Regalità/Royalty

-Mi scusi. Non so nemmeno che ore sono.
-Le cinque meno dieci. Non si preoccupi, l’ho aspettata perché non avevo niente da fare. Rispose Serena.
-Avrei potuto chiamarla per telefono, ma ho preferito avvertirla personalmente: la bambina è uscita con i nonni, sono arrivati a sorpresa e… ed io… sono venuta… adesso vado, grazie e mi scusi ancora.
Chiara si girò per andarsene appoggiando la mano destra sulla ringhiera della scala, Serena immaginò un’ala piegata. La fermò con un gesto, sicura d’interrompere un volo precoce.
-Aspetti… vuole prendere un tè?
Attraversata la porta incominciò l’amore, prima il corpo, poi la musica: Serena suonò per lei.
Anche Chiara ebbe l’occasione di guardare le mani, sagge sui tasti così come sul suo corpo.
Guardò anche la nudità di chi suonava e ammirò quella capacità di essere presente, di essere sonorità del corpo. Serena alzò gli occhi e, senza smettere di suonare, allungò un piede con indosso una delle scarpe nere di Chiara. Chiara s’inginocchiò accanto a lei e abbandonò la testa sulla coscia morbida. Baciò il ventre di Serena e disse senza farsi sentire “grazie”. Continuò lungo la schiena fino a dover alzarsi per seguire la linea delle vertebre, fino alla nuca. Serena allungò l’altro piede nudo. Chiara prese il gesto come una provocazione che accettò immediatamente:
-E l’altra scarpa?
-Non c’era…
-Non è possibile, portavo tutte e due. Si mise a cercarla in corridoio, in camera, in cucina. La scarpa non c’era. Tornò verso Serena per domandarle:
-E’ uno scherzo?
-Non c’era? Le chiese Serena sorridendo, poi sussurrò: -… spero che nessuno la trovi … sarebbe un po’ difficile scegliere una principessa fra due regine.
Chiara si svegliò con il profumo di caffè; pane dorato e miele, una piccola margherita e tra le due scarpe della notte prima, un biglietto:

“Per ciò che non dissi
per ciò che non so compitare
per le anime spente dei fanciulli
per quella Lesbo infinita
io cantai una compagna
ardente nell’amore
e festosa nei riti eleusini.
Per quella compagna che cominciò
il mio canto
e che parla di morte nell’amore
continuerò a dire che la vita è una festa
e che la festa brucia gli impostori”.

Alda Merini

Roma, già autunno, sempre festa. 2010 – Maria A. Listur

Royalty

-Sorry. I don’t even know what time it is.
-Ten minutes to five. Don’t worry, I waited for you because I had nothing to do. Serena answered.
-I should have called you by phone, but I preferred telling you personally: The child has left with her grandparents, they came by surprise and… and I… came…now I am going, thank you and sorry again.
Chiara turned around to go away putting her hand on the banister of the steps, Serena imagined a folded wing. She stopped her with a gesture, knowing that she was interrupting a precocious flight.
-Wait…would you like a tea?
Once crossed the door the love started, first the body, then the music: Serena played for her.
Chiara too had the chance to watch the hands, wise on the key board they were on her body. She looked at the nudity of who was playing and admired that capability of being so present, of being sound of the body. Serena raised her eyes, without stopping to play, and stretched a foot with one of the black shoes of Chiara on. Chiara kneeled next to her and abandoning her head on the soft thigh. She kissed Serena’s belly and said without letting herself heard “thank you”. She kept on along the spine until she had to stand to follow the line of the vertebrae, up to the nape. Serena stretched the other bare foot. Chiara took this gesture as a provocation that accepted immediately:
-What about the other shoe?
-It wasn’t there…
-I’s not possible, I had them both. She started to look for it in the corridor, in the room, in the kitchen. The shoe was not there. She went back to Serena to ask her:
-Is it a joke?
-Wasn’t it there? Serena asked smiling, then she whispered: -…I hope nobody finds her…it would be a little bit difficult to choose a princess among two queens.
Chiara woke up with the scent of coffee, golden bread and honey, a small daisy and between the two shoes of the night before, a note:

For what I didn’t say
for what I don’t know how to spell
for the extinct souls of the children
for that infinite Lesbo
I sang to a fellow woman
burning with love
and festive in the Eleusinian rites.
For that fellow that started
my melody
and that talks about death in love
I will keep on saying that life is a celebration
and that the celebration burns the impostors
”.

Alda Merini

Rome, autumn already, always celebrating, 2010 – Maria A. Listur

Come possibile/As Possible

…”Un uomo che sogna di essere una farfalla, quando si sveglia, é un uomo che sognava di essere una farfalla o una farfalla che sta sognando di essere un uomo?”
Ernesto ricordò questo pensiero di Lao Tzu mentre vide una farfalla posarsi su una rosa del giardino. Il suo sguardo fu interrotto dai colpi alla porta. Si alzò lentamente e aprì. Era una donna. La farfalla -oltre la vetrata- era immobile sulla rosa.
-Sono venuta perché qui ci sono dei bambini che hanno bisogno di me… disse per rompere il silenzio indisponente di lui.
-Bambini? Qui non ci sono bambini. Questo è un cimitero, il 114.
-Lo so, lo so! Aggiunse lei innervosita andando verso il giardino.
Lui tornò dietro la vetrata senza chiudere la porta notando che la farfalla sulla rosa non c’era più. Allora lo sguardo gli cadde sulla donna: si appoggiava alle croci, si sedeva sulle tombe anonime. La seguì con lo sguardo fino a quando dopo un po’ lei tornò dentro.
-Li vede? Domandò lei.
-Cosa?
-I bambini… non vede i bambini lì fuori, non vede come giocano.
Lui si avvicinò ancor di più alla vetrata, ma non vide nient’altro che il vuoto lasciato dalla sua farfalla.
Lei insistette:
-Faccia uno sforzo. Lì fuori ci sono dei bambini che non ci sono più!
Lui decise di uscire, attraversò la porta, camminò verso il giardino e appena arrivato alla zona delle tombe gli sembrò di scorgere un’ombra su una croce grigia che chiudeva le prime fila a destra del vialetto principale, poi lo sguardo gli cadde sulla piccola bara presso la porta del deposito, lì sopra gli sembrò di vedere due piccole ombre mentre si accendevano una sigaretta con la passione della trasgressione; però, mentre si avvicinava alla bara per guardare meglio, fu interrotto da un’ombra gigante che, diventando pian piano più chiara, delineava figure di bambine che correvano tra i pini in lontananza. Una cadde e lui di riflesso corse per aiutarla, ma arrivato sotto i pini non trovò nessuno. Poteva comunque udire le loro voci, le loro risate. Si sedette impaurito ed estenuato sotto l’albero più vicino. Se ne lasciò sostenere, abbandonando la testa sul tronco e chiudendo gli occhi ritrovò di fronte a sé la bambina caduta:
-Ti vuoi svegliare! devi visitarmi, no? Sentì risuonare la voce lontana.
-Certo! Disse alzandosi di scatto. Senza l’appoggio dell’albero, senza giardino… non riconosceva il suo studio:
-E la mamma? Chiese, cercando di trovare nel linguaggio qualcosa di tangibile.
-E’ fuori… Rispose distrattamente la bambina, assorta nei colori delle farfalle infilzate sulla bacheca.
Lui uscì dallo studio. Nel corridoio trovò la donna. Le chiese di entrare. Lei rispose:
-E’ il tuo incontro… stai tranquillo… dobbiamo partire a mezzogiorno. Abbiamo tempo. E aggiunse:
-… ricordati che ancora non ha chiesto chi è suo padre però si dice sicura di averlo.
Lui cercò di ringraziarla con gli occhi, non riuscendo a trovare le parole. Rientrò.
La donna rimase seduta nelle poltrone scomode della clinica. Reclinò la testa sul muro. Chiuse gli occhi. Il sonno -già sogno- guadagnò spazio. Seguiva delle note. Arrivò di fronte ad un sotterraneo da cui proveniva una musica che la spinse a inginocchiarsi per spiare. Impossibile vedere: le finestre che si trovavano all’altezza delle sue ginocchia erano coperte di cartoni. Non arrivava altro che musica. Si era seduta per terra quando arrivò un ragazzo che la salutò non appena i loro sguardi s’incrociarono. Notò le lunghe mani scure e morbide che sostenevano la custodia di uno strumento. Gli chiese cosa si dovesse fare per entrare nel sotterraneo.
-Avere voglia di ascoltare, rispose invitante lui.
Quando scesero nella sala prove si fece silenzio, c’erano parecchie persone, quasi tutte straniere che la invitarono a sedere senza chiederle nulla. Facevano un concerto al giorno per se stesse e per coloro che volevano scendere ad ascoltare. Cominciò la musica e per mano di un ragazzo alto quanto lo spazio, la semplicità del luogo si colmò di luce.
Lui considerava la luce un’altra dimensione della musica. Dopo un verde profondo, lasciato andare sulla voce della cantante senegalese, si sdraiò sul pavimento per sentire le vibrazioni del suono nella schiena, nelle gambe, nella punta dei piedi, nella testa. Sprofondò in un sonno in cui scambiò il verde della musica per un prato ed il prato per la mano della sua amica senegalese che gli accarezzava i capelli. Aveva cercato di prendere quella mano ma gli era sfuggita. E con la mano gli era sfuggita anche lei. Non voleva rinunciare a quella donna dalle mani che cantavano, le corse freneticamente dietro. Lei attraversò il prato ed entrò in un giardino dove non c’era più lei, di trent’anni, come lui la conosceva e amava. Aveva invece otto anni. Sorpreso diresse lo sguardo verso se stesso e si vide anche lui piccolo. Aveva di nuovo dieci anni. Si fermò davanti a lei come davanti a uno specchio e nei suoi occhi trovò la tranquillità della riconoscenza. Intorno a loro tanti pini e lontano una casa. Si avvicinarono mano nella mano. La casa aveva una grande finestra e dietro la finestra un uomo. Non li aveva visti. Era assorto a guardare una rosa e una farfalla.

Siena, Festa di Luna Piena. 2010 – Maria A. Listur

As Possible

… “A man who dreams to be a butterfly, when he wakes, is a man who dreamt to be a butterfly or a butterfly that is dreaming to be a man?
Ernesto remembered this thought seeing a butterfly alighting on a rose in the garden. His glance was interrupted by some bangs on the door. He slowly stood and opened. It was a woman. The butterfly –beyond the large window- immovable on the rose.
-I came because there are some children who need me… She said breaking the annoying silence of him.
-Kids? There are no kids here. This is a cemetery, number 114.
-I know, I know! She added nervously going towards the garden.
-He went back to the large window without closing the door noticing that the butterfly was not on the rose anymore.
Then the glance set in the woman: she leaned on the crosses, she seated on the anonymous tombs. He followed her whit his glance until she came back after a while.
-Can you see them? She asked.
-What?
-The kids… don’t you see the kids out there, don’t you see how they play.
He got closer to the window, but could not see any thing more than the emptiness left by his butterfly.
She insisted:
-Put some effort. Out there, there are some children that are not here anymore!
He decide to get out, crossed the door, walked towards the garden and as soon as he arrived in the area of the tombs he felt like he saw a shadow on a grey cross that was at the end the first row on the right hand of the main street, then his glance set on the small tomb next to the door of the warehouse, over there he thought he saw two small shadows while they were lighting up a cigarette with the passion of the transgression; but when he tried to get closer to look better was interrupted by a gigantic shadow that, turning more and more lighter in color, outlined the silhouettes of two girls that were running in the distance among the pine trees. One of them fell and he by reflex ran to help her, but when he reached the pine tree didn’t find anybody. Nevertheless, he could hear their voices, their laughs… he seated afraid and exhausted under the nearest tree. He abandoned himself letting it hold his head on the trunk and closing his eyes he found the fallen girl in front of him:
-Wake up! You have to visit me, right? He could hear the voice coming from a distance.
-Of course! He said springing to his feet. Without the support of the tree, without the garden…he could not recognize his studio.
-And your Mom? He asked, trying to find in the words something tangible.
-She is outside…The girl replied absent-mindedly, absorbed in the colors of the pierced butterflies in the showcase. He left the studio. In the passage, he found the woman. He asked her to enter. She replied:
-It’s your encounter…relax…we have to leave by noon. We have time. And added:
-…remember she hasn’t asked about her father but she says to be sure to have one.
He tried to thank her with his eyes, not finding the words. Reentered.
The woman remained seated on the uncomfortable armchair of the clinic. Laid the head on the wall. Closed her eyes. The sleep –already turned in to dream- gained space. It was following some notes. Reached a sub terrain from where music was coming and it pushed her to kneel to spy on. Impossible to watch: The windows that where at her knee height where covered by cardboards. There was nothing but music coming out. She had just seated on the ground when a person greeted her as soon as their eyes met. She noticed the long hands dark and soft that where holding the case of an instrument. She asked him what was necessary to do to enter the sub terrain.
-Have the will to listen, he replied alluring.
When they reached the rehearsal room it became quiet, there were many persons, almost all foreigners who invited her to sit without asking anything. They were having a concert per day for themselves and for who wanted to come down to listen. The music started and the hand of a boy as tall as the space filled the simplicity of the place filled with light.
He considered light another dimension of the music. After a profound green, let go on the voice of a Senegalese singer, he laid on the floor to feel the vibration of the sound on the back, on the legs, on the tip of the feet, on the head. Fell in to a deep sleep in which the green of the music was mistaken for the green of a field and the field for the hand of the Senegalese friend who was caressing his hair. He had tried to grab that hand, but it slipped out. And with the hand, she had slipped out. He didn’t want to give in to that woman with the singing hands, he ran frantically after her. She passed through a garden where she wasn’t her, a thirty year old, anymore, the one he knew and had fallen in love with. She was eight. In surprise he turned his glance to himself and saw that he was small too. He was ten again. He stopped in front of her like in front of a mirror and in her eyes he found the quietness of the recognition. All around many pine tree and a house in the distance. They went towards it hand in hand. The house had a big window and behind it a man. He hadn’t noticed them. He was absorbed in watching a rose and a butterfly.

Siena, Full moon party, 2010 – Maria A. Listur

Gioielli/Jewels

-Lascia la bottiglia dentro l’armadietto…
-Ti prego… non fare così… Ti beccheranno…
-Stai tranquilla che non la vedono.
-Anna… mi farai avere una discussione…

Non ricordo la prima volta che sono salita su un palcoscenico ma ricordo il profumo del legno, le carezze della seta sulle mie gambe, il caldo alle guance, la luce accecante, il buio all’altezza dei miei piedi, le parole che uscivano dalla mia bocca come non fosse la mia, il movimento che mi faceva sentire di scivolare. In più, potevo ripetere tutto il giorno dopo e migliorarmi: “Domani si ritorna!”, mi dicevo mentre uscivo dalla parte posteriore del teatro per essere riportata a casa.
Il gusto di ritornare al teatro me l’ha donato una donna russa: Galina Tolmacheva. Lei educava ogni movimento, il gesto sonoro, l’arte di recitare. Proponeva d’immaginare i suoni come fossero delle perle scappate dalla bocca, che rimbalzavano sul pavimento diventano bolle di sapone, capaci di saltare delicatamente in diagonale, verso gli altri. Quando ero già in Europa, sentii Demetrio Stratos fare una descrizione simile sull’arte di cantare la voce. Ma allora ero talmente piccola che capii, la maestra Tolmacheva, alla lettera.
Nel mio piacere di studiare, mi riempii la bocca con delle perle di una collana di mia madre e cercai di parlare facendole cadere sul pavimento, sputai alcune e mangiai altre. Fu una sensazione strana, quasi piacevole. Provai l’esercizio più volte fino a mangiare anche la collana di perle grigie di mia nonna paterna. Mi sentivo come fossi un sacco di pietre ma senza riuscire a trasformare nemmeno una perla in una bolla di sapone.
La mattina dopo, andai in bagno prima della doccia e fu talmente forte l’esperienza della defecazione che incominciai a urlare chiamando la mia tata Pirucha.
-Amore che succede? Disse lei spostandomi verso il bidet.
-Non lo so… Non lo so… Risposi piangendo.
Lei mi prese in braccio per guardare la rappresentazione corporea che si sviluppava sotto di me e aprendo l’acqua per preparare la vasca mi disse:
-Beh… la tua mamma dice che hai una voce d’oro… ma io non lo so… comunque niente male essere diventata una fabbrica di perle!

-Ma quale discussione…! Bere in scena è una delle cose più divertenti del mondo!
-Io non bevo! Mi sentirò male!
-Tu bevi con me e se ti senti male ti porto io in camerino e spiego tutto. Ti ho detto di stare tranquilla!
Quando Anna andò in camerino misi nella bottiglia una specie di the che poteva sembrare vino bianco. A metà spettacolo, dopo la scena in cui beveva, mi guardò ridendo arrabbiata e senza smettere di recitare il suo personaggio, cambiò brillantemente le parole del testo dicendo quelle di Alda Merini:
“Qui nel ballatoio infelice, la donna di nessun esempio e di nessuna paura giace velata per sempre in un’ovazione generale che ha visto cadere il dubbio della fortuna e la fortuna del dubbio”.

Roma, notte di vento dolce che fa cadere foglie d’oro. 2010 – Maria A. Listur

Jewels

-Leave the bottle in the cabinet…
-Please…Don’t be like that…They’ll catch you…
-Relax they won’t see it.
-Anna…You’ll get us in trouble…

I don’t remember the first time that I climbed on stage but I remember the smell of the wood, the caresses of the silk on my legs, the warmness on my cheeks, the glaring light, the darkness at my feet’s height, the words coming out from my mouth like they were not mine, the movement that would make me feel like I was sliding down. And also, I could repeat everything the day after and get better: “Tomorrow we are back!”, I used to say while getting out from the back of the theatre to be taken home.
The taste of coming back to the theatre it has been donated to me by a Russian woman: Galina Tolmacheva. She educated every movement, the sonic gesture, the art of acting. She proposed to imagine sounds as they were pearls flown off the mouth that would bounce on the ground and become soap bubbles, capable of jumping diagonally, towards the others. But then I was so young that I understood, Master Tolmacheva, literally.
In my pleasure of studying, I filled my mouth with some pearls of one of the necklaces of my mother and tried to speak letting them out of my mouth, I spitted some of them and ate some others. It was a strange feeling, almost pleasing. I tried the exercise several times until I ate the necklace of my paternal grandmother as well. I felt like I was a bag of stones but without being able to transform not even a single pearl in a soap bubble.
Next morning, I went to the toilet before the shower and the experience of defecating was so strong that I started to scream calling my nanny Pirucha.
-What is happening Love? She asked moving me towards the bidet.
-I don’t know… I don’t know… I replied crying.
She took me in her arms to see the corporeal representation that developed under me and turning on the water to prepare the bath she said:
-Well… your mother says that you have a golden voice… but I don’t know… anyway not bad to become a pearl factory!

-What are you talking about…! Drinking on stage is one of the funniest things in the world!
-I don’t drink! I’ll feel bad!
-You drink with me and if you feel bad I’ll take you to the dressing room and explain everything. I told you to take it easy!
When Anna went to the dressing room I put in the bottle a sort of tea that could look like white wine. In the middle of the show, after the scene where we drank, she looked at me laughing angrily and without stopping to act her character, she brilliantly changed her lines of the play saying Alda Merini’s:
Here in the sad balcony, the woman of no example and no fear lays dimmed forever in a general ovation that saw falling the doubt of fortune and the fortune of doubt.”.

Rome, a night of sweet wind that makes the golden leaves fall. 2010 – Maria A. Listur

Maestri Invisibili e Visibili/Invisible and Visible Masters

Al mio primo maestro: mio padre.
A Gabriele P.
A Igor S.

-Cosa fai qui? Sei morto! Chiesi senza paura, quasi con gioia. Eravamo dentro una specie di uovo dorato, in fondo ad un vecchio corridoio. Lui m’abbraccio in un silenzio che durò milioni di notti.

Mi svegliavo con le piante dei piedi gelate e umide, poi ascoltavo le parole di mio padre indirizzate a mia madre o alla mia tata:
-Dovete metterle un panno bagnato al bordo del suo letto, tutte le notti! Altrimenti un giorno scappa!.
Ero sonnambula.
Qualche volta mi trovarono gironzolando nel giardino.
Mio padre, quando era a casa, aveva un’intuizione particolare. Non era possibile percepirmi con l’orecchio, le nostre stanze erano troppo lontane; qualcosa lo faceva sentire i miei movimenti, venirmi incontro e fermarmi prima che prendessi il corridoio che portava fuori dalle camere.
Alcune volte invece, mi sono svegliata con mia madre, mio fratello o il personale di casa che mi ridevano intorno; m’avevano fatto camminare e m’inseguivano curiosi sul percorso. Poi me lo raccontavano.
Mio padre non rideva, cercava di svegliarmi con un pezzo di tessuto bagnato sotto i piedi e quando aprivo gli occhi trovavo i suoi che mi guardavano con compassione, alla mia altezza, rannicchiato. Ordinava il da farsi per la notte successiva e quando tutti tornavano alle loro camere mi prendeva per mano guidandomi verso il mio letto, senza accendere le luci. Tutto si concludeva con una sua frase:
-Prova a far dormire qualche ora anche la tua anima, prova a spiegarle che so quanto sia profonda e grande ma che abita nel corpo di una bambina quindi, ancora devi rimanere tra noi.
Chiudevo gli occhi e dormivo senza aver compreso quello che diceva. Il giorno dopo, ancora, camminavo addormentata nella notte.
Qualche volta nessuno mi trovava né mi riportava in camera. Mi svegliavo distesa sul prato nel cerchio di luce che la luna disegnava sull’erba, proprio in centro. Dopo un po’, quando la luce si cominciava a spostare mi alzavo e tornavo a dormire.

-Sì, sono morto ma non ci siamo detti ancora addio. Rispose lui, pianino, come fosse un segreto.
Mi svegliai sedendomi di colpo sul letto. Ero felice, mio padre era riuscito a salutarmi. Era tornato per qualche istante dal fondo della mia vita, attraverso il sogno, in un nuovo corridoio, riuscendo a donare quello che sentivamo come un debito reciproco.
Guardai verso destra dove dormiva mio marito, poi la culla a sinistra dove il mio bambino sorrideva nel sonno. Mi sdraiai e prima di riaddormentarmi ricordai: “Quando non si vuole l’impossibile, non si vuole!” Antonio Porchia

Roma, con una luna che cresce lentamente verso una pienezza quasi assoluta. 2010 – Maria A. Listur

Invisible and Visible Masters

To my first master: my father
To Igor S.
To Gabriele P.

-What are you doing here? You are dead! I asked fearless, almost with joy. We where in a sort of golden egg, at the end of an old corridor. He hugged me in a quietness that lasted millions of nights.

I used to wake with the soles of my feet cold and humid, then I would hear my father’s words to my mother or my nanny:
-You have to put a wet cloth at the edge of her bed, every night! Otherwise one day she is going to escape!
I was a sleepwalker.
Sometime they would find me wandering in the garden.
My father, when he was home, had a particular intuition. It was not possible to perceive me with the ear, our rooms where to far apart; something would let him hear my movements, he would come towards me and stop me before I would take the corridor that led outside from the rooms.
Sometime instead, I would wake up with my mother, my brother or the personnel of the house who where laughing all around me; they let me walk and followed me curious about my path. Then they would tell me about it.
My father didn’t laugh, he was trying to wake me up with a piece of a wet cloth under my feet and when I woke I used to find his eyes that where looking at me in compassion, at my height, crouched down. He would order what to do for the next night and when everybody went back to their rooms he would take me by the hand and guide me to my bed, without turning on the light. Everything would end with his phrase:
-Try to let your soul sleep for some hours, try to tell her that I know how profound and big it is but she is inhabiting the body of a girl therefore, you still have to stay among us.
I would close my eyes and sleep without understanding what he said. The day after, again, I would sleep walk at night.
Sometime nobody would neither find me nor bring me back to my room. I would wake up lying on the grass in the circle of light that the moon drew on the loan, right in the centre. After a while, when the light started to move I would wake up and go back to sleep.

-Yes, I am dead but we never said goodbye. He replied, quietly, as it was a secret.
I woke up sitting suddenly on my bed. I was happy, my father had managed to greet me. He came back for some moments from the bottom of my life, through the dream, in a new corridor, managing to donate what we felt a debt to each other.
I looked at my right where my husband used to sleep, then my left where my baby was smiling in his sleep. I lay down and before falling asleep again I remembered: “When the impossible isn’t wanted, it’s not wanted!” Antonio Porchia

Rome, with a moon that raises slowly towards an almost absolute fullness, 2010 – Maria A. Listur

Cavalli di vento/Wind Horses

14:32 Buongiorno principessa, oggi il cuore batte troppo velocemente. Credi che arriveremo a salutarci stasera?

14:45 Certo mio amato re.

Mia cara Marilyn,
sono alcuni mesi che non ti scrivo. Sai che non sto bene e ora so che non arriverò alla tua vacanza d’inverno, né al nostro viaggio nei libri antichi, né alle passeggiate dentro il patio. Sto salutando tutti con grande allegria. Un mese fa ho compiuto novanta nove anni!
Tu sei l’unica nipote con la quale è stato bisogno di scrivere, alcuni lamentano la lontananza invece per me sei tanto vicina grazie all’amore che provo nello scrivere, nello scriverti, nel vedere disegni di parole sul foglio, nell’annusare la carta, profumarla, osservare la mia scrittura -cambia con il passare degli anni- e anche la mia mano -diventata sempre più sicura-. Per scrivere i miei muscoli ed i miei gesti si sono sempre mantenuti tonici e giovani. Spero anche di continuare a farlo nel luogo dove sto andando, chissà che le penne e le carte siano ancora più leggere del mio corpo impalpabile. Ti auguro che continui a scrivere, ti manterrà giovane.
Ti saluto felice di non averti qui, altrimenti non avrei potuto scrivere e mi sarei persa un’altra occasione di sentire dentro la mia mano la tua, piccina, che impara dentro le mie ossa i primi segni della frase “Abuela querida…” (Cara nonna… ).
Non mi rispondere alla vecchia casa. Ma se desideri salutarmi puoi farlo attraverso il fuoco delle lettere: scrivi e poi brucia la lettera. La nuvola di fumo raggiungerà la mia nuova casa.

Con amore.
Tu abuela Juana

21:32 Allora principessa? Arrivi?

22:02 Sto arrivando, credi che mi faranno passare?

22:15 Maria mi dispiace, è partito, sì ti lasceranno passare, ho avvertito il custode. Andrea.

Salgo le scale dell’ospedale sentendo le sue mani sui miei fianchi e sulla mia schiena, come fosse dietro di me, a spingermi sul nostro ultimo letto. La forza senza lacrime mi arriva dall’insegnamento dello shambala: “Con il lasciar andare scoprite una riserva di energia propria, che è sempre a vostra disposizione a prescindere dalle circostanze. In realtà non proviene da nulla ma c’è sempre. E’ l’energia della bontà basilare. Quest’energia propria viene chiamata ‘cavallo di vento’ ”.

Roma, albe fredde e pomeriggi caldi che fanno sorridere con tenerezza. 2010 – Maria A. Listur

Wind Horses

14:32 Good morning princess, today my heart beat is too fast. You think we will be able to see each other tonight?

14:45 Of course my beloved king.

My dear Marilyn,
I haven’t written to you for some months. You know that I am not well and now I know that I will not make it for your winter holidays, neither to our trip in the antiques books, nor to the stroll in the patio. I am greeting everybody with a lot of joy. A month ago I reached ninety-nine years of age!
You are the only nephew with whom it’s been necessary to write, some complains for the distance with you instead you are so close thanks to the love that I feel in writing, to you, in seeing drawings of words on the sheet, in smelling the paper, scenting it, observing my writing -it changes with the advancing of the years- and even my hand -has become more confident-. My muscles and my gestures have always been tonic and young to write. I hope I will keep doing it in the place where I am going, who knows if the pens and the papers would be more light than my impalpable body. I wish you keep on writing, it will keep you young.
I greet you happy for not having you here, otherwise I would have not be able to write to you and I would have lost another occasion of feeling your hand in my hand, so small, that learns inside my bones the first gestures of the phrase “Abuela querida…” ( Dear grandma…).
Don’t reply to me to the old house. But if you wish to greet me you can do it through the fire of the letters: write and then burn the letter. The smoke cloud will reach my new home.

With love.
Yours abuela Juana

21:32 So my princess? Will you come?

22:05 I am coming, do you think they will let me pass?

22:15 Maria sorry, he left, yes the will let you pass, I’ve warned the custodian. Andrea

I climbed up the stairs of the hospital feeling his hands on my hips and on my back, as if he was behind me, pushing me on our last bed. The strength without tears arrived from the teaching of shambala: “ letting go you will find a new spare of energy of yours, which is always at your service no matter the circumstances. In reality it doesn’t come from nowhere but it is always there. It is the energy with the basic goodness. This own energy it is called ‘wind horse’ ”.

Rome, cold dawns and hot afternoons that makes smile with tenderness. 2010 – Maria A. Listur

Wind Horses

14:32 Good morning princess, today my heart beat is too fast. You think we will be able to see each other tonight?

14:45 Of course my beloved king.

My dear Marilyn,
I haven’t written to you for some months. You know that I am not well and now I know that I will not make it for your winter holidays, neither to our trip in the antiques books, nor to the stroll in the patio. I am greeting everybody with a lot of joy. A month ago I reached ninety-nine years of age!
You are the only nephew with whom it’s been necessary to write, some complains for the distance with you instead you are so close thanks to the love that I feel in writing, to you, in seeing drawings of words on the sheet, in smelling the paper, scenting it, observing my writing -it changes with the advancing of the years- and even my hand -has become more confident-. My muscles and my gestures have always been tonic and young to write. I hope I will keep doing it in the place where I am going, who knows if the pens and the papers would be more light than my impalpable body. I wish you keep on writing, it will keep you young.
I greet you happy for not having you here, otherwise I would have not be able to write to you and I would have lost another occasion of feeling your hand in my hand, so small, that learns inside my bones the first gestures of the phrase “Abuela querida…” ( Dear grandma…).
Don’t reply to me to the old house. But if you wish to greet me you can do it through the fire of the letters: write and then burn the letter. The smoke cloud will reach my new home.

With love.
Yours abuela Juana

21:32 So my princess? Will you come?

22:05 I am coming, do you think they will let me pass?

22:15 Maria sorry, he left, yes the will let you pass, I’ve warned the custodian. Andrea

I climbed up the stairs of the hospital feeling his hands on my hips and on my back, as if he was behind me, pushing me on our last bed. The strength without tears arrived from the teaching of shambala: “ letting go you will find a new spare of energy of yours, which is always at your service no matter the circumstances. In reality it doesn’t come from nowhere but it is always there. It is the energy with the basic goodness. This own energy it is called ‘wind horse’ ”.

Rome, cold dawns and hot afternoons that makes smile with tenderness. 2010 – Maria A. Listur

Per favore, un altro tango/Please, Another Tango

Suona il cellulare. Lei risponde. Riaggancia ridendo.
-Di cosa ridi? Chiedo mentre verso del cloruro di magnesio in una tazza. Rito che ci unisce anche nella distanza.
-Delle opinioni che hanno alcuni uomini di te.
-Quali opinioni? Le passo la tazza.
-Mauro pensa che tu vuoi sempre fare più degli uomini.

Ballai il tango per la prima volta quando a dodici anni ero già alta un metro e settantotto centimetri, quindi potei indossare il mio primo paio di scarpe alte. Il maestro fu mio padre. Il luogo: una festa in suo onore.
-Non guardare nessuno però fatti guidare. Disse prendendomi dal punto vita e guardandomi dall’alto del suo metro e novanta
-Ascolta la musica e fatti portare. Aggiunse toccando la mia colonna vertebrale in modo da farmi comprendere col corpo che dovevo spostarmi verso di lui per poter fare il primo passo.
-Senti lo sguardo di tutti come una carezza che ti spinge i fianchi delicatamente ora a destra ora a sinistra. Propose spostando la mano sulla schiena appena a destra o a sinistra, secondo la direzione che dovevano seguire i piedi. Secondo la necessità del movimento che si chiama “ocho”. (otto)
-Continua a camminare lasciandoti portare come fossi un fiore di seta, morbida però verticalizzata. Sussurrò nel mio orecchio.
-Tra poco dovresti cercare di muoverti in diagonale per appoggiarti sui miei fianchi e fare “un corte” (Un taglio: movimento con i piedi tra le gambe leggermente aperte dell’uomo). Lo disse velocemente senza lasciare spazio al mio pensiero e liberandomi il corpo in un gesto forte, veloce, sicuro. Per farlo dovevo essere separata con il capo dal suo viso. Guardai mio padre con fierezza da danzatrice esperta sapendo dentro di me che in quel momento l’espressione del viso racconta quanto il corpo appoggiato all’uomo, liberato in un gesto grazie a quell’appoggio.
-Ora usciamo sempre come all’inizio, camminando a tempo, soavemente. Propose con quella voce che lo faceva guidare senza imporsi.
Lasciandomi sul tavolo mi baciò la mano creando tra di noi una distanza, oserei dire “professionale”, fece un passo indietro per guardarmi e uno avanti riprendendo la mia mano, m’invitò ad alzarmi ancora. Pensai che volesse ballare invece mi avvicinò a lui e in un abbraccio delicato come il suo tango disse:
-Gracias hija. (Grazie figlia mia)

Stavo finendo la mia tazza di cloruro di magnesio senza capire cosa volesse dire Mauro, chiesi:
-Fare più degli uomini in quale senso?
-Non lo so, fare…
-Ma non è difficile fare più degli uomini… soprattutto se conosci il galateo, vorrei piuttosto poter fare la donna…
La mia amica scoppiò in una risata che non mi fece ridere. Pensai a mio padre, a mio fratello, a mio figlio, a tutti gli uomini con i quali ho vissuto e vivo, al tango che cerco di ballare con loro ogni giorno. Per sostenere questo “corte” venne ancora al mio cuore il pensiero di A. Porchia: “E se arrivassi a essere un uomo, a che altro potresti arrivare?”

Siena-San Gimignano, sole di passaggio, sole anche fresco, sempre luce. 2010 – Maria A. Listur

Please, Another Tango

The mobile rang. She answered. Hangs up laughing.
-What are you laughing about? I asked while pouring the magnesium chlorine in a cup. A ritual that unifies us in the distance.
-About the opinions that some men have about you.
-What opinions? I passed her the cup.
-Mauro thinks that you always want to do more then men.

I danced tango the first time when I was twelve years old I was already one meter and seventy-eight centimeters tall, therefore I could wear my first pair of high heel shoes. My first teacher was my father. The place: a party for him.
-Don’t look at anybody but let yourself be guided. He said taking me from the waistline and looking at me from his one meter and ninety cm.
-Listen to the music and let yourself be guided. He added touching my backbone in order to make me understand with my body that I had to move towards him in order to take my first step.
-Feel the glance of everyone like a caress that delicately pushes your hips to the right and to the left. He said moving his hand on the back slightly on the right or on the left, depending on the direction that we had to follow with our feet. Depending on the necessity of the movement, which is called “ocho”. (eight)
-Keep walking letting yourself be carried like you were a silk flower, soft but vertical. He whispered in my ear.
-In a while you will have to try to move diagonally to lean on my hips and to do “un corte” (a cut: a movement with the feet between the slightly widen legs of the man). He said it quickly without giving any space to thought and freeing my body in a forceful gesture, fast, secure. To do so I had to be separated with my head from his face. I looked at him with the pride of an expertise dancer knowing that in that moment the expression of the face tells as much as the body leaning against the body, freed in a gesture thanks to that support.
-Now let’s get out as we began, walking in time, suavely. He advised with such a voice that allowed him to guide without imposing himself.
Letting me go he kissed my hand creating a distance between us, I would dare to say “professional”, he took a step back to look at me and a step forward taking my hand again, he invited me to stand again. I thought he wanted to dance again instead he got me close to him and in a delicate hug as his tango he said:
-Gracias hija (thank you my child)

I was finishing my cup of magnesium chlorine without understanding what Mauro meant, I asked:
-What does he mean with do more then men?
-I don’t know, do…
-But it is not difficult to do more then men…especially if you know good manners, I would rather like to do more the woman…
My friend bursted in to a laugh that didn’t make me laugh. I thought about my father, my brother, my son, all men whit whom I lived and live, about the tango that I try to dance everyday with them. To sustain this “corte” a thought once again came to my heart by A. Porchia: “And if I could ever be a man, what else could I be?”

Siena-San Gimignano, sun passing by, a sun also fresh, always light. 2010 – Maria A. Listur

Lezioni d’amore/Lessons In Love

A Orlando T. che mi ha insegnato l’altra faccia dell’amore.

-Accetterai?
-Ti ho detto di sì!
-Ti ripeto: se accetti la borsa lontano da casa ti rovinerò la vita!
-Una parte, soltanto una parte.

-Lo amavi?
-Non lo so. Amavo tuo padre.
-Ma può darsi che amavi più lui… Ai miei occhi, con lui eri felice quanto non lo eri con papà…
-Credo di aver amato di più tuo padre.
-E come fai la differenza? Tu sei sempre tu… E l’amore non è sempre lo stesso amore?
-Questo lo dice la gente che ha paura delle proprie stanze buie. L’amore non è sempre lo stesso e ci sono degli amori che sembrano dei “disamori” e sono amori… pensa…
-Allora dimmi: dove si trova la diversità?
-Nel fatto che morto tuo padre, l’ho lasciato. Lui riempiva quelle piccole cose della quotidianità che tuo padre non mi dava perché occupato ad altro. Morto il Re, tutto diventa vuoto incolmabile.
-Vuoi dire che papà e lui non occupavano la stessa percentuale, o quasi, del tuo cuore?
-Tesoro, la toppa non è il pantalone…

-E quale metodo utilizzerai per rovinarmi?
-Ti toglierò la persona che più ami al mondo.
-L’allontanerai soltanto per un po’…
Quel “po’” durò più di vent’anni e ora, mentre cammina per la strada che porta verso la persona amata, un istante prima del rincontro, arrivano alla sua mente le parole di A. Porchia: “Dopo aver pesato tutto, so che un sospiro non pesa nulla”.

Roma, vino glicine del sud e filetti di salmone sul pane di kamut dorato, rido nel fiorire della vita sconosciuta. 2010 – Maria A. Listur

Lessons In Love

To Orlando T. who has thaught me the other side of love

-Are you going to accept?
-I told you so!
-I told you: if you accept the scholarship away from home I will ruin your life!
-A part of it, only a part of it.

Did you love him?
-I don’t know. I loved your father.
-But it might be that you loved him more… to me, you were happier with him then when you were with dad…
-I think I have loved you father more.
-And how do you know the difference? You are always you…And love isn’t always the same love?
-This is what people afraid of their own dark rooms say. Love isn’t always the same and there are some affections that look like “disaffection” but they are love…think about it…
-Then tell me: where is the difference?
-In the fact that when your father died, I left him. He filled those empty spaces of daily life that your father could not because he was busy with other things. When the King is dead, everything becomes an incommensurable emptiness.
-Do you mean that dad and him did not fill the same percentage, or something similar, of your heart?
-Honey, the patch is not the trouser…

-And how are you going to ruin me?
-I’ll take away from you the person you love the most.
-You will do it only for sometime…
That ‘sometime’ lasted twenty years and now, while she walks the road towards the person she loves, a moment before meeting him, words of A.Porchia comes to her mind: “After weighting everything, I know that a suspire doesn’t weight anything”.

Rome, Glicine wine of the south and salmon fillet on golden kamut bread, I smile at the blossoming of unknown life. 2010 – Maria A. Listur

Body Art/Body Art

-Non ti svesti? Domandò mentre le baciava il collo.
-Sono abituata ad essere spogliata… Rispose slacciandogli i pantaloni.

-Mi metto i jeans di CK, la maglietta bianca e quella cintura a tre giri che mi ha regalato papà…
-Sì, mi piace.
-Va bene se mi lascio i capelli sciolti?
-Stai tanto bene con lo chignon…
-Ma sembro troppo danzatrice…
-Sei tu…
-E no mamma io sono anche un’attrice, sono una pittrice, sono…!
-Tu sei soprattutto mia figlia e per me sei un giunco che canta quindi pettinati come vuoi, non modifica assolutamente la tua bellezza!
Mia madre uscì dalla stanza come se avesse detto la cosa più semplice del mondo, senza sospettare che con gli anni avrei inconsapevolmente cercato quella forma in tutte le forme: il giunco. Si piega ma non si spezza, suona se appoggiandolo sulle labbra tra due dita lo si soffia facendolo vibrare, diventa più resistente quando invecchia e utile per costruire più cose.
-Stai benissimo con questo pantalone.
-Dici? Strano che ti piaccia, è un jeans…
-Non sembra… Non ti metti una cintura?
-Sì, quella che mi hai regalato.
-Ma quella fa cinque giri intorno a te, te l’ho comperata perché mi sembrava uno scherzo.
-Papà! Mi hai comperato una cosa alla moda senza saperlo e soltanto perché era una presa in giro?! Non ci posso credere!! E poi non fa cinque giri ma tre! Tre, capito?!
-Non ti arrabbiare amore… Non ti arrabbiare! Io mi metterei un’altra cintura perché ci vuole troppo tempo per sfilartela…
Mio padre sorrise dolcemente chiudendo la porta dello spogliatoio con delicatezza pari al suo desiderio di comunicare ai miei quindici anni -più simili a venticinque- che il mio corpo era pronto per essere scoperto. I miei pensieri ancora da bambina non capirono ma quelle parole sono sempre guida quando si tratta di relazionarsi con gli altri.
Anche questo, insieme alla vita, mi hanno passato i miei genitori: flessibilità e spogliazione

-La maglietta no! Disse lui frenando la mano di lei che tentava di sfilargliela…
-E perché? Domandò lei mentre si accomodava cavalcioni su di lui.
-Per la pancia… Sussurrò lui cercando di rendere la frase sensuale ma il volume la rese comica. Lei scoppiò a ridere lasciandosi cadere accanto a lui. Passate le risate fecero l’amore con la maglietta tra loro; al mattino, mentre lui dormiva supino, lei gliela sollevò per vedere là dove era stato proibito guardare. Aveva un ventre identico a tanti ventri, non lo toccò per evitare di svegliarlo, contemplandolo arrivò il pensiero di Pascal Quignard: “La denudazione è un fantasma in parte intero. La parola “revelatio” vuole dire in latino togliere il velo. (…) La denudazione, è la rivelazione di quello che è nascosto dell’alterità negli altri, è la Rivelazione impossibile. E’ l’Apocalisse impossibile.”

Roma, settembre intiepidito dalla solidarietà. 2010 – Maria A. Listur

Body Art

-Don’t you undress?
-I am used to be undress… She answered unbuttoning his pants.

-I’ll put the CK jeans, the white t-shirt and that belt that goes three ways around that dad got me…
-Yes, I like it.
-Is it ok if I leave my hairs untied?
You look good with the chignon…
-But I look too much like a dancer…
-It is you…
-No mom I am also an actress, a painter, I am…!
You are above all my daughter and to me you are a bulrush that sings therefore do your hairs as you wish, it won’t change in anyway your beauty!
My mother left the room as if she said the most simple thing in the world, without suspecting that in years to come I would unconsciously look for that shape in all forms: the bulrush. It bends but it doesn’t break, it sounds if you put it on the lips between two fingers and you blow making it vibrating, it becomes more resistant when it ages and it is useful to build things.
-You look good in those pants.
-Really? It’s strange that you like them, they are jeans…
-They don’t look like it… Won’t you wear a belt?
-Yes, the one you bought me.
-But that one goes around your waist five times, I bought it because it was a joke.
-Dad! You bought me something very fashionable without knowing it and only to make a joke?! I can’t believe it! And it doesn’t go around five times, but only three! Three, understood?
-Don’t get mad Love… Don’t get mad! I would wear another belt because it takes too much time to take it off of you…
My father gently smiled closing the door of the dressing room with a delicacy equal to his willing to inform my fifteen years –much more similar to twenty-five- that my body was ready to be discovered. My thoughts still of a girl didn’t understand, but those words have always been a guide when it comes to relate with others.
This also has been given to me, together with life, by my parents: flexibility and stripping off.

-Not the T-shirt! He stopped her hand that was trying to strip it off…
-Why not? She asked while getting comfortable on top of him.
-For the belly… He whispered trying to make the sentence sound sensual but the tone made it comical. She burst into laugher and let herself fall next to him. Once the laughs have passed they made love with a t-shirt between them; while he was sleeping supine, she lifted it up to see there where she had been forbidden to watch. He had the belly identical to other bellies, she didn’t touch it to avoid waking him up, contemplating it a thought of Pascal Quignard arrived: “Undressing is a ghost partly complete. The word “revelatio” means in Latin to take off the veil. (…) The undressing, is the revelation of what is hidden of the alterity of the others, it is the impossible Revelation. It is the impossible Apocalypse.”

Rome, September warmed by solidarity. 2010 – Maria A. Listur