Alla POESIA VERTICAL di Roberto Juarroz/To The VERTICAL POETRY of Robert Juarroz

“Non abbiamo nemmeno un regno.
E il poco che abbiamo
non è di questo mondo.
Però neanche dell’altro”.

-E’ inaccettabile ricevere un regalo ogni volta che ci vediamo… !

-Allora, la rosa bianca è per la nonna.
-No papà! Io per lei avevo scelto l’arancione.
-Va bene, distribuisci le rose come vuoi ma tieni conto che la rose bordeaux è per tua madre.
-… e come scelgo i sigari?
-Porgi la scatola e che ognuno si serva ciò che desidera.
-Faccio lo stesso con i polsini?
-Anche con le sciarpe per le signore.
-Chi rompe la “piñata”? (palla piena di regali appesa dal tetto che si rompe con un colpo)
-Il più piccolo. Quello che ha più bisogno di sfogarsi.
-Anche quei regali dobbiamo lasciarli a scelta…?
-Non ci sarà bisogno… Abbiamo preso tutti i regali in uguale quantità e qualità. Cosa hai? Cosa ti rattrista?
-… niente… e che volevo decidere io cosa dare e a chi…
-E perché?
-Perché mi piace…
-E non trovi, molto ma molto più divertente, che tutti abbiano dei regali che non ammettono confronto?
-Potrebbe sembrare che non pensiamo ad ognuno e che vogliamo generalizzare… è più facile no?
-Questo non ci riguarda, noi stiamo regalando quello che piace a noi… Stiamo giocando a regalare. Il giorno che vorremo personalizzare regaliamo soldi e ognuno si compra quello che vuole!
-Papà! Sembri egoista!
-Tesoro, faccio ciò che desidero… Prova a farlo presto anche tu… non ho molto tempo per insegnartelo.
-Ma che dici!
-Hai ragione… che importa del tempo! Come diceva mio amico Juarroz: “Mi manca del tempo ma, m’avanza l’eternità”. Lo disse come fosse una confidenza, poi, aprì le braccia invitandomi a stringermi a lui; in quel gesto m’insegnò a recuperare il corpo quando qualcosa sembra che lo stia per rompere. Fu l’ultimo Natale insieme.
Ha continuato a farmi un regalo al giorno. Nella solitudine che regna tra il suo regno ed il mio, lui m’allunga un segno. Quello che lui desidera darmi. Io accolgo.

-Inaccettabile? Hai paura di dover ricambiare?
-Sono obbligato a ricambiare.
-Obbligato?
-E’ parte del codice delle buone maniere.
-E’ parte della mancanza di allenamento.
-Allenamento?
-Al piacere.
-Piacere?
-Quello di vedere gli occhi e le mani di qualcuno nell’atto di svelare un sentimento fatto materia.
-Allora mia cara, adornati con un fiocco rosso e tanta carta da regalo perché tu sei il regalo che preferisco.
Lei non riuscì a parlare. La sua spavalderia quasi maschile cadde ai piedi dell’uomo. Restò fedele al sentimento di sorpresa misto imbarazzo. Sorrise abbassando gli occhi, cercava inutilmente una risposta, lui l’aiutò a respirare con un bacio, poi le domandò:
-Il mio fiocco, dove lo vorresti…?

Roma, Inverno. Sembra primavera. I quadri fioriscono. 2010 – Maria A. Listur

To The VERTICAL POETRY of Robert Juarroz

We don’t even have a kingdom.
And the only thing we have
Is not from this world.
But not even of the other one
”.

-It is unacceptable to receive a present each time we meet…!

-Well, The white rose is for grandma.
-No dad! I chose the orange one for her.
-All right, you can give the rose out as you wish but don’t forget that the Bordeaux rose is for you mother.
-…how do I choose the cigars?
-Hand out the box and let everyone choose what they wish.
-Do I have to do the same with the cufflinks?
-And for the scarfs for the ladies as well.
-Who will break the “piñata”? (a ball full of presents which is hung from the ceiling and it’s broke with a hit)
-The smaller child. The one who is in need of pouring out stress.
-And do we have to let them choose those presents too …?
-It won’t be necessary… We have bought presents in equal quantity and quality. What’s wrong? Is there anything that bothers you?
-…nothing…it’s just that I wanted to choose what to give to whom…
-And why is that?
-Because I like doing so…
-And don’t you think, that it would be much more fun, that everybody would have same presents that will not generate confrontation?
-It could seem that we don’t think about each one of them and that we want generalize… it is easier right?
-It doesn’t matter, we are giving out what we like… We are playing at giving presents. The day we will be willing to personalize we will give out money and everyone will buy what he or she want!
-Dad! You seem an egoist!
-Honey, I do what I please… You have to try to do that soon… I don’t have much time to teach you.
-What are you talking about!
-You are right… Who cares about time! As my friend Juarroz used to say: “I need time but, I have the eternity to spare!”. He said it as a confidence, then, he opened his arms inviting me to cuddle in him; in that gesture he taught me how to regain the body when something seems on the verge of breaking it. It was the last Christmas together.
He has kept giving me a present each day. In the solitude that rules between my kingdom and his, he gives me a sign. Whatever he desires to give me. I greet it.

-Unacceptable? Are you afraid you will have to return?
-I am obliged to return.
-Obliged?
-It’s part of the code of good manners.
-It’s part of the lack of practice.
-Practice?
-Pleasure.
-Pleasure?
-That of seeing the eyes and the hands of somebody in the act of revealing a feeling made of matter.
-Well my dear, tomorrow adorn yourself with a red ribbon and a lot of wrapping paper because you are the present that I prefer.
-She couldn’t talk. Her almost manly jauntiness fell at the man’s feet. She kept being faithful to the feeling of surprise mixed to embarrassment. She smiled lowering her eyes, she was pointlessly looking for an answer, he helped her with a kiss, then he asked:
-My ribbon, where do you want it?

Rome, winter. It seems like spring. Paintings are blossoming. 2010 – Maria A. Listur

Tanti auguri a te… Joyeux Anniversaire… Feliz Navidad…/Happy Birthday To You… Joyeux Anniversaire… Feliz Navidad…

Agli occhi degli uomini

-Ma che Vergine Maria sei? Ti si vedevano tutti i capelli rossi!!! Facevi schifo! Urlò mio fratello che ancora non sembrava il figlio di Olaf, il vichingo. Lui, dai suoi spaventosi otto anni, infieriva ancora:
-La Vergine è bassa! E’ piccolina! E’ mora!!! Ti è venuta male!!! Non capisco come ti scelgono per fare la Vergine!

Parrucca tipo Bob Marley.
Occhialini come quelli di John Lennon.
Maglietta e gilet attillati gusto i Queen.
Pantaloni neri di pelle che ricordavano Michael Jackson.
Stivali da guerra fedeli a Che Guevara… L’origine conta!
Così vestita si presentò ad un festeggiamento di compleanno e di Natale. Tutto insieme. Talmente insieme che s’imbarazzò ad andare in modo riconoscibile. Arrivò in orario. Camminò dietro il festeggiato e dietro alcuni dei suoi invitati. Mai si tolse gli occhialini, mai parlò. Si limitò a sorridere abbassando gli occhi e un po’ piegata in avanti come fanno alcuni adolescenti timidi o che soffrono di cifosi… Molleggiata nello spazio, percorse tutta la festa. Con quell’aria maledetta da “il rock sono io” e “che pesantezza…!”. La guardavano molto di meno di quanto la guardano quando non è travestita da uno dei suoi personaggi. Nessuno la riconobbe. Nessuno. Lasciò il luogo soltanto quando vide arrivare un caro amico, complice del travestimento, con un pacchetto da consegnare al festeggiato.
Aveva festeggiato il compleanno ed il Natale ma, come a lei piace, in silenzio.

Con forza, la stessa che la natura diede ai ricci di mio fratello, lui gridando disse:
-Sei una Vergine orribile! E mi vergogno! Tutte le mie compagne mi chiedono perché scelgono sempre te! Perché? Sono io che pago per essere il fratello della Vergine! Ti detesto! Cosa dirò domani a scuola? Che dico?
-Che non me ne frega niente! Che continuerò a fare tutte le Vergini che voglio! Che non avete nemmeno l’immaginazione per pensare ad una Vergine nata in Scozia, tutta rossa e bianca, che mi travesto perché mi annoio e che spero di morire giocando a recitare!

Quando si tolse gli stivali che ricordavano quelli del Che, notò che sotto i pantaloni conservava le calze a rete nere; sulle unghie smalto rosso bordeaux. Guardò con attenzione i piedi bianchi quanto il latte, sembravano dei quadri. Il riflesso di lei sullo specchio la fece ridere come ridono i bambini tra di loro. Poi, il ricordo di Werner Heisenberg la portò verso la scrittura:
“Spessissimo si dice che il debole soccombe e solo il forte si afferma vittorioso nella lotta per l’esistenza. Sarà anche vero. Ma che cos’è la forza? In musica i passi dal suono più forte spesso non sono quelli in cui tutta l’orchestra riempie di suoni lo spazio, ma le battute in cui un solo violino canta pianissimo una melodia. Per questo adesso si devono riunire coloro che conoscono ancora la rosa bianca o sanno avvertire il suono della corda d’argento”.

Roma, la pioggia accompagna il Natale, libera i miei colori. 2010 – Maria A. Listur

Happy Birthday To You… Joyeux Anniversaire… Feliz Navidad…

To men’s eyes

-What kind of Virgin Mary are you? Your hairs are all red!!! You sucked! My brother yelled when yet he didn’t look like Olaf, the Viking. He, from his terrible eight years, was still raging:
-The Virgin is short! Small! She is a brunette!!! You did it wrong!!! I can’t understand why they have picked you as the Virgin!

A wig like Bob Marley.
Glasses like John Lennon’s.
T shirt and gilet like Queen’s.
Black pants that resembled Michael Jackson’s.
Army boots like Che Guevara’s… The origin does count!
Dressed like that she went to a celebration of a birthday and Christmas. All together. So together that she was embarrassed of going recognizable. She arrived on time. Walked behind the birthday man and behind some of his guests. She never took her glasses off, never spoke. She just smiled lowering her eyes and a little bit bent forward as some shy youngsters do or they are because of kyphosis… Springy stepping in to space, she walked through the whole party. With that air of damnation that said “ I am rock and roll” or “ everything is so heavy…!” People were looking at her much lesser than when she is not dressed up in one of her characters. No one recognized her. No one. She left the place only after seeing his dear friend arriving, partner in crime, with a package to be given to the party man.
She had already celebrated the birthday and Christmas as she liked, in quietness.

Strongly, the same strength that nature had given to the curls of my brother’s hair, he said screaming:
-You are a horrible Virgin! I am ashamed! All my girl classmates keep asking me why they always choose you! Why? I am the one who is paying for being the brother of the Virgin! I hate you! What am I going to say tomorrow at school? What?
-That I don’t give a damn! That I’ll keeping doing all the Virgins that I want! That you don’t have enough imagination to think about a Virgin born in Scotland, all red and white, that I dress up because I get bored and that I hope to die playing to perform!

When she took off the boots that resembled Che’s, she noticed that under her pants she was wearing the fishnet stockings; on her nails reddish purple nail polish. She looked at her white feet like milk, they seemed a painting. The reflex of her on the mirror made her laugh as the children do among them. Then the memory of Werner Heisenberg brought her towards writing:
It is often said that the weak succumbs and only the strong affirms him winning on the struggle for the existence. It might be true. But what is strength? In music the steps with the stronger sound often are not those in which the whole orchestra fills the space with sounds, but the beat in which a single violin sings pianissimo a melody. For this now is the time to re unite those who know the white rose or can perceive the sound of the silver chord

Rome, rain accompanies Christmas, frees my colors. 2010 – Maria A. Listur

La funzione della bellezza, soltanto la mia./The Function of Beauty, Only Mine.

Alle mani dei miei genitori.

-Ti manca qualcosa?
-… La verità?
-Preferisco.
-… Bagno di perle grigie, sali d’Okinawa, spugna marina, lo shampoo al limone, l’olio d’Argan, il balsamo alla menta, l’olio essenziale di rosmarino, il borotalco di polvere di riso, il…
-Stai scherzando…

Fu mia madre dopo il ventre di mia madre,
quando ancora non sapevo che si potesse elaborare una sensazione a parole.
Soave.
Poi fu il tempo in cui la interposi tra me e la pesantezza necessaria al freddo.
Abita con me da sempre, tra me e il mondo.
E’ stata l’altro mio imene la prima notte della luna di miele;
la prima sacca del mondo – dopo l’aria – per il mio bambino.
E’ uno dei miei segni, la mia maestra della grazia, la mia metafora, la mia guida,
la curva fisica del suono, la mia gioia, il mio raccoglitore di lacrime.
E’ lo spazio dove amo scrivere e dipingere, dove dormo, sulla quale mi sveglio.
E’ il mio inconsapevole ricordo d’arrivo nel/al mondo, anche meritato: seta.

-Non sto scherzando, trovi tutto nel mio bagno…
-Ma il tuo bagno si trova a due ore d’aereo!
-Mi hai chiesto se mi manca qualcosa non se posso comunque fare il bagno.
-Mi correggo: manca qualcosa da mettere nella vasca?
-Sì.
-Cosa?
-Noi due.
Facciamo l’idromassaggio con il sale da cucina. Mentre mi rilasso nell’acqua calda, che mi protegge dai sottozero di fuori, ricordo che la pratica della bellezza è un’arte che mi hanno insegnato mia madre e mio padre. Senza parole. Li ho semplicemente visti, tutti i giorni della loro vita, curare il corpo come curavano un piatto, il giardino, il vestito. Li ho scoperti tenere in considerazione un libro quanto la levigatezza delle loro bellissime mani; un bacio quanto l’odio.
Insieme al suono dell’acqua rimembro un detto, arriva con la memoria della voce di mio padre. Lo ripeteva sussurrando quando si trovava davanti qualcuno che non solo era ingrato verso la bellezza ma che neanche riconosceva il lavoro e la dedizione che la sua pratica implicano: “Un maiale cresciuto nella merda, quando vede del mais, non mangia, semplicemente si spaventa…”

Roma, eclisse di luna, luna rossa. La mia luna. 2010 – Maria A. Listur

The Function of Beauty, Only Mine.

To my parents’ hands

-Do you need anything?
-… The truth?
-Please.
-… A bath of grey pearls, Okinawa’s salt, a sea sponge, the lemon shampoo, the Argan oil, the mint conditioner, the essential rosemary oil, the rice powder talcum, the…
-You are joking…

It has been my mother after my mother’s belly,
When I didn’t know that it was possible to elaborate a sensation in words.
Suave.
Then there was a time in which I interposed it between me and the necessary heaviness to cold.
It lives with me since ever, between the world and me.
It has been my other hymen the first night of the honey moon;
The first sack of the world – after the air – for my son.
It is one of my signs, my master of grace, my metaphor, my guide,
The physic curb of sound, my joy, my gatherer of tears.
It is the space where I like to write and paint, where I sleep, on which I wake.
It is my unconscious memory of arrival in/to the world, even if earned: silk.

-I am not kidding, you can find everything in my bathroom…
-But your bathroom is two hours flight from here!
-You have asked me if I needed something not if I could have nevertheless a bath.
-I’ll rephrase: Do you need anything to put in the bathtub?
-Yes.
-What?
-Us two.
We have the hydro massage with kitchen salt. While relaxing in the hot water, which is protecting me from the below-zero of outside, I remembered that the practice of beauty is an art that my mother and my father have taught me. With no words. I have simply seen them, everyday of their life, caring the body as they took care of a plate, the garden, the dressing. I have seen them taking care of a book as much as the smoothness of their beautiful hands; a kiss as well as hatred. Together with the sound of water I remember a saying, it arrives with the memory of the voice of my father. He used to repeat it when he found himself in front of somebody who was not only ungrateful to beauty but didn’t even recognize the work and devotion that its practice requires: “A pig raised in shit, when he sees corn, doesn’t eat, simply gets scared…

Roma, lunar eclipse, red moon. My moon. 2010 – Maria A. Listur

L’altro lato del letto/The Other Side of The Bed

Alla lontananza

“Il codice fondamentale dell’eros, dell’amore e dell’attrazione, che sono leggi dell’anima erotica, è l’estraneità. Sì proprio l’estraneità, cioè lo stato di non sapere e di oscurità dell’Io”. Raffaele Morelli

Lui: Quando?
Lei: Ora.
Lui: Dove?
Lei: Qui.
Lui: Come?
Lei: Ci penso io.
Lui: Con la mia collaborazione.
Lei: Anche con la tua immobilità.
Lui la lasciò fare. Poi pensò: ecco una che ti legge il futuro nelle mutande. Una chiromante dell’intimo. Sotto la pelle ha il napalm, è un ordigno termonucleare. Allora quel segno sulla spalla destra non era un tatuaggio… era il marchio dell’elica nera su campo giallo “pericolo radiazioni”!

-Ora non abbiamo scuse… Mi dici come ti chiami?
-No.
-Perché?
-Perché mi piacerebbe essere ricordata come “quella senza nome”.
-E non vuoi sapere il mio?
-No.
-Allora anche tu mi ricorderai come “il senza nome…”
-Io non chiedo mai i nomi. Non li voglio sapere! Sei un altro “senza nome”.
-Grazie… Tu invece sei la mia unica donna sconosciuta.
-Sì? Questo perché tu credi che sapere il nome di tua moglie ti consenta di conoscerla…
-Oltre ad essere una sconosciuta sei anche un po’… stronza?
-E tu sei anche un po’… comune?
Lui si alzò stizzito per andare in bagno. Al ritorno in stanza lei non c’era più. Lui, come un bambino in una stanza svuotata dai giochi, si chiese: non sarebbe stato meglio continuare ad avere la fantasia di scoparsi una suora che farla realtà?

Dopo un’immersione nelle risate.
Dopo un sonno invadente che si scansò grazie alle bocche.
Dopo un viaggio dentro tutto quello che del corpo è acqua.
Prima di cedere al sonno sospeso.
Lui, ad occhi ancora chiusi, esclamò:
-Però!

Roma, arriva un calore umido che ci sottrae il senso del tempo, ci costella. 2010 – Maria A. Listur

The Other Side of The Bed

To the distance

The fundamental code for Eros, of love and of attraction, which are laws of the erotic soul, is non involvement. Yes non involvement, meaning the state of not knowing and of obfuscation of himself”. Raffaele Morelli

He: When?
She: Now.
He: Where?
She: Here.
He: How?
She: I will take care of it.
He: With my collaboration.
She: With your immobility as well.
He let her do her thing. Then he thought: here it is a woman that can read your future in your underwear. A fortuneteller of the intimacy. She has napalm under the skin, she is a thermo nuclear device. The sign on her right shoulder wasn’t a tattoo… it was the brand of the black propeller on a yellow field “caution radioactive”!

-Now we have no excuses… Can you tell me your name?
-No.
-Why?
-Because I would like to be remembered as “the one we no name”.
-Don’t you want to know mine?
-No.
-Then you will remember me as “ the nameless…”
-I never ask names. I don’t want to now them! You are another “nameless”.
-Thank you… you instead are my one and only “strange woman”.
-Really? That’s because you believe that knowing the name of your wife allows you to know her…
-Besides being a stranger you are also a ‘bit … of an asshole?
-And you are also a ‘bit… common?
He stood up angry to go to the bathroom. Coming back in the room she wasn’t there. He, as a child in a room emptied by the toys, asked himself: shouldn’t have been better to keep having the fantasy of fucking a nun instead of making it real?

After a dive in laughter.
After an invading sleepiness that moved away thanks to mouths.
After a trip inside all that in the body is water.
Before giving in to the suspended sleepiness.
He, with his eyes still closed, exclaimed:
-Fascinating!

Rome, a humid warmness is arriving subtracting the sense of time. It fills us. 2010 – Maria A. Listur

Giardini/Gardens

Alle mani di M.B.

Una volta ogni tanto, anche spesso, visito un posto che è fatto di “Pongo”. Cammino su una terra di colori siliconati estesi dalla mano d’un uomo che accompagna la figlia nella creazione di animali che riflettono l’arcobaleno. Non riesco mai a visitare il parco totalmente perché la bambina lo ricrea in continuazione.
Oggi ho visitato la parte dove i lampioni sono più piccoli dei funghi e gli uomini hanno i piedi tutt’uno con la terra.

-Ho bisogno del mare.
-Capisco.
-A te non manca il blu delle spiagge, del cielo aperto?
-No.
-Non vorresti stare in mezzo alla natura?
-Sono immersa nella natura. Un’altra natura.
-Ah! Perché Rue de Monmartre è la natura!!!
-Io sono la natura.
-Certo! E sei anche il blu!
-Il blu è dentro di me.
-E anche tutti gli altri colori, vero?
-Un arcobaleno!
-Ti rendi conto che così ti stai allontanando da me?
-Io mi rendo soltanto conto che non si può allontanare ciò che abita dentro di noi.
-Sto parlando di distanza!
-Sto parlando di esperienza.
“Ho dentro di me ogni colore che mi ha sfiorato”, pensò mentre preparava le valigie.

Mentre passeggiavo sotto un fungo gigante ho chiesto al padre:
-Come mai i funghi sono più grandi dei lampioni?
-Me lo chiede anche mia figlia.
-Ah, credevo fossero stati fatti da lei.
-No… Alcuni elementi li ho fatti io.
-E come le spieghi queste misure e prospettive così speciali?
-Beh… i lampioni li stiamo guardando da lontano mentre il fungo è a dimensione reale perché lo guardiamo da vicino.
Sono esplosa in una risata insieme a lui.
Poi, abbiamo guardato in silenzio i “Pongo” della figlia, tutti proporzionati.
Immaginai le manine di lei costruire animali che proteggono il mio passaggio dalla vita che osserva alla vita che dipinge ancora con quelle manine; che si rivede sotto l’ombra di un uomo padre mentre crea musica con i colori. Chiusi gli occhi per riportare Frida Kahlo alla memoria: “A tutti sto scrivendo con i miei occhi”.

Roma, incomincia un freddo che scalda spazi vuoti. 2010 – Maria A. Listur

Gardens
To the hands of M.B.

Every once in a while, often, I visit a place that is made of Plasticine. I walk on a land of siliconized colors extended by the hand of a man who accompanies her child in the creation of animals whom reflects the rainbow. I never have the chance to visit entirely the park because the girl recreates it continuously.
Today I visited the part where the street lamps are smaller than the mushroom and men have their feet all one with the ground.

-I need the sea.
-I understand.
-Don’t you miss the blue of the beaches, of the open sky?
-No.
-Don’t you want to be in the middle of nature?
-I am in nature. Another nature.
-Ah! Well do you think that Rue de Montmartre is nature!!!
-I am nature.
-Of course! And you are also blue!
-Blue is inside me.
-And all the other colors too, right?
-A rainbow!
-Do you understand that you are pulling away from me?
-I do understand that it cannot be possible to pull away what lives inside us.
-I am talking about distance!
-I am talking about experience.
“ I have in me each colour that has touch me lightly”, she thought while preparing the luggage.

While strolling under a gigantic mushroom I have asked to the father:
-Why are the mushroom bigger than the street lights?
-My daughter also asks me this.
-Ah, I thought she made them.
-No… I did some elements.
-And how do you explain this measurements and perspectives so specials?
-Well… we are watching the street lights from far and the mushroom instead is in real dimensions because we see it closer.
I bursted into a laugh together with him.
Then, we watch the Plasticine of the daughter in silence, all proportioned.
I imagined her small hands creating animals that protect my passage from life that observes to life that paints again with those hands; that sees herself again under the shadow of a man father while he creates music with colours. I closed my eyes to resemble Frida Kahlo to memory: “I am writing to all of you with my eyes”.

Rome, a coldness that warms empty spaces starts. 2010 – Maria A. Listur

Luce con ombra/Light With Shadow

Al pensiero di Luce Irigaray

Tra le mani un ago, il filo è beige come la pelle, la seta scivola tra le dita.
All’udito Kathleen Ferrier “Qui sedes Messa in Si m” di J. S. Bach. La luce ocra fa risaltare la dolcezza dei chiaroscuri. Fuori piove. Il cielo ha fatto cadere la notte quando ancora è giorno, dietro le nuvole. Lei alza gli occhi, s’appoggia allo schienale della sedia e guarda verso la portafinestra. Da fuori un uomo la chiama, la invita ad uscire, ad andare verso il giardino. Lei si alza e mentre cammina desiderosa d’aria, ricorda:
“Essere due permetterebbe il restare in sé. Il raccoglimento, la salvaguardia che non trattiene, la presenza che rimane libera da vincoli: né mio né tua ma viventi e respiranti l’una con l’altro. Rinuncia a possederti per lasciarti essere, anche in me”.

Ha coltivato tutti fiori possibili sul balcone. E’ arrivata l’ora di tagliarli. Chiedo:
-Porterai tutti i fiori da lei?
-Certo.
-Ma i vasi sono soltanto due. Avanzeranno.
Lei taglia tutto e riempie undici ceste. Sulla macchina mi sorprende con un cd di chitarra argentina: Luis Salinas. Percorriamo la strada che ci porta ad un cimitero piccolo vicino a Roma; la voce di Salinas canta “Cuenta conmigo”. Arriviamo. Riempiamo i due vasi sulla tomba ed incominciamo ad adornare le tombe senza fiori.
-Bello. Dice.
-Generoso. Rispondo.
Un pensiero illumina la strada del ritorno:
“Guardare l’altro, rispettare l’invisibile in lui, apre un vuoto nero o abbagliante nell’universo. A partire da questo limite dell’inappropriabile dal mio sguardo, si ricrea il mondo. Io lo abito, ma non è mia tutta la sua verità, e per questo rimane sensibile e vivente, perché non mi è totalmente conosciuto. Sospendere il giudizio lascia così essere”.

-Veramente verresti fino a Berlino per vedermi un’ora in aeroporto.
-Certo. Se sapessi che non ti sentirai invaso.
-Grazie mamma.
Mentre attraversa una parte del freddo continente si lascia sostenere da un’affermazione:
“Ho voluto salire verso la gioia, arrampicarmi fin là, attraversare le nuvole, respingere le ombre, rifiutare il dubbio. E ancora: abbandonare ciò che trattiene, alleggerire il corpo, lasciare le braccia libere, aeree. Dedicarmi al pensiero, ridere in lui, con lui, nell’amore divenuto felicità”.

Roma, che t’innalzi dal rumore diventando musica. 2010 – Maria A. Listur

Light With Shadow

To the Thought of Luce Irigaray

In the hands a needle, the thread is beige like the skin, the silk slips between the fingers.
At her ears Kathleen Ferrier “Qui sedes Messa in Si m” by J.S.Bach. The ochre light makes the sweetness of chiaroscuros stands out. Outside is raining. The sky made the night fall when it is still day, behind the clouds. She raises her glance, leans on the backrest of the chair and watches outside the French window.
Outside a man is calling her, asking her to go out, to go towards the garden. She stands and while walking craving for air, remembers:
To be two would allow remaining in oneself. The concentration, the safeguard that doesn’t hold back, the presence that remains free of bonds: neither mine nor yours but living and breathing one with the other. Giving up in possessing you to let you be, even in me”.

She has gardened all the possible flowers on the balcony. The time to chop them off is here. I ask:
-Will you carry all the flowers to her?
-Of course.
-But there are only two vases. But some will be left over.
She cuts everything and fills eleven baskets. On the car she surprises me with an Argentinean guitar cd: Luis Salinas. We travel on the road that leads us to a small graveyard near Rome; the voice of Luis Salinas sings “Cuenta conmigo”. We arrive. We fill the two vases on the grave and start to adorn the graves with no flowers.
-Nice. She says.
-Generous. I reply.
A thought enlightens the way back:
To look at the other, to respect the invisible in him, opens a black or dazzling emptiness in the universe. Starting from this limit of the in appropriable from my glance, the world is recreated. I live in it, but its whole truth is not mine, and for this it remains sensible and living, for it’s not totally understood by me. To suspend judgment lets therefore be ”.

-Would you really come all the way to Berlin just to see me for one hour in the airport?
-Of course. If I knew you wouldn’t feel invaded.
-Thank you mom.
While crossing a cold part of the continent she lets being sustain by an affirmation:
I decide to climb towards joy, climb until there, cross the clouds, beat off the shadows, reject the doubt. And more: let go what holds back, unburden the body, let the arms free, aerial. Dedicate myself to thinking, laugh in it, with it, in the love changed into happiness”.

Rome, may you raise from noise becoming music. 2010 – Maria A. Listur

Ritemprare/Restore

Mentre l’abbraccio lei disse:
-Mi farai piangere.
La stringo ancora e mi rendo conto che la sua morbidezza mi ricorda sua madre. Non glielo dico. La bacio. Le offro del tè.
Resto con la soavità del ricordo tra le braccia.

-Ho tanto bisogno di toccarti.
-Anche io.
-Ci sono dei giorni in cui mi è sufficiente la tua voce.
-Anche a me.
-Altri giorni, quando incomincia il freddo, il ricordo delle nostre risate, non riempie la casa.
-Pensa a me; questa mia casa non ti conosce ancora.
-Sai che faccio quando dimentico il tuo profumo?
-Che fai?
-Taglio fette di limone e le odoro.
-Riesci sempre a farmi ridere.
-Non lo trovo divertente.
-Lo è per me.
-E triste invece sentire il tuo profumo di limone e non averti qui.
-Scusa mamma.
-A domani.
-A domani.

Mentre gustiamo del tè che viene dal Tibet, lei dice:
-Sento molto presente mia madre.
Vorrei domandarle se la sente presente in questo momento; non glielo chiedo. Passiamo del tempo a parlare di quelle cose che a tutte e due ci creano delle perplessità, che riusciamo ad osservare attraversando un grande senso d’inadeguatezza per poi comunque integrarle ridendo.
Finiamo il tè quando cade il sole.
Io rimango accompagnata dalla soavità dell’abbraccio suo, tangibile, presente e da quello di sua madre, intangibile, lieve.
Nella notte, un pensiero di H. Hesse mi sveglia: “Ogni riconoscere è ricreare”. Mi riaddormento mentre la delicatezza degli abbracci assenti si fa gioia, forza, sostegno. Creatività.

Roma, sembra primavera, sembra un autunno di Mendoza. 2010 -Maria A. Listur

Restore

While I am hugging her she said:
-You will make me cry.
I hug her more and realize that her softness reminds me her mother. I don’t tell her. I kiss her. I offer her some tea.
I remain with the softness of the memory in her arms.

-I really need to touch you.
-Me too.
-There are some days in which your voice is enough for me.
-For me too.
-Some other days, when the cold weather starts, the memory of our laughs doesn’t fill the house.
-Think about me; this house of mine doesn’t know you yet.
-Do you know what I do when I forget your scent?
-What do you do?
-I cut some slices of lemon and smell them.
-You always make me laugh.
-It isn’t funny.
-It is for me.
-It is sad instead to smell your scent of lemon and not having you here.
-Sorry mom.
-Talk to you tomorrow.
-Talk to you tomorrow.

While tasting the tea that comes from Tibet, she says:
-I feel my mother very present.
I would like to ask her if she fells her in this moment; I don’t ask. We spend sometime talking about those things that create in both of us some perplexities, that we manage to observe going through a great sense of inadequacy to integrate them laughing.
We finish our tea when the sun sets.
I keep being accompanied by the tenderness of her, tangible, present embrace and of her mother, intangible, delicate.
In the night a thought of H. Hesse wakes me: “Each recognition is creation”. I fall asleep again while the delicacy of the absent embraces becomes joy, strength, support. Creativity.

Rome, seems like spring, seems like an autumn in Mendoza. 2010 – Maria A. Listur

“La musica scava il cielo”/ “The Music Digs the Sky”

Charles Baudelaire

-Buona domenica.
-Buona domenica.
-Cos’è questo profumo?
-Croissant al forno con della fontina.
-… e caffè.
-… e latte. Abbiamo anche del tè se preferisci.
-Preferisco del tè.
-Con un tango?
-Con Bach. Hai delle invenzioni? La 14 / BWV 785?
-Questa non è una domanda. Rübsam al piano?
-Sì!

-Dai, ringrazia sinceramente!
-Mamma!
-Ringrazia!
Io ringrazio in silenzio. Lei domanda:
-L’hai fatto col cuore o perché te l’ho chiesto io?
-Credo che col cuore.
-Come “credo che col cuore”? Urla lei arrabbiata per la mia noia teatrale.
-Mamma! Come si fa a ringraziare una casa, una casa che non è nemmeno la nostra, che è orribile anche se è di tua sorella, che detesto!!! Rispondo io urlando. Cammino concitata per la casa, con tutta la forza dei miei dodici anni. Ho tutti i vizi di una bambina che si sente alta quanto la mamma e più brillante della sua mamma. Sposto l’aria con i capelli al vento, riuniti in una coda lunga e rossa che arriva al punto vita. I miei capelli sono, per mia madre, il prodotto magnifico della sua creazione, la maniglia perfetta per riportarmi fisicamente a sé. Me li prende al volo per avvicinare il mio orecchio alla sua bocca, mi parla con quella sua voce che sussurrando urla:
-Ringrazia ogni posto dove appoggi il tuo culo semplicemente perché hai avuto la possibilità di essere protetta da un tetto. Un giorno ringrazierai le magie che si fanno tra le pareti. Da vecchia tornerai in quelle case per recuperare l’unica cosa che scalda senza fuoco: la memoria!

-Perché Bach?
-Perché è la musica.
-Per te.
-Sì, e per la gratitudine.
-Cosa vuoi dire?
-Io sento che Bach ringrazia. E’ soggettivo, come ogni cosa ma, sento che la sua musica sia la più vicina al senso del ringraziamento.
-Allora, nella 14, cosa ringrazia secondo te?
-Per me ringrazia qualcosa che non riesco a dire con le parole.
Rimase, in silenzio, accanto a me, per un tempo lungo duecento pause. Poi si alzò, portò della frutta che posò sul cuscino accanto. Inaugurò la colazione in giardino col far risuonare l’acqua del tè sulla porcellana della tazza, sorrise complice del suono. Tra gli alberi, il vento. Il silenzio fu attraversato dalla sua voce:
-Mi fai felice se rimani a pranzo. E se desideri ascoltarmi ringraziare, scegli come esprimere, per me, la tua visione della gratitudine di Bach nella quattordicesima invenzione.
Dopo pranzo, sul giardino, tra tempere e acrilici, permeata dal suono che dal suo pianoforte arrivava, ricordai Hugo von Hoffmastahl: “Il genio crea l’armonia tra il mondo in cui vive e il mondo che vive in lui”.

Val-d’Oise, il sole trafigge l’abbazia di Royeumont, la luce fresca rinnova la pelle, la musica guida. 2010 – Maria A. Listur

“The Music Digs the Sky”

Charles Baudelaire

-Good Sunday.
-Good Sunday.
-What’s this smell?
-Oven baked croissant with some Fontina cheese.
-… and coffee.
-… and milk. We also have tea if you prefer.
-I prefer tea.
-With a tango?
-With Bach. Do you have some inventions? The 14 / BWV 785?
-This is not a question. Rübsam on the piano?
-Yes!

-Come on, be sincerely grateful.
-Mom!
-Be thankful!
I thank quietly. She asks:
-Have you done it from the heart or because I have asked you to?
-From the heart I think.
-What do you mean “from the heart I think”? She yells disappointed at my theatrical boredom.
-Mom! How do we thank a house, a house that is not even ours, that is terrible even if it is of your sister, whom I hate! I replied screaming. I am walking agitated across the house, with the whole strength of my twelve years. I have all the vices of a child who feels tall as the mother and more brilliant of her mother. I move the air with my hairs, tied up in a long ponytail, which reaches the waist line. My hairs are, for my mother, the magnificent product of her creation, the perfect handle to grab me and pull me back physically to her. She grabs me in mid-air to draw my ear near her mouth, she speaks in a very low voice which muttering screams:
-You have to thank each place where you lay your ass simply because you have had the chance to be protected by a roof. One day you will thank the magic that are carried on between walls. When you will be older you will go back to retrieve the only thing that warms up without fire: memory!

-Why Bach?
-Because it is music.
-For you.
-Yes, and for gratitude.
-What do you mean?
-I feel as Bach is thanking. It’s subjective, as everything but, I feel that his music is the closest one to the sense of gratitude.
-Well, in the 14, what in your opinion is he thanking?
-In my opinion he thanks something that I can’t explain in words.
He remained, quiet, next to me, for a time two hundred rests long. Afterwards he stood up, brought some fruit that he put on the pillow nearby. He inaugurated breakfast with the sound of the water of the tea on the porcelain of the cup, he smiled accomplished with sound. Between the trees, the wind. Silence was run through by his voice:
I am happy if you stay for lunch. And if you wish to hear me thanking, choose how to express, for me, your vision of gratitude of Bach in the fourteenth invention.
After lunch, in the garden, between temperas and acrylics, permeated by the sound that was coming from his piano, I remembered Hugo von Hoffmastahl: “The genius creates harmony between the world where he lives and the world that lives in him”.

Val-d’Oise, the sun runs through Royemount Abbey, the fresh light renovates the skin, the music guides. 2010 – Maria A. Listur

“La mia anima non è solo colmata, ma sommersa”/ “My Soul is not only filled, but overwhelmed”

Ruysbroeck

-La tua gentilezza mi perturba. Anzi, credo tu non sia sincera.

-Come faccio?
-Lascia ogni cosa.
-Papà! Perché?
-Perché sei ricca in ogni senso.
-Non lo trovo giusto.
-Vuoi essere serena, tranquilla, vuoi accrescere la tua creatività?
-Certo!
-Allora non lottare, in nessun modo, per nessun sentimento o cosa… Se vuoi pace, sii molto gentile, dagli tutto ciò che desidera anzi, dagli molto di più di quello che dice di volere.
-Questo serve per adesso o lo devo prendere come regola di vita?
-Ora è sempre. Un giorno diventerà un tuo modo di essere.
-In ogni luogo, con ogni persona?
“Ti appartiene soltanto ciò che hai già dato…” Lo diceva D’Annunzio?
-Ma… dove metto il mio desiderio, la mia rabbia?
-Nella forza che necessita la pratica del silenzio. Non dico che sarà facile, dico che puoi provare.
-Dove metto la mia volontà?
-Usala soltanto per agire ciò che vorresti il mondo fosse, con tutte le contraddizioni che ti provocherà. Un giorno somiglierai a quello che desideravi fossero gli altri. E non avrai problemi ad essere gentile.
-Gentile?
-Sì, con te stessa. Gentile è anche generosa.
-Suona servile.
-Al servizio. Ogni ricchezza deve essere passata. Non ci sono rischi. Devi soltanto abituarti alle lontananze di quelli che non sopportano l’obbligo che genera il disinteresse.
-Si può confondere con indifferenza?
-Disinteresse, come intendo io, vuol dire senza aspettative materiali paritarie. Soltanto gentilezza.
-Buone maniere, educazione?
-Silenzio. Saper partire quando hai dato tutto quello che sei. E ancora rinascere.

-Non mi senti sincera? In cosa?
-Non credo alla tua educazione.
-Neanche io ci credo. Io pratico l’educazione, anche nelle difficoltà e nelle dissociazioni emotive che spesso mi procura.
-Ahhh! allora ti fa incazzare il mio atteggiamento, la mia assenza, il mio linguaggio meno colto del tuo… ma non dici niente… rispondi sempre bene… ti trattieni!
-Allora devo praticare di più…
-Ma vai a cagare!
Una frase di Freud, del “Al di là del principio di piacere” mi sollevò dalla sedia, illuminò il mio sguardo e mi segnalò la via d’uscita:
“Sono “una massa di sostanza irritabile”. Non ho pelle (tranne che per le carezze). Per parodiare Socrate del “Fedro”, parlando d’amore bisognerebbe dire lo Scorticato o non l’Impiumato”.

Roma, sotto una pioggia costante, con l’umidità che risuona tango. 2010 – Maria A. Listur

“My Soul is not only filled, but overwhelmed”

Ruysbroeck

-Your kindness perturbs me. Better, I believe that you are not sincere

-How do I do it?
-Leave everything.
-But why dad?
-Because you are rich in every sense.
-I don’t think it’s fair.
-Do you want to be serene, calm, do you want to grow your creativity?
-Sure!
-Then do not fight, in any way, for no feeling or thing… If you want peace, be very gentle, give him whatever he needs better yet, give him more than he claims he wants.
-Is this for now or do I have to take it as rule for life?
-Now is life. One day it’ll become a way of your being.
-Everywhere with everybody?
-“You owe only what you have already given…” Wasn’t D’Annunzio who said it?
-But… where do I put my desire, my anger?
-In the strength that the practice of silence requires. I am not saying that it will be easy, I think you can try.
-Where do I put my will?
-Use it only to act what you think the world should be, including all the contradictions that this will provoke in you. One day you will look like what you wanted the others to be. And you will not have any problem in being gentle.
-Gentle?
-Yes, with yourself. Gentle and even generous.
-Sounds servile.
-At service. Each richness has to be passed. There are no risks. You only have to get used to distance of those who cannot bear the commitment that unconcern generates.
-Can’t it be confused with disregard?
-Unconcern as I intend it, means with no equal material expectations. Only kindness.
-Good manners, education?
-Silence. To be able to leave when you have given the whole that you are. And reborn again.

-You don’t think I am sincere? In what?
-I don’t believe in your education.
-I don’t believe it either. I practice education, even in difficulties and in emotional dissociations that it often generates.
-Ahhhh! Then my behaving drives you mad, my absence, my language less educated than yours…but you don’t say a thing…You always reply… You are refraining!
-It means I have to practice more…
-Go fuck yourself!
A sentence of Freud, from “Beyond the Principle of Pleasure” lifted me from the chair, illuminated my glance and showed me the exit path:
I am “a mass of irritable mass”. I have no skin (all but for caresses). Parodying Socrates’s Phaedrus, talking about love it should be said the Excoriated or unfeathered”.

Rome, under a constant rain, with the humidity that resounds as tango. 2010 – Maria A. Listur