Quarta Poesia Vertical 1969 – 25

A mia madre

Roberto Juarroz scrisse ad Antonio Porchia una poesia.
Sento che tradurre sia -spesso- un tradimento, perciò cerco sempre un’intenzione che giustifichi la mia azione.
Ora ho trovato un sentimento capace di rendere banale il tradimento e me lo permetto:
-Sono felice di essere tua madre.
-Grazie mamma.
-Ora posso anche andare.
-Dove?
-Sono stanca, sono felice ma, stanca di vivere.
Dopo una lunga pausa, riesco a trovare parole leggere.
-Non te ne andrai prima di venirmi a trovare…
-Certo! Organizzeremo l’addio insieme. Risponde lei, ancora più leggera.
-Te quiero mami.
-Te quiero mi amor.

“Abbiamo amato insieme tante cose
che è difficile amarle separatamente.
Sembrerebbe che si fossero allontanate di colpo
o che l’amore fosse una formica
che si arrampica sui declivi del cielo.

Abbiamo vissuto insieme tanto abisso
che senza di te tutto sembra superficie,
orbita di simulacri che scivolano,
tensione senza estensioni,
vigilanza di corpi senza presenza.

Abbiamo viaggiato tanto senza muoverci
che adesso i viaggi si sfilano
come capotti inutili.
Movimento e quiete si sono disuniti
come gradi di due temperature.

Abbiamo perso insieme tanto nulla
che l’abitudine persiste e si rigira
e adesso tutto è guadagno del nulla.
Il tempo diventa un antitempo
perché già non lo pensi.

Abbiamo taciuto e parlato tanto insieme
che anche tacere e parlare sono due tradimenti,
due sostanze senza giustificazione,
due sottotitoli.

Abbiamo cercato tutto,
abbiamo taciuto tutto,
abbiamo lasciato tutto.

Soltanto non ci diedero il tempo
per incontrare l’occhio della tua morte,
anche fosse pure stato per lasciarlo.”

Roma, mentre la freschezza della città bianca sostiene ogni profondità, ogni altezza. 2011 – Maria A. Listur

Quarta Poesia Vertical 1969 – 25
To my mother

Roberto Juarroz wrote to Antonio Porchia a poem.
I -often- feel that translating is a betrayal, therefore I always look for an intention that can excuse my action.
I have just found a feeling capable of making banal the betrayal and I allow myself:
-I am happy to be your mother.
-Thank you mom.
-Now I can go.
-Where?
-I am tired, I am happy but, tired of living.
After a long pause, I can find light words.
-You won’t go before you come to visit me…
-Of course! We will organize the farewell together. She replies even lighter.
-Te quiero mami.
-Te quiero mi amor.

“We together have loved so many things
that it is difficult to love them separately.
It would feel as if they would have suddenly parted
or that love was like an ant
that climbs on the declivities of the sky.

We have shared so much abyss
that without you everything seems surface,
orbit of simulacrum that slips,
tension with no extensions,
vigilance of bodies without presence.

We have travelled a lot without moving
that now the journeys are unstringing
like useless coats.
Movement and quietness have disunited
like grades of two temperatures.

We together have lost so much nothingness
that habits persists and revolts itself
and now everything is earned from nothing.
Time becomes an anti time
because you already don’t think about it.

We have hushed and talked a lot together
that even hushing and talking are two betrayals,
two substances without excuse,
two subtitles.

We have searched for everything,
we have hushed everything,
we have left everything.

They just haven’t given us the time
to encounter the eye of your death,
even if it would have been to leave it.”

Rome, while the freshness of the white city sustains every deepness, every height. 2011 – Maria A. Listur

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