“ (… ) … porti eco di corde e gioco d’amore”. / “ (… ) … You carry echo of rope and a love game”.

Hermann Hesse

-Un bacio.
-Sicuro?
-Semplicemente.
-Come mai lo chiede?
-Per gentilezza.
-Per timidezza.
-Mi sente vittima della timidezza.
-La sento vittima del linguaggio.
-Avrebbe preferito il gesto senza richiesta?
-Avrei preferito ascoltare la sua voce mentre legge i suoi scritti.
-Non posso rileggermi perché m’interromperei per scrivere.
-Ci provi.
-Non posso.
-Allora la leggo io.
-Preferirei di no, le volte che la sento leggere mi sento denudato.
-Mi permetta… due righe.
-No.

“Se si abbandona il descrivere quello che uno prova perché tutto è già sentito prima che lo si suggerisca, allora s’incomincia ad amare. Quando uno s’avvicina all’altro più di quanto lo possono fare il linguaggio, le mani, il sesso, la bocca, si ama”. Pascal Quignard

Halle de Pierre, mattina di sole che saluta diventando pioggia. 2010 – Maria A. Listur

“ (… ) … You carry echo of rope and a love game”.
Hermann Hesse

-a Kiss.
-Sure?
-Simply.
-Why do you ask?
-For kindness.
-For shyness.
-You feel me a victim of shyness.
-I feel you victim of the language.
-Would you have rather preferred the gesture without the request?
-I would have preferred listening to your voice while it reads your scripts.
-I cannot reread me because I would interrupt myself to write.
-Try.
-I cannot.
-Then I will read you.
-I would rather have you not, when I hear you reading me I feel Unveiled.
-Allow me… two lines.
-No.

“If you abandon the description of what one feels because everything has been already heard before it is suggested, then one starts to love. When one gets close to the other more than language, hands, sex, mouth can do, it is love”.
Pascal Quignard

Halle de Pierre, morning of sun that greets becoming rain. 2011 – Maria A. Listur

Pascal Quignard

“L’uso del linguaggio fa ridere”

Place Dauphine, la mia piazza preferita. Decido di passare a salutarla.
Guardo verso il fiume mentre attraverso Pont Neuf poi, mi distoglie l’attenzione un basso orizzonte di movimenti, un impermeabile grigio, due mani unite, un cappottino nero insieme ad un suono in italiano, infine e verso l’alto una testa maschile che ho conosciuto quando aveva più capelli. La testa di lei non la conosco. Rallento il passo; se quella testa mi vede lì, potrebbe buttarsi dal ponte. Cambio percorso verso la piazza preferita.
Dopo un’ora di passeggiata, arrivo. Mi siedo al bar del mio “appuntamento con la contemplazione”. La geometria dello spazio è quella che mi fa sentire il volo come una possibilità dell’umana natura. Chiudo gli occhi immaginando d’aprire le mie ali quando, da dietro, arrivano le voci dell’impermeabile e del cappottino. Mi dico: “Non è possibile!”. Mi chiedo: “Cosa devo imparare in questo volo?”. Tranquillizzo il mio aspetto paranoico: “No, non mi stanno inseguendo… E’ una coincidenza”. Dubito: “Io non credo nelle coincidenze”. Mi lascio prendere da Umberto Eco: “L’Universo cospira sempre a favore nostro”. E mentre il mio piatto d’insalata ritarda milletrecentoquarantadue minuti, ascolto involontariamente:
Lui: Non essere arrabbiata… Non ti serviva…
Lei: Ma lo desideravo…
Lui: Pensa a tutte le persone che non lo possono comperare e sono ugualmente felici…
Lei: Allora potremo vivere anche senz’acqua perché in Africa scarseggia…
Lui: Non essere esagerata.
Lei: (Voce da bambina) Lo volevo!
Lui: (Innervosito cercando d’imitare la vocina) Ora basta basta… Cosa mangi?
Lei: Niente… Ora non riesco a mangiare. Amore…
Lui: Basta eh… Questa fissa di comperare è antiecologica!
Arriva il mio piatto, chiedo di essere spostata più avanti con la scusa di voler prendere un po’ di sole. Mi sposto come se portassi dei pattini, scivolo, m’allontano col corpo. Con la mente viaggio verso il tempo in cui quella testa aveva più capelli, guardavamo un ponte in un’altra città, io comperavo arte, lui non riusciva a fermarmi.
Un addio che lui non mi ha mai perdonato.
Il silenzio ora ci ha portato su un altro ponte, un’altra città, lo stesso impermeabile di quindici anni fa.
Sorrido illuminata dalla memoria:
-Secondo te, me le faccio fare nere o marroni?
-Nere marroni e anche bordeaux; beige per la primavera.
-Grazie amore… La tua generosità mi… Un bacio interruppe le parole, lungo quanto il tempo necessario per appoggiare le mani sotto la giacca di lui, farla mettere in punta di piedi e infine accorgersi che io ero accanto a loro. Mio padre sussurra all’orecchio di mia madre ma, io sento, ora ricordo:
-Generosità? Per me è soltanto desiderio…
Rido.
Mangio.
Bevo Chardonnay.
Quando mi alzo non vedo più nessuno. Il crepuscolo invade la Place Dauphine. Mentre riattraverso Pont Neuf, il cuore viene invaso dalla prodigalità di P. Quignard: “Il meglio della vita non è che nascita e alba. (…) Tutto quello che consolida la nascita e conoscenza”.

Parigi, bianca e grigia, silenziosa e nivea. Rifulgi. 2011 – Maria A. Listur

Pascal Quignard

“The use of language is hilarious”

Place Dauphine, My favourite square. I have decided to go to greet it.
I look towards the river while crossing Pont Neuf then, a lower horizon of movements dissuaded my attention, a grey raincoat, two hands holding, a small black coat together with a sound in Italian, in the end towards the top a male’s head that I have seen when it had more hairs. I don’t know who is she. I slow my pace; if that woman sees me there she could jump off the bridge. I change path towards my favourite square.
After an hour walk, I arrive. I sit at the bar of my “appointment with contemplation”. The geometry of the space makes me feel the flight as a possibility of the human nature. I close my eyes imagining of opening my wings when, from behind, the voices of the raincoat and of the small coat arrive. I say to myself: “It’s impossible!”. I ask myself: “What do I have to learn from this flight?”. I calm down my paranoiac aspect: “No, they are not following me… It is a coincidence”. I doubt: “I don’t believe in coincidences”. I let myself be taken by Umberto Eco: “The Universe always conspires in our favour”. And while my dish of salad arrives late onethousandthreehundredfortytwo minutes, I unintentionally hear:
He: Don’t be upset… You didn’t need it…
She: But I wanted it…
He: Think about the persons who can’t have it and are happy anyway…
She: Well we could say that we could live without water because in Africa is scarce…
He: Don’t be exaggerated.
She: (Voice of a baby girl) I wanted it!
He: (Nervous and trying to imitate the voice) Now stop it… What do you want to eat?
She: Nothing… I can’t eat right now. Love…
He: Cut it out… This thing of buying is anti ecologic!
My dish arrives, I ask to be moved forward with the excuse of wanting to get a bit of sun. I move as I am carrying some small plates, I glide, get away with the body. With my mind I travel towards the time in which that head had more hairs, we used to see a bridge in another city, I used to buy art, he couldn’t stop me.
A farewell that he has never forgiven me.
Silence has brought us to another bridge in another city, the same raincoat of fifteen years ago.
I smile enlighten by the memory:
-Do you think, I should have them made black or brown?
-Black brown and burgundy as well; beige for the spring.
-Thank you love… Your generosity is… A kiss interrupted her words, as long as the necessary time to put her hands under his jacket, make her stand on her toes and finally realize that I was next to them. My father whispers at my mother’s ear but, I hear him, now I remember:
-Generosity? To me is just desire…
I laugh.
Eat.
Drink Chardonnay.
When I stand up I can’t see anybody. The twilight is invading Place Dauphine. While crossing again Pont Neuf, The heart is invaded by the prodigality of P. Quignard: “The best in life is nothing but birth and dawn. (…) All that consolidates birth and knowledge”.

Paris, white and grey, quiet and niveous. Refulgent. 2011 – Maria A. Listur

Caldamente una notte / Warmly One Night

-Rimani? Chiese con tanta delicatezza e solitudine che l’amica non poté dire no. I bambini erano piccoli. Tre di numero ma, quasi sette in intensità. La madre era stanca. Il padre assente per lavoro. L’amica, una presenza sulla quale contare, un jolly: avvolte tata, talvolta marito, spesso cameriera, sempre amica.
Il bambino più grande lo si addormentò con una fiaba: facile.
Il bambino di mezzo con le ombre sulla parete: lento.
La bambina che ancora non camminava dormì tra loro.
Nella notte, l’amica sobbalzò dal letto grazie alla forza d’uno schiaffo che svegliò anche la bambina, inconsapevole della sua violenza. La madre per calmarla l’attaccò al seno. La bambina continuò a piangere. L’amica si alzò per prendere dell’acqua e per guardare la traccia del colpo infantile sulla guancia sinistra. Tornò in camera richiamata dal pianto disperato della bambina che prendeva il seno, lo mordicchiava, lo lasciava poi, piangeva ancora. Andò a controllare gli altri bambini. Dormivano beati. Si avvicinò al corpo della piccola appoggiando il suo petto sulla minuscola schiena sorretta dalla mano della madre che, invano la spingeva verso il seno. Le amiche si guardarono, sospirarono.
-Capisco la stanchezza di Carlo… Disse quella con il seno in offerta.
-Io capisco la tua… Rispose quella colpita. E aggiunse:
-Vuoi che la faccia passeggiare?
-Se la tolgo dalla camera non dorme fino a domani pomeriggio.
-Posso fare qualcosa.
-Sì, parliamo.
L’amica stava per raccontare della sua ultima avventura amorosa, sapendo di provocare tante risate, energia nuova per passare la notte quando fu interrotta dall’urlo straziante della “allattatrice”. Uno schizzo di sangue arrivo sul pigiama bianco, simultaneamente i denti della madre strapparono la maglietta della piccola mentre le mani la spingevano verso l’amica con delicatezza. La madre urlò nella notte. L’amica portò la bambina fuori dalla stanza senza pulirle la bocca piena di sangue della madre; cercò dei disinfettanti. Evitava di correre, cercava di mantenere la calma. Ritornò al letto, lavò l’amica, pulì la bambina, ora rideva, voleva giocare. Giocarono con la bambina. Si guardarono sorridendo. Tutte le parole caddero, s’inabissarono i giudizi, anche le impressioni crollarono.
La piccola si sdraiò stanca, la madre appoggiò sulla sua bocca la mammella sana, dopo pochi minuti la bimba si addormentò.
-Allora mi racconti? Chiese quella del petto ferito.
-Sei brava…
-Lo pensi veramente?
-Certo.
-Anche se strappo la maglietta di mia figlia per non morderla ogni volta che mi addenta i capezzoli?
-Certo… Ora so che la cosa più utile da regalarvi sono le magliette…
Soffocarono il riso nei cuscini. Si addormentarono con le braccia unite sopra la testa della bimba. L’amica si addormentò ricordando una frase di Agostino: “In nessun luogo c’è fine”.

Roma, piena e gravida di donne che allattano la tua luce. 2010 – Maria A. Listur

Warmly One Night

-Are you staying? She asked with such delicacy and loneliness that the friend couldn’t say no. The children were little. Three by numbers but seven by intensity. The mother was tired. The father was away for his job. The friend, a presence that could be counted on, a factotum: sometimes nanny, sometimes husband, often a waiter, always a friend.
The eldest son fell asleep with a fairy tale: easy
The middle son with the shadows on the wall: slow
The girl who couldn’t walk yet slept between the two.
In the night, the friend was given a start from the bed thanks to the strength of a blow that also woke the baby girl, unconscious of her violence. The mother in order to calm her down breastfed her. The baby girl kept crying. The friend got up to take some water and to look at the trace of the infantine strike on the left cheek. Went back to the room recalled by the desperate cry of the baby that was having the milk from the breast, she was biting it, leave it, then cried again. She went to check on the other kids. They were sleeping blissfully. She came close to the body of the child leaning her chest on the tiny back sustained by the hand of the mother, who in vain was pushing her towards the breast. The friends stared at each other, exhaled.
-I understand Carlo’s tiredness…Said the one who was offering the breast.
-I understand yours…Replied the stroke one. And added:
-Do you want me to take her for a walk?
-If I take her away from the room she won’t sleep until tomorrow afternoon.
-Can I help you in something?
-Yes, let’s talk.
Her friend was about to tell her about her last love adventure, knowing she could provoke a lot of laughs, new energy to pass the night when she was interrupted by an excruciating scream of the ‘breast feeder’. A squirt of blood reached her white pyjamas, simultaneously the teeth of the mother ripped the white shirt of the little girl while the hands pushed her towards the friend delicately. The mother screamed in the night. The friend brought the baby out of the room without cleaning the mouth full of the blood of the mother; She looked for some disinfectant. She was avoiding running, was trying to keep calm. She went back to the bed, cleaned her friend, cleaned the baby, now she was smiling, she wanted to play. They played with the baby. Look at each other smiling. All the words fell, judgements disappeared, also the impressions crumbled.
The little one lay tired, her mother laid on her mouth her healthy breast, after few minutes the child fell asleep.
-So are you going to tell me? Asked the one with the wounded breast.
-You are good…
-Do you really think?
-Sure.
-Even if I ripped my daughter’s shirt not to bite her every time she bites my nipples?
-Of course… now I know that the best thing to get you are white shirts…
They suffocated their laughs on the pillows. They fell asleep with their arms crossed over the head of the baby. The friend fell asleep remembering a phrase by Agostino:“In no place there is end”.

Rome, full and pregnant of women who breastfeed your light. 2011 – Maria A. Listur

“Più si dona, più diminuiscono gli amici” / “As one’s gifts increase, his friends decrease”

K. Gibran

-Ha cercato di distruggermi… Dice, amico nella vita e nel canto.
Lo sento. La sua pelle trema anche se il corpo sembra sereno, sdraiato sul divano. La fidanzata accanto a lui tace. Io taccio. Vederlo ferito è vedere ferito il cielo. Non è possibile lenire una nuvola. Come si può curare il cielo? E l’aria? Come proteggerla?
Mi racconta delle offese. Dell’uomo capace d’innalzare parole elementari tanto forti da devastare le sue speranze.
Ascolto mentre la mano del suo amore carezza le sue mani.
Insiste nel ripassare verbalmente ogni dettaglio dell’aggressione.
Ascolto mentre lo sguardo della sua ragazza osserva le sue tempie.
-Dimmi qualcosa, voglio sapere che ne pensi. Mi chiede come in preghiera.
Non posso dirlo. Balbetto elucubrazioni più o meno critiche rispetto all’accaduto. Dico delle cose che so lo fanno ridere. Non ride. E’ lacerato. Balbetto perché quello che penso non lo so dire.

Non so mai dire delle cose sugli altri in modo lineare o perlomeno credo di non saperle dire. Il mio pensiero fondamentale è metaforico. Imparai a dire che mio fratello era dolce, cicciottello e buono dopo tanti dialoghi con i miei genitori in cui mi spiegarono che un bambino non può essere “pelucchio”, o una madre non può essere “crema chantilly” e neanche un padre “il vento d’un viaggio”. Percepivo sensazioni, associazioni di piaceri, infine, con gli anni, poesie. Quindi, quando qualcuno vive delle emozioni molto intense intorno a me, sento; poi, associo “poetizzo” e finalmente, penso spiego. Le persone però, vogliono -spesso- delle risposte veloci, allora io rispondo con un bagaglio di logica che si trastulla tra i suoni della poesia che mi attraversa i sensi:
Mi tiro giù dal volo.

Al mio amico stropicciato avrei voluto dirgli qualcosa che ha detto qualcuno che spesso arriva ai miei sensi con risposte inconfessabili. Avrei voluto dirgli:

“Le parole sono piccole leve,
però non abbiamo ancora trovato il loro punto d’appoggio.

Le appoggiamo una nelle altre
e l’edificio cede.
Le appoggiamo sul rostro del pensiero
e le divora la maschera.
Le appoggiamo nel fiume dell’amore
e partono col fiume.

E continuiamo a cercare la loro somma
in una sola leva,
però senza sapere cosa desideriamo sollevare,
se la vita o la morte,
se il fatto stesso di parlare
o il cerchio chiuso dell’essere uomo.”
Roberto Juarroz

Roma, che profumi di luna piena, pienissima, che quasi ti posso toccare ma, per provarci dovrò aspettare altri diciannove anni. 2011 – Maria A. Listur

“As one’s gifts increase, his friends decrease”
K. Gibran

-That person tried to destroy me… A friend in life and of singing, says.
I feel him. His skin is shaking even though the body seems serene, laid on the sofa. His girlfriend next to him is silent. I am quite. Seeing him wounded is to see the sky wounded. It is not possible to heal a cloud. How can you cure the sky? And air? How can it be protected?
He tells me about the offences. Of the man capable of raising elemental word so strong that can devastate hopes.
I listen while the hand of his lover caresses his hands.
He insists in repeating again every detail of the aggression.
I listen while looking at the glance of his girlfriend looking at his temples.
-Tell me something, I want to know what do you think. He asks as in a prayer.
I can’t say it. I am stuttering some hypothesis more or less critic regarding the happening. I say things that I know can make him laugh. He doesn’t laugh. He is torn. I stutter because what I think I cannot say it.

I can never say things about others in a linear way or at least I think I can’t. My basic thought is metaphorical. I have learned to say that my brother was sweet, chubby and good after many talks with my parents in which they explained that a boy can not be a “lint”, or a mother can not be “Chantilly cream” and that neither a father can be “ the wind of a journey”. I perceived sensations, associations of pleasures, finally, in years, poems. Therefore when somebody lives some intense emotions around me, I feel; then, I associate, “poetize” and finally, think and explain. People though, often want some quick answers, therefore I reply with a luggage of logic that amuses itself among the sounds of the poetry that traverses my senses: I pull my self down from the flight.

To my crumpled friend I wanted to say something that somebody said and that often arrives to my senses with inconfessionable answers. I wanted to tell him:

“Words are but small levers,
but we haven’t found yet their fulcrum.

We lean them one to the other
and the building collapses.
We lean them on our thoughts
and the mask devours them.
We lean them on the river
and they leave with the river.

And we still keep looking for their wholeness
in one fulcrum only,
though not knowing what we desire to lift,
if life or death,
if the fact of talking itself
or the closed circle of being man.”

Roberto Juarroz

Rome, scent of full moon, the fullest, that I can almost touch, but to try so I will have to wait for nineteen years more. 2011 – Maria A. Listur

“Ci sono sguardi che aiutano il crepuscolo a divenire notte” / “There are some glances that help the twilight to become night”

Roberto Juarroz

Gli occhi sono diventati cielo.
La pelle è tornata bambina.
Il passo è irrimediabilmente pieno.
La risata risuona lontano.
Le dico al suo petto aperto e unico:

-Sei innamorata.
-Non lo dire. Risponde scoperta.
-Tu sei in-na-mo-ra-ta!
-Zitta zitta zitta!

La sollevo in un abbraccio che vuole festeggiare un’età in cui non ci conoscevamo, l’adolescenza. Ho abbracciato il tempo che non abbiamo condiviso stringendola in una risata. Mi sono rallegrata di tanta vulnerabilità, della vita capace di retrocedere in un istante.

-Promettimi che non lo dici a nessuno.
-Non avrò desiderio di dirlo visto che lo stai dicendo tu.
-Io non lo dirò a nessuno.
-Tu lo dici nel silenzio.
-Promettimi che se divento ridicola me lo dici.
-Certo che non te lo prometto.
-Allora lo sono già diventata!
-No, sei semplicemente leggera. Leggera e bellissima.

Quando esce dal nostro “baretto preferito” la guardo dietro il vetro. Leggiadra e sollevata. Il mio pensiero viaggia verso l’uomo che ogni notte da qualche notte le dorme accanto, penso a cosa potrebbe pensare di lei mentre lei perde del tempo loro a chiacchierare con me; vengono alla mia mente del cuore due immagini. La prima è un verso de Roberto Juarroz: “Guardo passare le donne/ sulla cresta della strada/ di qualsiasi angolo del mondo/ e dietro la loro forma e la mia schiuma/ ritrovo sempre la tua forma e la mia marea”. La seconda sono i miei genitori, durante le loro sieste, quando impedivano le vicinanze di chiunque nelle loro stanze, ad un punto tale che, anche quando mio fratello inventava delle scuse per entrare nelle loro alcove, lo si ammoniva: “Suo padre ha detto che non deve disturbarli, loro non hanno tempo da perdere…”
Allora non si sapeva né s’intuiva quale tipo di tempo mio padre e mia madre non potessero perdere ma, guardando mia amica, condivisi l’urgenza dei miei genitori e mi lasciai prendere da un pensiero che avrei voluto fosse grido: “Corri corri amica mia! Non perdere un secondo del tempo dei baci!”

Roma, odora di primavera, il sole si affaccia delicatamente, la vita paventa fedeltà alla gioia. 2011 – Maria A. Listur

“There are some glances that help the twilight to become night”
Roberto Juarroz

The eyes have turned in to sky.
The skin has returned to be of a baby.
The step is irreparably full.
The laughter resounds far away.
I tell her to her unique and opened chest:

-You are in love.
-Don’t say that. She replies unveiled.
-You-are-in-lo-ve!
-Hush hush hush!

I lift her in an embrace that wants to celebrate an age in which we didn’t know each other, the adolescence. I have hugged the time that we haven’t shared holding her in laughter. I was delighted of so much vulnerability, of life being able of retreating in a moment.

-Promise me you won’t tell anybody.
-I will not have the desire of telling it since you are saying it.
-I won’t tell anybody.
-You are saying it in silence.
-Promise me that if I act silly you will tell me.
-Of course I am not going to promise.
-It means that I am already acting so!
-No, you are simply light. Light and magnificent.

When she leaves from our “favourite spot” I see her from behind the glass. Lighten and lifted. My thought travels towards the man that each night since few nights is sleeping next to her, I think what he could think of her while she wastes some of their time chatting with me; Two images come to my mind of the heart. The first one is a thought of Roberto Juarroz: “I see women passing by/ on the side of the street/ of every corner of the world/ and behind their shape and my foam/ I always find your shape and my tide again ”. The second one is my parents, during their naps, when they prevented the proximity of anybody from their rooms, in such a way that, even when my brother invented excuses to enter their alcoves, he was admonished: “Your father said that you must not disturb them, they have no time to waste…”
At that time it wasn’t known neither was deducible what type of time my father and my mother couldn’t waste, looking at my friend, I shared the urgency of my parents and I let my self be taken by a thought that I would want it to be a scream: “Run run my friend! Don’t you waste a moment of the time for kisses!”

Roma, scent of spring, the sun is showing delicately, life dreads fidelity to happiness. 2011 – Maria A. Listur

Ad occhi chiusi / With Eyes Shut

A Jessie Delage, maestra, guida, compagna, nutrimento

“Il carattere unico della personalità e le reazioni di ognuno dei miei discepoli m’insegnò a rivedere costantemente le mie osservazioni ed esperienze, da punti di vista sempre nuovi. Soltanto così fu possibile disegnare percorsi di validità universale, che possano condurre le persone della nostra cultura ad una consapevole autorealizzazione”.
Gerda Alexander

-Ti voglio fare un regalo. Seguimi.
M’incammino insieme a lei, scivola sul pavimento, non cammina. Vola. Attraversiamo la Place de la Bastille. Scendiamo verso il canale, di fronte al Jardin de l’Arsenal, da una piccola porta metallica. Abbiamo l’acqua ad un metro ed in basso. Cammino intimorita. Per dimenticare il senso di pre-vertigine, che certe altezze mi provocano, le chiedo del suo rapporto con l’acqua, le racconto del mio trauma da piccola, quando mio fratello quasi mi affogò in Mar del Plata sulle coste di Buenos Aires; parlo, chiedo, cammino mentre il bordo del canale si stringe sempre più, fino a diventare una passerella di soltanto cinquanta centimetri che mi fa venire da piangere; lei mi sorpassa, dice:
-Vieni vieni, ancora non hai visto il mio regalo.
La seguo con un senso di grande vuoto allo stomaco, con l’acqua sempre più incombente ed io sempre più in alto.
Ho passato con lei delle ore di lavoro corporeo e di chiacchiere che hanno nutrito il mio silenzio, le mie pause, la mia fiducia nel corpo quando resiste e quando si abbandona. Mi fido, la seguo. Di fronte a noi una ringhiera, un camion delle pulizie, un albero. Lei accelera il passo dicendo:
-E’ aperto, vieni.
Il suo corpo di linee affusolate e compatte copre la mia visuale. Cammino ancora dietro di lei concentrata sul cielo, senza spostare la testa in basso. Lei si gira verso di me mentre io, nel guardarla intuisco un nuovo margine del canale, più precisamente un angolo dove il canale diviene la Seine. Fiume immenso, inebriante. Siamo di fronte ad una delle sue più grandi aperture. Sono sul bordo, nel limite; alla nostra destra si scorge la Tour Eiffel, alla sinistra la grande apertura verso il Pont d’Austerlitz, e di fronte… tutto è acqua! “Le grandi acque…” penso con il cuore che si dilata nella gioia dello spazio, senza vertigini! Poi mi disfo nelle sue parole:
-Ecco il mio regalo, e qui che volevo portarti. Volevo condividere questo mio segreto con te.
Piango di commozione. L’abbraccio, illuminata.
-Torniamo! Dice girandosi. Mi prende per mano e aggiunge:
-Dammi la mano… Tra poco dovrai attraversare un ponte.
Davanti a me un ponte di ferro piccolo e vertiginoso. Salgo e cammino, quando arrivo al centro -che coincide con la sua parte sopraelevata- lei dice:
-Girati verso la tua sinistra.
Mi giro. Segnala:
-Guarda in alto alla colonna. Vedi l’angelo?
Annuisco con la testa vuota ed il cuore pieno dell’allegria che un nuovo equilibrio mi regala. Vedo l’angelo sulla colonna di Place de la Bastille. Lei mi nutre ancora:
-L’angelo della libertà. Ecco tutto.
Camminiamo dall’altra parte del canale per far ritorno verso la sua bicicletta e verso la mia casa. In silenzio. A braccetto. Poi riesco a chiarire qualcosa sul mio stato:
-Non riesco a parlare. Ti scriverò. Scriverò di te, della tua visione del corpo, di quello che trasmetti.
-Io stavo soltanto pensando alla gioia e siccome hai detto che ami camminare… La vita è questo, tutto qua.
Ci salutiamo promettendoci un prossimo incontro, al mio ritorno. I suoi occhi sono davanti a me. Brillano ripulendo la strada. Parte. Parto. Necessito riguardarla, torno con lo sguardo verso di lei, vedo la sua schiena flessuosa sulla bicicletta mentre si perde nel traffico della Bastille. Cammino alleggerita e aperta, totale e condivisa. Un solo pensiero m’accompagna tutto il tempo, le parole della maestra che, decadi fa, ci insegnò il codice fisico per dialogare con ogni forma di resistenza. In continenti diversi, con lingue differenti, oggi ci ha fatto incontrare, mi ha curato una vecchia ferita; grazie al miracolo dell’incontro, all’intuizione di una sua sensibile allieva oggi maestra, grazie alla mia anima che mi sposta lì dove mi serve: “Eutonia in greco significa “tensione armonica”. Il termine indica la condizione di massimo equilibrio che un essere umano può raggiungere e nella quale deve vivere, in armonia con se stesso e con il proprio ambiente”. Gerda Alexander

Parigi-Roma, il viaggio è sempre un altro viaggio. 2011 – Maria A. Listur

With Eyes Shut

To Jesse Delage, master, guide, companion, nourishment

“The unique character of the personality and the relations with each of my apprentices taught me to revise constantly my observation and experiences, from always new points of view. Only in this way it has been possible to draw new paths of universal validity, that could lead the persons of our culture to a conscious auto realization”.
Gerda Alexander

-I want to give you a present. Follow me.
I start walking with her, she glides on the ground, she doesn’t walk. She flies. We crossed the Place de la Bastille. We went down to the channel, in front of the Jardin de l’Arsenal, from a small metallic door. We had the water a meter from us and below. I walk frightened. To forget the sense of pre vertigo, that some heights provoke me, I ask her of her relation with water, I tell her of my trauma as a child, when my brother almost drawn me in Mar de la Plata on the coast of Buenos Aires; I talk, ask, walk while the edge of the channel is getting narrower, until it becomes a footbridge of only fifty centimetres that make me want to cry; she passes ahead of me, saying:
-Come quick, you haven’t seen my present yet.
I follow her with a sense of big emptiness in my stomach, with the water more and more incumbent and me in a higher place.
I have spent with her some hours doing bodywork and chatting that have nourished my silence, my pauses, my trust in the body when it resists and when it lets go. I trust, I follow her. In front of us a handrail, a garbage truck, a tree. She accelerates her pace saying:
-It’s open, come on.
Her body of tapering and compact lines covers my visual. I keep walking behind her concentrated on the sky, without looking down. She turns around towards me while I, in looking at her can feel the new border of the channel, more precisely where the channel becomes the Seine. Exhilarating, enormous river. We are in front of one of its biggest openings. I am on the side, on the edge; to our right the Tour Eiffel is visible, to the left the big opening towards the Pont d’Austerlitz, and in front… everything is water! “The big waters…” I am thinking with the heart enlarging in the joy of the space, with no vertigo! Then I unfold in her words:
-Here is my present, it is here that I wanted to take you. I wanted to share this secret of mine with you.
I cry moved. I hug her, enlighten.
-Let’s go back! She says turning around. She takes me by the hand and adds:
-Give me your hand…shortly you will have to cross a bridge.
In front of me a small and vertiginous bridge. I climb and walk, when I reach the centre -that dovetails with its overhead part- she says:
-Turn on your left.
I turn. She shows me:
-Look at the top of that column. Do you see the angel?
I nod with my head empty and the heart full of happiness that my new balance is giving me. I see the angel on the column of Place de la Bastille. She nourishes me more:
-The angel of freedom. That’s all.
We walk on the other side of the channel to go back to her bicycle and to my house. In silence. Arm in arm. Then I can clarify something about my condition:
-I can’t talk. I will write to you. I will write about you, about your vision of the body, about what you convey.
-I was only thinking about joy and since you said that you love walking… life is this, that’s all.
We part promising each other a near encounter, when I will be back. Her eyes are in front of me. They shine cleaning the road. She goes. I go. I need to see her once more, I go back with my glance towards her, I see her lithe back on the bicycle while she disappears in the traffic of the Bastille. I walk lighten and open, whole and shared. One thought is with me the whole time, the words of the teacher who, decades ago, taught us the physical code to dialogue with each form of resistance. In different continents, with different languages, today it made us meet, it healed one old wound of mine; thanks to the miracle of the encounter, to the intuition of one of her sensible student today turned into a teacher, thanks to my soul that guides me where it is necessary for me: “Eutony in Greek means “harmonic tension”. The word indicates a condition of maximum balance that a human being can reach and in which he must live, in harmony with himself and with it’s own ambient”. Gerda Alexander

Paris-Rome, the trip is always another trip. 2011 – Maria A. Listur

Jean-Paul Sartre

“Lo sguardo altrui forma il mio corpo nella sua nudità”.

Rispondo sempre, quando nel cuore della notte, un telefono suona.
Rispondo dalla profondità che ogni frontiera crea.
Rispondo come canto, semplicemente perché suona.
Non arrivo a parlare, dall’altro lato del telefono dice:
-Scusa l’ora…
-Non dormivo.
-Cosa facevi?
-Sto riadattando un testo teatrale. E tu?
-Non riesco a dormire.

Rimbomba il suono della chiave della porta di casa.
Poi la musica dei passi felpati.
Un piccolo scatto dell’interruttore della luce sembra un accordo.
Un’eco parte dalla porta della sua camera.
Poi il saltellare dell’acqua della doccia.
Arriva il profumo di lavanda e pompelmo prima dei passi.
Infine, la voce di mio padre dice:
-So che non dormi…
-E come lo sai?
-Per come respiri.
Si siede sulla poltrona di fronte al letto, al buio offre:
-Un racconto?
-Una storia.
Racconta di quando era piccolo, di quando scappava da casa per vedere il Río de la Plata (Fiume d’Argento, Buenos Aires, Argentina), delle strade che percorreva a piedi per raggiungere l’acqua che lo separava dal suo vecchio continente. M’addormento velocemente. Sempre. Quando mi sveglio trovo la traccia del suo corpo sul cuscino della poltrona. Ricordo la sua voce tutte le volte in cui una poltrona conserva l’impronta di qualcuno. E la sua voce dice:
-Un giorno, quando racconterai di me, crederanno che mi hai inventato tu. Che sei tu che mi hai creato.

-Soffri d’insonnia?
-Da quando non sono solo.
-Sei solo.
-No. Sono con te.
Dopo un lungo silenzio:
-Non so cosa dire.
-Di cosa?
-Della semplicità.
-Linearità non è meglio?
-Certo.
-Grazie allora.
-Di cosa?
-Della serenità che la tua accettazione, tanto simile alla distanza, mi regala.
-Non ho capito.
-Ora potrò dormire. Prima però, fammi dirti qualcosa che conosco soltanto in francese, me lo insegnerai in spagnolo, lo desidero. E’ di J. L. Borges, un tuo poeta:
“Tu
che ieri soltanto eri tutta la bellezza
sei anche tutto l’amore, adesso”.
Buonanotte.
-Buonanotte.

Parigi, i ponti illuminano. 2011 – Maria A. Listur

Jean-Paul Sartre

“The other’s glance shapes my body in its nudity”

I always answer when, in the heart of the night, a phone rings. I answer from the deepness that each border creates. I answer as I sing, simply because it rings.
I don’t get to talk, from the other side of the phone it says:
-Sorry for the hour…
-I wasn’t sleeping.
-What were you doing?
-I am readapting a theatrical play. And you?
-I can’t sleep.

The sound of the key in the house door is reverberating.
Then the sound of the soft-footed steps.
A small click of the switch of its room seems like an accord.
An echo comes from the door of his room.
Then the springing of the water in the shower.
The scent of lavender and grape arrives before his steps.
Finally the voice:
-I know you are not sleeping…
-How do you know?
-For the way you breath.
He sits on the sofa in front of the bed, in the darkness says:
-A tale?
-A story.
He tells me of when he was small, when he escaped form the house to see the Rio de la Plata (the Silver River, Buenos Aires, Argentina), of the streets he would walk along to reach the water that separated him from his old continent. I rapidly fell asleep. Always. When I wake I find the trace of his body on the pillow of the sofa. I remember his voice every time in which a sofa preserves the shape of someone. His voice says:
-One day when you will tell about me, they will think that you have invented me. That you are who created me.

-Do you suffer from insomnia?
-Since when I am not alone.
-You are alone.
-No. I am with you.
After a long silence:
-I don’t know what to say.
-About what?
-About simplicity.
-Isn’t linearity better?
-Of course.
-Thanks then.
-About what?
-About the serenity that your acceptation, very similar to distance, gives me.
-I don’t understand.
-Now I will be able to sleep. Before that though, let me tell you something that I know only in French, you will teach me in Spanish, It’s my wish. It’s by J.L.Borges, one of your poets:
“You,
who yesterday were just the whole beauty
you are also the whole love, now”
. Goodnight.
-Goodnight.

Paris, the bridges enlighten. 2011 – Maria A. Listur

Francesco

Il Santo

“( … )
Ho perseverato nell’avvicinarmi alla felicità e all’intimità della pena.
Ho attraversato il mare.
( … )”
Jorge Luis Borges

Scesi nella cripta senza paura, ho paura di cripte e catacombe.
L’aria era leggera anche se lo spazio era pieno di turisti.
Mi sentii come all’aria aperta.
Pensai fosse tutto prodotto dal senso di commozione ma la mia accompagnatrice confessò, al mio orecchio, la stessa sensazione.
Non riuscivo ad andare via.
Appoggiai le mani sulla pietra tiepida, levigata dai secoli di richieste e gratitudine.
Chiesi.
Promisi.
Dedicai uno spettacolo in cui onorai la Sorella Luna.
Tornai per compiere la promessa; per ringraziare con chi, insieme a me e senza saperlo, era la richiesta; esaudita.

Davanti ai miei occhi un corpo giovane, conserva linee che ricordano il bambino che fu; lo guardo da lontano, non voglio caricare le mie lacrime di gioia sulla sua nuova esperienza: Assisi.
Chino il capo per trovare intimità nel pianto, il mio sguardo cade verso le mie scarpe, altre scarpe mi raggiungono. Percorro i pantaloni di fronte a me, la camicia celeste, arrivo al collo, infine trovo il coraggio di guardare quegli occhi identici ai miei.
-Sei contenta?
-Sono tutto.
Suonano le campane della chiesa di Santa Maria degli Angeli sulla voce d’un uomo che mi è figlio mentre dice:
-Grazie mamma.
-Grazie a noi. Rispondo mentre ricordo le parole di Santa Chiara d’Assisi: “Con corsa spedita, passo leggero, piede sicuro, in modo che i tuoi passi non sollevino polvere, avanza sicura, gioiosa e vivace sul sentiero di una pensosa felicità”.

Parigi, nella gioia di non sapere niente sul domani. 2011 – Maria de los Angeles Listur

Francesco
The Saint

(…)
I have persevered in to getting closer to happiness and to the intimacy of the suffering. I have crossed the sea.
(…)

Jorge Luis Borges

I came down the crypt with no fear, I am afraid of crypts and catacombs.
The air was light even if the space was full of tourist.
I felt like being in open air.
I thought it all was a product of the sense of commotion but my companion confessed, in my ear, the same sensation.
I could not go away.
I put my hands on the warm stone, smoothed down by centuries of requests and gratitude.
I asked.
I promised.
I dedicated a performance in which I honoured Sister Moon.
I went back to accomplish my promise; to thank with whom, together with me and not knowing it, was the request; granted.

In front of me a young body, it preserves the lines that resemble the child he has been; I look at him from a distance, I don’t want to put on the weight of my tears of joy on his new experience: Assisi.
I bow my head down to find intimacy in the tears, my glance falls on my shoes, other shoes reach me. I run over the trousers in front of me, the blue shirt, I reach the neck, finally I find the braveness of looking at those eyes identical to mine.
-Are you happy?
-I am everything.
The church bells are ringing from the Saint Maria of The Angels’ church on the voice of a man who is my son while he says:
-Thank you mom,
-Thanks to us. I reply while remembering the words of Saint Chiara of Assisi: “With fast pace, light pace, sure pace, in a way that your steps do not raise dust, go forward self confident, joyful and bright on the path of a thoughtful happiness”.

Paris, in the joy of knowing nothing about tomorrow. 2011 – Maria de los Angeles Listur

“Dopo il gelato silenzio nei giardini (…)”/ “After the ice silence in the gardens (… )”

T. S. Eliot

Soccombo al silenzio che da fuori mi permette di sentire dentro.
I clacson sono assenti.
La strada dove si trova la mia casa non suona più.
Ringrazio.
Scrivo.
Suona il telefono e rispondo. Sbaglio. Una voce m’invita a cena. Declino l’invito. Chiede:
-Scrivendo?
-Sì.
-Su cosa?
-Incontri.

Avevo dieci anni la prima volta che vidi volare un libro. Volò dalla finestra della mia stanza da letto verso il giardino, schiacciò le violette, le devastò. Da quel momento incominciai ad immaginare la voce dei fiori: sicuramente stavano urlando sotto il peso di trentacinque pagine di poesie: “Veinte Poemas de Amor y una Canción Desesperada” di P. Neruda. L’angoscia per i fiori fu interrotta dalla voce di mia madre che, mentre afferrava un altro volume, questa volta “I Miti Greci” di R. Graves, minacciava un nuovo lancio dicendo:
-Ti fanno male! I libri ti fanno male! Non puoi passare tutta la domenica a leggere senza pausa! Adesso la smetti e vieni con me a fare una passeggiata!

Dopo la parola “Incontri”, la voce al telefono tace, i secondi sembrano secoli, commenta:
-E con questo sole tu preferisci scrivere…
-Preferisco.
-Scrivere a passeggiare. Scrivere a prendere un po’ di sole…
-Ora sì.
-Ora è sempre. Hai sempre qualcosa da fare… Mi stai evitando?
-Non ti sto evitando. Metto in pratica ciò che propongo, anche a te.
-E’ sempre la tua storia sulla creatività?
-Preferisco risponderti con una frase di K. Gibran: “Le massime rimangono insignificanti finché non si concretizzano in abitudini…”
-Mi obblighi a risponderti con un’altra frase di K. Gibran: “La bellezza nel cuore di chi brama è più sublime che all’occhio di chi la vede…” quindi, scusa per aver disturbato la tua brama…
-Buona serata.
-Buona scrittura.
Le violette ridono nella libertà della mia memoria.

Roma, lo sguardo è sospiro. 2011 – Maria A. Listur

“After the ice silence in the gardens (… )”

T.S. Eliot

I surrender to the silence that from outside allows me to hear inside.
The claxons are absent.
The street where my house is located doesn’t sound anymore.
I am grateful.
I am writing.
The telephone rings and I answer. My mistake. A voice is inviting me to dinner. I decline the invitation. It asks:
-Writing?
-Yes.
-On what?
-Encounters.

I was ten the first time that I saw a book fly. It flew from the window of my bedroom towards the garden, it crushed the violets, it destroyed them. From that moment I started to imagine the voice of the flowers: they were surely screaming under the weight of thirty-five pages of poems: “Veinte Poemas de Amor y una Canciòn Desesperada” by P. Neruda. The anxiety for the flowers was interrupted by my mother’s voice that, while grabbing another volume, this time “Greek Myths” by R. Graves, she was threatening for a new launch saying:
-They are hurting you! Books are hurting you! You can’t spend Sundays reading without a pause! Stop it right away and come with me for a walk!

After the word “Encounters”, the voice at the phone became silent, seconds seemed ages, it says:
-And in this sunny day you prefer to write…
-I do.
-Writing compare to walking. Writing instead of sun tanning…
-Yes for now.
-Now is forever. You have always something to do… Are you avoiding me?
-I am not. I practice what I propose, even to you.
-Is it again your story about creativity?
-I’d rather answer to you with a sentence by K. Gibran: “Dictums are meaningless until they become habits…
-You force me to answer with another sentence by K. Gibran: “Beauty in the heart of who craves is more sublime than to the eye of the one who sees it…
therefore, excuse me for disturbing your craving…
-Good evening.
-Good writing.
The violets laugh in the freedom of my memories.

Rome, the glance is sighing. 2011 – Maria A. Listur