“…uno non sta dove sta il corpo. Ma dove più manca. E qui tu manchi tanto!”/“…one is not where the body is. But where it is mostly missed. And here I miss you a lot!”

“… uno no está donde el cuerpo. 
Sino donde más lo extrañan. 
Y aquí se te extraña tanto!
Ricardo Arjona

A Eduardo, mio figlio. Ad Amalia, mia amica.

Quando la guardo camminare, davanti a me, provo una delle poche certezze della mia vita:
Lei è lo scrigno della mia memoria.
Dentro la sua schiena porta delle emozioni condivise che, all’ora di dire ancora addio, si rinnovano.
L’ultimo pranzo.
Si cucina insieme.
Lei racconta a mio figlio dei nostri colleghi artisti, in Argentina, negli anni ’70 e ’80; dà i dettagli sulle sparizioni e le morti; le torture, la disperazione.
Lui si commuove mentre la ringrazia.
Poi, parla anche dell’incontro con me; la sua descrizione mi fa sentire che la continuità, oltre le guerre e le morti, è qualcosa che salva ogni immigrante. Intendo la parola continuità come uno stato di persistenza, di successione:
continuità d’un pensiero,
continuità di un’abitudine,
continuità d’un piatto,
continuità d’un gesto che ci riporta alla gioia di essere sopravvissuti alla distanza.
Lei ha cucinato le sue “basuritas” (spazzaturine) che mi cucinava quando a vent’anni ancora credevo che il segreto della felicità ricedesse nella lotta. Io, una pasta che mi ha unito al paese che mi ospita d’anni e che ora lei ama “per amore di me”, dice. Mio figlio, “sciasciucca”, un piatto turco imparato durante la sua prima residenza universitaria in Francia.
Tutti e tre brindiamo per l’incontro, nella piccola cucina d’una strada rumorosa di Roma.
E tra nomi e spazi del tempo, io ricordo un uomo che ha fatto della memoria un omaggio alle lettere: Roberto Juarroz.
Lo cito, lo traduco sapendo di tradirlo perché il suo suono è argentino ma, me lo permetto perché lo scrigno nel suo dilatarsi può contenere anche questa voce, in italiano:

“Dobbiamo incominciare
a non riflettere più nelle pozzanghere,
a cancellare la nostra immagine dagli specchi,
ad abdicare alle nostre comode rappresentazioni,
a sconfiggere le copie della nostra immagine,
a guadagnare la sua impossibilità di produzione.

E rimanere allora da soli con la nostra immagine,
senza imbarazzi che l’ingannino o la distraggano,
rattrappita nella sua totale concentrazione,
compenetrata unicamente nelle sue linee.

E allontanati già dalle nostre proprie icone,
estrarre da noi uno sguardo inedito,
per ritornare a vederci
senza l’interferenza di sentirci imitati.

Togliere dalla circolazione la nostra immagine
somiglia alla riconquista della nostra origine.”

Roma, il freddo della sera è fatto d’addio. 2011 – Maria A. Listur

“…one is not where the body is. But where it is mostly missed. And here I miss you a lot!”

“… uno no está donde el cuerpo. 
Sino donde más lo extrañan. 
Y aquí se te extraña tanto!
Ricardo Arjona

To Eduardo, my son. To Amalia, my friend.

When I look at her walking, in front of me, I feel one of the few certainties of my life:
She is the casket of my memory.
Inside her backbone she carries some shared emotions that, when it’s time to say goodbye again, renovate themselves.
The last lunch.
We cook together.
She tells my son about our colleagues artists, in Argentina, in the ’70 and ’80; she gives details about their vanishings and deaths; the tortures, the despair.
He is moved while he is thanking her.
Then, she talks about the encounter with me; her description makes me feel the continuity, beyond the wars and the deaths, it is something that saves every immigrant. I intend the word continuity as a state of persistence, of sequence:
continuity of thought,
continuity of an habit,
continuity of a dish,
continuity of a gesture that brings us back to the joy of having survived the distance.
She made her “basuritas” (little rubbishes) that she used to prepare me when in my twenties I still believed that the secret of happiness resided in struggle. I, a pasta that has united the country that is hosting me from years and she loves “for the love of me”, she says. My son, “sciasciucca”, a typical Turkish recipe learned during his first university staying in France.
The three of us are toasting to the encounter, in the small kitchen of a noisy road of Rome.
And between names and spaces of time, I remember a man that has made of memory homage to letters: Roberto Juarroz.
I quote him, I translate him knowing that I am betraying him because his sound is Argentinean but, I allow my self because the casket in its enlarging can hold this voice also, in English:

“We have to start
to not reflect ourselves in the puddles,
to not cancel our image from mirrors,
to abdicate to our comfortable representations,
to defeat the copies of our image,
to earn the impossibility of its production.

And then to remain alone with our image,
without embarrassments that could trick it or distract it,
twisted in its own total concentration,
penetrated uniquely in its lines.

And already far away in our own icons,
extract from us an inedited glance,
to go back to see ourselves
without the interference of being imitated.

Getting rid of our image
it is similar to reclaiming our origin.”

Rome, the chill of the evening is made of farewell. 2011 – Maria A. Listur

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