Champagne

-Acqua o the?
-The.
-Panna o cioccolata?
-Panna.
Siamo riusciti a vedere il crepuscolo dalla terrazza della casa a Place Sant Michel. La luce ocra bagnava ogni superficie e annunciava dei giorni di festeggiamento.

Mio padre e mia madre mi hanno festeggiato i compleanni fino ai quindici anni. Organizzavano una festa per me e i miei compagni di scuola il pomeriggio, poi, la cena per i grandi la sera. Una grande noia, la sera.
Il giorno più importante era il giorno dopo. Erano talmente tanti i regali dei grandi che li spacchettavo il giorno dopo, in camera. L’unico che si sentiva invitato all’apertura era mio fratello Pelusa. Arrivava con una bottiglia di sidro fredda e tanti pezzi di cioccolata, qualche rimasuglio di torta e tanta voglia di rompere involucri di carta e cartone.
Due giorni fa, mi ha chiamato per augurarmi buon compleanno, stavo arrivando in un aeroporto per raggiungere mio figlio, mi stava aspettando per festeggiare insieme.
-Marilin!!! Feliz Cumpleaños hermana!
-Gracias Pelu!
-Siccome il regalo che ti sei fatta è stare con tuo figlio, apri una bottiglia a nome mio e scarta perlomeno il giornale!
-Lo farò… Grazie per ricordarti.
-Non posso dimenticare la bambina più sola che io abbia mai conosciuto…
-Non esagerare… non ero sola, avevo te.
-Non mi lusinghi… eri in viaggio anche quando eri accanto a me. Complimenti per essere atterrata! E complimenti a voi due che avete fatto degli aeroporti un punto d’incontro, un luogo da dove ripartire, verso voi.
-Gracias siempre.

-Champagne o caffè?
-Champagne.
-Torta o creme brulée?
-Torta di mele.
Il calice è piccolo tra le sue mani lunghe e delicate. Il fuoco della gioia crea spazio nel mio sguardo, tutti i fogli di carta spezzata per aprire ogni regalo della mia vita stanno risuonando nella sua voce quando mi dice: “Buon compleanno mamma.”
Nel suono dei bicchieri che s’incontrano, ascolto le parole di Eraclito: “Anima riarsa è la più sapiente e la migliore”.

Limoges, si apre tra colori d’autunno mai visti. 2010 – Maria A. Listur

Champagne

-Tea or water?
-Tea.
-Whip cream or chocolate?
-Whip cream.
We managed to see the dawn from the terrace of the house in Place Sant Michel. The ochre light was lighting every surface and was announcing days of celebration.

My father and my mother have celebrated my birthdays up until I was fifteen. They used to organize a party for my schoolmates and me in the afternoon, then, a dinner for grown ups at night. It was very boring in the evening.
The most important day was the day after. There were so many presents from the grown ups that I would unwrap them the next day, in my room. The only person who felt invited to the unwrapping was my brother Pelusa. I would come with a bottle of cold cider a lot of pieces of chocolate, some left overs of the cake and a lot of eager of breaking paper and card boards boxes.
Two days ago he called to wish me happy birthday, I was arriving in an airport to reach my son, he was waiting for me to celebrate together.
– Marilin!!! Feliz Cumpleaños hermana!
-Gracias Pelu!
-Since your present you gave yourself is to be your son, open a bottle on me and unwrap at least the newspaper!
-I will… Thanks for remembering.
-I can’t forget the loneliest child I have ever met…
-Don’t exaggerate… I wasn’t alone, I had you.
-Don’t adulate me… you were traveling even when you were near me. Happy that you have landed!
And compliments to both of you whom have turned the airports in meeting points, in places where to restart, toward yourselves.
-Gracias siempre.

-Champagne or coffee?
-Champagne.
-Pie or crème Brule?
-Apple pie.
The chalice is small in his long and delicate hands. The fire of joy creates space in my sight, all the paper ripped to open each present of my life are resounding in his voice when he tells me: “Happy birthday mom.”
In the sound of the chalices meeting I can hear the words of Heraclitus: “The reburned soul is the most wise and the best”.

Limoges, it opens itself to never seen colours of autumn. 2010 – Maria A. Listur

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a James Hillman: La Forza del Carattere/To James Hillman: The Strength of Personality

-Venti centimetri?
-Sì, perché ti sorprendi? Ci sono anche più lunghi ma in quel caso sono piegati…
-Si piegano?
-Certo… Ma, soltanto gli italiani…

L’ultima volta che sono partita da Buenos Aires, ci siamo incontrate nel nostro salone da tè, in un quartiere in cui vissi negli anni ottanta e che amo, Palermo Viejo, ora ha cambiato nome. Le raccontavo della mia vita e ad un certo punto del dialogo che spaziava tra Osho, tunnel fotonico, Jung, Kaushik, ricette vegetariane e Lacan, disse:
-Come va il sesso?
-In quale senso?
-Ancora ti incuriosisce il tuo uomo?
-Incuriosisce? Che vuoi dire?
-Voglio sapere se ancora ti sorprende o se lo sorprendi…?
-Mi sto separando…
-E chi se ne importa? Come va il sesso?
-Non me la sento…
-Allora bambina mia stai proprio male…
Cominciò a raccontarmi delle cose che mi fecero ridere fino alle lacrime, arrivai ad avere i crampi allo stomaco e dolore alle labbra.
Prima di lasciare il nostro café lasciò cadere con delicatezza un commento:
-Ridere di gusto e con le lacrime è l’unica cosa che può farti sopportare la mancanza di contatto. Funziona. Secondo me, è per questo che la gente ride poco…
Oggi ha ottantasette anni. Quattro anni fa, attraversò il mare per raggiungere uno dei suoi quattro figli che abita in Europa. Decise di venire a vivere vicino a lui, desiderava dargli qualcosa che sentiva non gli avesse dato. E’ stata ed è, dopo mia madre, la mia maestra spirituale. Serena, profonda, colta, generosa, bella, emotivamente ed intellettualmente intelligentissima!
Sta morendo, me lo ha comunicato suo figlio più grande, l’unico che non conosco, quello che partì dall’Argentina molto giovane. Al telefono ho chiesto:
-Dimmi per favore come sta? E’ lucida?
-Sì, capisce perfettamente che si sta spegnendo…
-Ma è bellissimo che lei sia riuscita a venire in Europa a trovarti, a finire la sua vita insieme a te. Commento senza lacrime.
-Sì, è riuscita a raccontarmi tutta la sua infanzia, tutta la sua vita… A risposto ad ogni domanda. Mi ha sollevato dall’esilio, dalla distanza.

-Italiani?
-Sì, di venti centimetri o anche di più ma soltanto italiani!
-Non possiamo cambiare misura?
-E no! Io non scendo da venti centimetri altrimenti scuociono!
-Siamo a San Luis, Argentina, dove vuoi che ti trovi spaghetti italiani…
-Allora mangiamo altro, sei tu che hai proposto che cucinassi la pasta. Mangiamo carne!
-Sì meglio, cucino io. Sai che ti faccio? Salsicce di trenta centimetri così quando sarai a Roma e cercherai salsicce ti ricorderai che questa misura e soltanto argentina!!!
-…sai che in Italia non ci sono le salsicce di trenta centimetri ma trovi i salami anche di quaranta… soltanto italiani o carne mista…
Andai a dormire la siesta mentre mia cognata cucinava i mega “chorizos” (salsicce) e quando il profumo del suo “locro” (piatto tipico argentino fatto di grano, carne rossa e salsicce) mi svegliò, sentii risuonare nel cuore le parole di James Hillman: “La percezione prosegue negli occhi della mente. Le cose che non vediamo più, le vediamo in un’altra luce”.

Roma, piovosa e grigia, anche dorata, 2010 – Maria A. Listur

To James Hillman: The Strength of Personality

-Twenty centimeters?
-Yes, why are you so surprised? There are even longer ones but in that case they are bent…
-Do they bend?
-Of course… But only the Italian ones…

Last time I left from Buenos Aires, we met in our tea salon, in a district in which I lived in the eighties and which I love, Palermo Viejo, now the name has changed. I was telling her about my life and at a certain point of the conversation that was ranging between Osho, photonic tunnel, Jung, Kaushik, Vegetarian recipes and Lacan, she said:
-How’s going with sex?
-In what sense?
-Are you still intrigued about your man?
-Intrigued? What do you mean?
-I want to know if he still surprises you or if you surprise him…?
-I am getting separated…
-And who cares? How is sex going?
-I don’t feel like it…
-Then, my dear you are not well at all…
She started to tell me things that made me laugh until I cried, I even had cramps in the stomach and pain in the lips.
Before leaving the café she said delicately a comment:
-Laughing heartily and with tears is the only thing that can help you get by the lack of contact. It works. I think it’s one of the reasons why people laugh so little…
Now she is eightyseven years old. Four years ago, she crossed the sea to reach one of his four sons who lives in Europe. She decided to go live next to him, she wished to give him something she felt she didn’t give him. It has been and is, after my mother, my spiritual guidance. Serene, profound, cultured, generous, beautiful, emotionally and intellectually very intelligent!
She is dying, her eldest son told me so, the only one that I know, the one who left Argentina very young. I asked on the phone:
-Please tell me how is she doing? Is she lucid?
-Yes, she perfectly knows that she is fading away…
-It’s wonderful though she managed to come in Europe to see you, to finish her life with you. I said with no tears.
-Yes, she was able to tell me about her whole childhood, her whole life… She answered to every question. She raised me from the exile, from the distance.

-Italians?
-Yes, of twenty centimeters or more but only Italians!
-Can’t we change size?
-No way! I am not getting smaller than twenty centimeters otherwise they’ll overcook!
-We are in San Luis, Argentina, where do you think I can get you Italian spaghettis…
-Well then let’s eat something else, you are the one who wanted me to cook pasta. Let’s eat meat!
-Yes, much better, I’ll cook. You know what? I’ll make you thirty centimeters sausages so when you’ll be in Rome and look for sausages you will remember this size is only Argentinean!!!
-… you know that in Italy there aren’t sausages of thirty centimeters but you do find salami of even forty… only Italians or mixed meat…
I went to take a nap while my sister in law was cooking the mega “chorizos” (sausages) and when the smell of her “locro” (a typical Argentinean dish made with corn, red meat and sausages) woke me up, I could hear in the heart the resound of James Hillman’s words: “Perception carries on in the eyes of the mind. The things we don’t see anymore, we see them in another light”.

Rome, rainy and grey, also golden. 2010 – Maria A. Listur

De-pensare/Un-think

-Scusa se ti ho chiamato amore mio… Non so cosa mi ha preso.
-Non ti devi scusare… ho capito che non ci stavi pensando.
-Ti vuoi fare la doccia?
-No grazie, la faccio a casa.
-T’accompagno.
-Preferisco fare una passeggiata in solitudine.

-Oh Dio Oh Dio!!! Mi devi scusare ma io devo andare…
-Te ne vai perché ti ho detto delle cose “sentimentaloidi”?
-No, no… per niente… devo finire un articolo… avevo dimenticato i tempi del giornale… ho perso la testa.

-… mi presti una maglietta o un pigiama?
-Niente.
-… ci riscaldiamo insieme?
-Preferisco il letto vuoto…
-Dovrei andare?
-Dovresti andare…
-Non ti sembra una risposta un po’ fredda?
-Mi sembra sincera.
-Senza calore.
-Onesta, schietta, corretta.

Un biglietto sul cuscino vuoto, insieme ad una caramella:
“Dopo ogni intensità prediligo il silenzio… spero tu possa condividere il vuoto che ora scelgo”.
SMS in risposta:
“Non condivido, accetto”.

-Vorrei andare a dormire a casa ma non so cosa mi ha preso. Non riesco ad allontanarmi dalla tua pelle.
-Neanche io so come farò. E’ reciproco.
-Potremo passare la notte sperando che ci passi questa sindrome d’incollamento…
-O possiamo incollarci di più…
-Possiamo.
-E se domani…
-E se domani continueremo ad essere incollati dalla parte del petto può darsi che dovremo dormire ancora insieme.
-Ti sembra divertente…
-No, mi ricorda una frase di Raffaele Morelli: “E solo nell’orgasmo che il pensiero muore”.

Roma, Luna Piena. 2010 – Maria A. Listur

Un-think

-Sorry if I have called you my love… I don’t know what have gotten to me.
-You don’t have to apologize… I know you weren’t thinking about it.
-Do you want to take a shower?
-No thanks, I’ll do it at home.
-I’ll go with you.
-I’d rather take a stroll in solitude.

-Oh God Oh God!!! You have to excuse me but I have to go…
-Are you leaving because I told you “sentimental” things?
-No, no… it’s not for that… I have o finish an article… I forgot the paper’s times… I have lost my head.

-…can you give me a tee shirt or a pajama?
-Nope.
-… why don’t we get warm together?
-I’d rather have an empty bed…
-Should I go?
-You should…
-Don’t you think it’s a bit of a cold answer?
-It is sincere.
-But it is with no warmness.
-Honest, straight, correct.

A note on the empty pillow, together with a candy:
“After each intensity I like silence… I hope you can share the emptiness that now I am choosing”.
SMS in reply:
“I don’t share, I accept it”.

-I would like to go home but I don’t know what happened to me. I can’t get away from your skin.
-I don’t know how can I do either. It’s likewise.
-We could spend the night together hoping that this syndrome could go away…
-Or we could get more glued to each other…
-We could.
-And if tomorrow…
-And if tomorrow we keep on being glued to each other on the heart side it will probably mean that we will have to sleep together again.
-You think it’s funny…
-No, it reminds me a phrase by Raffaele Morelli: “It is only in the orgasm that thought dies”.

Rome, Full Moon. 2010 – Maria A. Listur

Sonno/Sleep

Alla mia danzatrice delle voci.

-Nell’ armadio ho sentito le prime voci.
-E che facevi dentro l’armadio?
-Dormivo.
-E perché lì dentro?
-Perché la mia tata non aveva altro posto dove farmi dormire.
-E sul letto?
-Aveva paura che cadessi mentre lei cuciva.
-Allora non eri a casa tua…
-No, mia madre mi lasciava da questa signora al fondo della strada perché doveva lavorare.

Non mi piace sentire la porta di casa quando si chiude.
Non mi piace la mia nuova maestra.
Non mi piace la luce spenta del corridoio.
Non mi piace mangiare la carne.
Non mi piace che la mia mamma chiuda la porta della sua camera quando va a dormire.
Non mi piace avere sei anni.
Non mi piace vedere i morti.
Non mi piace sedermi accanto a Claudia la scorreggiona.
Non mi piace la siesta con le finestre chiuse.
Non mi piace mio fratello.
Non mi piace tutto il rumore che fanno i cani quando arriva qualcuno.
Non mi piacciono le suore vecchie.
Non mi piace che mi tirino i capelli quando mi pettinano.
Non mi piace l’insalata.
Ecco quello che non mi piace oggi, 21 ottobre 1970. Quando sarò grande lo leggerò per ridere di quando ero piccola e non mi piaceva.

Quando guardo la mia amica che dormiva dentro l’armadio immagino cosa potrebbe essere una libellula umana, un giunco che cammina, una farfalla trasparente. Lei è delicata e leggera, dolcemente spigolosa.
Cercando di non apparire banalmente curiosa domandai:
-E cosa dicono le voci?
-Mi chiamano.
-Soltanto ti chiamano? Da sempre?
-Sì, e per me è un privilegio sentirle, essere chiamata da un altro spazio.
-E non ti hanno mai detto qualcos’altro?
-No, mi sembra sufficiente che mi chiamino. E tu, hai mai sentito delle voci?
-Sì, una sola volta e mi sono terrorizzata come quando da bambina sentivo chiudersi la porta di casa, sapevo di non rimanere da sola, qualcosa pervadeva l’aria.
-Ah… allora è per questo che non ti chiamano più.
-Per la paura?
-No, perché ti è naturale la loro esistenza nella misura in cui non cambiano densità. Come con l’aria, tu sai di respirare ma se l’aria di colpo divenisse rossa, ti farebbe paura.
Chiuse gli occhi e si lasciò cullare dal movimento del treno. Anche io lasciai che la danza del viaggio mi portasse verso il sonno, mentre chiudevo gli occhi vidi dietro le mie palpebre un testo di Igor Sibaldi: “Certe volte, mentre stai per addormentarti, pensi che questo mondo tutto il mondo che conosci sia una sfera che a un certo punto finisce; non avere paura! Non appena l’hai pensato, ti accorgi che sei fuori da questa sfera. Non sai dove: non sai dove finisca, dove cominci quest’altra dimensione; lo puoi scoprire. Ma intanto ti volti e guardi com’è limitato l’unico mondo che conoscevi fino a un attimo fa. Sembra una casa di bambole e, certo, essere una bambolina lì dentro non è gran che; ma a vederla da fuori fa una gran tenerezza. Si capiscono tante cose di quel mondo piccolo, a guardarlo da quest’altra dimensione. E tante cose che là dentro sembravano complicate, risultano talmente semplici da qui. Bisognerebbe guardare sempre il mondo in questo modo, ti piacerebbe di più. Impareresti a giocare un po’ con le cose di tutti i giorni: e tutto ti riuscirebbe meglio. D’altra parte, chi te lo impedisce? Perlomeno adesso, in questo tuo Aldilà, mentre ti stai addormentando. Ti sembra di essere un mago che guarda la sua sfera di cristallo. Sarebbe bello ricordarsi di questa sensazione, quando ci si sveglia al mattino, e poi durante la giornata, spesso”.

Roma, ventosa e solare, nuvolosa e fredda, come nessuna. 2010 – Maria A. Listur

Sleep

To my dancers of voices

-I heard my first voices in the closet.
-What were you doing in the closet?
-I was sleeping.
-Why in there?
-Cause my nanny didn’t have another place to make me sleep.
-What about the bed?
-She was afraid I would fall while she was sewing.
-You were not in your house…
-No, my mother would leave me at this lady’s at the end of the road because she had to work.

I don’t like to hear the house door when it closes.
I don’t like my new teacher.
I don’t like the light off in the corridor.
I don’t like to eat meat.
I don’t like that my mother closes the door of her room when she goes to sleep.
I don’t like to be six.
I don’t like to see dead people.
I don’t like to seat next to Claudia the farter.
I don’t like the nap with closed windows.
I don’t like my brother.
I don’t like the sound that dogs do when somebody arrives.
I don’t like old nuns.
I don’t like being pulled when they comb my hair.
I don’t like salad:
This is what I don’t like today, 21st of October 1970. When I will be big I will read it to laugh of when I was a child and of the things I didn’t like.

When I look at my friend who slept in the closet I imagine what could be a human dragonfly, a walking bulrush, a transparent butterfly. She is delicate and light, slightly angular.
Trying not to appear too plain curious I asked:
-And what do the voices say?
-They call me.
-The only call you? Is it always been like that?
-Yes, it’s a privilege to hear them, being called from another space.
-And they never told you anything else?
-No. It seems to me enough they call me. What about you have you ever heard voices?
-Yes, only once and I was petrified like when I was a child and could hear the house door closing, I knew that I wasn’t alone, something pervaded the air.
-Ah… then it’s for that reason that they don’t call you anymore.
-For the fear?
-No, because it is natural their existence to you as far as they don’t change density. It’s like with air, you know you are breathing but if the air suddenly became red, it would scare you.
She closed her eyes and let the movement of the train cuddle her. I also let the dance of the journey take me to the sleep, while closing my eyes I saw behind my eye lids a text of Igor Sibaldi: “Sometimes when you are about to fall asleep, you think that this world the whole world that you know it is like a sphere that ends at a certain point; don’t be afraid! As soon as you have thought it, you discover that you are out of this sphere. You don’t know where it ends, where this other dimension begins; you could find out. But in the meanwhile you turn around and see how limited it is the world that unique world that you knew only moments before. It looks like a dolls house and, certainly, being a doll in there is not much of a deal; but being able to see it from outside causes a lot of tenderness. You can understand many things of that small world, looking at it from another dimension. And many things in there that seemed complicated, become so simple from here. We should always look at the world in this way, you would like it more. You would learn to play a little bit with every day things and everything would come out better. On the other hand who can stop you? At least now, in this afterlife of yours, while you are falling asleep. You feel like a wizard who watch his crystal sphere. It would be nice to remember this sensation, when we wake up in the morning, then during the day, often”.

Rome, windy and sunny, cloudy and cold, like no other. 2010 – Maria A. Listur

Sfumature e Gamme/Gradations and Scales

-Non la svegliare. Ordinò mio padre alzando la testa dal cuscino per poter incontrare i miei occhi quasi davanti ai suoi. Mi ero rannicchiata accanto al letto con l’intenzione di destare mia madre carezzandole la mano. Lui l’abbracciava da dietro, sembravano un unico corpo.
-Papà… le devo dire una cosa… Risposi sussurrando.
-Che cosa?
-… che ho sviluppato papà! Articolai con grandi gesti della bocca ma senza suono.
Mia madre continuava a dormire tra le braccia del suo “uomo custodia” mentre lui svincolandosi delicatamente, disse:
-Che bellezza…!
Alzandosi lentamente mi fece un segno di uscire dalla loro camera mentre copriva e baciava le mani di mia madre.
Avevo quasi quindici anni.

-Non so cosa dirti…
-Non devi dire nulla… Stai tranquilla, può succedere no?
-Sono tranquilla… però penso a te… non mi era mai successo…
-Hai soltanto diciannove anni tesoro… Ora, io, così dipinto di rosso, mi alzo e vado a scrivere per te dei versi colorati; tu fa quello che desideri… dormi se ne hai bisogno… Poi, reciterò per te.
Quel pomeriggio abbiamo incominciato a vivere insieme. Poi, nel tempo, andai via. Prima di aprire la porta della nostra casa per l’ultima volta, mi disse:
-Ti devo qualcosa che ho scritto per te qualche anno fa, il giorno in cui decidesti di fare la prima siesta con me. Prese una busta rossa dalla tasca del suo vestito e lesse per me:
“Dicono che il cielo è diventato rosso. Io vedo sole, vedo luce nel tuo correre avanti sotto la pioggia. Ti cade addosso come fosse olio, ti scivola… Io ti vedo in un salto immenso diventare acqua. Divento pioggia. Tu già sai diventare fiume. Tu sai arrivare al mio mare. Ma dove finisci tu? Dove incomincio io? Il tuo fiume riesce ad essere la mia acqua. Ti risalgo. Cadi in me! Cadi da fiume! Cadi! Mi sto bagnando. Mi bagno ancor di più. Tu sei la mia acqua. Riparo dalla memoria e unica memoria possibile: rossa pioggia. Duemila anni sarebbero necessari per non desiderare queste umidità. Ho avuto furtivamente quelle tue mani che hai tra le tue lunghe gambe. Sotto la nobile rugiada, senza muovermi dalla mia inventata solitudine, ti rivisiterò ancora”.
-Buon viaggio amore. Pensa che regalo mi hai fatto! Aggiunse dopo la lettura.
-Quale regalo? Domandai commossa da tanta generosità e addolorata dalla mia nostalgia implacabile di tutto quello che avrei creato dopo.
-Le hai dato colore alla pioggia.

Mio padre andò in cantina, prese dello champagne e mi chiese di brindare con lui.
-Per cosa brindiamo papà?
-Per quello che sta succedendo?
-Papà… ho sviluppato… Nient’altro!
-Ma io non brindo per quello che tu immagini! Figurati se io penso che grazie a quel po’ di sangue che scappa dal tuo corpo tu stai sviluppando… Io brindo perché l’hai detto a me con la stessa naturalezza con cui lo avresti detto a tua madre… E’ per questo sviluppo che brindo! Chiamiamolo “fiducia nella comprensione degli uomini?” Che te ne pare?
Alzai il calice guardando gli occhi felici di mio padre.
Il suo sguardo è presente ogni volta che mi affido a una relazione di qualsiasi tipo, anche quella con degli animali che temo, mi lascio sostenere da quegli occhi insieme ad una frase che mi scrisse nel biglietto che accompagnava il regalo arrivato il giorno dopo. “Desiderare non è trovare. E’ cercare”. Pascal Quignard

Roma, sotto la rugiada. 2010 – Maria A. Listur
 
 
Gradations and Scales

-Don’t wake her up. My father ordered raising the head from the pillow to be able to meet my eyes in front of his. I was crouched next to the bed with the intention of waking my mother caressing her hand. He was hugging her from behind, they looked as a unique body.
-Dad… I have to tell her something… I replied murmuring.
-What?
-… that I have matured dad! I articulated with big gestures of the mouth with no sound.
My mother kept sleeping on the arm of her “custodian man” while he tried to delicately free himself, he said:
-How wonderful…!
Getting up slowly he made me a gesture to get out of their room while covering and kissing my mother’s hands.
I was almost fifteen.

-I don’t know what to say to you…
-You don’t have to say a thing… Stay calm, it can happen, right?
-I am calm… but I think about you… It never happened to me…
-You are only nineteen Sweetie… Now, I, all painted in red, am going to get up and I am going to write for you some colorful verses; you do what you please… sleep if you need… Then I will declaim for you.
That afternoon we started living together. Then, in time, I left. Before opening the door of our house for the last time, he told me:
-I owe you something that I wrote for you some years ago, the day you decided to have your first nap with me. He took a red envelope from the pocket of his dress and read for me:
They say the sky turned red. I see the sun, I see light in your running forward under the rain. It falls on you as if it was oil, it slides over you… I see you in huge jump becoming water. I become rain. You know already how to become a river. You can reach my sea. But where do you finish? Where do I begin? Your river is able to be my water. I swim back up your river. You fall in me! You fall as a river! You fall! I am getting wet. I get even wetter. You are my water. Shelter from the memory and only memory possible: red rain. Two thousand years would be necessary for not desiring this humidity. I have secretly had those hands of yours that you have between your long legs. Under the noble dewdrop, without moving myself from my invented solitude, I will visit you again”.
-Have a good trip my love. Think about the present you have made me! He added after reading.
-What present? I asked moved from so much generosity and pitying from the unrelenting nostalgia of all that I would have created afterward.
-You gave color to rain.

My father went to the wine cellar, took some champagne and asked me to toast with him.
-What are we drinking to daddy?
-For what is happening?
-Dad… I matured… nothing more!
-But I am not drinking to what you imagine! I don’t really think that for a little bit of blood coming out of your body you are actually maturing… I am drinking to the fact that you told me as naturally as you would have said it to your mother… It’s for this reason that I am toasting! Shall we call it “trust in men’s comprehension?” How about that? I raised the glass looking at my father’s happy eyes.
His glance is near every time that I trust myself in a relationship of any sort, even in those with animals that I fear, I let myself withstand by those eyes together with a sentence that he wrote me on a card that was with the present that next day arrived. “To desire is not to find. It is to look for” Pascal Quignard

Rome, under the dewdrop. 2010 – Maria A. Listur

Approssimazioni perfette/Perfect Approximations

-… allora te la detterò al telefono, scrivi: devi tagliare quattro o cinque patate medie sottilmente, poi friggerle in una padella larga con un olio che non bruci a 100°, poi…
-E che vuol dire che non bruci ?
-Mamma! che non faccia fumo! Tipo quello per friggere, che è una porcheria, oppure quello di sesamo. Continuo…?
-Sì sì continua.
-Aggiungi un po’ di sale alle erbe e anche un battuto d’aglio senza l’anima, poi…
-L’anima?
-Il centro, quella specie di colonna vertebrale dell’aglio.
-Ah sì sì… continua…
-Poi, quando sono dorate e un po’ spappolate, le togli dalla padella; sbatti quattro o cinque uova con un po’ di sale sempre alle erbe e unisci tutto umidificando profondamente le patate. Pulisci la padella dall’olio in eccesso e fai cadere delicatamente tutto l’intingo cercando di lasciare i lati risalire come fossero delle onde.
-Delle onde?
-Sì… delle onde gialle che vogliono scappare dal limitato continente della padella…
-Bene… Faccio credere alle onde di uovo che possono scappare e poi?
-Poi la giri con l’aiuto d’un coperchio piatto oppure in aria, questo se sei capace, altrimenti, cadrà a terra la luna nuova di patate…!
-Come la servo?
-Con garbo! Tagliata a cerchio e accompagnata da un vino rosso, meglio se di Montalcino, di 13,5°, che illumini il profumo delle erbe!

-Stella, taglia le fettine di petto di pollo a strisce lunghe quattro centimetri e larghe cinque, passale nell’olio d’oliva caldo ma non bollente, falle rumoreggiare mentre si dorano, poi…
-Rumoreggiare?
-Sì, devono fare quel suono un po’ percussivo che fa il cibo quando lo cuoci nell’olio…
-Faccio cantare il pollo, va bene, e poi…
-No tesoro, il pollo non canta! E’ l’olio che canta, ma non importa… Poi, aggiungi sale al profumo di cipolla bianca, scorza di limone grattugiato, zucca gialla a fettine, fagiolini tagliati a pezzetti di due centimetri, un cucchiaino di zucchero grezzo di canna e fai cuocere per venti minuti a fuoco lento con il coperchio. Infine, lascia asciugare il tutto sempre a fuoco lento ma con la pentola scoperchiata. Si serve insieme ad una ciotola di riso bianco basmati condito con semi di sesamo ma il tocco finale sul pollo è una rugiada di tabasco e una grandinata di Garam Masala.
-Garam Masala?
-La mia amica Nori dice che questo piatto senza l’aggiunta di Garam Masala è come condividere del tempo con un’amica di cui non si ha fiducia!

-Papà… come spalmo il burro?
-Come se tu volessi lasciare la traccia delle tue lacrime su un fazzoletto di seta.
-Non riesco a immaginarlo senza piangere…
-Se piangerai grazie alle risate allora provaci altrimenti estendi il burro soltanto dopo che è stato appena ammorbidito dal calore ambientale e con un coltello di legno di sandalo.

“L’immortalità fisica è qualità di vita, non quantità”. Jasmuheen

Roma, la pioggia porta ai fornelli del cuore. 2010 – Maria A. Listur

Perfect Approximations

-… so I will tell you by phone, write down: You have to cut four or five medium size potatoes thin, then you have to fry them on a large pan with an oil that doesn’t burn at 100° , then…
-What does it mean that doesn’t burn?
-Mom! That it doesn’t smoke! Like that one you use to fry, that is rubbish, or the sesame oil. Can I continue…?
-Yes, go on.
-Add some herb salt and one chopped garlic with no soul
-The soul?
-The center stem, that sort of backbone of the garlic.
-Oh yes… keep going…
-Then, when they turn golden and a bit mashed, you take them from the fry pan; you beat four or five eggs again with a bit of herb salt and then you mix everything humidifying deeply the potatoes. Clean the fry pan from the excessive oil and let the whole gravy delicately trying letting the borders rise, as they were waves.
-Waves?
-Yes… some yellow waves that want to escape from the limited continent of the pan…
-Good… I let the egg wave believe they can escape and then?
-Then you turn it helping yourself with a flat lid or in the air, only if you are capable of it, otherwise, the potatoes new moon will fall on the ground…!
-How do I serve it?
-With gentleness! Cut it in a circle and with a red wine, better if it is a Montalcino, of 13,5°, it will light up the herb scent!

Honey, cut the slices of chicken breast four centimeters long by five wide, pass them in the heated but not burning hot olive oil, let them grumble while they turn golden, then…
-Grumble?
-Yes, they have to make that sound a bit percussive that food does when it is cooked in the oil…
-I let the chicken sing, all right, then…
-No dear, the chicken doesn’t sing! It is the oil that does it, but don’t worry…Then you add salt scented with white onion, grated lemon peel, sliced yellow cabbage, green beans cut in two centimeters pieces, a soup spoon of raw brown sugar and let it cooked for twenty minutes on a low flame with the lid on. Finally, let the whole thing dry always on a low flame but with the casserole with no lid. It is served with a bowl of basmati rice spiced with sesame seeds, but the final touch is a dew of Tabasco and a storm of Garam Masala.
– Garam Masala?
-My friend Nori says that this recipe without Garam Masala is like sharing time with a friend that you don’t trust!

-Dad… how do I spread the butter?
-As if you want to leave the trace of your tears on a silk handkerchief.
-I cannot imagine it without crying…
-If you cry thanks to the laughs then try otherwise extend the butter only after it has been slightly softened from the ambient warmness and with a knife of sandalwood.

Physic immortality is the quality of life, not quantity”. Jasmuheen

Rome, rain brings to the heart’s kitchen range. 2010 – Maria A. Listur

T.S.Eliot

“La casa è il punto da cui si parte”.

-Non posso dormire…
-Vieni a casa mia.
-Ma da te, accanto a te, non dormo.
-Appunto.
-Mi stai provocando…
-Ti sto invitando.

-Grazie mamma!
-Non mi devi ringraziare, spero ti piaccia…
-Non capisco le figurine…
-Sono la vagina ed il pene.
-… da dentro?
-Un taglio trasversale degli organi, per vedere chiaramente come sono fatti.
-Per cosa?
-Perché tu possa vivere felicemente la tua sessualità.
-E quando?
-Tra otto o dieci anni… Spero prima dei vent’anni…
-Mamma, quando succederà, mi dovrò portare il libro?

Lui accettò l’invito e si trovarono insonni a bere, ridere, raccontare, scrivere, fare l’amore. Poi, all’alba:
-Sto avendo un po’ di sonno.
-Dormi.
-E tu cosa fai?
-Vado a comperare i tuoi cornetti, preparo il caffè, leggo il giornale e quando vuoi facciamo colazione.
-Va bene… Allora… buona domenica.
-Buona domenica.

Roma, nella notte della domenica, già luce. 2010 – Maria A. Listur

T.S.Eliot
The house is the place where we start”.

-I can’t sleep…
-Come on over to my place.
-But at your place, next to you, I don’t sleep.
-Exactly.
-You are provoking me…
-I am inviting you.

-Thank you mom!
-You don’t have to thank me, I hope you like it…
-I don’t understand the pictures…
-It is the vagina and the penis.
-…from inside?
-A cross section of the organs, to see clearly how they are.
-For what?
-So that you can live your sexuality happily.
-And when?
-Eight or ten years from now… I hope before your twenties…
-Mom, when it will happen, do I have to bring the book with me?

He accepted the invitation and they found themselves sleepless drinking, laughing, telling, writing, and making love. Then, at dawn:
-I am getting a little sleepy.
-Sleep.
-What are you going to do?
-I go to buy your croissants, make coffee, read the paper and when you want we can have breakfast.
-All right… Then… Good Sunday.
-Good Sunday.

Rome, in the night of Sunday, already light. 2010 – Maria A. Listur

Perlomeno/At Least

Gli tremava la voce. Il respiro era affannato. Lei gli chiese:
-Tutto bene?
Lui tacque. Dopo un tempo lungo quanto la distanza tra loro, rispose:
-… soltanto ora mi accorgo che la mia vita era quella che avevamo.

Quando avevamo quattordici anni, a scuola, eravamo divise da un piccolo corridoio di cinquanta centimetri. Lei era come una vergine di cera, pallida e soave. Ricordo la sua voce un po’ rauca. Io già fidanzata con un uomo più grande di me, di quasi vent’anni. Lei giocava a pallacanestro come se ancora avesse dieci anni. Io parlavo di sesso con la libertà che mia madre mi aveva donato, lei rideva imbarazzata come se non fosse possibile ciò che le preannunciavo. Era di una delicatezza simile a quella che con gli anni ho ritrovato in alcuni tipi di carta giapponese: levigata dentro.
Un giorno non venne a scuola. Il giorno dopo neanche. Aveva una febbre che non smetteva di salire. La portarono in ospedale e quando la notizia arrivò a scuola, andai a trovarla. I parenti mormoravano che era stata messa dentro una vasca di ghiaccio. Dopo un po’, i dottori comunicarono alla sua mamma che era morta. Ci avevano provato, aggiunsero.
La mamma non pianse. Uscì dall’ospedale e non l’ho mai più vista.
La ragazza del viso di seta ritorna ogni tanto alla mia memoria attraverso una sua richiesta mai esaudita, da parte mia, distrattamente:
-Allora vieni al mio compleanno?
-Non posso, sto provando una commedia.
-E dopo?
-Dopo ceno coi miei compagni.
-… se fosse la mia ultima festa di compleanno verresti?
-Non sarà la tua ultima festa, verrò l’anno prossimo…
-Ti vorrei in questa.

Quando lui la chiamava era sempre lamentoso, mai profondamente triste. Ma quella sera, lei che conosceva la tristezza, riconobbe nella sua respirazione un dolore antico, che precedeva la loro relazione.
-Sei sicuro che quella era la tua vita.
-Era la nostra.
-Era.
-Sì. Scusa per non averla riconosciuta.
-… tranquillo… non avresti potuto… è andata bene così. Riposati.
Lei riagganciando il telefono ricordò una frase di M. Proust: “Ogni nostro più piccolo desiderio, benché unico come un accordo, accoglie in sé note fondamentali su cui tutta la nostra vita è costruita”.

Roma, tanto sole che preannuncia pioggia, 2010 – Maria A. Listur

At Least

His voice was trembling. The breath was short. She asked him:
-Everything all right?
He didn’t answer. After a time long as the distance between them, replied:
-…only now I realized that my life was the one we had.

We were fourteen, in school, we were separated from a small aisle of fifty centimeters. She was like a Virgin made of wax, pale and soft. I remember her voice a bit husky. I was engaged with a man older than me, of almost twenty years. I talked about sex with the freedom that my life had donated me, she laughed embarrassed as it was not possible what I was pre announcing her. She was of a delicacy similar to what in years I have rediscover in some kind of Japanese paper: polished inside.
One day she didn’t come to school. Neither the day after. She had a fever that wouldn’t stop from rising. They brought her to the hospital and when the news reached the school, I went to visit her. The relatives were murmuring that she had been placed in a bathtub full of ice. After a while, the doctors told her mother that she died. They tried they also added.
The mother didn’t cry. She left the hospital and I have never seen her again since.
The girl with the silk face comes back to my memory through a request never granted, from my side, distract:
-So are you coming to my birthday?
-I can’t, I am rehearsing a comedy.
-And after that?
-After that I am dining with my colleagues.
-… If it were my last birthday party would you come?
-It won’t be your last birthday party, next year I’ll go…
-I would like you to come to this one.

When he called her he was always complaining, but never profoundly sad. But that evening, she who knew sadness, recognized in his breathing an antique pain, that came before their relation.
-Are you sure that it was your life?
-It was ours.
-It was.
-Yes. Sorry for not recognizing it then.
-… don’t worry… you couldn’t have… it’s all right like this. Rest.
She hanging the phone remembered a sentence by M. Proust: “Every little desire of ours, although unique as an accord, embraces in itself fundamental notes on which our whole life is built” .

Rome, A lot of sun that preannounces rain. 2010 – Maria A. Listur

Nate/Born

A Francesca

-Mamma… ma chi era la mia mamma quando tu eri piccola?
La bambina disse questa frase dai suoi cinque anni, senza curiosità, come se avesse vissuto centinaia di vite. La mamma non rispose ma le strinse la mano guardando un orizzonte totalmente sconosciuto. Camminarono in silenzio fino alla scuola e quando la mamma la vide allontanarsi per andare incontro alle sue compagne, pensò: … chissà chi sei stata tu tesoro… mio amore, mia bambina più grande di me…

-Mamma, sei stata felice con papà?
-Ero la sua bambina…
-Felice?
-Spesso…
-… e cosa ti faceva non esserlo?
-L’assenza.
-… ma se sempre viaggiavi con lui …
-Non l’assenza quando viaggiava … L’assenza quando c’era!
-… io lo sento ancora presente… dopo vent’anni della morte …
-Anche io, infatti soltanto dopo morto è diventato mio marito.
-Allora sei felice?
-Sì, più che mai, e non perché lui è presente ma perché sono riuscita a diventare tua madre!
-… sei sempre stata mia madre …
-Sono stata la tua genitrice… La tua mamma è una volontà d’apprendimento, un accordo, un ascolto e una liberazione.

Quando la bambina uscì dalla scuola si fermò a guardare il cielo. La mamma interrupe lo sguardo chiamandola dalla macchina. Lei salì in macchina e disse:
-Mamma! sono tanto felice! … e non so perché! Si appoggiò comodamente sul sedile e chiuse gli occhi per tutto il tragitto fino a casa. La mamma, nel frattempo, ringraziò la figlia per la sua diversità e poi pensò alle parole di Antonio Porchia: “Ogni verità parte da ciò che è appena nato. Da ciò che non c’era”.

Roma, fresco autunno nel giorno degli angeli custodi. 2010 – Maria A. Listur

Born
To Francesca

-Mom… who was my mother when you were little?
The girl said this sentence from her five years old, without curiosity, as she had lived hundreds of lives. The mother didn’t answer but held her hand looking at the horizon totally unknown. They waked in silence until the school and when the mother saw her going away to go towards her classmates, she thought: … who knows whom have you been my treasure… my love, my child older than me…

-Mom, were you happy with dad?
-I was her child…
-Happy?
-Often…
-… and what made you so?
-The absence.
-… but you always travelled with him…
-Not the absence when he travelled… The absence when he was here!
-… I still feel his presence… even after twenty years from his death…
-Me too, as a matter of fact he became my husband after his death.
-So are you happy?
-Yes, more than ever, and it is not because he is present but because I could become your mother?
-… you have always been my mother…
-I have been the person who had you… your mother is a will of learning, an accord, a listening and a liberation.

When the child came out from the school stopped to look at the sky. The mother interrupted her glance calling her from the car. She got on the car and said:
-Mom! I am so happy! … and I don’t know why! She leaned comfortably on the seat and closed her eyes for the whole way to home. Her mother, in the meantime, thanked her daughter for the difference and than thought about the words of Antonio Porchia: “Every truth starts from what has just born. From what wasn’t there”.

Rome, fresh autumn in the day of the guardian angels. 2010 – Maria A. Listur