“L’intenzione non è impegno, è concentrazione”/“Intention is not engagement, is concentration”

Vadim Zeland

A “Ali” di M.Bolze e H. Thabet

-Guarda come salgo le scale!
-Prova ad appoggiare la destra sul muro.
-Preferisco usare soltanto il corrimano della sinistra.
-Rischi d’inclinarti troppo verso la sinistra squilibrando tutta la muscolatura della schiena…
-Mi si è squilibrata la vita tesoro…
Lo vidi salire le scale che portavano al giardino pensile per cinque volte. L’anima gli fece la cortesia di togliergli il corpo dopo un po’. Fino a quel momento, lui non smise di fare i suoi esercizi per recuperare il passo; perso in un ictus che lo rese rauco, molto debole a destra, verticale e ferito.
La quinta volta gli chiesi:
-Papà, ti fa piacere fare questi esercizi?
-Non si tratta di piacere. Cosa significa il piacere?
-Non lo so… siccome sali e scendi scale cento volte al giorno… Non starai esagerando?
-No tesoro… Sto provando a sentire la vita dove sembra che si sia assentata.

Sono a teatro, si esibiscono più danzatori in spettacoli brevi.
Scende la luce. Entrano in scena due danzatori. Nello spazio una sedia e una luce. I due danzatori camminano in circolo intorno alla sedia. Qualche volta si siedono, qualche volta stanno in piedi sopra, una volta la fanno muovere in aria spostando la prospettiva del pavimento. Danzano, saltano, duellano, si sostengono, si spingono, si divertono, mostrano le gambe. Ci sono soltanto tre. Gambe.
Esiste tra loro un tale affiatamento che sembra magia vedere un uomo in equilibrio su una gamba sostenere e far saltare un altro che piroetta in aria grazie a quel piede che sostiene tempeste. Offre la sedia al suo amico ballerino acrobata pagliaccio poi, lui salta verso il buio, con forza, muovendo le braccia con grazia equilibratrice, disegnando ali.
Tutti applaudono con l’energia con cui hanno anche riso, gridano “Bravi!”, ringraziano la bellezza, la grazia, la profondità e la leggerezza.
Piango di gioia. Mi sento attraversata. Chiedo scusa alla mia amica accanto, lei mi prende per il braccio trasmettendomi comprensione. Non riesco a parlare.
Piango commossa nella gratitudine.
Piango toccata dalla disciplina necessaria per realizzare e realizzarsi nella diversità, conservando la serietà che i bambini hanno quando giocano.
Piango perché so di sapere veramente poco delle persone che ho guardato e in quindici minuti sono riusciti a sostenermi nella mia richiesta costante di rigore. Anche nel gioco.
Piango vedendo altri passi davanti a me, a quasi ottanta anni, che salgono scale eterne, cercando di sentire la vita, là, dove sembra assenza.

Roma, sotto gli ombrelli occhi che sperano, resistono, possono. 2011 – Maria A. Listur

“Intention is not engagement, is concentration”

Vadim Zeland

To “Ali” by M. Bolze and H. Thabet

-Watch how I am climbing!
-Try to prop your right side against the wall.
-I prefer using only the left handrail.
-You are slanting too much on your left unbalancing the whole musculatures of the back…
-My whole life is unbalanced, honey…
I saw him climbing the stairs that lead to the suspended garden for five times. The soul was kind enough to take away the body after a while. Until that time, he never stopped doing his exercises to regain the step; Lost in an ictus that made him husky, very weak on the right, vertical and wounded.
The fifth time I asked him:
-Dad, is it a pleasure for you doing these exercises?
-It is not a pleasure. What is it pleasure?
-I don’t know… since you climb up and down hundreds of time a day… Aren’t you exaggerating?
-No honey… I am trying to feel life where life seems to have left.

I am at theatre, several dancers are performing in short plays.
The light goes down. Two dancers step on the scene. In the space a chair and a light. The two dancers are walking in circle around the chair. Sometime day sit, sometime they stand on it, once they make it move in the air moving the perspective of the floor. They dance, jump, duel, support each other, they push one another, they enjoy, show the legs. But there are only three. Legs.
There is such an understanding that it seems magic to see a man balancing on a leg sustaining and making jump the other who soars in the sky thanks to that foot that sustains storms. He offers the chair to his acrobat clown dancer friend then, he jumps into the darkness, with force, moving the arms with balancing grace, drawing wings.
Everybody applauses with the energy by which they have laughed, they yell “Bravo!”, thanking the beauty, the grace, the profoundness and the lightness.
I cry for joy. I feel like being passed through. I excuse myself with my friend next to me, she grabs me by the arm passing me on comprehension. I cannot talk.
I cry moved by gratitude.
I cry moved by necessary discipline to realize and realizing himself in the diversity, preserving the seriousness that children have when they play.
I cry because I know that I know so little about the persons that I have watched and in fifteen minutes they have managed to sustain my request of constant rigour. Even in playing.
I am moved seeing other steps in front of me, almost eighty years old, that are climbing eternal stairs, trying to feel life, there, where it seems absent.

Rome, under the umbrellas eyes with hope, resist, can. 2011 – Maria A. Listur

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