In levare/Off Beat

“Dimorate in voi isolati,
in voi rifugiati.
In null’altro rifugiati”
.

Le mani sulle foglie, tenere e decise, rimuovono degli insetti. Chiedo:
-Si è ammalata?
-No, ha bisogno di carezze.
-Credevo stesse togliendo degli insetti, dei parassiti.
-Scuse.
-Scuse?
-Scuse della pianta per farsi toccare.
-Vuole dire che è la pianta ad avere la volontà di farsi invadere per poi essere curata?
-Voglio dire che ammalarsi è il modo che la pianta sceglie per parlare, per gridare.
-E se fosse l’unica voce, che lei in quanto giardiniere, riconosce?
-Vuole insinuare che potrebbe parlarmi in altri modi?
-Non glielo sto insinuando; glielo sto domandando.
-Diciamo che riesco ad identificare soltanto questa modalità.
-E se volesse morire?
-Ogni cura sarebbe inutile e la sentirei nel tono delle foglie.
-Come diventano?
-Abbandonate, troppo rilassate.
-Ha mai provato ad esercitare questa sensibilità con gli esseri umani?
-Non ho avuto l’occasione.
-Neanche con la sua famiglia?
-Sono orfana, non mi sono mai sposata, non ho figli. Il giardino è la mia famiglia.
-Sola?
-Sì, ma ugualmente innamorata.
Il pensiero si distrae grazie alla caduta, dei miei occhi, sulla pianta. Pulita. Più eretta. Brillante. Assorta guardo. Lei interrompe il mio silenzio:
-Del colore verde.
-Prego?
-Sono da sempre innamorata del colore verde.
Sorrido. Saluto. Esco dal giardino. Ricordo le parole di Marguerite Yourcenar in una delle sue Note alle Memorie di Adriano, dedicate alla sua compagna Grace Frick: “… qualcuno che non è la nostra ombra né il nostro riflesso e neppure il nostro complemento, ma se stesso, che ci lascia una libertà divina ma contemporaneamente ci costringe a esser pienamente quello che siamo”.

Roma, dei giardini pensili, della solitudine luminosa. 2011 – Maria A. Listur

Off Beat

“You dwell isolated in yourself,
refuged in yourself.
in nothing else refuged”
.

Hands on the leaves, soft but firm, are removing the insects. I ask:
-Is it sick?
-No, it needs caresses.
I thought you were removing the insects, the parasites.
-Excuses.
-Excuses?
-Excuses of the plant to be touched.
-You mean that it is the plant that has the will to be invaded to be cured afterwards?
-I mean that becoming hill is the way that the plant chooses to speak, to scream.
-And what if it is the only voice that you, as a gardener, understand?
-You are alluding that it could talk to me in other ways?
-I am not alluding anything; I am asking you.
-Let’s say that I can identify only this way.
-And if it is asking to die?
-Any cure would be futile and I would feel it from the quality of the leaves.
-How do they become?
-Abandoned, relaxed too much.
-Have you ever tried to use this sensibility with human beings?
-I have never had the occasion.
-Not even with your family?
-I am an orphan, I never marry, I have no children. The garden is my family.
-Alone?
-Yes, but equally in love.
-The falling, of my glance, on the plant, distracts the thought. Cleaned. Straighten up. Shining. I look assorted. She interrupts me silence:
-Of the green color.
-I beg your pardon?
-I am always in love with the green color.
I smile. Greet. Leave the garden. I remember the words of Margherite Youchenar in one of her Notes to the Memories of Adrian, dedicated to her friend Grace Frick: “… somebody who isn’t our shadow nor our reflex nor our complement, but himself, that leaves us a divine freedom but forces us contemporarily to be what we are fully”.

Rome, of the pensile gardens, of luminous loneliness. 2011 – Maria A. Listur

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