Mentre/While

Alla rincarnazione in vita.

Una ragazza ed il suo fidanzato accompagnano una signora a visitare una casa al profumo di ginestre dove sotto un Ercole del ‘700 attende un uomo capace di raccontare storie sulle ville romane abitate da donne russe amanti di Giuseppe Verdi e dove sembra che tutte le sere appaia un fantasma ancora felice grazie ai tempi in cui nelle stanze affrescate si ballava si cantava si nutriva ogni colore ogni foglia ogni fiore anche la forza dell’argento che forma il ponticello guida verso il giardino pensile abitato dalle ortensie un po’ sospese ed un po’ invasore dello spazio delle lavande graziose di quella grazia che ci allontana da qualsiasi idea di tempo di linearità inutile raggiungendo la gioia che l’unione di profumo colore spazio suono offrono per trasportarci dietro la nostra lunga notte sessuale in cui siamo stati concepiti per piombare in questo luogo di parole uscite dalla bocca d’un sentimento che sa ben dire Pascal Quignard:
“Quando, nel silenzio della notte, si sonda il fondo del proprio cuore, si ha vergogna dell’indigenza delle immagini che ci siamo formati sulla gioia.
Io non ero qui la notte in cui sono stato concepito.
E’ difficile assistere al giorno che ci ha preceduti.
Un’immagine manca nell’anima.
Noi dipendiamo da una postura che ha avuto luogo in modo necessario ma che non si rivelerà mai ai nostri occhi. La si chiama “origine”. Noi la cerchiamo dietro tutto quello che vediamo. E chiamiamo questa mancanza, che si trascina nei giorni, “il destino”. Noi lo cerchiamo dietro tutto quello che viviamo”.

Tutto questo cercare trovare condividere odorare risuonare sorridere gioire succedeva mentre alcuni presidenti di nazioni genitrici di meraviglie davano parola alle miserie che qualche volta si nascondono anche sotto la cinghia o sopra le sopraciglia o tra i capezzoli.

Roma, segnata -anche- da passaggi gentili quanto nascosti, unici. 2011 – Maria A. Listur

While

To the reincarnation in life.

A girl and his boyfriend are accompanying a lady to visit a house with the scent of brooms where under an Hercules of the ‘700 a man is waiting he is able to tell stories about roman villas inhabited by Russian woman mistresses of Giuseppe Verdi and where it seems that every night there is a ghost still happy thanks to the time in which the rooms with frescos there where people dancing singing every color every leaf every flower was nourished even the strength of the silver that shapes the small bridge that guides towards the pensile garden inhabited by the hydrangeas a little bit suspended and a little bit invaders of the space of the gracious lavenders those kind of grace that takes us away from every idea of time of unnecessary linearity reaching the joy that the gathering of perfume color space and time offer to carry us behind our long sexual night in which we have been conceived to reach in this place of words escaped from the mouth of an emotion that Pascal Quignard can say very well:
“When, in the still of the night, the profoundness of our heart is being sound out, shame is felt towards the indigence of the images that we have formed about joy.
I wasn’t here the night I have been conceived.
It is difficult to witness that has preceded us.
An image is missing in the soul.
We depend upon a posture that has taken place in a necessary way but that will never unveil to our sights. It is called “origin”. We look for it behind all that we see. And we call this shortage, that goes on every day, “destiny”. We look for it behind all that we experience”.

All this looking for finding sharing smelling resounding smiling enjoying was happening while some presidents of nations genitors of wonders would give word to the miseries that sometimes hide even under the belt or over the eyebrows or between nipples.

Rome, marked -also- by gentle as well as hidden, unique passages. 2011 – Maria A. Listur

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“(…) Lei non è più grande di me, è soltanto più alto”/“(…) You are not bigger then me, you are just taller”

Napoleone

Lui è più alto di me. Riesco a vedere – dietro il mazzo di rose bianche rosee che porta tra le mani, e che non sa come darmi – il petto un po’ piegato verso lo sterno. Lo sento emozionato, per distrarlo gli racconto delle mie nuove case. Dice che m’immagina sempre lontano da lui perché “sei nel mio cuore”. Fa un gesto come a dire “Vai!” Lo conosco da quando parlava con gli angeli e raccontava di cose che tutti avevamo vissuto molto prima della sua nascita e che erano segrete anche a noi stessi. E’ il visionario della famiglia che Roma mi ha regalato. E’ una stella adolescente che ha mille anni.

Invece un’altra, alta quanto la metà di me, va lasciando – negli angoli della sua casa – offerte per qualcuno che può averne bisogno, spiega come chiedere agli angeli delle cose che “stanno nel cuoricino, non delle bambole o dei giochi… quelle del cuoricino!” ripete. Vede figure e ombre, ogni buco sul tetto la spaventa e percepisce i miei pensieri amorosi prima che io li possa esprimere. S’arrampica su di me dicendo: “Io ti amo Marialistur”, credendo che il mio nome e cognome siano una sola cosa. M’abbraccia e mi bacia facendomi tornare alla generosità dei baci che mia madre mi ha messo sulla pelle, creando un ponte tra quella donna che oltre l’oceano m’attende per salutare insieme la sua luminosa anzianità e questa “quasi figlia” che è una Pasqua di libertà. Lei è la mia metà, una femmina piccola, con i miei colori dentro, anche fuori.

Infine un’altro, alto un metro, dice che lo stanno mangiando i vermi e che oramai è morto. Rido mentre la madre di lui racconta con disperazione meno tanatica di quella di mia madre. Ricorda me quando da piccola mi sdraiavo per terra e speravo la morte, ero talmente irritante che mia madre urlava: “Magari ti prendesse di fronte un camion e ti facesse polpetta!”
Azzardo un commento per tranquillizzarla:
-Diciamo che qualcosa doveva ereditare dalla madrina…
-Proprio questo? Domanda ancora preoccupata la madre ed io mi accorgo che soltanto il riso la può salvare. Provo delle battute ma senza ottenere l’effetto desiderato. Provo a toccare una frase che mi ha devastato per tanti anni e che ora, grazie a lei e a suo figlio riesco a dire ridendo:
-Mia madre è arrivata a dirmi: “spero ti prenda un cancro e tu schiatti!”
Lei ora ride. Io mi salvo dal passato, e per la prima volta nella mia vita, comprendo la disperazione di mia madre, la paura dentro la rabbia e l’impotenza. L’abbraccio dentro. Scopro anche un gemello di morte che ha quaranta anni meno di me. Lui mi ha scelta per condividere la Pasqua. Io sono rimasta sorpresa della sua scelta. Poi mi sono chiesta se insieme avremo mai parlato della morte, se saremo morti e resuscitati. Questo pensiero mi ha portato verso un menù di Pasqua che mia madre considerava “salvifico”: “Vuoi risuscitare anche un morto? Fa il tuo riso latte o un flan di verdure… Per certe ricette, sei nata con le mani benedette!”. Quindi, ho deciso di cucinare tutti e due. Nel caso dovessimo morire oggi e non fossimo capaci di resuscitare, il nostro vivere farà scoppiare delle risate, tra i vermi.

Roma, fertile, morta, rinata, illuminata dagli esseri che portano ali negli occhi. 2011 – Maria A. Listur

“(…) You are not bigger then me, you are just taller”
Napoleon

He is taller then me. I can see – behind the bouquet of rosy white roses that he carries with his hands, and doesn’t know how to give it to me – his chest a little curved towards the sternum. I feel him moved, to distract him I tell about my new houses. He says that he images me always further from him because “you are in my heart”. He makes a gesture like saying “Go!” I know him since he talked to angels and used to tell us thinks that we all lived long before his birth and that were secret even to ourselves. He is the visionary of the family that Rome has given me. He is an adolescent star that is a thousand years old.

Another one instead, tall half of me, goes leaving – in the corners of her house – donations to somebody who might need it, she explains how to ask to angels things that “are in the little hearts, not of dolls or toys… those of the little heart!” she repeats. She sees silhouettes and shadows, every hole on the roof scares her and she perceives my loving thoughts before I can express them. She crawls on me saying: “I love you Marialistur”, thinking that my name and surname is just one thing. She hugs me and kisses me making me go back to the generosity of my mother’s kisses that she put on my skin, creating a bridge between that woman that on the other side of the ocean waits for me to greet her luminous seniority and this “almost daughter” that is an Easter of freedom. She is my half, a small female, with my colors inside, outside also.

And in the end another one, a meter tall, he says that the worms are eating him and that he is almost dead. I laugh while the mother of him tells me lesser mortal desperation than of my mother. She remembers me that when I was small I would lie on the floor and hoped to die, I was so irritating that my mother would yell: “I hope that you get hit by a track and turns you in to a meatloaf!
I hazard a comment to calm her:
-Let’s say that he had to get something from his godmother…
-Did it have to be this? The mother asked worried and I realize that only a laugh can save her. I try some jokes without getting the hoped reaction. I try to contact a sentence that has devastated me for many years and that now, thanks to her and her son I am able to say laughing:
-My mother has even told me: “I hope that you get a tumor and croak!
Now she is laughing. I am safe from my past, and for the first time in my life, I understand my mother’s desperation, the worry inside the rage and the impotence. I hug her inside.
I discover a twin brother of death who is forty years younger than me. He has chosen me to share the Eastern. I was surprised by his choice. Then I asked myself if I would ever talk about death, if we would have die and resuscitate. This thought brought me towards an Easter menu that my mother considered “rescuer”: “Do you want to resuscitate a dead? Prepare your rice milk or your vegetables flan… For some recipes, you where born with blessed hands!”. So I decided to cook them both. In case we would die today and won’t be able to resuscitate, our living will make the worms burst in to laugher.

Rome, fertile, dead, reborn, illuminated from the beings that carries wing in their eyes. 2011 – Maria A. Listur

Siamo a casa. Sempre./We are at Home. Always.

Alla costanza della nostra famiglia.

“Io credo che la relazione fra estetica e politica sia personale e psicologica. Sta nelle nostre reazioni nei confronti del mondo in cui viviamo”
James Hillman

-Evviva! Siamo a casa!
Con la forza dei suoi quattro anni si lancia sul materasso che annuncia l’avvento del primo “tatami” (superficie sulla quale nelle tradizioni orientali si praticano diverse discipline corporee o si dorme). Insieme alla madre festeggia quella specie di “terra di fibre” che facilita la loro gioia.

-Siamo di nuovo a Buenos Aires!
Un tuffo sui cuscini s’accompagna con delle risate condivise. La statura di tutti e due è quasi la stessa. Il figlio e la madre crescono insieme a prescindere dai continenti, dai mari, dalle lingue che allontanano le terre.

-Vino?
-Vino.
-Rosso?
-Con questo formaggio, lo preferisco.
-Calici?
-Quelli da Malbec.
-Ma non ho preso un Malbec…
-Io te l’ho portato per brindare.
-Sono veramente privilegiata…
-Siamo a Roma mamma… certo che siamo privilegiati.
-Questo non lo pensano molti italiani…
-Lo pensiamo noi.
-Lo viviamo.
-Appunto… Brindo perché a prescindere dalla tua scelta, io vivrei nella casa sui pini.
-Come mai la chiami la casa sui pini?
-Non hai notato che dalle finestre in basso guardi la cima degli alberi del giardino?
-Mi sono fatta prendere dalle travi, dal caminetto, dal silenzio, dal profumo delle zagare.
-Io mi sono fatto prendere dall’altezza ed in quell’altezza io vivrei.

Sulla strada verso una casa che non è più la nostra, mi lascio prendere dalla visione cronologica di tutte le case in cui abbiamo vissuto; scopro che Roma contiene tutti i nostri passaggi. Una casa contiene la successiva anche se si trova in altre regioni, paesi o continenti. Tornano a me le parole di James Hillman, mi ragguagliano sulle scelte che sembrano inconsapevoli: “Il mondo è, come un giardino; in quanto si manifesta, è un mondo di cose come alberi, sentieri, ponti, e anche un mondo d’intuizioni, di metafore, d’insegnamenti, a disposizione di ogni anima che passa, dati con la facilità dei riflessi su un lago. Il giardino rende più intellegibile e più bella l’interiorità dell’anima. (…) Facciamo giardini per fare anima, per portare l’anima fuori dal suo nascondimento, per consentirle di mostrarsi. La natura, da sola, ama nascondersi, dice Eraclito; il giardino è la sua manifestazione coltivata.”

Roma, sul giardino pensile che abita le mura Aureliane. 2011 – Maria A. Listur

We are at Home. Always.
To the constancy of our Family.

“I believe that the relation between esthetics and politic is personal and psychological. It is in the reactions towards the world in which we live”
James Hillman

-Yuppie! We are home!
With the strength of his four years he throws himself on the mattress that announces the arriving of the first “tatami” (a surface on which it is practiced various corporal disciplines or it is possible to sleep in the oriental traditions). Together with his mother he celebrates that sort of “ground of fibers” that facilitates their happiness.

-We are in Buenos Aires again!
A dive on the pillows it is accompanied by some common laughs. The height of both of them it is almost the same. The son and the mother grow together nevertheless the continents, the seas, the languages that keep away the lands.

-Wine?
-Wine.
-Red?
-I prefer it with this kind of cheese.
-Calices?
-Those for the Malbec.
-But I didn’t buy a Malbec
-I brought it to make a toast.
-I am really privileged.
-We are in Rome mom… of course we are privileged.
-Not many Italians think like that…
-We think this way.
-We live it.
-That is the point… I toast because nevertheless of your choice I would live on the house over the pine-trees.
-Why do you call it the house over the pine-trees?
-Haven’t you notice that from lower part of the windows you can see the tips of the trees of the garden?
-I got carried away by the girders wood, the fireplace, the silence, the scent of the orange blossoms.
-The height carried me away and I would live in that kind of height.

On the road towards a house that isn’t ours anymore, I let myself get involved by the chronological vision of all the houses in which we have lived; I discover that Rome contains all our passages. A house contains the following one even if it is in other regions, countries or continents. Words by James Hillman come back to me, they inform me about the choices that seems to be unconscious: “The world is, like a garden; because it manifest itself, it is a world of things like trees, pathways, bridges, and also a world of intuitions, metaphors, teachings, at the disposal of any soul that passes by, given with the same easiness of the reflections on a lake. The garden makes more intelligible and more beautiful the interiority of the soul. (…) Let’s do gardens to make soul, to take out the soul from its hidings, to allow her to show itself. Nature, alone, loves to hide, as Heraclitus says; the garden is its cultivated manifestation.”

Rome, on the pensile garden that inhabits the Aurelian’s wall. 2011 – Maria A. Listur

“…uno non sta dove sta il corpo. Ma dove più manca. E qui tu manchi tanto!”/“…one is not where the body is. But where it is mostly missed. And here I miss you a lot!”

“… uno no está donde el cuerpo. 
Sino donde más lo extrañan. 
Y aquí se te extraña tanto!
Ricardo Arjona

A Eduardo, mio figlio. Ad Amalia, mia amica.

Quando la guardo camminare, davanti a me, provo una delle poche certezze della mia vita:
Lei è lo scrigno della mia memoria.
Dentro la sua schiena porta delle emozioni condivise che, all’ora di dire ancora addio, si rinnovano.
L’ultimo pranzo.
Si cucina insieme.
Lei racconta a mio figlio dei nostri colleghi artisti, in Argentina, negli anni ’70 e ’80; dà i dettagli sulle sparizioni e le morti; le torture, la disperazione.
Lui si commuove mentre la ringrazia.
Poi, parla anche dell’incontro con me; la sua descrizione mi fa sentire che la continuità, oltre le guerre e le morti, è qualcosa che salva ogni immigrante. Intendo la parola continuità come uno stato di persistenza, di successione:
continuità d’un pensiero,
continuità di un’abitudine,
continuità d’un piatto,
continuità d’un gesto che ci riporta alla gioia di essere sopravvissuti alla distanza.
Lei ha cucinato le sue “basuritas” (spazzaturine) che mi cucinava quando a vent’anni ancora credevo che il segreto della felicità ricedesse nella lotta. Io, una pasta che mi ha unito al paese che mi ospita d’anni e che ora lei ama “per amore di me”, dice. Mio figlio, “sciasciucca”, un piatto turco imparato durante la sua prima residenza universitaria in Francia.
Tutti e tre brindiamo per l’incontro, nella piccola cucina d’una strada rumorosa di Roma.
E tra nomi e spazi del tempo, io ricordo un uomo che ha fatto della memoria un omaggio alle lettere: Roberto Juarroz.
Lo cito, lo traduco sapendo di tradirlo perché il suo suono è argentino ma, me lo permetto perché lo scrigno nel suo dilatarsi può contenere anche questa voce, in italiano:

“Dobbiamo incominciare
a non riflettere più nelle pozzanghere,
a cancellare la nostra immagine dagli specchi,
ad abdicare alle nostre comode rappresentazioni,
a sconfiggere le copie della nostra immagine,
a guadagnare la sua impossibilità di produzione.

E rimanere allora da soli con la nostra immagine,
senza imbarazzi che l’ingannino o la distraggano,
rattrappita nella sua totale concentrazione,
compenetrata unicamente nelle sue linee.

E allontanati già dalle nostre proprie icone,
estrarre da noi uno sguardo inedito,
per ritornare a vederci
senza l’interferenza di sentirci imitati.

Togliere dalla circolazione la nostra immagine
somiglia alla riconquista della nostra origine.”

Roma, il freddo della sera è fatto d’addio. 2011 – Maria A. Listur

“…one is not where the body is. But where it is mostly missed. And here I miss you a lot!”

“… uno no está donde el cuerpo. 
Sino donde más lo extrañan. 
Y aquí se te extraña tanto!
Ricardo Arjona

To Eduardo, my son. To Amalia, my friend.

When I look at her walking, in front of me, I feel one of the few certainties of my life:
She is the casket of my memory.
Inside her backbone she carries some shared emotions that, when it’s time to say goodbye again, renovate themselves.
The last lunch.
We cook together.
She tells my son about our colleagues artists, in Argentina, in the ’70 and ’80; she gives details about their vanishings and deaths; the tortures, the despair.
He is moved while he is thanking her.
Then, she talks about the encounter with me; her description makes me feel the continuity, beyond the wars and the deaths, it is something that saves every immigrant. I intend the word continuity as a state of persistence, of sequence:
continuity of thought,
continuity of an habit,
continuity of a dish,
continuity of a gesture that brings us back to the joy of having survived the distance.
She made her “basuritas” (little rubbishes) that she used to prepare me when in my twenties I still believed that the secret of happiness resided in struggle. I, a pasta that has united the country that is hosting me from years and she loves “for the love of me”, she says. My son, “sciasciucca”, a typical Turkish recipe learned during his first university staying in France.
The three of us are toasting to the encounter, in the small kitchen of a noisy road of Rome.
And between names and spaces of time, I remember a man that has made of memory homage to letters: Roberto Juarroz.
I quote him, I translate him knowing that I am betraying him because his sound is Argentinean but, I allow my self because the casket in its enlarging can hold this voice also, in English:

“We have to start
to not reflect ourselves in the puddles,
to not cancel our image from mirrors,
to abdicate to our comfortable representations,
to defeat the copies of our image,
to earn the impossibility of its production.

And then to remain alone with our image,
without embarrassments that could trick it or distract it,
twisted in its own total concentration,
penetrated uniquely in its lines.

And already far away in our own icons,
extract from us an inedited glance,
to go back to see ourselves
without the interference of being imitated.

Getting rid of our image
it is similar to reclaiming our origin.”

Rome, the chill of the evening is made of farewell. 2011 – Maria A. Listur

Desencuentro

Alla memoria

-Tesoro, ti avevo chiesto di toglierti le scarpe…
-Ah! Mi dimentico che sei ossessiva…
-Non è una novità! Lo sai da trent’anni che a casa non porto le scarpe.
-Certo signora perfetta magra alta studiosa precisa allegra seducente generosa equanime grandiosa trasgressiva elegante div… !
-Ehi! Smettila! Non riesco a comprendere la tua ironia… Ci conosciamo da tanto tempo e in un secondo mi sembri sconosciuta…
-Io sono questa… ora sono questa…
-Ho bisogno di tempo per conoscerti… riconoscerti…
-Secondo me, mi avevi idealizzato.
-Non ti confondere! Io ti ho sempre stimato!
-Può darsi ma, ora devi digerire la delusione… mia cara…
-Non mi sono mai illusa! Ti conosco da quando avevo vent’anni. Sei stata una donna che ha ispirato percorsi creativi fondamentali sia per me che per altre persone! Se sei stata un’illusione devo dire che quella illusione è un percorso di intensità unica!
-Non me ne frega niente… Ora mi conviene essere altro!
-Conviene?
-Sì… Conviene!
-Sarà per questo che stai perdendo fascino!
-Quello è perché sono quasi un’anziana… Ho sessanta cinque anni!
-No… Questo accade perché sei diventata sgarbata.
-Sei tu che mi hai visto meglio di quello che veramente sono.
-Ti ho visto in un luogo al sud del mondo urlare per i diritti umani! Ti ho visto sostenere delle persone, accompagnarle, farlo perché sapevi che era ciò che si doveva fare e non perché ti conveniva! Non c’era nessuna convenienza allora!
-Non abito più là, ho cambiato paese!
-Infatti, abiti in un luogo che considera l’invasione un diritto! Ti rispecchia! Ti…
Un tango l’interrompe. Arriva dallo studio di danza accanto. E’ una musica conosciuta. La cantava uno dei più cari amici del padre: Roberto Goyeneche; quel canto la solleva dal “desencuentro”. Ascolta:

“Estás desorientado y no sabés/Sei disorientato è non sai
qué “trole” hay que tomar para seguir./
quale tram devi prendere per continuare,
Y en este desencuentro con la fe/
Ed in questo “dis-incontro” con la fede
querés cruzar el mar y no podés./
vuoi attraversare il mare e non puoi.
La araña que salvaste te picó/Il ragno che salvasti ti punse
-¡qué vas a hacer!-/-e che ci puoi fare!-
y el hombre que ayudaste te hizo mal/
e l’uomo che aiutasti ti fece male
-¡dale nomás!-/-insisti ancora!-
Y todo el carnaval/E tutto il carnevale
gritando pisoteó/gridando calpestò
la mano fraternal/la mano fraterna
que Dios te dio./che Dio ti donò.
(…)”

A metà del tango s’incammina verso la porta, l’attraversa, non guarda indietro ma riesce, infine, a dire addio.

Roma, la primavera sembra autunno, il vento sembra ricordo. 2011 – Maria A. Listur

Desencuentro
To the memory

-Honey, I asked you to take off the shoes…
-Ah! I forget that you are obsessive…
-It’s not a new thing! You have known for thirty years that in the house I don’t wear shoes.
-Of course you perfect thin tall studious precise jolly fascinating generous fair magnificent transgressive elegant div…!
-Hey! Stop it! I cannot understand your irony… We have known each other for long and in a second you look strange…
-I am like that… now I am like that…
-I need time to know you… to recognize you…
– I think, you had me idealized.
-Don’t get confused! I have always admired you!
-Could be, but now you have to digest the disappointment… my dear…
-I have never been deceiving myself! I have known you since I was twenty. You have been a woman who has inspired fundamental creative paths for me and for other persons! If you have been an illusion I must say that that illusion it’s a path of unique intensity!
-I don’t give a damn… Now it’s convenient for me to be something else!
-Convenient?
-Yes… Convenient!
-It might be for this that you are losing your charm!
-That is because I am almost an old woman… I am sixty-five!
-No… This is happening because you became impolite.
-It’s you that have been seeing me better from what I really am.
-I have seen you in a southern point of the world screaming for human rights! I have seen you supporting some persons, accompany them, do it because it was what was supposed to be done not because it was convenient! There was no convenience then!
-I don’t live there anymore, I have changed country!
-In fact you live in a country that considers invasion a right! It reflexes you! It’s…
A tango interrupts her. It’s coming from the dance studio nearby. It’s a known music. It was sung by one of the dearest friends of her father: Roberto Goyeneche; that song elevates her from the “desencuentro”. She listens:

“Estás desorientado y no sabés/You are disoriented and don’t know
qué “trole” hay que tomar para seguir./
which tramcar you have to get on to continue,
Y en este desencuentro con la fe/
And in this “dis-encounter” with faith
querés cruzar el mar y no podés./
you want to cross the sea but you can’t.
La araña que salvaste te picó/The spider that you saved stung you
-¡qué vas a hacer!-/-and what are you going to do about it!-
y el hombre que ayudaste te hizo mal/
and the man you helped has hurt you
-¡dale nomás!-/-keep going on!-
Y todo el carnaval/And the whole carnival
gritando pisoteó/screaming stump
la mano fraternal/the brotherly hand
que Dios te dio./that God gave you.
(…)”

In the middle of the tango she starts walking towards the door, she passes through it, she doesn’t look back but manages, in the end, to say goodbye.

Rome, spring seems like autumn, the wind seems like reminiscence. 2011 – Maria A. Listur

“Saper morire costa la vita”/“ Wisdom of Dying Costs Life”

Antonio Porchia

-Come va?
-L’emorragia non si ferma ma l’umore è magnifico.
-Vengo?
-Stai tranquilla, sono in buone mani e tutto passerà.
-Sei serena o sto proiettando un mio desiderio?
-Sono serena.
-Sicura che non vuoi che venga?
-Ti voglio presente ma con la voce. Mi serve soltanto il mio medico, è bravo…
-Intuisco.
-Ti voglio bene bella…
-Ti voglio bene stella…
-Quanto mi dispiace avere paura…

-Papà, arrivo in dodici ore, il tempo d’un aereo.
-Non devi venire.
-Voglio venire.
-Non devi.
-Perché? Perché?
-Io ti domando perché: Perché mi devi veder morire?
-Ti prego papà… Lasciami venire…
-No no e no! Mi hai visto vivere. Quello è il ricordo che ti voglio lasciare.

-Se non reggo l’anestesia organizza una festa per me.
-La reggerai…
-Come lo sai?
-Sei morta troppe volte per morire semplicemente intossicata…

“ “Critica del dolore” è l’affermazione che le forze di sopportazione superano il dolore, o perlomeno che, il dolore eccita immediatamente una somma, proporzionale alla sua intensità, di forze di sopportazione, vale a dire di attività volontarie alle quali sono correlate delle sensazioni di piacere di tutta attività sviluppata che, simultaneamente al dolore che si sta sopportando, creano una simultaneità del tono affettivo positivo con il tono affettivo negativo, cioè compensano o annullano il dolore. (…) Abbandoniamoci e basta.”
Macedonio Fernandez

Roma, caldo fiore di primavera; paradossale e unica. 2011 – Maria A. Listur

“ Wisdom of Dying Costs Life”
Antonio Porchia

-How is it going?
-The haemorrhage is not stopping but the humour is magnificent.
-Shall I come?
-Don’t worry, I am in good hands and everything will pass.
-Are you serene or am I projecting my desire?
-I am serene.
-Are you sure you don’t want me to come?
-I want you here but with your voice. I just need my doctor, he is good…
-I understand.
-I love you darling…
-I love you honey…
-I am so sorry to be scared…

-Dad, I get there in twelve hours, just the time of a flight.
-You don’t have to come.
-I want to come.
-You don’t.
-Why? Why?
-I ask you why: Why do you have to see me dying?
-I beg you dad… Let me come…
-No no and no! You’ve seen me living. That’s the memory that I want you to have.

-If I don’t tolerate the anaesthesia please throw a party for me.
-You will tolerate it…
-How do you know?
-You have died too many times to die simply intoxicated…

“ “Critic of pain”is the affirmation that the forces of bearing overcome pain, or at least, pain excites immediately a quantity, proportional to its intensity, of forces of bearing, it’s like saying of voluntary activities to which are interrelated to sensations of pleasure of the whole developed activity which, simultaneously to the pain that is being bore, create a simultaneity of the positive affective tone with the negative affective tone, meaning that they compensate or cancel the pain. (…) Lets abandon ourselves and that’s all.”
Macedonio Fernandez

Rome, warm spring flower; paradoxical and unique. 2011 – Maria A. Listur

Vicente Huidobro

“Eccomi qui al bordo dello spazio e lontano dalle circostanze
Io me ne vado teneramente come una luce
Verso il cammino delle apparenze”

Mentre mi guarda dal basso
festeggia col colore il nostro incontro
non riesco a rintracciare un posto comodo dove poggiarmi
scendo verso terra
raggiungo la posizione più facile della mia giornata
schiena allungata
sento i suoi occhi colpire i miei
m’invita ad avvicinarmi
m’avvicino strisciando senza abbassare lo sguardo
si allunga verso di me
restiamo di fronte
respiro i suoi vapori di basilico e menta
non ci muoviamo
non ci muoviamo
non ci muoviamo
minuti di mimetismo condiviso
usciamo dal mimetismo
mi bacia
la pelle è fredda
dice nella sua lingua:
“ti conosco da sempre”
io penso:
“come mai oggi mi sento una lucertola!”
mi sveglio dal mio sogno ridendo
faccio fatica a tornare umana
provo il mimetismo con il letto
poi con le porte bianche infine con la giornata grigia
scopro che mimetizzarsi è un riflesso di protezione
mi guardo allo specchio
per riunirmi con quello che sento
finalmente, scrivo.

Roma che presti i tuoi resti per far risuonare il vento. 2011 – Maria A. Listur

Vincente Huidoboro

“Here I am at the edge of the space and faraway from circumstances
I go tenderly like a light
Towards the walk of the appearances”

While he looks at me from below
he celebrates our encounter with colour
I can’t find a comfortable place where to lean
I get down towards the ground
I reach the easiest position of my day
back stretched
I feel his glance hitting mine
I go closer crawling without taking my glance off
he stretches towards me
we remain facing
I breathe his vapours of basil and mint
we don’t move
we don’t move
we don’t move
minutes of shared camouflage
we leave the camouflage
he kisses me
the skin is cold
he says in his language:
“I have known you all my life”
I think:
“how come I feel like a lizard!”
I wake up from my dream laughing
I struggle to return human
I try the camouflage in the bed
then with the white doors and finally with the grey day
I discover that to camouflage oneself is a reflex protection
I look at myself in the mirror
to reunify with what I am feeling
in the end, I write.

Rome that borrows your remains to let the wind resound. 2011 – Maria A. Listur

Il sole nella notte / The Sun at Night

A Gianni. Ad Antonio. Alla loro vista sui tetti.

-Venga a vedere la casa… La prego. Avrà una sorpresa…
-A che ora le risulta comodo?
-Alle 18, quando tutto diventa rosso, il sole cade sul giardino.
-Ci vediamo alle 18.
-Puntuale.
-Sono puntuale.

Il primo ricordo che ho d’una porta che si chiude alle mie spalle risale a quando avevo due anni. Ricordo un bagliore, il sole negli occhi, la difficoltà di guardare avanti, una corsa fino ad arrivare a un’altra porta, busso. Il vento caldo muove il mio vestito tra le gambe. M’appoggio sulla porta con le due mani e la colpisco ancora con la destra. Apre una donna, mi dice:
-Cosa fai qui piccolina? Vieni…
-Io… sola sola sola. Rispondo, costruendomi tutto un futuro.
Mi prende per mano conducendomi dentro. Mi dà dell’acqua.
Dopo poco, dal pavimento incominciano ad arrivare delle vibrazioni, un solletico che mi fa ballare. Qualcuno mi prende in braccio; corre verso il patio; una voce conosciuta grida dalla parte del giardino che s’affaccia sulla strada. Mi dimeno per scendere dalle braccia di quel qualcuno che non ricordo. Conosco quella voce. La voce corre verso di me, mi stringe a sé. Io dico:
-Mamma.
Lei mi bacia e mi parla tra i capelli.
Dopo alcuni anni, in seguito ad un altro terremoto, ho provato due sensazioni simultanee: il desiderio di ballare e la certezza che mia madre sarebbe arrivata dicendo “Nena, mi nena, estoy llegando…” (Bimba, mia bimba, sto arrivando…), per sollevarmi, innalzarmi, sostenermi.
Ogni porta chiusa alle mie spalle è la spinta verso una luce abbagliante, un terremoto, un abbraccio.

Arrivo puntuale alla casa nel giardino, tutto è bagnato dai toni ocra, arancione, rosso. Salgo una scala che porta a una stanza con dei soffitti affrescati che si disperdono sulle pareti dipinte nelle gamme dei rossi Siena e tra le sete incorniciate da filature dorate. In mezzo alla grande sala e tra pochi mobili eleganti ed imponenti, una donna anziana, seduta, avvolta in uno scialle color avorio, mi guarda. Cammino con piacere sui tappeti appoggiati su quel tipo di parquet secolare che sostiene il peso con flessibilità. La raggiungo, m’indica un posto sul divano accanto a lei; cade un raggio di sole che illumina la sua mano mettendo ancora più in risalto il buio dove ha scelto di sedersi.
-Le piace la casa?
-Certo ma, non ho capito perché me l’ha fa vedere… Lei sa che sto cercando casa e non ha intenzioni d’affittare la sua quindi… Quale sarebbe la sorpresa?
-I colori. Che lei li veda, che lei senta come dovrebbe essere la sua casa, dove dovrebbe vivere, in quale giardino, con quale silenzio, cosa le serve…
-E’ un allenamento alla bellezza? Guardi che mi trova preparata…
-Non posso guardare… Non vedo… Mi racconti cosa vede, faccia in modo che la sua voce diventi la mia casa.
Descrissi la casa nei minimi particolari e da qualche anno le descrivo anche quello che si trova dentro i mobili, i cambiamenti delle pareti, le gamme vissute del legno, la grandezza o piccolezza delle formiche, il colore del tempo, faccio casa con la voce e le leggo spesso alcune parole di Jorge Luis Borges. Quando la rincontro, ascolto lui da dentro, dice: “Non so quale è la faccia che mi guarda/ quando guardo la faccia nello specchio”.

Roma, esuberante signora che nascondi più di quanto mostri. 2011 – Maria A. Listur

The Sun at Night
To Gianni. To Antonio. To their view over the roofs.

-Come and see the house… I beg you. You will have a surprise…
-At what time would be good for you?
-At 18, when everything becomes red, the sun falls on the garden.
-I will see at 18.
-On time.
-I am punctual.

The first memory that I have of a door closing behind my shoulder is when I was two years old.
I remember a glow, the sun in the eyes, the difficulty of looking upfront, a rush to reach another door, I knock. The hot wind is moving my dress between my legs. I am leaning against the door with both hands and I am hitting again with my right. A woman opens, she tells me:
-What are you doing here child? Come in …
-I… alone alone alone. I reply, constructing a whole future.
She takes me by the hand taking me inside. She gives me some water.
After a while, from the floor it start coming some vibrations, a tickling that makes me dance. Somebody takes me in its arm; runs toward the patio; a known voice is screaming from the side of the garden that overlooks the road. I struggle to get down from the arms of that someone that I don’t remember. I know that voice. The voice is running towards me, it holds me. I say:
-Mommy.
She kisses me and talks to me through the hair.
After some years, after another earthquake, I have felt simultaneous sensations: the desire of dancing and the certainty that my mother would have come saying: “Nena, mi nena, estoy llegando…” (Child, my child, I am coming…), to lift me up, to raise me up, to sustain me.
Every door closed behind my shoulder is a thrust towards a dazzling light, an earthquake, a hug.

I arrive on time at the house in the garden, everything is wet by ochre, orange, red tones. I climb a stair that brings to a room with some frescos on the ceiling that scatter on the walls painted in the graduations of Siena red and between the framed silk textures some golden spinning. In the middle of the big room between few elegant and imposing furniture, an old lady, seated, wrapped in a ivory colored shawl, is looking at me. I gladly walk over the carpets laid on that kind of secular parquet that sustain the weight with flexibility. I reach her, she shows me a seat on the nearby sofa; a ray of light falls and illuminates her hand bringing more out the darkness where she has chosen to sit.
-Do you like the house?
-Of course but, I don’t understand why you are showing it to me… You know I am looking for one and you have no intention to rent yours therefore… What would it be the surprise?
-The colors. You have to see them, you have to feel as your house has to be, where you should live, in what kind of garden, with what sort of quietness, what you need…
-Is it a training for beauty? I am well trained…
-I can’t watch… I don’t see… Tell me what do you see, make your voice become my home.
I described the house to the smallest details and since few years ago I describe her even what there is inside the furniture, how the walls have changed, the graduation lived by the wood, the bigness or the smallness of the ants, the color of time, I make a house with the voice and I often read for her some words of Jorge Luis Borges. When I meet her again, I listen to him from inside, he says: “I don’t know what face looks at me/ when I look at the face in the mirror”.

Rome, exuberant lady that hides more than you show. 2011 – Maria A. Listur