Onirica/Oneiric

“Amare è poter pensare “in alto” con un’altro essere umano”
Pascal Quignard

-E tu ti sei lasciata prendere per la mano?!!!
-Certo.
-Ma non sapevi chi fosse.
-Il gesto era squisito.
-Non incominciare con la tua storia sulle intuizioni!
-Mi portò dentro il deposito dove si trovano le opere che non hanno spazio nel Grand Palais…

Guardo un’immagine del grande sogno che è la pittura di Odilon Redon.
Resto commossa nel vederla nascosta dietro la seta. Questa sì che è un’apocalisse possibile: lui scosta il velo davanti all’immagine ed io posso vedere ciò che non è dato vedere per mancanza di spazio. Rido di commozione. Rido e abbraccio lo sconosciuto che mi ha scelta per farmi vedere il segreto.
Senza commenti. Senza spiegazioni. Abbiamo guardato, a lume di candela, quello che “il principe dei sogni”, sognò sulla tela.

-Non voglio sapere queste cose! Ti rendi conto che ti poteva succedere qualcosa…
-A quaranta sei anni, con tutto il ben di Dio che gira intorno! Ma no! Era una questione di rapimento estetico!
-Estetico un corno! Ora non mi dire che tutto si è risolto nel guardare un quadro perché non ti credo!

Lo sconosciuto propone di bendarmi gli occhi. Lo lascio fare. Per mano mi fa scendere tre piani di scale. Percepisco odore di umidità. Mi toglie la benda. Davanti a me, la meraviglia! Lui ordina:
-Non deve descrivere quello che ha visto.
-Posso raccontare però che, ho visto?
-Senza nomi.
-Posso dire di Odilon?
-Soltanto Odilon?
-La ringrazio.
-Ringraziarmi verbalmente non è abbastanza.
-Mi passi il conto.
-Ascoltare insieme lo Stabat Mater di Pergolesi all’église de la Madeleine, questa sera.
-Ci sarò.
-Per uscire la devo bendare ancora.

-Tutto si è risolto come nel proverbio zen:
“In sostanza nulla esiste, ma se c’è il tè bevo il tè e se c’è il riso mangio il riso”.

Parigi, tenue, intensa e mia. Come mia madre. 2011 – Maria A. Listur

Oneiric

“Love is to be able to think “higher” with another human being”
Pascal Quignard

-And did you let him grab your hand?!!!
-Sure.
-But you didn’t know him.
-The gesture was exquisite.
-Don’t start with that story of the intuitions!
-He brought me inside the storage where the work of arts that have no space in the Grand Palais…

I am looking at the big dream that is the painting of Odilon Redon.
I feel moved in seeing it hidden behind the silk. This is a possible apocalypse: he puts aside the veil in front of the image and I could see what it has not given to be watched because of lack of space. I laughed moved. I laugh and hug the stranger that has chosen me to let me see the secret.
Without comments. without explanations. We have watched, in the flickering light, what “the prince of the dream” dreamt on the canvas.

-I don’t want to know these things! Do you realize that something could have happened…
-Your forty, With all that God’s knows what goes around! Hell no! It was a question of esthetics kidnapping!
-The hell with Esthetics! Now don’t tell me that everything was solved with watching a painting because I don’t believe you!

The stranger proposed to blindfold my eyes. I let him do it. Holding hands he makes me go down for three stories of steps. I smell the odor of humidity. He takes my blindfold off. In front of me, the astonishment. He orders:
-You mustn’t describe what you have seen.
Can I tell that, I have seen?
-No names.
-Can I say about Odilon?
-Only Odilon?
-I thank you.
-Thanking me verbally is not enough.
-Get me the check.
-Listening the Stabat Mater by Pergolesi at the église de la Madeleine, tonight.
-I’ll be there.
-To leave I will have to blindfold you again.

-Everything has solved as the Zen saying goes:
“In the end nothing exist, but if there is tea I drink tea and if there is rice I eat rice”.

Paris, feeble, intense and mine. Like my mother. 2011 – Maria A. Listur

Belle Arti-Beni Culturali/ Fine Arts-Cultural Heritage

Alla maestria di un uomo che è anche mio figlio.

Una donna sconosciuta interroga un gatto del mio giardino. Lui evita ogni risposta. Lei sente il suono dei miei passi sulla ghiaia dopo che lui ha girato la testa ed incominciato a venirmi incontro.
-E’ il suo gatto? Chiede l’estranea.
-E’ uno dei sette gatti che abbiamo nella villa. Non è mio. E’ di tutti.
-Abita da sola? Domanda ancora avvicinandosi.
-Con mio figlio.
-Ah… sposata? Dice con aria sorniona.
-Maria. Rispondo allungando la mano destra.
-Grazia. Si presenta lei.
-Divorziata. Chiarisco io.
-Come me! Annuncia lei.
Mi dice che è in visita antropologica alla nostra casa e che rimarrà da noi per qualche giorno. Mi chiede di vedere uno degli edifici dove s’innalza uno spazio storico con basamento romano che è dove poggia la nostra casa. Ci diamo un appuntamento per la sera stessa. Mi saluta dicendo:
-Una donna senza uomo è sempre un bene culturale!
La lascio scendere le scale senza rispondere. Taccio in attesa d’un commento dell’universo. L’indomani parto. All’aeroporto, alle quattro di mattina, m’accompagnano mio figlio ed un suo amico. Il responsabile dei controlli del bagaglio a mano, mentre gli porgo la mia carta d’identità, commenta: “Buon profumo Signora!”. Sorrido e passo verso un altro paese dove, appena arrivata e prima di chiedere un caffèlatte, il cameriere ridendo dice: “Signora! è tornata! Le porto quello di sempre?. Arrivo a casa. Un mio amico la sta profumando con una cura che mi fa soccombere al desiderio di comperare dei fiori. Il venditore mi regala un bouquet curato come se non si dovesse mai più aprire, dice: “Siete amabile… ”. Ringrazio e torno a casa. Il mio amico mi ha lasciato un biglietto. La casa odora di gioia, il vento fuori invita alla riflessione. Scendo a prendere un aperitivo nel bar dell’angolo. Seduta attendo il proprietario che fa anche il barman. So che arriverà sorridendo quando mi vedrà. Mi vede. Alza le mani e corre a stringere le mie. Parallelamente al suo percorso, dall’altra parte della sbarra di legno, un altro uomo cammina verso di me, si ferma ad un metro, chiede del vino ed un panino, poi mi guarda, dice: “Buon pomeriggio Signora”. Prende il vino, il panino, esce al sole. Torno a casa. Il mio vicino porta, per sei piani di scale, la mia busta della spesa. Lo ringrazio, lui risponde in una risata: “Se vuole evitare lo spettacolo di un uomo di mezza età senza fiato, faccia la spesa in un altro orario… Altrimenti l’aiuterò ogni volta che la vedrò”.
Preparo il tavolo per la cena. Arriverà mio figlio con un aereo serale. So che farà dei commenti felici sulle qualità dei formaggi. Sorrido immaginando. Apro il vino. Torno al pensiero della signora che, soltanto ieri, interrogava un gatto, senza trovare risposta. La vedo scendere delle scale fallaci, almeno per quanto mi riguarda. Viene in sostegno del mio essere “con” gli uomini, la luce di Nicolás Gómez Dávila: “Le perfezioni di chi amiamo non sono finzioni dell’amore. Amare è, al contrario, il privilegio di accorgersi di una perfezione invisibile agli occhi degli altri”. Servo del vino con la maestria che gli uomini mi hanno insegnato, con un senso di totalità che la loro presenza mi rinnova anche quando non sembra.

Parigi, di vento vestita, mio foulard, mio ombrello. 2011 – Maria A. Listur

Fine Arts-Cultural Heritage

To the mastery of a man who is also my son.

A female stranger is interrogating a cat in my garden. He avoids each reply. She hears the sound of my steps on the gravel after he has turned his head and started walking towards me.
-Is he your cat? The female stranger asks.
-It’s one of the seven cats that we have in the villa. It’s not mine. It’s everybody’s.
-Do you live alone? She asks again getting closer.
-With my son.
-Hum…married? She asks crafty.
-Maria. I answer stretching out my hand.
-Grazia. She replies.
-Divorced. I clarify.
-Just like me! She announces.
She says that she is in an anthropologic visit of our home and she will stay for some day.
She asks to see one of the buildings where there is a historic area where it rises up a roman basement that is where our home is laid. We settle for an appointment for the same evening. She greets me saying:
-A woman without a man is always a cultural heritage.
I let her go down the stairs without answering. I fall silent waiting for a comment from the universe. The next day I leave. At the airport, at four o’clock in the morning my son and a friend of him are escorting me. The man in charge of the security check of the hand luggage, while I am handing out my identity card says: “Good perfume Madame!” I smile and get to another country where, as soon as arrived and before asking a caffelatte, the waiter laughing says: “Madame! You are back! Shall I bring you the usual?” I reach home. A friend of mine is scenting the house in such a way that makes me surrender from buying some flowers. The shopkeeper presents me a bouquet cared in such a way as it would never have to be opened, he says: “You are lovely…”. I thank and go back home. My friend has left me a note. The house smells of joy, the wind outside invites to reflection. I go down to have an aperitif at the bar on the corner. Seated I wait for the owner who is also the barman. I know he will be coming smiling when he will see me. He sees me. Raises his hands up and runs to hold mines. Parallel to his path, on the other side of the wooden bar, another man walks toward me, stops at a meter from me, asks for some wine and a sandwich, then he looks at me, saying: “ Good afternoon, Madame”. Takes the wine, the sandwich, goes out in the sun. I go back home. My neighbor carries for six floors, my shopping bag. I thank him, he answers with a laugh “ If you want to avoid to see the show of a middle aged man out of breath, I beg you to shop for groceries in another time… Otherwise I will help you every time I see you”.
I prepare the table for the dinner. My son will arrive with an evening flight. I know he will make some happy remarks on the quality of the cheeses. I smile imagining. I open the wine. Go back to the thought of the lady that, just yesterday, was questioning the cat, without finding an answer. I see her going down the fallacious steps, at least for what I think. It comes to sustain my being “with” men, the light of Nicolás Gómez Dávila: “The perfections of who we love are not fictions of love. To love is on the contrary, the privilege of noticing the perfections that are invisible to the eyes of others”. I serve some wine with the mastery of those men who have taught me, with a sense of totality that their presence renovates even when it doesn’t seems so.

Paris, dressed up with wind, my scarf, my umbrella. 2011 – Maria A. Listur

“Il bene rafforza sempre il bene”/“Good always strengthens good”

Dr. S. Atteshlis

Avevo diciotto anni quando vidi, per l’ultima volta, i gettoni che mio padre utilizzava nel gioco di poker. Li feci scivolare tra le dita sorvegliata dal suo sguardo attento. Lui disse:
-Sembrano vivi.
Erano di madreperla con le sue iniziali stampate in oro. Preferiva il colore bianco con dei riflessi ocra o verde acquamarina.
Furono una parte delle cose che si decomposero insieme a lui ed indipendentemente da lui. Quaranta due giorni dopo la sua morte, furono trovate imputridite dentro un armadio.

Pulisco un’isola che si innalza tra torri quasi nascoste. Sono viste soltanto quando si desidera vederle. L’isola pensile – abitata da mio figlio, da me e dalle scritture – ci ha trovati e ci ha accolti. Nel riposo del dopo ritrovamento, l’oasi si sdraia nel vento, attende le nostre cure festeggiatrici. Io festeggio pulendo, ballando, aprendo pacchi e bevendo con gli amici; mio figlio studia e fa conoscenza dei cavalieri che l’abitano.
Pulisco consapevole della fatica della mia ultima cameriera, assente per problemi familiari. L’aspirapolvere si blocca in un piccolo armadietto a muro. Chiedo aiuto alla mia forza intrinseca che sa di poter attingere a delle intensità esterne ed intangibili. Chiedo aiuto per riuscire a fare tutto quello che desidero fare. Mi chiedo chi possa venirmi incontro che non sia una nuova colf. Qualcuno che sollevi l’aria, riduca la polvere, diminuisca il passaggio del tempo. Spengo l’aggeggio aspiratore e lo tiro fuori. All’inizio del tubo qualcosa ferma il passaggio dell’aria. Sbatto il tubo per terra per provocare l’uscita dell’invasore che ha interrotto le mie faccende.
Il suono dell’oggetto che sbatte per terra mi risulta conosciuto. Il colore mi riporta alla giovinezza: bianco con dei riflessi ocra. Lontano quindicimila kilometri dai resti di mio padre, trovo il simbolo di uno dei suoi piaceri: un gettone di madreperla. Non ci sono iniziali, soltanto un numero ed un colore. Penso e sussurro:
-Sembra vivo.
L’emozione diventa pensiero, poi parola. Suono d’un altro maestro, con dei gettoni che illuminavano: “Vedrò le Tue Bellezze sulla Terra, sarò forte sulla Terra”.
L’ascolto di mio padre ancora oggi è più forte del peso della polvere.

Roma, nei giorni in cui ogni tuo angolo rinnova la conoscenza. 2011 – Maria A. Listur

“Good always strengthens good”
Dr. S. Atteshlis

I was eighteen when I saw for, for the last time, the tokens that my father used to use in the poker game. I made them slide through my finger watched by his careful glance. He said:
-They look alive.
They were of mother of pearl with his initials printed in gold. I preferred the white color with some ochre reflex or aquamarine green.
They were part of the things that decomposed with him and independently from him.
Forty-two days later his death, they were found rotten inside a closet.

I am cleaning an island that rises between hidden towers. They can be seen only when it is desired to see them. The pensile island – inhabited by my son, by me and by writings – has found us, it awaits our celebrating cures. I celebrate cleaning, dancing, opening boxes and drinking with friends; my son studies and gets to know the knights who inhabit it.
I clean aware of the fatigue of my last housemaid, absent for family reasons. The vacuum cleaner stops in a small wall cabinet. I ask for help to my inner strength that knows it can draw from some external and intangible intensity. I ask for help to be able to do all that I desire to do. I ask who could come in help that is not a new housemaid. Somebody who could lift the air, reduce the dust, diminish the passing of time. I turn off the thing and take it out. At the tip of the hose something is obstructing the passage of air. I shake the tube on the floor to provoke the exit of the invader that has interrupted my chores.
The sound of the object that hits the floor sounds familiar. The color brings me back to youngness: white with ochre color reflexes. Fifteen thousand kilometers away from my father remains, I have found the symbol of one of his pleasures: A mother of pearl token. There are no initials, only a number and a color. I think and whisper:
-It looks alive.
The emotion turns into a thought, then a word. It sounds from another master, with tokens that illuminated: “I will see your Beauty on Earth, I will be strong on Earth”.
My father’s listening is stronger than the weight of the dust even today.

Rome, in the days in which every corner of yours renovates the knowledge. 2011 – Maria A. Listur

In levare/Off Beat

“Dimorate in voi isolati,
in voi rifugiati.
In null’altro rifugiati”
.

Le mani sulle foglie, tenere e decise, rimuovono degli insetti. Chiedo:
-Si è ammalata?
-No, ha bisogno di carezze.
-Credevo stesse togliendo degli insetti, dei parassiti.
-Scuse.
-Scuse?
-Scuse della pianta per farsi toccare.
-Vuole dire che è la pianta ad avere la volontà di farsi invadere per poi essere curata?
-Voglio dire che ammalarsi è il modo che la pianta sceglie per parlare, per gridare.
-E se fosse l’unica voce, che lei in quanto giardiniere, riconosce?
-Vuole insinuare che potrebbe parlarmi in altri modi?
-Non glielo sto insinuando; glielo sto domandando.
-Diciamo che riesco ad identificare soltanto questa modalità.
-E se volesse morire?
-Ogni cura sarebbe inutile e la sentirei nel tono delle foglie.
-Come diventano?
-Abbandonate, troppo rilassate.
-Ha mai provato ad esercitare questa sensibilità con gli esseri umani?
-Non ho avuto l’occasione.
-Neanche con la sua famiglia?
-Sono orfana, non mi sono mai sposata, non ho figli. Il giardino è la mia famiglia.
-Sola?
-Sì, ma ugualmente innamorata.
Il pensiero si distrae grazie alla caduta, dei miei occhi, sulla pianta. Pulita. Più eretta. Brillante. Assorta guardo. Lei interrompe il mio silenzio:
-Del colore verde.
-Prego?
-Sono da sempre innamorata del colore verde.
Sorrido. Saluto. Esco dal giardino. Ricordo le parole di Marguerite Yourcenar in una delle sue Note alle Memorie di Adriano, dedicate alla sua compagna Grace Frick: “… qualcuno che non è la nostra ombra né il nostro riflesso e neppure il nostro complemento, ma se stesso, che ci lascia una libertà divina ma contemporaneamente ci costringe a esser pienamente quello che siamo”.

Roma, dei giardini pensili, della solitudine luminosa. 2011 – Maria A. Listur

Off Beat

“You dwell isolated in yourself,
refuged in yourself.
in nothing else refuged”
.

Hands on the leaves, soft but firm, are removing the insects. I ask:
-Is it sick?
-No, it needs caresses.
I thought you were removing the insects, the parasites.
-Excuses.
-Excuses?
-Excuses of the plant to be touched.
-You mean that it is the plant that has the will to be invaded to be cured afterwards?
-I mean that becoming hill is the way that the plant chooses to speak, to scream.
-And what if it is the only voice that you, as a gardener, understand?
-You are alluding that it could talk to me in other ways?
-I am not alluding anything; I am asking you.
-Let’s say that I can identify only this way.
-And if it is asking to die?
-Any cure would be futile and I would feel it from the quality of the leaves.
-How do they become?
-Abandoned, relaxed too much.
-Have you ever tried to use this sensibility with human beings?
-I have never had the occasion.
-Not even with your family?
-I am an orphan, I never marry, I have no children. The garden is my family.
-Alone?
-Yes, but equally in love.
-The falling, of my glance, on the plant, distracts the thought. Cleaned. Straighten up. Shining. I look assorted. She interrupts me silence:
-Of the green color.
-I beg your pardon?
-I am always in love with the green color.
I smile. Greet. Leave the garden. I remember the words of Margherite Youchenar in one of her Notes to the Memories of Adrian, dedicated to her friend Grace Frick: “… somebody who isn’t our shadow nor our reflex nor our complement, but himself, that leaves us a divine freedom but forces us contemporarily to be what we are fully”.

Rome, of the pensile gardens, of luminous loneliness. 2011 – Maria A. Listur

Questione di scelta/A Matter of Choice

Alla “Notte uterina” di Alfred Tomatis

-Ti piace?
-Molto.
-E cosa ti piace?
-Il suono.
-Quale suono?
-Quello delle nostre voci in questo luogo.
-Ti ricorda qualcosa?
-Sì. La mia voce mentre ti cantavo.
-Quale di tutte le volte?
-Quando ancora eri parte del mio corpo.

“L’amore materno si manifesta in vari modi, e il bambino comincia a percepire la sua modulazione iniziale attraverso la voce della madre. Così, non avrà sosta nel far lavorare il suo apparato uditivo, il suo flauto cocleare, per raggiungere la zona frequenziale privilegiata dove si rivela il suono della vita.
Questa banda passante non permette alcuna analisi, non ne ha il compito: è la zona sulla quale si innesta la nozione stessa della vita e sulla quale si imprimono tutti suoni provenienti dall’esterno. Tutto viene udito come se fosse una alterazione della prima modulazione. Tutto è assimilato come un’interruzione di questo silenzio vibrante. Tutto s’inscrive su questo primo continuum come bianco sonoro in rilievo”

Alfred Tomatis

In un luogo senza nazione. 2011 – Maria A. Listur

A Matter of Choice
To the “The Uterine Night” by Alfred Tomatis

-Do you like it?
-A lot.
-And what do you like?
-The sound.
-What sound?
-The sound of our voices in this place.
-Does it remind you something?
-Yes. My voice when I sang to you.
-When of all those times?
-When you were still a part of my body.

“The maternal love is manifested in various ways, and the baby starts to feel her initial modulation through the voice of the mother. Therefore, he will never rest in making his auditory apparatus work, his cochlear pipe, to reach that privileged frequential area where the sound of life is revealed.
This passing band doesn’t allow any analysis, it hasn’t this goal: it is the zone on which the notion itself of life is grafted and on which all the sound coming from outside are imprinted. Everything is heard as it was the alteration of the first modulation. Everything is assimilated as an interruption of this vibrant silence. Everything is inscribed on this first continuum as white sonorous in relief”

Alfred Tomatis

In a place with no nation. 2011 – Maria A. Listur

“Cuando ya no importe”

Quando già non importi
Ultimo romanzo di Juan Carlos Onetti.

Alla bellezza della sua scrittura.

-Dovevo essere proprio io a dirti che non abbiamo più il tuo telefono? Ahh… dopo tanti anni… Mi dai il tuo nuovo indirizzo?
-Non ricordo il numero.
-Ed il nuovo numero di telefono?
-Ancora non me l’hanno comunicato…
-Come ti senti, sei felice?
-Nel mio ritmo.
-Cosa vuoi dire? Ti ho chiesto se sei felice…

“Maria,
non mia cugina, mia scusa, oggi sono un narcisista ma sappi che non lo dichiaro mai. Evito i fiumi, i laghi o gli specchi, per timore di affondare.
Joyce mi guarda dal quarto scaffale, mi chiede il tuo indirizzo, che godimento… Glielo devo dare?
Poi, il mio sguardo cade su un reportage, di un altro tuo amico:
“Credo che l’Arte sia la possibilità di trasformare la sconfitta in vittoria,
la tristezza in felicità. L’Arte è il miracolo”. Grazie Fellini!
Mi piace il tuo muoverti, siamo come degli esseri che tendono ad estinguersi, anche le nostre differenze si rassomigliano, siamo come il tempo perso, siamo delle parole dette all’orecchio di nessuno…
Saluta le tue scuse, le tue muse, i tuoi oblii ed i tuoi ricordi.
Molti baci da un onanista che a volte non lo è.
A presto, cugina mia, ci ritroveremo in un altro angolo dove unire lo spirito, la piuma, la carta ed i tuoi occhi che non vanno mai da soli, sostenuti dalla tua anima in tempesta, esigente di sogni…
Sarà la tua lettera che mi fa sentire felice? Sarà che tu mi fai riprendere il mio salutare stato di mancanza di responsabilità sociale per permettermi di riafferrare l’unica vera responsabilità, quella di dialogare con i nostri fantasmi? Comunque sia, non ti saluto perché sei parte del mio quartiere, del mio tango e di Buenos Aires, ti saluto perché tu non sei mai assente.
Néstor P. L.
Buenos Aires, 3 Agosto 1992”

Non so mai come spiegare il mio ritmo. Rispondo:
-In movimento.
Riagganciamo i telefoni cellulari. Risuona la parola felice nelle mie ossa. Contatto un senso organico di profondità. Ritrovo un cammino fatto di voci comunicanti, una di loro dice: “Quello che denominiamo profondo è una fiamma amorosa. Per ciò, ogni vetta, attrae”. Maria Zambrano

Buenos Aires-Roma – 1992/2011 – Maria A. Listur

When it already don’t matter
Latest novel by Juan Carlos Onetti.

To the beauty of his writing.

-Why it had to be me the one to tell you that we haven’t your phone anymore? Ahh… after so long… Can I get your new address?
-I don’t remember the number.
-What about your new phone number?
-They haven’t told me yet…
-How are you feeling, are you happy?
-In my rhythm.
-What does it mean? I asked you if you were happy…

“Maria,
not my cousin, my excuse, today I am narcissist but you ought to know that I never declare it. I avoid rivers, lakes or mirrors, to avoid sinking.
Joyce is looking at me from the forth shelf, asking for your address, what a pleasure…Shall I give it to him?
Then my glance goes to a reportage, of another friend of yours:
“I believe that Art is the possibility of transforming the defeat in to a victory,
sadness in to happiness. Art is the miracle” Thanks Fellini!
I like your moving, we are like being that tend to become extinct, our differences look alike, we are like lost time, we are like words said in the ear of nobody…
Greet your excuses, your muses, your oblivions and your memories.
Many kisses by an onanist that sometime is not.
See you soon, cousin of mine, we will meet in another corner where we’ll unite the spirit, the feather, the paper and your eyes that never go alone, sustained by your stormy soul, demanding of dreams…
Could it be your letter that makes me feel happy? Would it be that you make me regain my healthy state of lack of social responsibility to allow me to recover the only real responsibility, that one of dialoguing with our ghosts? Whatever it is, I am not greeting you because you are part of my place, of my tango or of Buenos Aires, I salute you because you are never away.
Néstor P. L.
Buenos Aires, 3 Agosto 1992”

I never know how to explain my rhythm. I reply:
-In movement.
We hang our mobile phones. The word happy resounds in my bones. I am feeling an organic sense of profoundness. I find a path made of communicating voices, one of them says: “What we call profound is a loving flame. For this, every peak, is attractive”.
Maria Zambrano

Buenos Aires-Roma – 1992/2011 – Maria A. Listur

“La casa è anima”/“The house is the soul”

Francesco Tirzi

Faccio pacchi e valigie. Amiche e amici si stringono a me, sollevano i miei pesi fatti da libri, quadri, musica, cristalli. Seduta sull’ultima scatola guardo quanto il mio bagaglio sia piccolo. Noto quanto poco ho accumulato fuori dalla mia pelle.
Torno alla casa che sto svuotando per incominciare a salutarla, parlo con le pareti, le carezzo, ringraziandole. Tra queste pareti sono cresciuti tanti tesori, manifestati nella crescita di mio figlio, nelle amicizie totali, negli amori fondamentali.
Entro nella camera da letto vuota, trovo per terra un foglio giallo e vecchio che non capisco da dove né come sia arrivato lì. Leggo:

Come il Signore Krishna
sono pronto ad affrontare
ogni assalto della vita.
Non mi importa delle conseguenze,
non voglio essere liberato
da nessuna situazione difficile.

Ciò che più mi importa
è di continuare a muovermi,
come un fiume,
di fare in modo che gli altri
si muovano verso lo scopo finale,
d’ispirare gli altri
a condurre una vita che abbia significato.

Desidero offrire la fede e la felicità
in cambio dell’odio e della tristezza.
Invece di dire alle persone
quello che sono o quello che non sono,
inonderò tutti di pace e amore.

E’ solo dando che riceviamo.
Accettare coraggiosamente la fine inevitabile
conferisce l’immortalità.

E chi perdona certamente verrà perdonato.

Diffondete ovunque la luce divina dello yoga,
dentro e fuori di voi.
Non lasciatevi turbare dall’oscurità del mondo,
lasciate invece che essa vi ispiri
a condurre una vita superiore.

Paramahansa Satyananda

Carezzo ancora le pareti, stacco dei quadri. Qualcosa di indecifrabile mi segnala una cammino. Incomincio ad andarmene.

Nel mondo. Nel silenzio che ricorda ogni addio. 2011 – Maria A. Listur

“The house is the soul”
Francesco Tirzi

I am preparing boxes and suitcases. Female and male friends are gathering around me, they lift my weights made of books, paintings, music, crystals. Sitting on the last box I am looking at how small is my luggage. I am noticing how small I have stored outside of my skin.
I go back to the house that I am emptying to start to salute it, I am talking to the walls, I am caressing them, thanking them. Among these walls many treasures have grown, manifested in the growing up of my son, in total friendships, in fundamental loves.
I enter the empty bedroom, I find on the ground a yellow and old paper that I don’t understand where and how it got there. I read:

Like my master Krishna
I am ready to face
every assault of life.
I don’t care about consequences,
I don’t want to be freed
by no difficult situation.

The most important thing I care
it’s of keep moving,
like a river,
in a way that the others
will go towards the final goal,
of inspiring others
to conduct a life that has a meaning.

I wish to offer faith and happiness
in change of hatred and sadness.
Instead of telling to people
what I am or what I am not,
I will flood everybody with peace and love.

It is only by giving that we receive.
Accept courageously the inevitable end
grants immortality.

Who forgives will be surely forgiven.

Spread all round the divine light of yoga,
inside and outside of yourselves.
Don’t let the darkness of the world bother you,
let it inspire you instead
to lead a superior life.

Paramahansa Satyananda

I caress the walls again, I am taking off the paintings. Something undecipherable is showing me a path. I start leaving.

In the world. In the silence that reminds every farewell. 2011 – Maria A. Listur

Quarta Poesia Vertical 1969 – 25

A mia madre

Roberto Juarroz scrisse ad Antonio Porchia una poesia.
Sento che tradurre sia -spesso- un tradimento, perciò cerco sempre un’intenzione che giustifichi la mia azione.
Ora ho trovato un sentimento capace di rendere banale il tradimento e me lo permetto:
-Sono felice di essere tua madre.
-Grazie mamma.
-Ora posso anche andare.
-Dove?
-Sono stanca, sono felice ma, stanca di vivere.
Dopo una lunga pausa, riesco a trovare parole leggere.
-Non te ne andrai prima di venirmi a trovare…
-Certo! Organizzeremo l’addio insieme. Risponde lei, ancora più leggera.
-Te quiero mami.
-Te quiero mi amor.

“Abbiamo amato insieme tante cose
che è difficile amarle separatamente.
Sembrerebbe che si fossero allontanate di colpo
o che l’amore fosse una formica
che si arrampica sui declivi del cielo.

Abbiamo vissuto insieme tanto abisso
che senza di te tutto sembra superficie,
orbita di simulacri che scivolano,
tensione senza estensioni,
vigilanza di corpi senza presenza.

Abbiamo viaggiato tanto senza muoverci
che adesso i viaggi si sfilano
come capotti inutili.
Movimento e quiete si sono disuniti
come gradi di due temperature.

Abbiamo perso insieme tanto nulla
che l’abitudine persiste e si rigira
e adesso tutto è guadagno del nulla.
Il tempo diventa un antitempo
perché già non lo pensi.

Abbiamo taciuto e parlato tanto insieme
che anche tacere e parlare sono due tradimenti,
due sostanze senza giustificazione,
due sottotitoli.

Abbiamo cercato tutto,
abbiamo taciuto tutto,
abbiamo lasciato tutto.

Soltanto non ci diedero il tempo
per incontrare l’occhio della tua morte,
anche fosse pure stato per lasciarlo.”

Roma, mentre la freschezza della città bianca sostiene ogni profondità, ogni altezza. 2011 – Maria A. Listur

Quarta Poesia Vertical 1969 – 25
To my mother

Roberto Juarroz wrote to Antonio Porchia a poem.
I -often- feel that translating is a betrayal, therefore I always look for an intention that can excuse my action.
I have just found a feeling capable of making banal the betrayal and I allow myself:
-I am happy to be your mother.
-Thank you mom.
-Now I can go.
-Where?
-I am tired, I am happy but, tired of living.
After a long pause, I can find light words.
-You won’t go before you come to visit me…
-Of course! We will organize the farewell together. She replies even lighter.
-Te quiero mami.
-Te quiero mi amor.

“We together have loved so many things
that it is difficult to love them separately.
It would feel as if they would have suddenly parted
or that love was like an ant
that climbs on the declivities of the sky.

We have shared so much abyss
that without you everything seems surface,
orbit of simulacrum that slips,
tension with no extensions,
vigilance of bodies without presence.

We have travelled a lot without moving
that now the journeys are unstringing
like useless coats.
Movement and quietness have disunited
like grades of two temperatures.

We together have lost so much nothingness
that habits persists and revolts itself
and now everything is earned from nothing.
Time becomes an anti time
because you already don’t think about it.

We have hushed and talked a lot together
that even hushing and talking are two betrayals,
two substances without excuse,
two subtitles.

We have searched for everything,
we have hushed everything,
we have left everything.

They just haven’t given us the time
to encounter the eye of your death,
even if it would have been to leave it.”

Rome, while the freshness of the white city sustains every deepness, every height. 2011 – Maria A. Listur

“L’etica è la medicina dell’anima”/“Ethics is the medicine of the soul”

Maimónides

Lei è piccola quasi quanto lo era sua madre. Ha l’idea d’avere una forza maschile che non ha; la recita sforzandosi di metterla al servizio degli altri.
Un trasloco ci attende.
Lei arriva con dei tacchi che poche volte porta ed incomincia ad alzare pacchi forzando il fiato. Dopo alcuni viaggi, noto la sua fatica, provo a fermare il vento che mi attraversa, temo la mia passione possa travolgerla.
Lei è piccola!, mi risuona il pensiero al centro dell’osservazione che è “cariño” (in spagnolo: sentimento/voler bene).
Siamo due coetanee separate da secoli di dolori diversi, unite da una vocazione perenne d’amicizia.
-Sai che non ti relaziono più con tua madre…
Commento tra un passaggio ed un altro.
-Sai che lo sento? O piuttosto sento che mia madre è tutto, anche il “come scegliere le arance”.
-Le arance?
-Sì, lei mi ha insegnato ha scegliere bene le arance.
-Beh… io ora non la sovrappongo a te. E’ vero che ci ha fatto incontrare ma, soltanto ora, tu sei altra da lei… E sai? Lei non mi manca più, la sento dentro.
-Ecco, è quello che anche io sento, ora, io sono anche mamma.
Continuano i passaggi; portiamo una grande scatola di libri, a piedi, per tre piani di scale del ‘700, lei si colloca accanto a me creandosi ancora più peso; io l’invito a mettersi dietro. Lei risponde al mio invito mettendosi tre gradini più in basso. Si ride, si scherza, ci si stanca con la leggerezza che alcuni cambiamenti offrono. Niente mi toglie però, dalla percezione della sua fatica, dal suo respiro. Il ritmo dell’aria. Il mio orecchio si attacca al suono di quel respiro, il mio occhio interno cade in un ricordo, il mio corpo si abbandona e devo chiederle di fermarsi. Ho sentito dietro di me il respirare di sua madre. La sua aria mi ha trasportato ad un altro corpo che, sembra assente ma, spinge in lei, aiutando me.
Non riesco a dirlo.
Non so se mai potrei scriverlo. Lo scrivo dopo aver trovato un testo scritto da me nel 1990, prima d’un altro trasloco:
Mi abbottono un’attesa curvando i tempi nei secoli divenuti secondi minuti anni volendo volare spaccando il vento bruciando lo spazio di colpo slacciato a Madrid Barcellona Roma Parigi sempre in ricerca di sequenze desiderose senza colpi sanguinanti né spaccature impuni neanche ferite solitarie legandomi al piacere di trasporre le predizioni il dolore sotto la camicia puntellata da un reggipetto alato di altre epoche in altri territori d’immensità d’aria attraversata…
Interrompo la traduzione delle parole di quella che a ventiquattro anni ero, grazie agli elicotteri che controllano la festa del primo maggio a Roma. Oggi anche il sole festeggia: appare quando vuole.
Maria Zambrano m’illumina il momento ed il rumore, dona al significante una luce che fa cadere ogni significato:
“Cosa vuole dire lo scrittore e per quale motivo vuole dirlo? Perché e per chi?
Vuole dire il segreto; quello che non può dirsi con la voce perché troppo vero; le grandi verità non si possono dire parlando. La verità di ciò che succede nel segreto seno del tempo, è il silenzio delle vite, e che non può essere detto. “Ci sono cose che non possono essere dette” è vero. Però, questo che non può essere detto, è quello che si deve scrivere”.

Roma, tra Buenos Aires e San Giovanni in Laterano. 1990 / 2011 – Maria A. Listur

“Ethics is the medicine of the soul”
Maimónides

She is almost as little as her mother was. She has the idea to have the strength of a man that she doesn’t have; she acts it by making efforts in putting herself to other people’s service.
A house moving awaits us.
She arrives wearing high heels that she usually doesn’t wear and starts lifting boxes forcing her breath. After some trips, I notice her fatigue, I try to stop the wind that pervades me, I am afraid my passion could sweep her away.
She is little!, is the thought in the middle of the observation that resounds in me and it is “cariño” (in Spanish: feeling/to love some body).
We are two coetaneous separated by centuries of different sufferings, united by an everlasting vocation of friendship.
-You know that I don’t relate you with your mother anymore…
I say between a passage and the other.
-You know what? I am feeling it. Or I would rather say I feel that my mother is everything, she is also “how to choose oranges”.
-Oranges?
-Yes, she thought me how to choose well the oranges.
-Well… now I am not overlapping her with you. It’s true that she made us meet but, just now, you are different from her… And you know what? I don’t miss her anymore, I feel her inside.
-That’s it, it’s the same thing that I am feeling too, now, I am also mom.
We keep on with the passages; we carry a big box of books, climbing, three stories of stairs of the ‘700, she places herself next to me causing much more weight; I invite her to go behind. She replies to my suggestion placing herself three steps lower than me. We laugh, we tell some jokes, we get tired with the lightness that some changes give. However nothing takes away, from my perception of her fatigue, her breath. The rhythm of the air. My ear attaches to the sound of that breathing, my internal eye drops in a memory, my body abandons itself and I have to ask her to stop. I felt behind me the breathing of her mother. Her air has brought me to another body that, appears to be absent but, pushes in her, helping me.
I cannot tell her.
I don’t know if I could ever write it. I manage after finding a text written by me in the year 1990, before another house moving:
I button an expectation curving the time in the centuries that become seconds minutes years willing to fly breaking the wind burning the space suddenly untied in Madrid Barcelona Rome Paris always in search of sequences longing without sanguineous blows nor unpunished fractures not even lonely wounds tightening myself to the pleasure of transposing the predictions of pain under the blazer supported by a alar bra of other times in other lands of immensity of traversed air…
I interrupt my translation of the words of that person that I was when I was twenty-four, thanks to the helicopters that are patrolling Rome for the party of the first of May. Even the sun is celebrating today: it appears when it wants to.
Maria Zambrano illuminates the moment and the rumor, it donates to the significant a light that makes any meaning fall:
“What does the writer wants to say and for what reason does he wants to say it? Why and for who? He wants to tell the secret; what cannot be told by voice because it’s too real; the big truths cannot be told talking. Truth of what happens in the secret chest of time, is the silence of lives, and cannot be told. “There are things that cannot be written” that is true. But, these things that cannot be told, are the ones that have to be written about”.

Rome, between Buenos Aires and San Giovanni in Laterano. 1990 / 2011 – Maria A. Listur