio letto al mattino non so perché ma io sento che lei é anche mio papà che mi viene a svegliare e la guardo negli occhi e mi vedo dentro come mi vedo negli occhi di mio papà quando mi avvicina a lui per dirmi io non ti mancherò mai perché tu sai trovarmi dove nessuno mi vede.

Lo lasciò urlare per poi precisare:
-Amore, tu non mi manchi. Lo ripeto senza perdere niente del nostro amore. E se qualcosa mi manca è soltanto quello che io sono capace di essere mentre sono con l’altro, con te, in relazione. Non mi è mai mancata una persona, mi è sempre mancato lo spazio tra la persona e me. Non ho il diritto di farmi mancare le persone…
-Non ti capisco! Non sentire la mia mancanza è come dire che tu non mi ami! Buonanotte! Urlò lui ancora interrompendola e riattaccando il telefono.
-Buonanotte. Disse lei nella lingua del suo ultimo amore.
Mentre tornava ai suoi libri, ai suoi colori, ricordò una frase di Raffaele Morelli: “Eros, il dio senza volto, il dio che ci vuole catapultare nel buio, vuole toglierci la nostra identità di superficie, per farci rinascere: non sa che farsene di gente che ha paura della solitudine”.

Roma, grazie Roma, di memorie rassicuranti, marmorea e solare. 2010 – Maria A. Listur

From the Sustained Childhood

-You don’t understand my feelings! How is it possible that you don’t miss me!!!? He yelled in a language that she loved and felt sweet even in his upset voice.

When my dad goes away from home everything changes I live with my mom my brother my nanny the new lady who prepares the meals and Pedro the driver who really loves me and gives me everyday the panino with cheese that mom prohibited me to eat and I remained with some things of my father which nobody can see and he doesn’t speaks a lot but when he does he makes me dream and cry because my father declaims wonderful poems that tell about a girl with a golden voice who goes around the world making the people laugh and then she meets a boy who has the power to heal sadness and he also tells me about a god whose name is Zeus and of a miss whose name is Aphrodite who is very beautiful then he tells about some stories where a sort of a man sees himself in the water and falls in love with what he sees in the water he tells me many thing tat makes me feel like falling on the ground and makes me laugh so hard that mom gets upset with him and tells him that he shouldn’t make laugh like that because otherwise I can’t sleep well and for that I sleepwalk so my father stops for a while and then asks me if he can starts again and I always tell him yes and he begins with an other story saying that it is not important that I forget the only important thing is that I feel my hairs laughing or cries when he tells and I laugh and hug him a lot because he tells me that he won’t be here for long with us because he is very old very very so when he finishes telling me he always says the same thing, remember how you laugh and how you cry it doesn’t matter where I am because I am in whatever makes you laugh and makes you cry and I will be always there and I believe that my father speaks the truth because sometime when I look at my cat Minina who jumps on my bed in the morning I don’t know why but I feel that she is also my father who comes to wake me up and I look her in the eyes and I see myself inside like when I see myself in my father’s eyes when he gets me close to him to tell me that I will not miss him because I can see him where nobody can.

She let him yell to clarify afterwards:
-Love, I don’t miss you. I repeat it without losing anything of our love. And if I miss something it is only what I am capable of being when I am with the other, with you, in relationship. I have never missed a person; I have always missed the space between the person and myself. I don’t have the right to miss somebody…
-I don’t understand you! Not missing me is like saying that you don’t love me! Goodnight! He shouted interrupting her again and hanging up the phone.
-Goodnight. She said in the language of her last love.
While going back to her books, her colors, she remembered a sentence by Raffaele Morelli: “Eros, the god with no face, the god who wants to hurl us in to darkness, wants to take our superficial identity away, to make us revive: doesn’t know what to do with people who are afraid of solitude”.

Rome, thank you Rome, of reassuring memories, marbled and sunny. 2010 – Maria A. Listur

Donare il corpo/Donating the Body

-Oh Dio quante ossa che hai! Sei scheletrica!
Lo disse appoggiandomi le mani sulla schiena nuda. Io risposi infilandomi una maglietta sul body e continuai a lavorare.
-Ma guarda come sei! Non hai carne!
Insistete toccandomi la cresta iliaca sul pantalone di danza.

-Papà non voglio andare a scuola di danza mista non voglio non voglio e non voglio!
-Come mai? E che fai? Balli senza compagno?
-Eh sì!
-Non ti permetterò di rinunciare ai tuoi compagni. Capito?
-Certo perché non è il tuo culo quello che toccano!
-Marilina! Ma come parli?
-E come te lo devo dire!
-Siete bambini, sei bella, hai un sederino come una mela… Te lo fanno per… per… perché secondo me tu sei un portafortuna!
-E che vuol dire? … Io non voglio che il mio culo sia il portafortuna di nessuno!
Me andai in camera di corsa, volevo piangere in solitudine. Sapevo che non mi avrebbero permesso di cambiare scuola.

-Potrei prenderti le scapole e strappartele…
Aggiunse ridendo mentre mi prendeva con delicatezze le ossa che sporgevano per necessità del movimento che stavo studiando. Lo guardai con gratitudine per tutto quello che mi aveva insegnato, leggera e provocatoria gli domandai:
-Vuoi toccare una parte dove non ho delle ossa?
Sorrise allontanandosi.
Continuai a seguire i miei passi mentre col pensiero ritornai a quei bambini di dieci anni che mi insegnarono ad amare la mia fortuna; allora compresi, con tutta la mia carne e con tutte le mie ossa, le parole di Antonio Porchia: “La verità, quando è la verità del piccolo è quasi tutta verità, e quando è la verità del grande, è quasi tutta dubbio.”

Roma, nuvoloso quasi fresco Agosto che sfumi, 2010 – Maria A. Listur

Donating the Body

-Oh God so many bones! You are so skeletal!
He said it leaning the hands on the naked back. I replied putting on a t-shirt over the bodysuit and kept working.
-Take a look at yourself! You have no flesh!
He insisted touching the iliac bone from the training pants.

-Daddy I don’t want to go to the dance school for couples I don’t I don’t and I don’t!
-How comes? And what will you do? Do you want to dance without a partner?
-Well yes!
-I won’t allow you to renounce to you partners. Understood?
-Well of course ‘cause it’s not your ass that they touch!
-Marilina! Watch your language!
-Well how could I say it then!
-You are kids, you are beautiful, you have a little bum like an apple…They do that to you ‘cause… ‘cause …‘cause you are like a lucky charm!
-And what does it mean?… I don’t want my ass to be the lucky charm of no one!
I went to my room running, I wanted to cry of loneliness. I knew he wouldn’t allow me to change school.

-I could grab your shoulder blades and rip them off…
He added laughing while he was taking delicately the bones that were sticking out for necessity of the movement that I was studying. I looked at him with gratitude for all that he taught me, light and provocative I asked:
-Do you want to touch some place where I am not bony?
He smiled moving away.
I kept following my steps while with my thought I went back to those kids of ten who taught me to love my fortune; then I understood , with my whole flesh and all my bones, the words of Antonio Porchia: “Truth, when it is of a child it is almost all truth, and when it if the truth of the adult, it is almost all doubts.”

Rome, cloudy almost chilly August fading, 2010 – Maria A. Listur

Nella musica/In To The Music

M,
dire mi manchi non è corretto? Tu non mi manchi. Sei l’unica porta che apro per essere a casa. Tu sei la mia casa. Il mio albero. Il mio libro. Tu sei il suono del miglior strumento. Tu sei la vita. L’ascolto. Riesco a percepire il mare quando avvicino il mio orecchio al tuo orecchio. Potrei non viaggiare mai, non conoscere nessun posto. Tu li conosci per me. Per il gusto di raccontare. Il mio corpo si regala ai tuoi mari, ai tuoi incontri, ad ogni invenzione di quello che ascolti. Tu crei per me ogni cosa che hai già ascoltato. Oggi so tutto questo. Tutto questo sapere oggi di ieri mi fa chiudere tra il nodo della cravatta e il sesto bottone della camicia una porta della quale soltanto tu hai la chiave. Tocchi con la lingua ogni gesto e ogni respiro, il mio perdermi. In ogni vestito che ti ho sfilato, ho strappato il senso di permanenza. Ti ho spogliato dalla volontà di rimanere. E ti amo. In quell’indifferenza spettrale della tua giovinezza amai la tua paura da statua di sale che credevo avesse già guardato troppe volte indietro. L’ho sempre creduto. Mi sono sbagliato. Avevi e conservi l’arte di essere nel presente. Un presente totale: passato e futuro. Sei come i bambini. E ti amo. Allora facesti in modo che la partenza sembrasse non tua. Con te tutto è stato sempre facile. Facile e lontano. Ora, dopo tempo senza tempo parti ancora. Quando ti vedo attraversare la casa verso la porta senza voltarti confermo che mi ero sbagliato, non ti girerai perché non stai partendo ed io senza trattenere il corpo riesco ad avere noi due come nessuno mai ci ha avuti.
Tuo.

Y,
So che ti stai tenendo in piedi nel tuo blocco di oceano vastissimo e freddissimo perché credi che così soffrirò meno mentre parto. Senti che ti abbandona qualche parte di me? Ti lascio come regalo un fiume piccolo: una cravatta. L’ho scelta perché ho immaginato la tua mano svuotata da me mentre costruisce un nodo. Ho visto la tua mano ormai esperta di nodi invisibili, di legami infiniti, percorrere la seta. L’ho scelta perché tu non smetta mai di rifare il nodo ogni qualvolta tu senta si stia sciogliendo. Fantastico che questo oggetto ci unirà quando le nostre esistenze ci sembreranno separate. Per quei momenti ti lascio anche un ringraziamento di sostegno:
Grazie per l’addio, è sempre diverso.
Grazie per l’incontro, mi conferma la presenza.
Grazie per le labbra, trovano ragioni nel tuo ventre.
Grazie per restare in questo posto, la mia vita.
Grazie per la mano nella mia mano quando il mio corpo è solo.
Grazie per quell’impossibile da raccontare.
Grazie per la sconfitta in partenza.
Grazie per il gusto di conoscere il nulla.
Grazie per il vuoto di te quando è necessario l’abisso.
Grazie di noi quando è impossibile distinguere le frontiere.
Grazie per non trattenere niente di me e per farmi rimanere in ogni pausa.
Grazie per farti scoprire in alcune assenze. Mi raggiungono.
Grazie per non esserci in tutti coloro che incontro.
Grazie per essere ovunque e per non esserci da nessuna parte.
Grazie per il bacio mai dato e per la permanente bocca stesa tra le mie gambe.
Tua.

“Subire l’assalto della visione, realizzare il viaggio non è essenziale nell’arte: ci vuole quel piccolo coraggio supplementare di ritornare e notare” Pascal Quignard

Forte dei Marmi, il vento porta suoni nuovi, 2010 – Maria A. Listur

In To The Music

M,
To say that I miss you isn’t right? I don’t miss you. You are the only door to be at home. You are my home. My tree. My book. You are the sound of the best instrument. You are life. The listening. I can feel the sea when I lean my ear to your ear. I could ever not travel, not know any place. You know them for me. For the sake of telling. My body gives itself to your seas, to your encounters, to every invention that you hear. You create for me everything that you have already heard. Now I know this all. All this knowledge of today about yesterday makes me close the knot of the tie and the sixth button of the shirt a door of which only you have the key. You touched with your tongue every gesture and every breath, my getting lost. In every dress that I have taken off of you, I have torn the sense of permanence. I have undressed you of the will of remaining. And I love you. In that ghostly indifference of your youth I have loved your fear as a salt statue that I thought had already watched too many times behind. I’ve always believed it. I was wrong. You had and preserve the art of being in the present. A total present: past and future. You are like children. And I love you. Then you made it as the departure wasn’t yours. With you everything has always been easy. Easy and far. Now, after time with no time you leave again. When I see you crossing the house without looking back I prove myself that I was wrong, you won’t turn cause you are not leaving and I without holding back my body can have us two like nobody has ever had.
Yours.

Y,
I know that you are struggling in standing up in your block of huge and freezing ocean because you believe that doing so I will suffer less when I leave. Do you feel that some part of me is abandoning you? I am leaving you a small river as a present: a tie. I have chosen it because I imagined your hand empty of me while it builds the knot. I saw your hand already expert of invisible knots, infinite ties, gently touching the silk. I have chosen it so that you never stop remaking the knot every single time you feel it is untying. It’s wonderful that an object like this will unite us when our needs will seem separated. For those moments I am also leaving you an appreciation to sustain:
Thank you for the farewell, it is always different.
Thank you for the encounter, it confirms your presence.
Thank you for the lips, they find reasons in your belly.
Thank you for remaining in this place, my life.
Thank you for the hand in my hand when my body is lonely.
Thank you for that impossible to tell.
Thank you for the defeat at start.
Thank you for the emptiness of you when the abyss is necessary.
Thank you for us when it is impossible to distinguish the frontiers.
Thank you for not holding back anything of me and for letting me stay in every pause.
Thank you for letting yourself discover in some absences. They reach me.
Thank you for not being in all that I meet.
Thank you for being everywhere and for not being anywhere.
Thank you for the kiss you have given me and for the permanent mouth spread between my legs.
Yours.

“To undergo the assault of the vision, to realize the trip is not the essential in art: it is necessary that little additional courage of coming back and noticing” Pascal Quignard

Forte dei Marmi, the wind brings new sounds, 2010 – Maria A. Listur

Confessione/Confession

All’uomo che è un Re.

Non ho steso la fodera del divano. Ho voluto lasciare la tua traccia. Il segno della tua presenza. Posso sentire il tuo odore, l’odore del tuo corpo seduto dove non riesco a sedermi, evito di cancellarti; passo la mano ad un millimetro dalla traccia, non voglio modificare nemmeno l’aria che circonda il tuo territorio. So che l’aria modifica e comunque questo mi basta. Passeranno i secoli e rimarrà ancora il tuo appoggio sul mio spazio. Ci sei. Avrei potuto passare la mano lenta sulle tue gambe abbandonate alle nostre parole. Non l’ho fatto. Soltanto ti tocco in sogno. Lì ti ho avvicinato come immagino. Ci siamo morsi lentamente ogni riga verticale delle labbra. Le mie piccole vagine gravide dei tuoi sapori. Odoravi con i tuoi occhi, i tuoi occhi persi tra le tue tristezze. Ho toccato col mio orecchio il suono delle tue perdite e lì ti ho preso. Buio e luce. Vederti non è reale. Mi chiedi di quale colore sono i miei capelli. Dico “rossi”. Dici “come il centro dei tuoi occhi”. Resto sorridente e sicura… sicura? Il pensiero fisso nel rosso che tu non vedi, nel fiume di fuoco del sogno che siamo quando non ci siamo, quando in sogno non ci confondiamo. Meglio che tu veda soltanto quel centro. Altri centri vorrebbero essere acqua, vorrebbero entrarti dove nessuno è mai entrato. Percorrerti.

Da piccola usavo chiudere gli occhi al buio e percorrere lentamente la casa che abitavo. Cercavo di riconoscere ogni cosa e di non essere goffa nel percorso, non dovevo perdere plasticità. Evitavo di far cadere qualcosa o svegliare qualcuno. Giocavo. Giocavo col buio, nel buio. Vincevo sempre io. Sapevo fermarmi davanti alle zone ancora non riconosciute per evitare l’abisso.

Mi fermo lì dove ancora non ci siamo riconosciuti. Privo di peso questo non toccarti, non baciarti, non respirarti ad occhi aperti. Profonda la mia notte. Profondo il mio piccolo rosso nel fondo degli occhi, meno profondo del rosso nero del fiume che ti distruggerebbe. Meglio il rosso dei miei capelli che il rossorosso del mio sangue pittore di letti e controletti. Vorrei stendere le dita tra le tue dita, tra quegli spazi azzurri tra i muscoli, percepirti dove la distanza tra le ossa non esiste. Toccarti il grigiore delle articolazioni per articolare una delle mie carezze. Prenderei tra i denti la tua carne raffreddata di ferite, la scalderei col mio eterno ricreare. Mi lascerei piovere lacrime, lacrime di seme, seme di ossa, ossa di tempo. Vorrei tutto il tuo passato abbracciato al futuro. Vorrei che tu saltassi dalla tua traccia e negassi il tempo e lo spazio. Sei qui. Io posso ricrearti tra le mie gambe, tra le mie mani. Posso anche svegliarmi.
“Il sogno che non si alimenta di sogno muore” Antonio Porchia

Forte dei Marmi, arrivare dopo la pioggia fa sorridere la carne, 2010 – Maria A. Listur

Confession

To the man who is a King.

I did not spread the lose cover of the sofa. I wanted to leave your trace. The sign of your presence. I can smell your scent, the scent of your body seated where I can’t sit, I avoid canceling you; I run my hand one millimeter from the trace I don’t even want to change the air that surrounds your territory. I know that air modifies and that is enough. Centuries will pass and your leaning will still remain in my space. You are here. I really wanted to run my hand slowly on your relaxed legs to our words. I didn’t do it. I only touch you in the dream. There I have approached you as I imagined. We have nibbled slowly each other every single vertical line of the lips. My little vaginas pregnant of your flavors. You felt with your eyes, your eyes lost in your sadness. I have touched with my ear the sound of your losses and there I held you. Darkness and light. To see you is not real. You ask me what color are my hairs. I tell you “red”. You say “ like the center of your eyes”. I keep smiling and steady…steady? The thought fixed on the red that you don’t see, in the river of fire of the dream that we are when we are not, when in the dream we mingle. It is better that you see only that center. Other centers would like to be water, would like to enter where nobody has ever entered. Go through you.

When I was little I used to close my eyes in the darkness and go slowly through the house that I lived. I tried not to be clumsy in the making, I didn’t want to loose flexibility. I avoided to drop something or to wake somebody up. I played. Played with darkness, in darkness. I always won. I could stop in front of the places yet not recognized to avoid the abyss.

I stop where yet we haven’t recognize each other. This not touching you is weightless, not kissing, not breathing you with open eyes. Deep is my night. Deep is my little red in the bottom of the eyes, less deep of the red black of the river that could destroy you. It’s better the red of my hair than the redred of my blood painter of beds and sheets. I would like to stretch my fingers between your fingers, between those sky-blue spaces between the muscles, perceived where the distance between the bones doesn’t exist. Touch the grayness of the joints to express one of my caresses. I would take between the teeth your flesh cold by the wounds, I would warm it with my eternal recreation. I would let rain of tears on me, tears of semen, semen of bones, bones of time. I would like your entire pass hugged by your future. I would like you to jump from your track and reject time and space. You are here. I can recreate you between my legs, between my hands. I can even wake up.
“The dream that isn’t fed on dream dies” Antonio Porchia

Forte dei Marmi, to arrive after it rained makes the flesh smile, 2010 – Maria A. Listur

Biancaneve/Snow White

A Francesco T., con gratitudine pari all’eternità.

Biancaneve è stata avvelenata e dorme. Dei nani le hanno creato una bella bara di cristallo, è protetta e se si sveglia può vedere fuori.
L’avvelenatrice è una strega, non ha sopportato che -in giro per il regno- ci fosse una donna più splendida e luminosa di lei.
Biancaneve non può svegliarsi da sola ma sono anche inutili i nani che ballano e piangono intorno, non hanno nessun potere su di lei. Poverina! E’ bella ma avvelenata, come morta ma soprattutto addormentata.

Credo di appartenere profondamente al mio nome: Maria degli Angeli. Non potevo averne un altro. Sono parte di tutti gli angeli che dovevano nascere prima di me: nove fratelli. Inoltre sono sempre stata accompagnata da presenze non tangibili che non vedo però, che sento di più, quando la quotidianità diventa ardua. In più, ho trovato degli angeli fisici che mi hanno sollevato da ogni forma di pena. Ora racconterò di uno: il mio medico. Un padre.
In un’occasione gli ho raccontato come mi sentivo, ero profondamente preoccupata per certi sintomi legati ai luoghi sottoterra, alle metropolitane. Lui parlò poeticamente prima, per poi aggiungere qualcosa che -ancora oggi- mi fa guarire ogni perturbazione:
-Si incarni.
-Si incarni? Domandai
-Si, ha troppa luce, scenda e si sporchi un po’. Diventi carne.
Uscii dal suo studio quasi sorpresa di trovarmi tra la gente, sulla terra.
Dopo quella visita la mia vita è cambiata totalmente e anche se con grande paura, ho avuto la sensazione di nascere, non dico “rinascere” perché la prima volta non la ricordo ed è soltanto un’informazione senza consapevolezza. Ora tutto è nuovo. Incontro me in delle sensazioni sconosciute, sentimenti miti, memorie perse, interiorità rinnovata e tutta da sviluppare. Illuminata nella e per la gratitudine che provo verso questo angelo guaritore che mi ha presa per mano e mi ha condotta a casa e più precisamente al cuore della casa.
Oggi, svegliandomi dal sonno -che sembra una morte bella- ho sentito che i miei genitori, nel nominarmi, semplicemente in un quel gesto, hanno tracciato un percorso di custodia, di protezione e di luce. La mia carne segue.

L’anima di Biancaneve guarda dall’alto il corpo, dorme dentro la bara di vetro, sorride. All’anima piace questo tempo di riposo e onora quanto può la prospettiva dall’alto che le permette di riconoscere in ogni nano un aspetto infantile di Biancaneve. Benedice la strega per il tempo che le ha dedicato avvelenandola, per il riposo che non si sarebbe mai presa senza veleno, per la solitudine che le è concessa in mezzo al bosco protetta dal cristallo.
Biancaneve è figlia di una maga bianca che le aveva già annunciato l’avvento delle streghe e le aveva anche anticipato che sarebbe stata risvegliata dal sonno. Nel silenzio del bosco lei dorme beata. Sogna.
Biancaneve potrebbe sembrare morta, ma io dall’alto, so che soltanto riposa, si riprende e si ricrea perché come diceva la mia vecchia anima amica di A. Porchia: “Ferire il cuore è crearlo.”

Roma, tutta la luce, un’amica, cibo del nostro, piante innaffiate di fresco, il sogno è realtà. 2010-Maria A. Listur

Snow White
To Francesco T., with gratitude that matches eternity

Snow White has been poisoned and she sleeps. Some dwarfs have created a crystal coffin, she is protected and if she wakes she can see outside.
The poisoner is a witch, she could not bear that –around the realm- there was a woman more beautiful than her.
Snow White cannot awake alone but the dwarfs who dance and cry around are also useless, they have no power on her. Poor thing! She is beautiful but poisoned, like dead, but above all asleep.

I think I really belong to my name: Maria of the Angels. I couldn’t have another one. I am part of all the angels that were suppose to born before me: Nine brothers. Besides I’ve been always accompanied by intangible presences that I don’t see, that I feel though, when daily life becomes harsher. More, I have found some physical angels that have lifted me from every form of suffering. Now I am going to talk about one: My doctor. A father.
In one occasion I told him about how I felt, I was deeply worried for some symptoms related to underground places, subways. He spoke poetically first, than added something that –to these days- heals me from every disturbance:
-Embody yourself.
-Embody yourself? I asked.
-Yes, you have too much light, come on down and get dirty little. Become flesh.
I left his studio almost surprised to be with people around, on earth.
After that visit my life has changed totally and even though with a lot of fear, I have felt the sensation of birthing, I don’t say rebirthing because I don’t remember the first time and it is only information without consciousness. Now everything is new. I find in me some unknown sensations, mild feelings, lost memories, new inwardness to expand. Enlightened in and for the gratitude that I feel towards this healing angel who has grabbed me by the hand and brought me home and more precisely in the heart of the house.
Today, waking up from the sleep –that seems like a beautiful death- I felt that my parents, by naming, simply by that gesture, they have outlined a path of safe keeping, protection and light. My flesh follows.

The soul of Snow White looks from above at the body, that sleeps inside the crystal coffin, smiles. The soul enjoys this moment of rest and honors as much as possible the perspective from above that allows her to acknowledge in each dwarf a childish aspect of Snow White. She blesses the witch for the time dedicated to poison her, for the rest that she would have never taken without the poison, for the solitude that has been granted to her in the middle of the forest well protected by the crystal. Snow White is the daughter of a white witch who had already told her the coming of witches and that she would have been waken from her sleep. In the still of the forest she sleeps blessed. She dreams.
Snow White could seem dead, but I from above, know that she is just sleeping, she recovers and recreate because as my old soul friend A.Porchia used to say: “To wound the heart is to create it.”

Rome, the whole light, a girl friend, our food, freshly watered plants, the dream is reality. 2010-Maria A. Listur

Verso lo zen/Towards Zen

Lei aprì la porta. Lui raggiunse il dolore, era già odio. Disse:
-Tornerai.
Lei rispose:
-Non posso.

Elvira si è sempre sentita brutta. Per me era semplicemente cattiva. Non aveva gesti affettuosi verso nessuna persona, ancor meno verso i suoi figli. Erano nutriti soltanto dal buon cibo che cucinava tutti i giorni, con rabbia.
Elvira “la tenca” (gambe storte), non riusciva a passare accanto a me senza guardarmi con disprezzo, o senza fare un commento sul fatto che ero come la famiglia di mio padre, troppo bianca e troppo delicata per stare in campagna.
-Sarai francese o russa o chissà che olandese… Secondo me ti hanno adottato. Diceva sottovoce.
All’inizio della nostra convivenza e per proteggermi, andavo nel suo orto e cantavo. Ma presto mi vietò anche il canto.
-Adesso basta con questi canti, non vedi che le piante amano il silenzio, altrimenti parlerebbero…! Diceva.
Ho cercato di perdonarla negli anni. Ho cercato di lasciarla andare dal mio senso di dolore infantile. “Impossibile” mi dicevo, “…non ci riesco”. E’ stata malvagia, era una vecchia bambina rabbiosa.
Qualche tempo fa, quando si è ammalata, è andata da mia madre, sua sorella “la bella”, per chiederle:
-Ti vorrei chiedere di dire due cose a tua figlia. La prima è che lei è l’unico indio rosso della nostra famiglia e la seconda è che la sua voce fu il miglior concime che io abbia mai avuto.
Mia madre mi chiamò per trasmettermi il messaggio e aggiunse:
-Vedi che non eri adottata! E poi… hai mai pensato di fare un disco per far sviluppare meglio gli ortaggi?

-Che vuol dire “non posso”!!!? Urlò con gli occhi più che con la voce.
-Non posso perché ti fa infelice la mia felicità. Rispose lei sussurrando.
-Ti farò pagare ogni centimetro di distanza! Balbettò lui chiudendo con rabbia la porta.
Lei guardò avanti e controllò che il bambino stretto al suo petto dormisse. Salì sul taxi che attendeva e dopo aver indicato il luogo d’arrivo si lasciò cullare da un pensiero di Raffaele Morelli che ancora oggi la guida: “Ogni volta che amo qualcuno i due Signori che mi accompagnano devono essere Estraneità e Silenzio.”

Roma, è piovuto e si sente la fine dell’estate, 2010 – Maria A. Listur

Towards Zen

She opened the door. He reached pain, it was already hatred. Said:
– You will come back.
She answered:
-I can’t.

Elvira has always felt ugly. To me she was just a mean person. She didn’t have affectionate gestures toward no one, even less for her own children. They were fed only with good food that she prepared every day, with anger.
Elvira “la tenca” (crooked legs), couldn’t help but looking at me with despise, or making a comment on the fact that I was like my father’s family, too white and too delicate to be in the countryside.
-You must be French or Russian or who knows maybe Dutch… I think they have adopted you. She would whisper. In the beginning of our cohabitation to protect myself, I would go in to her garden and sing. But soon enough she forbid me to sing.
-Now stop with this singing, don’t you see that plants love silence, otherwise they would talk…!
She said.
I tried to forgive her in the years. I have tried to let her go from my sense of childhood pain.
“Impossible” I would say, “…I can’t”. She has been mean, she was an old angry child.
Not long ago, when she became sick, she went to my mother’s, her “beautiful” sister, to ask her:
-I would like you to say two things to your daughter. The first is that she is our one and only red Indio of our family and the second is that her voice has been the best fertilizer that I have ever had.
My mother called me to transmit the message and added:
-See? You were not adopted! And also…have you ever think about doing a record to improve vegetables growth?

-What do you mean, “you can’t?” He yelled with his eyes more than his voice.
-I can’t because my happiness makes you unhappy. She replied whispering.
-You will pay for every inch of distance! He stammered closing the door with anger.
She looked forward and controlled that the baby who was tied on her belly was asleep. She got on the taxi and after indicating her destination she let her self cuddle in a thought of Raffaele Morelli who still now guides her: “Every time I love somebody the two person who accompany me have to be Extraneousness and Silence.”

Rome, it rained and I can feel the end of summer, 2010 – Maria A. Listur

Due Passi/Two Steps

Era notte sul pontile. L’amica si girò e le chiese:
-Tutto bene.
-Sì, tutto bene. Rispose lei con gli occhi riempiti di mare.

Oggi andiamo al fiume dove la mamma si faceva il bagno da piccola e andiamo con i miei zii e i miei cugini e mi piace perché mio zio José mette una corda dove tutti possiamo attaccarci quando scendiamo dalla parte alta del fiume a tutta velocità e anche se dicono che è pericoloso la mia mamma e i miei zii andavano a giocare lì quando erano piccoli come me alcuni dicono che si può morire da quanto è forte l’acqua ma l’ultima volta che sono stata non ho avuto paura perché vedevo la corda da lontano e la mia mamma rideva rideva e si ricordava quando non aveva altro gioco che il fiume quando pensava che il fiume le avrebbe dato da mangiare e le avrebbe ridato suo papà che era andato via con dei serpenti che vedeva entrare nella casa perché non aveva più vino e diventava pazzo e che alla fine del fiume c’era anche la sua mamma che l’avrebbe abbracciata come lei ha fatto prima che gli si rompesse il cuore e per questo non ho paura perché la corda l’ha messa anche la mia mamma e perché mi aspetta sempre e si gira per vedere dove sto e urla sei contenta cielo mio? e io urlo sempre sììììììììììììì e lei ride buttando la testa indietro e le si bagnano i capelli come piace a me perché io sono contenta quando lei ride e mi sembra che la vedo più piccolina come me e poi quando esce dall’acqua la vedo di nuovo grande che prepara l’asciugamano e mi dice ora ti faccio come un involtino d’abbraccio e mi tiene stretta e mi bacia la testa e in quel momento mi viene paura perché mi viene alla testa che la mia mamma può morire e che allora chi mi fa l’involtino d’abbraccio? e mi metto a piangere e lei mi chiede perché piango e io le mento e le dico che piango perché ho paura che mio papà muoia ma non è vero io ho paura che la mia mamma non ci sia allora lei mi dice ma che dici noi ci saremo sempre e io risalgo la collinetta e ogni tanto mi giro indietro per guardarla e mi rendo conto che è vero lei è sempre lì.

-Sicuro tutto bene? Chiese ancora la sua amica.
Il pontile era l’ultimo luogo da recuperare. Rivisitò tutti i posti dove aveva passato un momento ultimo di luce con il suo uomo, il suo amore.
Lei intuisce che quando siamo felici in un rapporto e la relazione viene interrotta, restano dei pezzi d’anima attaccati ai luoghi in cui abbiamo condiviso la vita, come se la felicità vissuta in un luogo non volesse interrompersi; allora ha imparato a riprendersi l’anima che “per le alcove le restò impigliata” come disse Alfonsina Storni.
Guardando dal pontile il riflesso argento della luna sul mare e appoggiata sulla ringhiera che altre mani toccarono pensò a Lola Flores, la dea del flamenco, quando alla domanda di chi era stato l’amore più grande della sua vita, lei rispose: “L’ultimo”.
Si lasciò ancora sostenere da quel pensiero, sospirò sollevata e rispose alla sua amica, con gratitudine:
-Sì tutto bene.
L’amica aspettò il cenno del ritorno e quando la vide voltarsi verso casa le disse:
-Bene! Dovevi riprenderti anche il pontile.
Lei sorrise, in pace.

Forte dei Marmi, mare calmo e sole dolce -mi carezzano, 2010 – Maria A. Listur

Two Steps

It was night at the pier. Her friend turned and asked her:
-Everything all right?
-Yes, everything all right. She replied with her eyes full of sea.

Today we are going where mom used to bathe when she was a child and we are going with my uncles and my cousins and I like it because my uncle José puts on a rope where we can all hang when we get off the higher side of the river speeding and even if they say that is dangerous my mother and my uncles would go play there and when they were small like me some say that you can die from the strength of the water but last time that I was there I wasn’t afraid because I could see the rope from afar and my mother laughed and laughed and remembered when she didn’t have any other game than the river when she thought that the river would have fed her and would have given her back her dad who had left with the snakes that he watched entering his house because he didn’t have anymore wine and and would get mad and at the end of the river there was his mother that would hug her like she did before her heart was broken and for that I am not afraid because the rope was put there by my mommy and because she always waits for me and turns to see where I am and screams are you happy my love? And I always scream yeeeees and she laugh throwing back her head and her hair get wet as I like and I am happy when she laughs and she seems smaller like me and then she get out of the water and she seems big again and she gets the towel and tells me that she will wrap me like a roll of hugs and she holds me tight and kisses me on my head and in that moment I get scared because it comes to my mind that she might die and if it is so who is going to make me the roll of hugs? And I start crying and she asks me why do I cry and I lie to her saying that I cry because I am afraid that my father dies but it is not true I am afraid that my mother will not be here and then she says what are you talking about we are always going to be here and I climb back up the hill and sometime I look back to see her and I realize that it is true she is always there.

-Are you sure? Her friend asked again.
The pier was the last place to regain. She revisited all the places where she spent a last moment of light with her man, her love.
She realizes that when we are happy in a relationship and the relationship is interrupted, some pieces of soul remain attached to the places where we have shared life, as if the happiness lived in a place wouldn’t want to be interrupted; Therefore she learned to take her own soul back that “Remained trapped in the alcoves” like Alfonsina Storni said.
Looking at the pier the silver reflection of the moon over the sea and leaned against the railing that other hands touched she thought about Lola Flores, the goddess of Flamenco, when asked which had been the greatest love of her life she answered: “the last one”.
She let that thought sustain her a bit more, then she heaved and answered to her friend, with gratitude:
-Yes everything is all right.
Her friend waited for a sign that they were leaving and when she saw her turning towards the house she told her:
-Good! You had to regain the pier as well.
She smiled, at peace.

Forte dei Marmi, the calm sea and the sweet sun are caressing me, 2010 – Maria A. Listur