“Più si dona, più diminuiscono gli amici” / “As one’s gifts increase, his friends decrease”

K. Gibran

-Ha cercato di distruggermi… Dice, amico nella vita e nel canto.
Lo sento. La sua pelle trema anche se il corpo sembra sereno, sdraiato sul divano. La fidanzata accanto a lui tace. Io taccio. Vederlo ferito è vedere ferito il cielo. Non è possibile lenire una nuvola. Come si può curare il cielo? E l’aria? Come proteggerla?
Mi racconta delle offese. Dell’uomo capace d’innalzare parole elementari tanto forti da devastare le sue speranze.
Ascolto mentre la mano del suo amore carezza le sue mani.
Insiste nel ripassare verbalmente ogni dettaglio dell’aggressione.
Ascolto mentre lo sguardo della sua ragazza osserva le sue tempie.
-Dimmi qualcosa, voglio sapere che ne pensi. Mi chiede come in preghiera.
Non posso dirlo. Balbetto elucubrazioni più o meno critiche rispetto all’accaduto. Dico delle cose che so lo fanno ridere. Non ride. E’ lacerato. Balbetto perché quello che penso non lo so dire.

Non so mai dire delle cose sugli altri in modo lineare o perlomeno credo di non saperle dire. Il mio pensiero fondamentale è metaforico. Imparai a dire che mio fratello era dolce, cicciottello e buono dopo tanti dialoghi con i miei genitori in cui mi spiegarono che un bambino non può essere “pelucchio”, o una madre non può essere “crema chantilly” e neanche un padre “il vento d’un viaggio”. Percepivo sensazioni, associazioni di piaceri, infine, con gli anni, poesie. Quindi, quando qualcuno vive delle emozioni molto intense intorno a me, sento; poi, associo “poetizzo” e finalmente, penso spiego. Le persone però, vogliono -spesso- delle risposte veloci, allora io rispondo con un bagaglio di logica che si trastulla tra i suoni della poesia che mi attraversa i sensi:
Mi tiro giù dal volo.

Al mio amico stropicciato avrei voluto dirgli qualcosa che ha detto qualcuno che spesso arriva ai miei sensi con risposte inconfessabili. Avrei voluto dirgli:

“Le parole sono piccole leve,
però non abbiamo ancora trovato il loro punto d’appoggio.

Le appoggiamo una nelle altre
e l’edificio cede.
Le appoggiamo sul rostro del pensiero
e le divora la maschera.
Le appoggiamo nel fiume dell’amore
e partono col fiume.

E continuiamo a cercare la loro somma
in una sola leva,
però senza sapere cosa desideriamo sollevare,
se la vita o la morte,
se il fatto stesso di parlare
o il cerchio chiuso dell’essere uomo.”
Roberto Juarroz

Roma, che profumi di luna piena, pienissima, che quasi ti posso toccare ma, per provarci dovrò aspettare altri diciannove anni. 2011 – Maria A. Listur

“As one’s gifts increase, his friends decrease”
K. Gibran

-That person tried to destroy me… A friend in life and of singing, says.
I feel him. His skin is shaking even though the body seems serene, laid on the sofa. His girlfriend next to him is silent. I am quite. Seeing him wounded is to see the sky wounded. It is not possible to heal a cloud. How can you cure the sky? And air? How can it be protected?
He tells me about the offences. Of the man capable of raising elemental word so strong that can devastate hopes.
I listen while the hand of his lover caresses his hands.
He insists in repeating again every detail of the aggression.
I listen while looking at the glance of his girlfriend looking at his temples.
-Tell me something, I want to know what do you think. He asks as in a prayer.
I can’t say it. I am stuttering some hypothesis more or less critic regarding the happening. I say things that I know can make him laugh. He doesn’t laugh. He is torn. I stutter because what I think I cannot say it.

I can never say things about others in a linear way or at least I think I can’t. My basic thought is metaphorical. I have learned to say that my brother was sweet, chubby and good after many talks with my parents in which they explained that a boy can not be a “lint”, or a mother can not be “Chantilly cream” and that neither a father can be “ the wind of a journey”. I perceived sensations, associations of pleasures, finally, in years, poems. Therefore when somebody lives some intense emotions around me, I feel; then, I associate, “poetize” and finally, think and explain. People though, often want some quick answers, therefore I reply with a luggage of logic that amuses itself among the sounds of the poetry that traverses my senses: I pull my self down from the flight.

To my crumpled friend I wanted to say something that somebody said and that often arrives to my senses with inconfessionable answers. I wanted to tell him:

“Words are but small levers,
but we haven’t found yet their fulcrum.

We lean them one to the other
and the building collapses.
We lean them on our thoughts
and the mask devours them.
We lean them on the river
and they leave with the river.

And we still keep looking for their wholeness
in one fulcrum only,
though not knowing what we desire to lift,
if life or death,
if the fact of talking itself
or the closed circle of being man.”

Roberto Juarroz

Rome, scent of full moon, the fullest, that I can almost touch, but to try so I will have to wait for nineteen years more. 2011 – Maria A. Listur

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