Il sole nella notte / The Sun at Night

A Gianni. Ad Antonio. Alla loro vista sui tetti.

-Venga a vedere la casa… La prego. Avrà una sorpresa…
-A che ora le risulta comodo?
-Alle 18, quando tutto diventa rosso, il sole cade sul giardino.
-Ci vediamo alle 18.
-Puntuale.
-Sono puntuale.

Il primo ricordo che ho d’una porta che si chiude alle mie spalle risale a quando avevo due anni. Ricordo un bagliore, il sole negli occhi, la difficoltà di guardare avanti, una corsa fino ad arrivare a un’altra porta, busso. Il vento caldo muove il mio vestito tra le gambe. M’appoggio sulla porta con le due mani e la colpisco ancora con la destra. Apre una donna, mi dice:
-Cosa fai qui piccolina? Vieni…
-Io… sola sola sola. Rispondo, costruendomi tutto un futuro.
Mi prende per mano conducendomi dentro. Mi dà dell’acqua.
Dopo poco, dal pavimento incominciano ad arrivare delle vibrazioni, un solletico che mi fa ballare. Qualcuno mi prende in braccio; corre verso il patio; una voce conosciuta grida dalla parte del giardino che s’affaccia sulla strada. Mi dimeno per scendere dalle braccia di quel qualcuno che non ricordo. Conosco quella voce. La voce corre verso di me, mi stringe a sé. Io dico:
-Mamma.
Lei mi bacia e mi parla tra i capelli.
Dopo alcuni anni, in seguito ad un altro terremoto, ho provato due sensazioni simultanee: il desiderio di ballare e la certezza che mia madre sarebbe arrivata dicendo “Nena, mi nena, estoy llegando…” (Bimba, mia bimba, sto arrivando…), per sollevarmi, innalzarmi, sostenermi.
Ogni porta chiusa alle mie spalle è la spinta verso una luce abbagliante, un terremoto, un abbraccio.

Arrivo puntuale alla casa nel giardino, tutto è bagnato dai toni ocra, arancione, rosso. Salgo una scala che porta a una stanza con dei soffitti affrescati che si disperdono sulle pareti dipinte nelle gamme dei rossi Siena e tra le sete incorniciate da filature dorate. In mezzo alla grande sala e tra pochi mobili eleganti ed imponenti, una donna anziana, seduta, avvolta in uno scialle color avorio, mi guarda. Cammino con piacere sui tappeti appoggiati su quel tipo di parquet secolare che sostiene il peso con flessibilità. La raggiungo, m’indica un posto sul divano accanto a lei; cade un raggio di sole che illumina la sua mano mettendo ancora più in risalto il buio dove ha scelto di sedersi.
-Le piace la casa?
-Certo ma, non ho capito perché me l’ha fa vedere… Lei sa che sto cercando casa e non ha intenzioni d’affittare la sua quindi… Quale sarebbe la sorpresa?
-I colori. Che lei li veda, che lei senta come dovrebbe essere la sua casa, dove dovrebbe vivere, in quale giardino, con quale silenzio, cosa le serve…
-E’ un allenamento alla bellezza? Guardi che mi trova preparata…
-Non posso guardare… Non vedo… Mi racconti cosa vede, faccia in modo che la sua voce diventi la mia casa.
Descrissi la casa nei minimi particolari e da qualche anno le descrivo anche quello che si trova dentro i mobili, i cambiamenti delle pareti, le gamme vissute del legno, la grandezza o piccolezza delle formiche, il colore del tempo, faccio casa con la voce e le leggo spesso alcune parole di Jorge Luis Borges. Quando la rincontro, ascolto lui da dentro, dice: “Non so quale è la faccia che mi guarda/ quando guardo la faccia nello specchio”.

Roma, esuberante signora che nascondi più di quanto mostri. 2011 – Maria A. Listur

The Sun at Night
To Gianni. To Antonio. To their view over the roofs.

-Come and see the house… I beg you. You will have a surprise…
-At what time would be good for you?
-At 18, when everything becomes red, the sun falls on the garden.
-I will see at 18.
-On time.
-I am punctual.

The first memory that I have of a door closing behind my shoulder is when I was two years old.
I remember a glow, the sun in the eyes, the difficulty of looking upfront, a rush to reach another door, I knock. The hot wind is moving my dress between my legs. I am leaning against the door with both hands and I am hitting again with my right. A woman opens, she tells me:
-What are you doing here child? Come in …
-I… alone alone alone. I reply, constructing a whole future.
She takes me by the hand taking me inside. She gives me some water.
After a while, from the floor it start coming some vibrations, a tickling that makes me dance. Somebody takes me in its arm; runs toward the patio; a known voice is screaming from the side of the garden that overlooks the road. I struggle to get down from the arms of that someone that I don’t remember. I know that voice. The voice is running towards me, it holds me. I say:
-Mommy.
She kisses me and talks to me through the hair.
After some years, after another earthquake, I have felt simultaneous sensations: the desire of dancing and the certainty that my mother would have come saying: “Nena, mi nena, estoy llegando…” (Child, my child, I am coming…), to lift me up, to raise me up, to sustain me.
Every door closed behind my shoulder is a thrust towards a dazzling light, an earthquake, a hug.

I arrive on time at the house in the garden, everything is wet by ochre, orange, red tones. I climb a stair that brings to a room with some frescos on the ceiling that scatter on the walls painted in the graduations of Siena red and between the framed silk textures some golden spinning. In the middle of the big room between few elegant and imposing furniture, an old lady, seated, wrapped in a ivory colored shawl, is looking at me. I gladly walk over the carpets laid on that kind of secular parquet that sustain the weight with flexibility. I reach her, she shows me a seat on the nearby sofa; a ray of light falls and illuminates her hand bringing more out the darkness where she has chosen to sit.
-Do you like the house?
-Of course but, I don’t understand why you are showing it to me… You know I am looking for one and you have no intention to rent yours therefore… What would it be the surprise?
-The colors. You have to see them, you have to feel as your house has to be, where you should live, in what kind of garden, with what sort of quietness, what you need…
-Is it a training for beauty? I am well trained…
-I can’t watch… I don’t see… Tell me what do you see, make your voice become my home.
I described the house to the smallest details and since few years ago I describe her even what there is inside the furniture, how the walls have changed, the graduation lived by the wood, the bigness or the smallness of the ants, the color of time, I make a house with the voice and I often read for her some words of Jorge Luis Borges. When I meet her again, I listen to him from inside, he says: “I don’t know what face looks at me/ when I look at the face in the mirror”.

Rome, exuberant lady that hides more than you show. 2011 – Maria A. Listur

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