Creare orizzonti/Creating Horizons

Amano l’arte quanto la vita, il sesso quanto gli anni vissuti. Una settantotto, l’altra quarantacinque.
La più vissuta aveva preparato molti regali per festeggiare la sua amica giovane: bicchieri antichi di cristallo e degli asciugamani che aveva ricamato sua nonna. Dopo il pranzo che aveva cucinato per questa figlia adottiva disse:
-Vieni in camera che ho qualcosa da farti vedere.
La giovane si alzò per inseguire il passo veloce della anziana quanto meravigliosa scultrice che dopo aver dato luce calda alla camera dipinta di viola insistette con un sorriso invitante:
-Entra, vieni…

Mia madre aveva per me un amore che la faceva diventare violenta quanto sublime. Ancora oggi mi abbraccia e mi bacia con una forza che mi fa fantasticare un desiderio di attraversarmi la pelle per prendermi dal centro del corpo, per restituirmi al suo utero. Ancora oggi mi dice parole amorose identiche a quelle di alcuni uomini che mi hanno parlato d’amore. Ancora oggi mi prende per mano con quella fisicità con cui tenevo le mie bambole, con quella sensazione di eternità che dà un oggetto che rappresenta la propria bellezza.
Un pomeriggio afoso della mia infanzia, lavavo una delle centinaia di bambole che avevo in camera quando mia madre attraversò la sala giochi che avevamo nel parco di casa e me la strappò dalle mani dicendo:
-Stai lavando una bambola elettrica!!! La rovini!
Stavo lavando una bambola che se veniva caricata con le batterie camminava, parlava, ripeteva quello che io dicevo.
-Mami, ho tolto le pile… Accennai a spiegare.
-Non importa, la rovini lo stesso, la maltratti, si ossida e poi la dobbiamo buttare.
-Mami… ma io ho moltissime bambole… Risposi. Abituata a ricevere regali in continuazione, giocattoli che si accatastavano nelle cantine di casa e che soltanto il tempo mi avrebbe fatto capire che erano omaggi per la mia famiglia, per i miei genitori, attraverso me.
Mia madre, un tempo bambina molto povera, mi guardò con occhi che oggi riconosco feriti e con rabbia infantile disse:
-Ah sì? Allora siccome io posso fare tante altre bambine come te, domani prendo la varechina e ti lavo tutta! Tanto non sei l’unica! Io posso fare altre, altre e altre bambine identiche a te! E se ne andò lasciandomi nella mia casina di vetro, in mezzo al verde, con un pianto infinito che si nutriva dell’immagine della cantina di casa, piena di altre bambine come me, tutte che attendevano la mia mamma per essere lavate con la varechina.

-Non essere timida… vieni… Disse la scultrice avanzando nella luce ocra.
La giovane amica guardava ammutolita.
-Mio figlio dice che sono infantile ma senti…, disse l’anziana premendo la manina d’una bambola con le ali che ripeteva “sono Joy e mi sono cascate le ali”.
Ogni spazio della camera era foderato da scaffali con bambole di ogni tipo, colore, dimensione. Ascoltarono per tutto il pomeriggio le voci meccaniche fino a percepirle vive mentre si raccontarono dei figli, degli uomini, i loro percorsi, le loro mancanze, la passione di modellare la creta e i colori. Tutte e due risero come quando una di loro nella povertà della guerra inventava bambole con il fango e l’altra, nella ricchezza d’una casa colonica si scopriva unica e assoluta bambola d’una madre che le insegnò l’arte di curare ogni cosa.
Quando guardo le opere di tutte e due, trovo una somiglianza particolare e penso che come dice Antonio Porchia: “Il bimbo mostra e offre il suo giocattolo, l’uomo lo nasconde”.

Roma verso Forte dei Marmi, i baci d’Agosto sulla schiena svegliano lo spazio, 2010 – Maria A. Listur

Creating Horizons

They love art as much as life, sex as much as the years lived. One is seventy-eight, the other is forty-five. The most experienced one prepared many presents to celebrate her younger friend: antique crystal glasses and towels cross-stitched by her grand mother. After the lunch that she had prepared for this adoptive daughter she said:
-Come to the bedroom I have something to show you.
The younger stood up to follow the fast pace of the elderly and marvelous sculptress who after giving a warm light to the purple painted room insisted with an inviting smile:
-Enter, come in…

My mother had a love for me that would make her violent as well as sublime. Even today she hugs me and kiss me with a strength that makes me fantasize a desire of going through my skin to grab me from the center of the body, to return me to her uterus. Even nowadays she tells me loving words identical to those of some men who have talked to me about love. To these days she takes me by the hand with that physicality by which I used to hold my dolls, with that sensation of eternity that an object gives that represents its own beauty.
In a muggy afternoon of my childhood, I was washing hundreds of dolls that I had in my room when my mother came across the playroom that we had in the yard of the house and tore it out of my hands saying:
-You are washing an electric doll!!! You’ll break it!
I was washing a doll that if it had batteries inserted could walk, talk, repeat what I would say.
-Mami, I took the batteries off…I tried to explained.
-It don’t matter, you’ll break it anyway, it oxides and we have to throw it away.
-Mami… but I have many dolls… I replied. I was used to receive presents constantly, toys that would pile up in the storerooms of the house and that only time would make me understand they were homage to my family, my parents, through me.
My mother, long time before a very poor girl, looked at me with eyes that today I recognize wounded and with a childish anger said:
-Oh really? So it means that since I can have many other babies like you, tomorrow I will take the bleach and wash you with it! After all you are not unique! I can do others, more and more girls just like you! And went away leaving me in my little glass house, in the yard, with an infinite cry that nourished itself from the image of the storeroom of the house, full of other girls like me, all waiting for my mom to be washed with bleach.

-Don’t be shy… come… The sculptress said coming forward in the ochre light.
The young friend stared speechless.
-My son says that I am childish but listen…, the elderly said pushing the little hand of a doll with wings who was repeating “I am Joy and my wings fell off”.
Every space in the room was lined with shelves with dolls of every kind, color, size.
They listened for the whole afternoon to the mechanical voices until they perceived them alive while telling each other about their sons, men, their paths, their absences, the passion of molding clay and colors. Both of them laughed like one of them in the poverty of war invented dolls with mud and the other one, in the wealth of a farmhouse discovered herself unique and absolute doll of a mother who taught her the art of caring about everything.
When I look at the works of both, I find a peculiar similarity and I think that as Antonio Porchia says: “The child shows and offers his toy, the man hides it”.

Rome towards Forte dei Marmi, The kisses of August on my back awaken the space, 2010 – Maria A. Listur

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