“Loro sono due che per errore la notte corregge”/“They are two and the night mistakenly resolves them”

Eduardo Galeano

-Pronto.
-Buongiorno Signora.
-Buongiorno.
-Una persona ha lasciato un regalo per Lei.
-Le ha detto chi è?
-No Signora.
-Glielo faccio arrivare ora o preferisce più tardi?
-Ora.

-Ancora non riesci a sapere chi è che te li regala?
-Sono trent’anni che me l’invia e non riesco ad avere neanche un sospettato…
-Il fioraio!
-No! Quale fioraio? Poi… il ragazzo che li porta sta invecchiando senza aprire bocca! Si vede che lo pagano molto bene…
-Lo zio non si è mai arrabbiato?
-Figurati! Mi detesta… Quando entra in casa e li vede, dice: Ancora credi che queste cazzate mi facciano diventare geloso…? E si chiude in studio.
Una lettera arrivò dalle mani del fioraio con un ultimo mazzo di fiori dopo quindici giorni dalla morte dello zio:
“Amore, unico, mia Signora:
Vero che i fiori ti mancano più di me?
Beh, siamo stati la stessa cosa…
Ti aspetto tesoro.
Il tuo fiore preferito,
Santiago, tuo Signore”.

Lei visse per altri cinque anni.
Tutte le settimane comprava dei fiori identici a quelli che le inviò lo zio Santiago per quarant’anni. Le chiesi:
-Ti fanno sentire un po’ meno l’assenza?
-No! No! Recupero quello che non ho saputo svelare, recupero un uomo. Nuovo.

Bussano. Sono curiosa del regalo, apro velocemente. Davanti a me un uomo orientale con un enorme zaino. Non mi attraggono gli uomini con gli occhi a mandorla, i capelli nerissimi e lisci, la pelle vitrea ed i vestiti bianchi, penso. Mi chiedo perché sto pensando questo. Non confondo mai un giapponese con un cinese, mi dico. Mi rendo conto che si tratta di un giapponese stranamente alto! Questo si che è una novità, aggiunge la mia mente famelica. Ci guardiamo per un po’. M’impongo di tacere. Mi sento più zen di lui ma in realtà si tratta soltanto di superbia. Lui interrompe il mio flusso di falso silenzio e dice:
-Il regalo sono io.
Gli chiudo la porta in faccia. Ribussa. Riapro.
-Sono un massaggiatore artistico.
-Ed io una geisha in pensione! Mi faccia il piacere! Richiudo. Ribussa. Riapro.
-Signora, chi mi manda, non mi perdonerà che perlomeno non le abbia spiegato.
-Si spieghi. Mi appoggio sgarbatamente sullo stipite della porta.
-Glielo posso spiegare in camera?
-Prego. Lo faccio entrare e lo invito a sedersi sul divano di fronte alla finestra da dove si vede il mare dietro una delicata pioggia invernale. Ma perché sono così gentile? Mi chiedo col mio solito spirito di ricerca ossessiva. Lui interrompe il mio pensiero:
-Il mio massaggio consiste in un tatuaggio di tutto il corpo con dei piccoli pennelli di seta ma, al posto dell’inchiostro uso l’olio. La persona che mi ha inviato lo ha provato e desidera farvene dono, è un mio cliente da anni… Ho il suo biglietto.
-Me lo faccia vedere. Chiedo ancora, in piena cavalcata di curiosità.
-Non posso, glielo devo scrivere sul corpo.
Il silenzio della parola da spazio al fuoco del “sapere con il corpo” che guida ogni mio gesto. Brucio viva! Da dentro. Decido:
-Va bene. Mi massaggi.
-Gradisco che prima della scrittura lei passi sotto l’acqua calda e non si asciughi.
Mi sveglio dopo due ore. Il signore giapponese si riposa accanto a me.
Sotto un velo di seta – che contiene la mia pelle bagnata con l’olio al gelsomino – sorrido nella gratitudine, mi sento una grande pagina di chi mi conosce appena e mi conosce comunque molto bene.
Quando anche lui riapre gli occhi, dice:
-Si giri, devo firmare il biglietto.

Ascoli Piceno, gli archi ed il vino fanno sorridere il marmo. 2011 – Maria A. Listur

They are two and the night mistakenly resolves them

Eduardo Galeno

-Good morning madam.
-Good morning.
-A person has left a present for you.
-Did he tell you who he was?
-No Madame.
-Would you like to have it now or would you prefer later?
-Now.

You still have no idea of who sends them to you?
-It’s been thirty years since he sends them to me and I can’t know who this is?
-The florist!
-No! What florist? they don’t come with a reference card and the boy who brings them is getting older without opening his mouth. It’s probably because he’s well paid…
-And Uncle never got upset!
-In the beginning, then… imagine! He hates me… When he comes home and sees the flowers he says to me: “Do you think that these bullshits make me jealous…?” And closes himself in the studio.
A small letter arrived from the florist hands with a last bouquet after fifteen days from uncle’s death:
“Love, Unique, my lady:
Is it true that you miss the flowers more than me?
Well, we have been the same thing…
I will be waiting for you.
Your favourite flower,
Santiago”
She lived for five years more. Every week she bought flowers identical to the one that Santiago had sent her for forty years. I asked:
-Why do you keep buying them? To feel the absence less?
-No… To retrieve what of him I never believed he was.

Somebody knocks on the door of the hotel. I am curious about the present. At the door an oriental man with a huge backpack. I don’t feel attracted by men with almond-shaped eyes, the hairs black and straight, the skin like glass and white clothes, I am thinking. Then, I think why am I thinking about this. In the end I realize that he is a Japanese man (I never mistake a Japanese from a Chinese, I am telling myself) tall! That is indeed something new, my mind adds willing to know what goods he brought. We look at each other for a while. I am shutting up forcing myself. I feel more Zen than him but in reality it is just pride, and it is mine. He interrupts my stream of fake quietness and says:
-I am the present.
I slam the door on his face. He knocks again. I open.
-I am an artistic masseuse.
-And I am retired geisha. I slam the door again. He knocks again.
-Madame, who sends me will not forgive me if I don’t at least explain to you.
-Explain yourself. I lean rudely on the doorjamb.
-I can explain to you in the room.
-Please. I let him in and invite him to sit on the sofa in front of the window where the sea can be seen behind a delicate winter rain.
-My massage consists on a tattoo of the whole body using small silk brushes and instead of ink I use oil. The person who has sent me tried it and desires to present it to you, he has been my client since long… I also have a card.
-Show it to me. I asked all bursting with curiosity.
-I can’t, I have to write it on your body.
-Very well. Massage me.
-I would like you to get wet with hot water before writing and do not dry yourself.
I woke up two hours later. The Japanese man was sleeping next to me. I was under a silk veil that contained the jasmine oil of my skin I was smiling of gratitude for being a page of a person who knew me little and knew me so well nevertheless. When he also opened his eyes, he said:
-Turn around, I have to sign the card.

Ascoli Piceno, the arches and the wine make the marble smile. 2011 – Maria A. Listur

Oltraggio al rumore/Outrage to Rumour

Silenzio

-Ti ho chiamato più volte.
-Non ero a Parigi.
-Ti ho chiamato anche a Roma.
-La mia segreteria telefonica cancella i messaggi quando si stacca la luce.
-E la posta elettronica?
-Non ho ricevuto niente.
-Mi puoi dare il numero del tuo telefono cellulare?
-Non posso.
-Sarebbe meglio che tu mi dicessi che non vuoi che ti cerchi?
-Ti mentirei.
-Allora perché non vuoi darmi il numero del cellulare?
-Perché lo dimentico spesso. Tu lo sai bene.
-E’ stata una coincidenza.
-Per andarlo a riprendere ci ho messo una settimana. Anche questo sarebbe una coincidenza?
-No, un disguido.
-No, una scelta di chi ama il silenzio e la comunicazione senza apparecchi elettronici.
-Imparo a fare i segnali col fumo?
-No, possiamo creare degli appuntamenti ogni volta che ci vediamo.
-Dimmi il prossimo.
-9 Febbraio, ore 17, alla sala da tè dietro il tuo studio.
-Vieni a Stoccolma?
-Verrò.
-Prenoto tutto io per sapere esattamente a che ora devo essere in aeroporto.
-No, alle 17 nella sala da tè. Arriverò.
-Avrei piacere ad ospitarti.
-No grazie, preferisco occuparmi dell’organizzazione personalmente.
-Allora ci vediamo il 9.
-Sì. Senza telefoni.
-E fino al 9 non ci sentiamo?
-Non vorrei…
-E se succede qualcosa per cui dobbiamo cambiare l’appuntamento.
-Non succederà niente.
-Mi incanti ma, mi disturbi.
-Ti voglio bene. Ti voglio molto bene.
Tornò allo studio. Alzò lo sguardo dalla partitura per poggiarlo sulla collezione di specchi attaccati sulla parete. Il suo viso si rifletteva su ognuno in modo diverso, si allungava anche nel riflesso sul pianoforte. I movimenti delle immagini la portarono a ricordare Eduardo Galeano: “La libertà offende. Isadora, donna degli occhi brillanti, nemica dichiarata della scuola, del matrimonio, della danza classica e di tutto quello che cerca d’ingabbiare il vento. Lei danza perché danzando gode, e danza quello che vuole, quando lo vuole e come lo vuole; e le orchestre tacciono davanti alla musica che nasce dal suo corpo”.

Roma, plumbea dea che la mia carne incombi. 2010 – Maria A. Listur

Outrage to Rumour
Silence

-I have called you several times
-I wasn’t in Paris
-I have called you in Rome.
-My answering machine cancels all the messages when power goes out.
-What about e-mail?
-I haven’t received anything.
-Can you give me the number of your mobile?
-I can’t.
-Wouldn’t it be better to tell me that you don’t want me to call you?
-I would lie to you.
-Then why don’t you want to give me your mobile number?
-Because I often forget it. And you know it.
-It was a coincidence.
– It took me a week to get it back. This is also would be a coincidence?
-No, it’s a snag.
-No, a choice of a person who loves silence and communication without electronic devices.
-Should I learn how to do smoke signal?
-No, we could create appointments every time we meet.
-Tell me the next one.
-The 9th of February, at 17:00, at the tearoom behind your studio.
-Will you come to Stockholm?
-I will.
-I will book every thing to know exactly at what time I have to be at the airport.
-Don’t, at 17 at the tearoom. I’ll be there.
-I would like to have you staying at my place.
-No thanks, I’d rather take care of it personally.
-Then I’ll see you the 9th.
-Yes. No phones.
-Until the 9th can’t we hear each other?
-I’d prefer not…
-And what about if something happens for which we have to change appointments.
-Nothing will happen.
-You enchant me but, you upset me.
-I love you. I really love you.
The person went back to the studio. Lift up the glance from the piano score to rest it on the collection of mirrors hanging from the wall. The person’s face was reflected on each one of them in a different way, it was also lengthened on the reflex on the piano. The movement of the images brought her to remember Eduardo Galeno: “Freedom offends. Isadora, woman of shining eyes, sworn enemy of school, marriage, of classic dance and of all that tries to encage the wind. She dances because she enjoys while dancing, and she dances what she wants, when she wants it and how she wants it; and the orchestras stop playing in front of the music that arises form her body”.

Rome, leaden goddess incumbent upon my flesh. 2011 – Maria A. Listur

“Io sono solamente un pittore”*/“I am just a Painter” *

Jannis Kounellis

-Allora, quale preferisci?
-Il bambino.
-Sicura?
-Sì.
Un bambino in bianco e nero ci guarda dall’alto di “El Molino”, grandiosa sala da tè a Buenos Aires, Argentina. Lo prende per me. Uscendo dice:
-Come mai il bambino?
-Perché porta qualcuno sulle spalle.
-Cosa ti piace delle figure?
-Il bianco ed il nero.
-Altro?
-Le linee.
-Altro?
-Lo voglio abbracciare.
-Adesso lo lasciamo in casa e poi andiamo a prendere i dolci per tua nonna.
Camminare accanto a mio padre, a sei anni, era impresa difficile. Ad ogni suo passo corrispondevano tre dei miei ma, questa volta, correvo dietro il quadro che portava sotto il braccio; i suoi piedi non erano più il mio referente.

-Non te lo posso lasciar portare!
-Mamma, ti prego, tieniti tutto quello che vuoi ma, dammi il bambino…
-Non posso… Sei te, tuo padre, “El Molino”, Buenos Aires, 1970, la gioia, tuo fratello ed io ad aspettarvi all’angolo di fronte al “Congreso”… Non posso, non posso…
-Va bene.
-E rinunci così facilmente?!
-Mamma! Stai quasi piangendo e vuoi che lotti ancora! Ti sto chiedendo una sola cosa e dici di no! Ti prego e dici di no! Non ti ho mai chiesto un solo oggetto dei vostri e ugualmente dici di no! E vuoi che insista?!
-Non voglio che tu insista! Voglio che tu resista! Resisti nella tua posizione! Continua a chiedermelo. Ora, tra un anno, quando avrai anche cinquant’anni, continua a chiedermelo! Anche se sentirai che ti dirò no!
-Ma perché? Perché devi fare così? Piangevo dai miei, travagliati, vent’anni.
-Perché tu continui a dipingere cercando la gioia con cui l’hai abbracciato quando lo portaste a casa.
-Pensi che se è attaccato sul muro di casa mia perderò la memoria di quel momento?
-No ma, perderai la distanza che ti fa dipingere ciò che non hai vicino, perderai quel tempo di preparazione prima di guardare. Ti ricordi che prendevi una scala per metterti all’altezza del quadro e stavi ad osservarlo per ore?
-Ricordo. E, secondo te, possederlo mi toglierebbe quest’emozione.
-Diventeresti come quelli che comprano!
-Ma io lo comprerei ancora!
-Cielo mio, tu non lo comprasti. Tu lo scegliesti, tu l’abbracciasti. E ancora oggi, corri dietro quelle linee.

Il cielo grigio che oggi colora Roma mi riporta quadri bianchi e neri. Illumina i miei rossi. Ricordo la prima parete dove, il bianco ed il nero, posarono quel mio bambino. Tra poco al telefono mia madre dirà: Buona domenica cielo mio. Tra tre anni avrò cinquant’anni. Continuo a cercare d’abbracciare linee. Scrivo. Ritorna Jannis Kounellis: “La mia cosa è senza coscienza”

Italia, che anche io amo. 2011 – Maria A. Listur

*dall’intervista di Philippe Daverio per Passpartout 2010

“I am just a Painter” *

Jannis Kounellis

-So, which one do you prefer?
-The boy.
-Are you sure?
-Yes.
-A boy in black and white is looking at us from the top of “El Molino”, magnificent tearoom at Buenos Aires, Argentina. I have chosen it for myself. Leaving he says:
-Why the boy?
-Because he is carrying somebody on his shoulders.
-What do you like of the figures?
-The black and white.
-Anything else?
-The lines.
-Anything else?
-I want to hold him.
-Now we leave him in the house and then we go get some cakes for grandma.
Walking next to my father, in my six years old, was quite of a job. Each step of him was three of mine but, this time, I was running after the painting that he was carrying underneath his arm; His feet were not my referent anymore.

-I can’t allow you to take it!
-Mom, I beg you, keep whatever you want but, give me the boy…
-I can’t… It is you, your father, “El Molino”, Buenos Aires, 1970, the joy, your brother and me waiting at the corner in front of the “Congreso”… I can’t, I can’t…
-All right.
-And you give up so easily?!
-Mom! You are almost crying and you want me to fight more! I am asking for one thing only and you say no! I beg you and you say no! And I have never asked you not even an object of yours and equally you say no! and you want me to insist?!
-I don’t want you to insist! I want you to resist! Keep your position! Keep asking me. Now, in a year, when you will be fifty, keep on asking me! Even if you think that I might say no!
-But why? Why do you have to be like that? I was crying from my, troubled, twenties.
-So that you keep on painting looking for the joy with which you have embraced it when you brought it home.
-You think that if it was hanging on the wall of my house I would loose the memory of that moment?
-No but, you will loose the distance that makes you paint what is not near you, you will loose the time of preparation before watching. Do you remember that you used to take the ladder to reach the height of the painting and remained observing it for hours?
-I remember. And, in your opinion, having it would take that emotion away.
-You would become as those who buy it!
-But I would buy it again!
-My love, you didn’t buy it. You chose it, you embraced it. And to these days, you follow those lines.

The grey sky that todays colors Rome brings me to black and white paintings. Illuminates my reds. I remember the first wall where, The black and white, placed that baby of mine. In a while my mother will tell me on the phone: Good Sunday my love. In three years I will be fifty. I still keep trying to embrace lines. Jannis Kounellis says: “My thing is without conscience”.

Italy, which I also love. 2011 – Maria A. Listur

*from the interview by Philippe Daverio for Passpartout 2010

“Sin que nadie lo sepa, ni el espejo”

All’insaputa anche dello specchio
Jorge Luis Borges

L’altezza è la stessa. Visti da dietro sembriamo sorella e fratello omozigoti. Visti frontalmente siamo due persone diverse che per strade diverse desideravano incontrarsi. Siamo tra la gente, in una festa organizzata, in parte, per noi. Dobbiamo decidere una lingua per parlare e farci capire. Scegliamo il francese. Gli amici che ci hanno fatto incontrare dicono delle cose molto gentili di tutti e due e a tutti e due. Intuiamo dell’altro una somiglianza nelle scelte e nel percorso. Le sue sono conosciute, le mie più in ombra. Parliamo con le persone, disponibili, nello stesso modo. Siamo dei diplomatici, gentili e un po’ ipocriti. Sorridiamo con comodità ma, siamo arrivati al limite della sopportazione sociale. Né lui né io diremo all’altro: Andiamo? Non ci conosciamo. Sappiamo dell’altra/o ma, non abbiamo la confidenza necessaria per provocare un’uscita senza spiegazioni o le spiegazioni creerebbero una serie di commenti che non siamo in grado di sostenere. Lui s’allontana per poi riavvicinarmi con il nostro quarto flute di champagne; dice:
-“El Palacio no es infinito”. Il Palazzo non è infinito.
-Jorge Luis Borges, commento quasi spiegando alle altre persone del gruppo.
-“Apenas lo entreveo y ya lo pierdo”. Appena lo intravedo e già lo perdo.
Gli parlo in spagnolo:
-Scusa… m’imbarazza che gli altri non capiscano…
-“Viviré de olvidarme”. Vivrò obliandomi.
Sorrido mentre gli altri attendono una traduzione che diligentemente faccio. Poi, spiego da quali poesie sono tratti questi versi. Lui mi guarda senza parlare, con un sorriso che mi crea una scomodità infinita. Decido di rallentare le parole e scandire il francese come fossi una bambina. Mi sento una bambina! Risuona la mia voce interiore… Lui continua senza guardare nessuno, isolandoci dalle altre persone che condividono lo spazio:
-“Soy el lento prisionero de un tiempo soñoliento que no marca su aurora ni su ocaso. Es de noche. No hay otros. Con el verso debo labrar mi insípido universo”. Sono il lento prigioniero di un tempo sonnolento che non segna l’aurora né il suo occaso. E’ notte. Nessun altro. Con il verso devo ordire il mio insipido universo.
Lo guardo, faccio ciò che non volevo fare: adattarmi con sforzo. Traduco, mi scuso con gli altri, lo prendo per il braccio e dico, sempre in francese, per evitare di escludere gli altri:
-Le volevo far vedere dei volumi che sono nella libreria di Philippe… Viene con me?
Usciamo dalla sala, andiamo verso la biblioteca del nostro amico in comune e lì dentro, dico:
-Ora parliamo in spagnolo! Si sfoghi in pace!
Accetta rispondendo ancora con le parole di Borges:
(…) Svegliare chi dorme
è un gesto comune e quotidiano
che potrebbe farci tremare.
Svegliare chi dorme
è imporre all’altro l’interminabile
prigione dell’universo.

Rispondo:
-(…) E’ rivelargli che è qualcuno o qualcosa
che è sottomesso a un nome che lo svela
e a un cumulo di ieri.
E’ inquietare la sua eternità.
E’ opprimerlo di secoli e di stelle.

Mi sfonda il corpo con la lingua e con le mani. Mi attraversa con l’aria. Sussurra nelle mie ossa: “Una lingua è una tradizione, un modo di sentire la realtà, non un arbitrario repertorio di simboli”. Sempre Jorge Luis Borges

Roma sotto una nebbia che porta altre acque. 2011 – Maria A. Listur

“Sin que nadie lo sepa, ni el espejo”

Unbeknown to the mirror
Jorge Luis Borges

Height is the same. Seen from behind they look like brother and sister homozygous. Seen from the front we are two different persons whom from different paths wished to meet. We are among people, in an, partly, organized party, for us. We have to decide a language to speak with and let ourselves understood. We choose French. The persons that made us meet are saying very nice thing about us to the other. We perceive a likeness of each other in the choices and in the path. His are well known, mine are more in the shadow. We speak with the persons, friendly, in the same manner. We are diplomat, gentle, and a little hypocrite. We smile easily but, we have reached the edge of social condescension. Neither him nor me would say to the other: Shall we go? We don’t know each other. We know about the other but, we don’t have the necessary intimacy to provoke a way out without any explanation or the explanation itself would create a series of comments that we are not capable of bearing. He parts from me to come back near me with our forth flute of Champagne; He says:
-“El Palacio no es infinito”. The building is not yet finished.
-Jorge Luis Borges, I say almost explaining to the other persons of the group.
-“Apenas lo entreveo y ya lo pierdo”. I have just seen it and I have already lost it .
I speak to him in Spanish:
-Sorry… I get embarrassed that the others don’t understand…
-“Viviré de olvidarme”. I’ll live forgetting.
I smile while the others wait for a translation that I readily give. Then, I explain from which poems these verses were taken. He looks at me speechless, with a smile that causes me an infinite discomfort. I decide to slow down the words and to articulate French as I was a child. I actually feel like a child! My interior voice resounds… He keeps on looking at nobody, isolating us from the other persons who are sharing our space:
-“Soy el lento prisionero de un tiempo soñoliento que no marca su aurora ni su ocaso. Es de noche. No hay otros. Con el verso debo labrar mi insípido universo”. I am the slow prisoner of a sleepy time that doesn’t mark its dawn nor its dusk. It’s night. Nobody else. With the verse I have to hatch my dull universe.
I look at him and do what I didn’t want to do: force myself into adapting. I translate, excuse myself with the others, take his arm and say, using French, to avoid disregarding others:
-I wanted to show you some volumes that are in Philippe’s library…Would you like to come with me?
We leave the room, go toward the library of our common friend and in there, I say:
-Now let’s talk Spanish! Blow it out!
(…) To waken who sleeps
it is a common and daily gesture
that could make us shake.
To waken who sleeps
is to impose to the other the endless
prison of the universe
.
I reply:
(…)It is to reveal him that he is somebody or something
whom is subdued to a name that unveils him
and to a mound of yesterdays.
It is to unsettle his eternity
.
It is to weigh him down of centuries and stars.
He breaks in my body with his tongue and hands. He flows through me with air. Whispers to my bones: “A language is a tradition, a way of feeling reality, it isn’t an arbitrary repertoire of symbols”. Again Jorge Luis Borges

Rome under a mist that carries other waters. 2011 –Maria A. Listur

“Tu voz parte la niebla, (…)”

La tua voce spacca la nebbia, (…)
da “Acábame la vida con un beso de esos.
”
di Viggo Mortensen

Ha evitato un incontro di persona tutte le volte che ha potuto. Potevano risolvere ogni lavoro al telefono e con dei corrieri. Anche il telefono
– quando può – lo evita, la sua voce non dà spazio alla mente. Vibra nelle ossa, percorre la schiena.
-Pronto.
-Pronto.
-Dobbiamo incontrarci. Questo lavoro deve essere visto da Lei.
-Dove?
-A casa mia, in campagna.
-Quando?
-Domenica mattina. Ho un buonissimo vino.
-Di giorno non bevo alcol.
-Questa volta deve trasgredire le sue abitudini.
-Non credo.

Danzava percorrendo il patio di mattoni rossi interrotti da spazi d’erba ben tagliata fino ad arrivare alla piscina. Danzava cantando la musica che invadeva la siesta luminosa di tutte le città che l’accolsero. Danzava a ritmo di salse, conghe, boleros, sambe, chacareras e in ogni ritmo muoveva le anche e le spalle con una delicatezza che faceva confondere i girasoli, si giravano verso di lei come fosse il sole. Danzò, per tanto tempo, senza sapere che in quel suo marciare quotidiano c’erano due occhi amorosi che la guardavano come ad una sconosciuta che si dilatava in bellezza. Lei mi fece desiderare di diventare grande: esisteva la possibilità che le potessi somigliare.
Un giorno mi vide. Scoprì che non dormivo e che dalle fenditure della mia finestra, che dava sul patio, la guardavo.
-Perché stai lì a guardare e non vieni.
-Perché se non dormo t’arrabbi…
-Non hai caldo?
-Sì.
-Allora vieni.
-… ma, se non dormo…
-… vieni, vieni amore mio…
Arrivata al patio ricominciarono le danze, insieme; continuarono per quasi tutto il tempo che abbiamo vissuto insieme. Ancora oggi, quando ci rincontriamo, balliamo. A qualsiasi ora.
Durante il festeggiamento dei suoi settantatré anni di vita le chiesi:
-Mamma, come mai ballavi sempre durante la siesta e a noi ci obbligavi a dormire?
-Avevo bisogno di sentire il suono ed il caldo camminare sulla mia pelle…
-Ma a noi, ci obbligavi a dormire!
-Non è vero, tu hai ballato con me per molti anni!
-Alcuni…
-Il tempo necessario per farti riconoscere le mani che attraverso il suono ti possono accarezzare… Hai potuto anche scoprire quanto si possa sfogare – grazie al movimento – il desiderio di mangiarsi il mondo! Ora non parlare… balliamo amore mio!

Il fuoco del camino illuminava il crepuscolo. I calici, vicino alle candele, trasparivano i resti di un vino abruzzese capace di carezzare la voce. La pioggia leggera sui campi accompagnava la musica cantata da Maria Bethania: “Io mento ma, la mia voce non mente… “. Risuonava la schiena:
-Sceglie Lei il vino della caduta?
-Quale caduta?
-Quella del sole.
-E’ meglio che scelga Lei.
-Ho scelto quello della mattina, quello che non avrebbe bevuto, tocca a Lei.
-Un vino che somigli alla sua voce.
-Non preferisce un gesto?
Lo sguardo invaso dai riflessi ocra del fuoco incendiarono il passo. Ricominciò il movimento, esploso nel suono. Mentre la schiena si lasciava guidare da una mano e l’altra mano incrociava il suo destino, il pensiero di Giacomo Casanova inondò l’aria: “Affrettatevi a soccombere alle vostre tentazioni prima che si allontanino”.

Roma, prima dei canti. 2011 – Maria A. Listur

“Tu voz parte la niebla, (…)”

Your Voice parts the fog, (…)
From “Acábame la vida con un beso de esos.
”
By Viggo Mortensen

The person avoided a face-to-face meeting every time it was possible. They could solve each assignment by telephone and with some couriers. And even the phone – when it was possible – was avoided, its voice doesn’t give room to the mind. It vibrates in the bones, along the back.
-Hello.
-Hello.
-We have to meet. This assignment requires you to see it.
-Where?
-In my house in the countryside.
-When?
-Sunday morning. I have a very good wine.
-During daytime I don’t drink alcohol.
-This time you will have to break your rules.
-I don’t think so.

She danced along the red bricks interrupted by spaces of well-mowed grass all the way to the pool. She danced singing the music that invaded the luminous nap of all the cities that welcomed her. She danced at the rhythm of salsas, congas, boleros, sambas, chacareras and in each rhythm moved her hips and shoulders so delicately that sunflowers where confused, they turned to her as she was the sun. She danced, for long time, without knowing that in that daily walking there were two loving eyes that were watching her as a stranger that was expanding in beauty. She made me wish to become big: There was the possibility that I could look like her.
One day she saw me. She found out that I wasn’t sleeping and that from the fissures of my window, that faced the patio, I was watching her.
-Why are you watching and don’t come over here.
-Because if I don’t sleep you will get mad…
-Aren’t you hot?
-Yes.
-Come on then.
-… but, if I don’t sleep…
-… come, come on my love…
When I reached the patio the dances started again, together; they kept on almost the whole time when we lived together. To these days, when we meet, we dance. At any time. During the celebration of her seventy-three years of life I asked her:
-Mom, how come that you always danced throughout the siesta and you forced us to sleep?
-I needed to feel the sound and the heat walking on my skin…
-But us, you forced us to sleep!
-That’s not true, you have danced with me for so many years!
-Some…
-Enough to let you recognize the hands that through sound can caress you…You have also discovered how much is possible to take the load off – thanks to the movement – to eat the world out! Now, let’s not talk, dance my love!

The fire of the fireplace lighted the twilight. The chalices, next to the candles, showed the rest of an Abruzzi wine capable of caressing the voice. The light rain on the fields accompanied the music sang by Maria Bethania: “ I lie but, my voice doesn’t lie…”. The back was resounding:
-Can you choose the wine for the setting?
-What setting?
-Of the sun.
-It is better if you choose it.
-I have chosen the one for the morning, the one you were not going to drink, it’s your turn.
-A wine that resembles her voice.
-Wouldn’t you prefer a gesture?
The glance invaded by ochre reflections of the fire flared up the step. The movement started again, exploded in the sound. While the back was letting itself being guided by a hand and the other hand was crossing its destiny, the motto of Giacomo Casanova invaded the air: “Hurry in giving in to your own temptations before they drift away”.

Rome, before the chants. 2011 Maria A. Listur

Il tradimento dello scrivere/The Betrayal Of Writing

All’esperienza di rimanere bambina.

-Plaff! Stong! Straccc!
-Ahhhhh ahhhhhh!
-Bummm!
-Ahhhhhhh!
-Te l’avevoooooooooo detto!
-Aiiiiiiiii!
Esiste una lingua scritta dei colpi? Un segno con cui fissare sul foglio la brutalità agita s’un altro essere? Si può trascrivere?
Il suono d’uno schiaffo non trova un segno nel linguaggio scritto ma, trova spesso un contesto dove svilupparsi. I rumori d’un battere definito prendono dalla attaccatura dei capelli e portano via il cuore nei corridoi di una paura che le cellule hanno registrato nei secoli. Fuga. Impotenza. Infine, desiderio di essere capaci di fermare ogni suono che non porti con se la gioia dell’ascolto, del dialogo.

-Papà io lo odio!
-Se vuoi fare una nuova esperienza cerca di farla senza coinvolgere tuo fratello.
-Ma tu non capisci che da quando è nato mi ha distrutto la vita. Avevo sei anni.
-Se desideri soffrire… soffri.
-Gli strapperei tutti i capelli!!! Urlavo come una bestia ferita davanti a tutta la famiglia di mio padre.
-Ah sì? Beh… è un’idea molto triste. Mi viene quasi da piangere. Si sedette sulla poltrona piegando tutta la sua altezza, un metro e novantadue centimetri, in avanti.
-No papà non piangere… Non piangere… Scusa, non è vero… Lo dico per dire. Non piangere…
Lui è stato il primo uomo che ho visto piangere. Riportò me al mio centro, con un solo gesto: un albero immenso si piegava davanti al mio distruttivo, anche se infantile, progetto.
Sento ancora il suo sguardo sopra la mia testa che lenisce ogni mio senso d’impotenza e violenza; dal fondo delle mie ossa risuona la sua voce, la prima voce, capace di far diventare la mia rabbia, autosservazione:
“Colpire qualcuno per mancanza di comprensione, invece di piangere insieme, distrugge la fiducia. Piangi e vedrai. Piangi e ti vedrai. Tutti abitiamo dietro le lacrime”.

Bomarzo, Parco dei Mostri, l’umidità sembra lacrime. 2011 – Maria A. Listur

The Betrayal Of Writing

To the experience of remaining a child.

-Plaff! Stong! Straccc!
-Ahhhhh ahhhhhh!
-Bummm!
-Ahhhhhhh!
-I told you so!
-Ouch!
Is there a written language for hitting? A sign by which is possible to fix the brutality that agitates another being? Can it be transcribed?
The sound of a slap doesn’t find a sense in the written language but, it often finds a context where to develop.
The sounds of a definite blow involve you from the hairline and they carry away the heart to the corridors of fear that cells have recorded for centuries. Escape. Impotence. Finally, desire of being capable of stopping every sound that doesn’t carry within itself the joy of listening, of dialogue.

-Daddy I hate him!
-If you want to make a new experience try to make it without involving your brother.
-But you don’t understand that when he was born he destroyed my life. I was six years old.
-If you feel like suffering… then suffer.
-I would tear out his hairs!!! I was screaming like a wounded beast in front of my father whole family.
-Oh yes? Well… it is a very sad idea. I feel almost like crying. He sat on the sofa bending his whole height, a meter and ninety, forward.
-No daddy don’t cry… Don’t cry… I am sorry, it’s not true… I am just saying it. Don’t cry…
He has been the first man I ever saw crying. He brought me back to my center, with one gesture: a great tree was bending in front on my destructive, though childish, project.
I can feel his glance over my head that placated each sense of impotence and violence; from the bottom of my bone his voice resounds, the first voice, capable of turning my anger, into auto observation:
Hitting somebody for the lack of comprehension, instead of crying together, destroys trust. Cry and you will see, cry and you will see yourself. We all inhabit in our tears”.

Bomarzo, The Monsters Park, humidity seems like tears. 2010 – Maria A. Listur

Lo spirito è forte, la carne è saggia/The Soul is Strong, The Flesh is Wise

Bert Hellinger

-Buongiorno mamma.
-Buongiorno amore.
-Dove vai?
-A correre.
-Ti faccio una proposta.
-Dimmi.
-Andiamo a pattinare sul ghiaccio.
-Siamo a Roma!
-Hanno fatto una pista in Piazza Re di Roma e apre tra 15 minuti.
-Non so pattinare…
-E’ come andare con le rotelle mamma!
-Io non mi sono mai messa dei pattini in vita mia!
-T’insegno io.
In trenta minuti eravamo a Piazza Re di Roma. Calziamo dei pattini con una lama sotto. Lui cammina davanti a me. Io sento le ginocchia che tendono verso l’interno, penso che se sul legno desidero inchiodarmi cosa sarà dentro la pista. Entriamo. Lui mi prende per mano e appena posso m’appoggio, con la mano rimasta libera, alla ringhiera. Mi sento contrarre lo stomaco. Provo una paura che nella vita ho associato alla mancanza di fiducia in qualcosa d’incontrollabile, un vuoto o un troppo pieno che non è soltanto da dentro; paura di cadere senza volontà. Vertigine. Dico:
-Edu, amore, vai a farti un giro, nel frattempo io cerco di muovermi lungo la ringhiera.
Lui parte in uno scivolare atletico, elegante e ampio. Immenso.
Io vedo bianco, gelo, squilibrio, precipizio ma, attaccata alla ringhiera cerco di scivolare in avanti. I bambini tutti intorno sono magnifici, li guardo con ammirazione e sento la mancanza della mia infanzia, della possibilità di scivolare, cadere, rialzarmi e ridere. Continuo tremolante e piegata o troppo avanti o troppo indietro. Mio figlio arriva da dietro, allunga una delle sue mani da poeta e sostenendomi dice:
-Girati. Io mi giro guardando il ghiaccio. Aggiunge:
-Guardami agli occhi mamma, non ai piedi, mantieniti dritta. Sei un’atleta, trova il tuo equilibrio.
Io eseguo. E’ un maestro paziente che sorride con tenerezza mentre parla, dice ancora:
-Io ti terrò per mano, tu però, cerca di seguirmi imitando i movimenti. Appoggiati a me, ti sostengo io… Stai tranquilla.
Lo seguo con una mano nella ringhiera e l’altra afferrata a lui. Tremo. Ad un tratto non c’è più ringhiera! Hanno sbarrato l’angolo per problemi tecnici e al posto del mio sostegno trovo un nastro. Lui propone:
-Ora, devi sciogliere l’altra mano mamma… Altrimenti prenderai dei vizi di sostegno.
Sto per piangere dalla vertigine. Dico:
-Non lo so fare, non riesco a muovermi. Lui si piazza davanti a me, mi prende le due mani e decide:
-Ora ti lascio le due mani e tu verrai verso di me. Guardami mamma… Tu puoi.
Io mi sciolgo. Resto in equilibrio e mi piace ma, non mi muovo. Lui m’invita:
-Vieni mamma, vieni. Fidati… Fidati di me.
Incomincio a muovermi verso di lui con una stretta al cuore, sento paura di farlo cadere insieme a me, tremo su questa nuova superficie dove la sensazione di precipitare appare reale. Lui mi parla con una dolcezza commovente:
-Sono qui, vieni… vieni… Brava mamma… Visto? Sei proprio brava…
Arrivo al suo corpo infinito, lo stringo e piango.
Da quel momento – sola con la ringhiera, o con la piccola pendenza che mi permette di sciogliere le mani, o con lui per mano – scivolo, quasi pattino! Rido, ballo, sudo come mai, sento muscoli nuovi! Gli dico che scriverò del suo insegnamento, di come mi ha ricordato quando davanti a lui lo invitavamo a fare i suoi primi passi, poi rifletto e mi rendo conto che invece voglio raccontare di come mio figlio mi ha fatto trovare un nuovo equilibrio, scivolare in una parte gelata della mia esistenza senza precipitare. Mi integro ancora. Il “sapere del corpo” mi porta una sintesi lì dove la parola non è mai sufficiente ma risuona: “I bambini hanno bisogno di fiducia ancor più che di amore”. Christian Boiron

Roma, Epifanie di nuovissimi passi, di vita che non sapeva di certe luci capaci d’illuminare antiche ombre. 2011 – Maria A. Listur

The Soul is Strong, The Flesh is Wise

Bert Hellinger

-Good morning mom.
-Good morning love.
-Where are you going?
-Jogging.
-I’ll make you a propousal.
-Tell me.
-Let’s go ice-skating.
-We are in Rome!
-They have built an ice-park in Re di Roma Square and it opens in 15 minutes.
-I can’t skate…
-It’s just like roller-skating mom!
-I have never wear skates in my life!
-I’ll teach you.
In thirty minutes we were in Re di Roma Square. We wore skates with a blade under neat. He walks in front of me. I feel my knees going inward, I think that if on the wood I feel to nail myself what would it be in the ice-park. We went in. He takes me by the hand and I lean as soon as I can on the handrail with my free hand. I feel my stomach tighten. I feel a fear that in life I have associated to lack of faith in something unascertainable, emptiness or a too filled, which is not from inside only; fear of falling without willing. Vertigo. I say:
-Edu, love, go ahead, in the meanwhile I try to move along the handrail.
He goes in an athletic, elegant and wide drifting. Enormous.
I see white, frost, unbalance, precipice but, holding on the handrail I am trying to slide forward. The children around me are beautiful, I watch them in admiration and I feel the lack of childhood, the possibility of sliding, falling, get up again and laugh. I keep on shaking and bent too much forward or too much backwards. My son comes from behind, reaches out me with his hands of poet and sustaining me says:
-Turn around. I turn looking at the ice. He adds:
-Look at my eyes mom, not my feet, keep straight. You are an athlete, find your balance.
I execute. He is a patient teacher who smiles with tenderness while talking, he says more:
-I’ll hold you by the hand, you have to try to follow me imitating my moves. Lean on me, I’ll hold you… Relax.
I follow him with a hand on the handrail and the other one grabbing him. I am shaking. All of a sudden there is no more banister! They have barred the corner for technical problems and in place of my hand support I found a tape.
He proposes:
-Now you have to let the other hand go… Otherwise you will take up the vice of the support.
I am about to cry from dizziness. I say:
-I can’t do it, I can’t move. He places himself in front of me, he grabs both my hands and decides:
-I am letting both hands go and you will come towards me. Look at me mom… You can.
I let myself go. I balance and I love it but I am not moving. He invites me:
-Come on mom, come. Trust me… Trust me.
I start moving towards him with a grip in my heart, I am afraid of making him fall down with me, I am shaking on this new surface where the feeling of falling down seems real. He speaks to me with a moving tenderness:
-I am here, come… come… that’s good mom… See? You are very good…
I reach his infinite body, I hold him and cry.
From that moment – alone with the banister, or with the slight slope that allows me to let the hands go, or with him holding by the hand – I slide, almost skate! I laugh, dance, sweat like never, I feel new muscles!
I tell him that I will write about his teaching, on how he reminded me when in front of him I invited him to take his first steps, then I think and realize that I want to tell on how my son made me find a new balance, slide on a frozen part of my existence without precipitating. I can still integrate. The “Knowledge of the Body” brings me in a synthesis where the word is never enough but it resounds: “Children need trust more than love”. Christian Boiron

Rome, Epiphanies of new steps, of life that didn’t know of some lights capable of lightning antique shadows. 2011 – Maria A. Listur

“Vedere e Amare vanno sempre insieme”/”Seeing and Loving Always Go Together”a

Thich Nhat Hanh

Dopo un bacio profondo quanto la nostalgia, chiese :
-Non ti spogli?
-Ho delle brutte abitudini…
-In quale senso?
-… mi faccio spogliare…

Con un abbraccio, a sorpresa e da dietro, bloccò le sue braccia e le sue mani. Il pianoforte tacque.
-Mi hai interrotto…
-Ho sentito che questo pezzo ti risulta ostico… Ho pensato che interrompendoti avrei potuto aiutarti.
-A cosa?
-A rilassarti… Gli abbracci guariscono, sono l’unica medicina per riprendere energia.
-La tua medicina non è per me.
-Ti dico di sì. Credevo tu lo sapessi… Abbracciarsi solleva!
-Non a me.
-Non è vero…
-E’ vero e lo devi accettare. Io riprendo energia o mi sollevo dall’angoscia quando mi concentro, quando studio qualcosa che amo, quando dipingo o canto…
-Ma… come puoi confrontare l’amore con le cose che sono parte del tuo lavoro?
-Lavoro?
-Sì! Lavoro! Fai paura…
-Paura?
-Sei insensibile…
-Sì! Sono insensibile! Non credo che l’amore abiti soltanto la casa delle relazioni tra persone! L’amore, per me, è consapevolezza e non la trovo soltanto nel mio incontro con gli esseri umani…
-Deve essere molto rigenerante abbracciare il pianoforte, baciare un quadro, avere un orgasmo cantando!
-Non so se è rigenerante… So che nella concentrazione e nella consapevolezza trovo spazio, vuoto.
-Quale vuoto?
-Dentro.
-E per cosa?
-Per allontanarmi dalle forme preconcette, per evitare le identità permanenti.
Si guardarono in silenzio. S’abbracciarono, si baciarono.
-Non ti capirò mai…
-Non desidero comprensione, preferisco l’accettazione…

Dopo molti anni, ricordarono il giorno in cui si spogliarono per la prima volta.
-Ancora ti fai togliere anche le scarpe?
-Certo, spogliarmi come vestirmi sono gesti che mi riportano alla mia esistenza; se mi viene fatto, viaggio verso l’altro corpo…
-Grazie allora.
-Per cosa?
-Per le volte che mi hai sbottonato la camicia.
Dopo un abbraccio, stretto quanto il silenzio, si congedarono.
La poesia del maestro Doc The inondò il vuoto che lasciarono:
“Abbottonandomi la camicia
auguro a tutti gli esseri
di avere un cuore caldo
e di non perdere se stessi.”

Roma, fredda quanto una primavera a Stoccolma, ampia. 2011 – Maria A. Listur

“Seeing and Loving Always Go Together”

Thich Nhat Hanh

After a kiss profound as nostalgia, he asked:
-Don’t you undress?
-I have bad habits…
-In what sense?
-… I like being undressed…

With a hug, he caught her unaware from behind, he blocked her arms and her hands. The piano became quiet.
-You have interrupted me…
-I felt that this piece is hard for you… I thought that interrupting you I could have helped.
-In what?
-In relaxing you… Hugs heal, they are the only medicine to regain energy.
-Your medicine is not for me.
-It is. I thought you knew… Hugging relieves!
-Not me.
-It’s not true…
-It’s true and you have to accept it. I regain energy or rise from distress when I concentrate, when I study something I love, when I paint or sing…
-But… How can you confront love with things that are part of your job?
-Job?
-Yes! Job! You scare me…
-Scare?
-You are insensitive…
-Yes! I am insensitive! I don’t think that love inhabits only the house of relations among people! Love, for me, is consciousness and I don’t find it only in my encounters with human beings…
-It must be very regenerative to hug a piano, kiss a painting, to have an orgasm singing!
-I don’t know if it is regenerative…I know that in concentration and in the consciousness I find space, emptiness.
-What emptiness?
-Inside.
-For what?
-To drift away from preconceived forms, to avoid permanent identities.
They looked at each other in quietness. They hugged, they kissed.
-I will never understand you…
-I don’t need comprehension, I prefer acceptance…

After many years, they remembered the day they undressed for the first time.
-You still like having your shoes taken off?
-Of course, undressing as dressing are gestures that bring me back to my existence; if it is done to me I travel towards the other’s body.
-Thanks then.
-For what?
-For the times you have unbuttoned my shirt.
After an embrace, tight as silence, they parted.
The poem of the master Doc The flooded the emptiness they left:
Buttoning my shirt
I wish to all beings
To have a warm heart
And to not lose themselves.

Rome, cold as a spring in Stockholm, broad. 2011 – Maria A. Listur

Festeggiare l’alba/Celebrating Sunrise

A Eduardo Bernabé T. L.
A Sebastiano Maria G.
A tutte le mie amiche.

Italia. 2010-2011
Cantiamo i secondi che ci separano dal 2011. Una sola figura, piccola, ci guarda sorpresa. Triste. Tutti balliamo con le coppe di champagne in mano. La piccola figura guarda, sempre più sorpresa. Arrivano baci e abbracci. La piccola figura bacia ognuno, ha gli occhi spenti, senza desiderio. Infine chiede alla sua mamma:
-A chi state facendo gli auguri?

Argentina. 1983-1984
Due bambini insieme alle loro madri festeggiano il loro primo “Año Nuevo”. La casa immensa, di una delle due, fa echeggiare le piccole urla dei due gattonanti. Una vedova, l’altra separata. Sono due bambine anche loro. Preparano da mangiare sul giardino vicino alla piscina, mettono i galleggianti ai piccoli, tutti e quattro entrano in acqua. Le ragazze mangiano, brindano e ballano mentre i figli emettono dei gridolini insieme alla voce di Aretha Franklin.
La più sola delle due chiede:
-Mi prometti che passeremo insieme ogni fine anno?

Italia 2010-2011
Nessuno riesce a spiegare alla piccola figura di chi è il compleanno. Provo a dirgli:
-Si festeggia il compleanno del sole e della luna.
Lui accetta la spiegazione e gli occhi si aprono delicatamente. Percepisco una forma di rilassatezza. Anche io provo l’allegria di aver trovato una piccola metafora per la sua infinita domanda. Non comprendo da dove mi sia venuta la risposta, l’idea del sole… Il compleanno del calore?
La voce di Ibrahim Ferrer riempie di Cuba il nuovo anno, mio figlio ed io, con la stessa semplicità con cui ridiamo, incominciamo a ballare; mentre le sue mani guidano con destrezza e grazia ogni mio movimento, nel piacere di sentire il suo “saper ballare”, ricordo un’altra danza, un altro tempo, l’acqua che accolse il suo primo ballo quando ancora non sapeva camminare e una madre bambina che non sapeva fare altro che danzare.

Argentina 1983-1984
-Ti prometto che ricorderò sempre questo nostro calore, la danza in acqua.

Italia 2011
-Buonanotte mamma.
-Buonanotte Edu.
Prima di incominciare a dormire la prima alba del nuovo anno,
ricordo una delle mie tante compagne nell’attraversamento del ponte
costruito tra 1983 – 2011, Clarissa P. Estés:
“Andate avanti, datevi da fare. Prendete la penna e mettetevi a scrivere. Prendete il pennello, e mettetevi a dipingere. Ballerine, infilate un’ampia camicia, legatevi nastri nei capelli, attorno al petto o alle caviglie, e dite al corpo di fare qualcosa: danzate. Attrici, scrittrici, poetesse, musiciste: smettete di chiacchierare. Non pronunciate neanche una parola, a meno che non siate cantanti. Chiudetevi in una stanza o in una radura sotto il cielo. E dedicatevi alla vostra arte. In linea di massima, ciò che si muove non congela. Muovetevi dunque, non smettete di muovervi”.

Roma, frizzante, gioiosa e fredda come l’inverno di Luján, San Luis. 2011 – Maria A. Listur

Celebrating Sunrise

To Eduardo Bernabé T. L.
To Sebastiano Maria G.
To all my female friends.

Italy. 2010-2011
We are counting the last seconds that separates us from 2011. A sole figure, small, looks at us surprised. Sad. We all dance with our Champagne glasses in the hand. The small figure looks, even more surprised. Kisses and hugs are exchanged. The small figure kisses every one, his face is off, with no desire. Finally he asks to his mom:
-Who are you celebrating?

Argentina. 1983-1984
Two kids together with their mothers are celebrating their first “Año Nuevo”. The immense house that belongs to one of the two, echoed the small screams of the two crawlers. One is a widow, the other one is separated. They are children as well. They are preparing food in the garden near the pool, put the floaters on both kids, the four of them get in to the pool. The girls eat, toast and dance while their kids are screaming at the voice of Aretha Franklin.
The lonelier of the two asks:
-Would you promise me we will spend all our last years together?

Italy. 2010-2011
No one can explain to the small figure whose birthday is. I try to tell him:
-We are celebrating sun and moon’s birthday.
He accepts the explanation and his eyes start open delicately. I perceive a form of relaxation. I am also feeling happiness to have discovered a small metaphor to his infinite question. I don’t understand from where the answer has come to me, the idea of the sun… The birthday of warmness?
The voice of Ibrahim Ferrer fills of Cuba the New Year, my son and I, with the same ease with which we laugh, start dancing; while his hands guide with skill and grace every movement of mine, in the pleasure of feeling his “knowing how to dance”, I remember another dance, another time, the water that welcomed his first dance when he couldn’t walk and a child mother who didn’t know anything but to dance.

Argentina. 1983-1984
-I promise I will always remember this warmness of ours, the dance in the water.

Italy 2011
-Goodnight mom.
-Goodnight Edu.
Before starting to sleep the first dawn of the new year, I remember one of my many girl companions of the crossing of the bridge built between 1983 – 2011, Clarissa P. Estés:
Go ahead, get a move on. Take the pen and start writing. Take the brush, and start painting. Dancers, wear a large shirt, tie some hair bands, around the breast or the ankles, and tell your body to do something: dance. Actresses, sculpturers, poetesses, musicians: stop chatting. Do not say anything not a word, unless your singers. Close yourselves in a room or a clearing under the sky. And dedicate yourself to art. By and large, what it moves doesn’t freeze. Therefore move, don’t stop moving”.

Rome, sparkling, joyful and cold as the winter of Luján, San Luis. 2011 – Maria A. Listur