Antonio Porchia sussurra:/Antonio Porchia whispers:

“La vita sembra essere due punti, senza punti intermedi”

Quando mio figlio fa tacere gli occhi
e si rabbuia
e l’ingiustizia lo brucia
mi salva un’intuizione:
“Il mistero ti ha fatto grande:
ti ha fatto mistero.”

Quando sento la voce di mia madre
una certezza non mia
diventa mia:
“Quando rompo alcune catene che m’incatenano
sento che mi sminuisco.”

Quando ricordo mio padre
rimembro che:
“Ho le mani vuote per ciò che stato nelle mie mani.”

Quando condivido spazi con un’amica
sono certa di:
“Non piange chi non trova una fonte dove versare il suo pianto.”

Quando un amico sollecita il nostro vino
so che:
“Il mio io si è andato allontanando da me.
Oggi è il mio più lontano tu.”

Quando il vento mi carezza dentro
sono sicura che:
“Dopo aver pesato tutto un sospiro non pesa nulla.”

Quando scrivere è meno importante di citare
mi piego
a una verità:
“Il non saper fare seppe fare Dio.”

Roma e tè “Paris”: cerise amande gingembre épices, spazi senza nazione. 2011 – Maria A. Listur

 

Antonio Porchia whispers:
“Life seems to be two points, without halfway points”

When my son makes his eyes silent
and becomes blue
and injustice burns him
an intuition saves me:
“Mystery has made you big:
it has made you mystery”

When I listen my mother’s voice
a certainty not mine
becomes mine:
“When I break some chain that chains me
I feel I am belittling me.”

When I remember my father
I recollect that:
“I have empty hands for what has been in my hands.”

When I share some space with a girlfriend
I am sure that:
“Doesn’t cry who doesn’t have a fount where to pour the tears.”

When a friend solicits for our wine
I know that:
“My self has been going far from me.
Today is my farthest you.”

When the wind caresses me inside
I am sure that:
“After weighting everything a sigh weights nothing.”

When writing is less important than quoting
I bend myself
to a verity:
“The inability of doing has made God.”

Rome and tea “Paris”: cerise amande gingembre épices, spaces with no nations. 2011 – Maria A. Listur

“La libertà è conoscenza/”Freedom is knowledge

senza resistenza, sforzo o lotta”

R. P. Kaushik

-Questo non me l’avevi detto!
Interrompe, per la seconda volta, il flusso dei miei pensieri. Faccio una pausa e continuo a raccontare della mia vita. Racconto a tavola, tra amici. So che li farò ridere ma, dopo quel questo non me l’avevi detto, la narrazione cade.
Non che una semplice frase possa – sempre – cambiare l’umore di una serata ma, in questo caso, è successo; lo spirito di controllo blocca il flusso della comunicazione. Nonché si tratti del significato della frase ma della sua inflessione; della musica che è quella frase, che non so riprodurre con la scrittura.
Saprei dipingere l’inflessione: potrei fare una specie di macchia appena iniziata la frase “ questo ( macchia – al posto di non me l’avevi detto ) ”; penso questo mentre ci incamminiamo verso la macchina, penso alla necessità che ho di arrivare all’atelier, ho bisogno estremo di salvarmi da quella musica che mi ha costretto a fare i conti con il controllo nelle relazioni dove il sapere dell’altro si pensa sia conoscere l’altro.
Parla lui, mi fa i complimenti per gli amici, per la gente che amo. Io sorrido.
Penso: gli amici a tavola mi conoscono da vent’anni e neanche loro sapevano dell’aneddoto di cui parlavo ma, nessuno mi avrebbe mai detto questo non me l’avevi detto; domani qualcuno mi chiamerà solidale per dirmi di aver notato l’insistenza di quella frase, il mio imbarazzo, ed io, come dice una mia vecchia amica lo salverò dalla critica altrui ma, come salvarlo dalla mia? so che esistono due antilibido che, indipendentemente dalla mia volontà, mi fanno diventare un surgelato morbido, uno è il controllo, l’altro la grettezza. Voglio avere le ali voglio innalzarmi in volo. Lui interrompe il mio falso silenzio.
-Vieni da me? Ho qualcosa che ti piacerebbe bere.
-Pensa te! Anche se fa caldo io non ho sete. Rispondo tutta accesa nel mio spirito da oca giuliva.
-Allora da te? Potremo domani andare insieme al congresso.
-No. Ci vediamo al congresso.
-Stanca?
-Sì.
-La cena?
-La cena.
-La tua schiettezza mi sorprende sempre.
-A me sembra compassione. Buonanotte.
-Buonanotte. M’abbraccia e mi sussurra all’orecchio: -Non hai voglia di raccontarmi della tua compassione domani a colazione?
Lo bacio come bacio i libri, con gratitudine e con le labbra serrate, per non rovinare la copertina, dico:
-Buonanotte.
Mentre fumo una sigaretta nella penombra del giardino di casa, dove si dice passeggiò il Maestro G. Verdi ricordo il mio maestro R. P. Kaushik:
“Mi sembra che molti animali manifestano ciò che l’uomo chiama potere. Questi poteri sarebbero quindi parte della specie che in qualche modo sono stati occultati mentre l’amore è qualcosa che l’uomo non ha ancora sviluppato.”

Roma, dall’alto della Villa Dominici, da dove il verde guadagna sfumature e la vita si fa ascoltando. 2011 – Maria A. Listur

 

“Freedom is knowledge
without resistance, strain or fight”
R. P. Kaushik

-You haven’t told me that!
The person interrupts, for the second time, the stream of my thoughts. I pause for a moment and keep telling about my life. I am telling it at the table, among friends. I know I will make them laugh but, after that you haven’t told me that, narration goes dry.
Is not that a simple phrase can – always – change the spirit of the evening but, in this case, it did happen; the spirit of control blocks the stream of communication. It doesn’t matter the meaning of the sentence but it’s about its inflection; about the music of that sentence, which I cannot reproduce in writing.
I could paint the inflection: I could draw a sort of stain at the beginning of the sentence “ you (stain – in place of haven’t told me that) ”; I am thinking about this while we are walking towards the car, I am thinking about the necessity of going to the atelier, I have an extreme urge to save myself from that music that has forced me to have to deal with the control in the relationships where knowledge of the other is thought to be acquaintance of the other.
He is talking, he is complimenting me for the friends, for the people I love. I smile.
I think: my friends at the table know me since twenty years and they too didn’t know about the story of what I was talking about, nobody would ever say you haven’t told me that; tomorrow somebody will call me supportively to tell me that the insistence of that sentence was noticed, my embarrassment, and I, as an old girlfriend of mine says will save him from other’s criticism but, how can I save him from mine? I know that there are two anti-libidos that, independently form my willpower, turn me in to a soft deep-frozen food, one is control, the other one is triviality. I want to have wings I want to lift myself up to fly. He interrupts my false silence.
-Do you want to come over to my place? I have something you’d love to drink.
-Think about that! It’s hot but I am not thirsty. I reply all fired up by my bimbo spirit.
-How about your place? Tomorrow we could go together to the congress.
-No. Let’s meet at the congress.
-Tired?
-Yes.
-The dinner?
-The dinner.
-Your straight forwardness always surprises me.
-To me it seems compassion. Goodnight.
-Goodnight. He hugs me and whispers in my ear: -Don’t you want to tell me about your compassion tomorrow at breakfast?
I kiss him as I kiss my books, with gratitude and my lips closed, not to ruin the cover, I say:
-Goodnight.
While smoking a cigarette in the semidarkness of the garden of the house, where it is said that Maestro G. Verdi has strolled I remember my master R. P. Kaushik:
“It seems to me that many animals manifest what the man calls power. This powers would therefore be part of the species that somehow have been hidden while love is something that man hasn’t developed yet.”

Rome, from the top of Villa Dominici, from where the green becomes shading and life is made by listening. 2011 – Maria A. Listur

“Se in me rimane il sole…/”If the sun remains in me…

più ardente, più mattutino, la vita si condensa. Essa resiste alla dispersione, si diletta a dimostrare in me, si attarda ad amare, cerca di irraggiare più che di spargersi. Si raccoglie per diffondersi, lasciando segreto ciò che è offerto. Chi lo intuisce, può soffermarsi.”
Luce Irigaray

-Avrei voluto che le cose fossero andate diversamente…
-Come?
-Che tu rimanessi.
-Va bene… rimango.
-Non mi riferivo ad oggi ma a ieri.
-Non si può rimediare ieri… Posso rimanere oggi.
-Tardi…
-Lo dovevi dire.
-Non lo dirò mai.
-Ti piace lamentarti.
-Sì.
-Vado.
-A domani.
Mentre esce, ricorda l’infanzia:

Ho sei anni, dove stanno i colori, voglio stare.
Le vacanze saranno – come sempre – spettacolari, questa volta andiamo in una villa sul mare.
Si parte.
Si arriva ma, la villa è una casetta “pagliosa” che non ha niente a che vedere con le case di mio papà.
Lui, si gira verso mia madre, mio fratello, le due tate e l’autista; fa un rumorino:
-Mmm…
Silenzio tra tutti.
Mia mamma non risponde, attende papà.
Mio fratello si rotola sulla sabbia come un maiale accalorato.
Le donne di servizio guardano con occhi da cagnolini tristi.
L’autista non lascia le due valige che porta a mano.
Io guardo le rose del giardino; non ho mai visto rose così gialle. Gialle quasi nere!
Mio papà apre il cancello, poi la porta, entra, invita tutti ad entrare.
E’ il crepuscolo.
Dalle finestre che danno sul mare entra una luce arancione, il cappello panama che porta mio papà s’illumina. Mia mamma si sdraia sull’hamaca paraguayana del giardino.
Le donne aprono un frigo e scoprono della frutta fresca tagliata e preparata per noi.
L’autista esce per avvicinare la macchina sotto la vite gigante che fa da garage.
Mio papà è una luce arancione.
Mio fratello sembra fatto di sabbia.
Io guardo l’arancione, il giallo, la luce, mio papà dorato sembra immenso per quella casetta, chiedo:
-Papà, cosa facciamo?
-Ora abbiamo soltanto questo sole. Restiamo, proviamoci. Se ti concentri sul profumo, vedrai tutto più grande e domani… domani si vedrà.

Roma, che ispira soli che rinfrescano. 2011 – Maria A. Listur

 

“If the sun remains in me…
more passionate, more matutine, life condenses itself. It resists to dispersion, it enjoys demonstrating in me, it lingers in loving, tries to shine on more than scatters. It gathers to spread, leaving hidden what it is offered. The persons who sees it, can linger over.”
Luce Irigaray

-I wish that it had gone differently…
-How?
-That you stayed.
-Alright… I’ll stay.
-I don’t mean today I meant yesterday.
-I cannot set right yesterday… I can make it right today.
-Too late…
-You should have said it.
-I will never say it.
-You like to complain.
-Yes.
-I have to go.
-See you tomorrow.
While leaving, the person remembers the childhood:

I am six, I want to stay where the colors are.
Holidays will be – as usual – spectacular, this year we are going to a seaside villa.
Off we go.
We arrive, but the villa is a little “stray” house that has nothing to do with my father’s houses.
He, turns around towards my mother, my brother, the two nannies and the driver; makes a little noise:
-Mmmh…
Everybody is quite.
My mother doesn’t answer, waiting for dad.
My brother is rolling in the sand like an excited pig.
The maids are looking with sad puppies eyes.
The driver is not letting the two suitcases go from his hands.
I am looking at the roses in the garden; I have never seen roses so yellow. Yellow almost black! My father opens the gate, then the door, enters, invites everybody to enter.
It’s twilight.
From the windows facing the sea there is an orange light, the Panama hat that my father has lights up. My mother lies on the Paraguayan hammock of the garden.
The women open the refrigerator and discover freshly cut and prepared fruits for us.
The driver goes out to put the car under the giant vine tree that is like a garage.
My father is an orange light.
My brother seems to be made of sand.
I look at the orange, the yellow, the light, my golden father seems to be immense for that little house, I ask:
-Daddy, what are going to do?
-Now we have only this sun. Let’s stay, let’s try. If you concentrate on the scent, you will see everything bigger and tomorrow… tomorrow we’ll see.

Rome, that inspires refreshing suns. 2011 – Maria A. Listur

“L’arte è un’azione d’amore, un vincolo illuminante che si crea tra le persone”/“Art is an act of love, an enlightened bond that is created among persons”

Enrique Pichon-Rivière

-Cosa canta?
-“El Ultimo Trago” / L’Ultimo Sorso
-Non conosco.
-Musica popolare sudamericana.
-Come mai qui?
-Perché sogno di poter portare in questo posto un canto della terra ma in uno stile… direi… sacro.
-Nel tempio d’un pittore di destra?
-E cosa c’entra?
-Si guardi intorno. Lei sta cantando dentro un gigante nel deserto.
-Lo so. Questo è uno degli spazi di commozione e meditazione che prediligo.
-Per favore… mi dica un altro. Questo è troppo narcisistico!
-Le posso dire il più importante…
-Dica dica…
-Incontrare mio figlio.
-Meno male avevo paura che fosse un altro spazio espositivo… Con questa inutile enormità è già sufficiente.
-Lei di cosa si occupa?
-Sono anch’io un pittore.
-E cosa fa qui?
-Passavo.
-E siccome passava è dovuto entrare?
-Lei sa com’è… un museo è sempre un museo…
-No, io non so come è… il museo non è museo senza opere quindi… io sono qui per le opere, per ciò che continua a vivere nelle opere, per la gioia che l’arte mi provoca e perché ogni volta che necessito trovare la mia voce torno in questo posto ad ascoltarmi. No, io non ho idea di cosa sia un museo!
-Si è arrabbiata!
-Sì.
-Perché ho detto che il suo caro Burri era di destra!
-No no signore! Sono arrabbiata perché mi ha interrotto per condividere i suoi pregiudizi! Si vede che da solo le risultano troppo pesanti!
-L’ho interrotta perché mi disturba che oltre ai milioni di euro che anche da morto questo stronzo guadagna debba anche essere onorato dal canto! E no! Io la interrompo! Tutto questo successo mi sta sulle palle! E’ questo che ha rovinato l’arte! Il mercato di merda!
-Beh! Io voglio onorare anche il successo! Mi lasci cantare in pace e sola!
-Certo che la lascio, canti canti! Io me ne vo! Me ne voooooooooooooo!
-Stia attento con la rabbia… Blocca le erezioni!
Dopo le grida ricomincio il canto: “No llores por mi, Argentina” / Non piangere per me, Argentina.
Canto, ascolto il suono ruotare nella sala. Un altro uomo lontano ascolta, mi chiede di ripetere. Sorrido ed esco.
Mentre cammino sotto il sole umbro, ricordo le parole di Enrique Pichon-Rivière in risposta alle domande di Vicente Zito Lema: “Dietro ogni pregiudizio si trova sempre l’invidia. Sia della disciplina, della bellezza, della visione di futuro o del modo, d’incontrare il mondo, che hanno gli esseri oggetto del rifiuto.”

Città di Castello, piccola e luminosa, rotonda e feconda. 2011 – Maria A. Listur

 

“Art is an act of love, an enlightened bond that is created among persons”
Enrique Pichon-Rivière

-What do you sing?
-“El Ultimo Trago” / The Last Sip
-I don’t know it.
-South American pop music.
-Why here?
-Because I dream of bringing in this place a chant of the earth but in a style… I’d say…
sacred.
-In the temple of a rightist artist?
-What has got to do with it?
-Look around, you are singing inside a giant in the desert.
-I know. It’s one of the spaces of emotion and meditation that I prefer.
-Please… tell me another one. This is too narcissistic!
-I can tell you the most important one…
-Go ahead tell me …
-Meeting my son.
-Not so bad I was afraid that it would be another expositive place… With this useless enormity it is already enough.
-What do you do?
-I am a painter too
-And what are you doing here?
-Passing by.
-Since you were passing by you had to come in?
-You know how it is… a museum is always a museum…
-No, I don’t know how it is … the museum is not a museum without the works therefore… I am here for the works, for what keeps on living in the works, for the joy that arts provokes in me and because every time I need to find my voice I come back here to listen to myself. No, I have not an idea of what a museum is!
-You got upset!
-Yes.
-Because I said that your dear Burri was rightist!
-No no sir! I am upset because you have interrupted me to share your prejudges! It’s probably because they must be too heavy for you alone!
-I have interrupted you because besides the millions of euros that this asshole keeps earning even dead he cannot be honored by chant! Hell no! I do interrupt you! All this success pisses me off! This is what screwed art! The fucking market!
-Well! I want to honor success! Let me sing in peace and alone!
-Of course you can sing alone! I am out of here! I am oooooouuut!
-Be careful with anger… It blocks the erections!
After the screams I started to sing again: “No llores por mi, Argentina” / Don’t cry for me, Argentina.
I sing, listen to the sound rotating in the hall. Another man far is listening, he asks me to repeat. I smile and leave.
While walking under the Umbrian sun, I remember the words of Enrique Pinchon-Rivière answering to the question of Vicente Zito Lema: “Behind every prejudice there is always envy. Of the discipline, of the beauty, of the vision of the future or of the way, of meeting the world, that have those beings who are the object of the refusal

Città di Castello, small and luminous, rounded and fecund. 2011 – Maria A. Listur

“E ho insegnato a cantare un passero di neve”/“And I have taught to a sparrow of snow to sing”

Vicente Huidobro

-Pronto.
-E allora?
-Allora cosa?
-Ancora non mi hai mandato il tuo racconto!
-Come mai tanta fretta?
-Ho bisogno di scrivere qualcosa e sei sempre uno spunto fondamentale.
-Copiare ora si dice “Spunto Fondamentale”?
-Almeno io te lo dico…
-Comunque sia, la tua ‘confessione’ non ti libera della responsabilità.
-Secondo Borges tutti copiano…
-E detto da un non vedente rende la cosa meno sgradevole?
-Quanto sei crudele!
-Disciplinata! Preferisco citare che copiare.
-Ma tu copi la vita! Tu racconti del quotidiano e dei ricordi… Anche tu copi.
-Io invento tanto! E qualche volta ri-copio cose della vita ‘mia’, altre volte cose che mi raccontano. Chiedo sempre permesso però!
-Allora, ti chiedo formalmente il permesso di copiarti.
-Non potrai.
-Posso prendere qualche spunto?
-Spero tu prenda soltanto il gesto. Gli spunti sono talmente personali da cambiare secondo l’occhio che li legge… Anche tu ri-scriverai qualcosa che ti sembrerà uno spunto però che in realtà non significherà ciò che abita dietro a ciò che scrivo.
-Allora, proverò ad imitarti.
-Ma non ti annoia?
-Cosa?
-Praticare gesti altrui.
-I miei mi terrorizzano.
Dopo un triste silenzio, la salutai. Rimasi ad sprofondare nel divano. Da lontano guardai il riflesso della scrivania sullo specchio e ricordai l’ultima parte di “Luogo di Lavoro” di Giorgio Manganelli:
In realtà, mentre colui che scrive è convinto, in effetti, di essere intento a scrivere mentre è intento alla recita di scrivere, chi panifica, misura, pesca, mura edifici e scialba muri, una qualche segreta fantasia che quel che fa sia rappresentazione non può fare a meno di averla; fortissima, in verità, è la vis teatrale del contadino, del muratore, del cascherino, che sanno propriamente di non essere contadino eccetera, ma di recitare da contadino, muratore, cascherino. Il segreto di questa sensibilità sta, credo, nella prevalenza del gesto; chi, poniamo, fa il pane, muove le mani e le braccia in modi ingegnosi e visivamente interessanti; vedilo mescolar la farina, e dar lievito, e poi l’acqua, e impastare a seconda della forma che gli appare nella testa, e poi dar mano al fuoco, e badare alla cottura, e poi cavare dal forno, e che altro ci sia da fare; così come il muratore colloca mattoni, e calce, e aggiusta, e sposta, e calcola con occhio e mani dove vada a parare tanta sua fatica minuta e progettuale, e del contadino nemmeno occorre far parola, giacché il rustico è e personaggio da capolavori, da Virgilio a Esiodo, e dunque della sua statura scenica nessuno ha mai dubitato; ma dubbi ve ne sono verso colui che scrive, perché i suoi gesti sono poveri e ripetitivi, perché solo di rado si muove a cercare in appositi cataloghi una qualche parola, o magari uno spunto in un libro, tutti gesti che, fatti una volta, saranno sempre identici, e a dire il vero monotoni assai e anche deprimenti, Né potrà, lo scrivente dico, vantarsi che cercar una qualche parola stravagante e bizzosa aggiunga estro e gusto al suo gesto, perché siamo d’accordo che solo di gesti si tratta, e dunque che io cerchi un significato secondario di ‘ramarro’ (non sto inventando, per il puro gusto dell’inutile insisto a far finta di scrivere, come se il personaggio-attore scrivesse veramente una lettera estremamente triste, addirittura intollerabile) o che cerchi parole insultanti come ‘mittente’ o deplorevolmente dotte come ‘attante’ o ‘idioletto’, sarà affatto irrilevante: teatralmente, ogni parola è fungibile e che questo testo abbia senso è puro spreco, fatuo esibizionismo.
Poi, andai a scrivere il metodo che seguo, per dipingere.

Roma, bollente e vaporosa, sola e marmorea. Tanto elevata da sembrare assente. 2011 – Maria A. Listur

 

“And I have taught to a sparrow of snow to sing”
Vicente Huidobro

-Hello.
-So?
-So what?
-You haven’t sent me your story yet!
-Why such in a hurry?
-I need to write something and you are always a fundamental inspiration.
-Cunning is now called “A Fundamental Inspiration”?
-At least I told you so…
-Well your ‘confession’ doesn’t free you from responsibility.
-According to Borges everybody cheats…
-And since it was said by an old visually handicapped makes it less unpleasant?
-You are so cruel!
-Disciplined! I’d rather quote than canny.
-But you do copy life! You narrate about the everyday and about memories…You cheat too.
-I invent a lot! And sometime I copy-out things of ‘my’ life, some other times things I get told about. But I always ask permission though!
-Then, I formally ask you the permission to copy from you.
-You may not.
-Can I take some inspiration?
-I hope you will take only the motion. The inspirations are so personal that they change according to who reads…You as well will re-write something that will seems an inspiration but in reality will not mean what it inhabits behind what I write.
-Then, I will try to imitate you.
-Doesn’t that bother you?
-What?
-Practice other’s motions.
-Mines terrorize me.
After a sad silence, I greeted her. I remained sinking in the sofa. From a distance I watched the reflection of the deskwork in the mirror and I remembered the last part of “Work place” by Giorgio Manganelli:
“In reality, while the person who writes is convinced, in effect, to be busy writing while he is busy acting the part of writing, the person who plans, measures, fishes, bricks up buildings and whitewashes walls, a somewhat secret fantasy that what he does is a representation that he can not do without having it; It is very strong the theatrical role of the farmer, the bricklayer, the dangler, who properly know they aren’t farmer and so on, but they act the farmer, the bricklayer, the dangler. The secret to this sensibility is, I believe, in the predominance of the gesture; The person who, let’s say, makes the bread, moves his hands and his arms in some ingenious and visually interesting ways; we can see him mixing the flour, putting the yeast, and then water, and knead according to the shape that appears in his head, and than put on some fire, and follow the baking, and then taking out of the oven, and whatever is left to do; as well as the bricklayer lays the bricks, and the concrete, and fixes, and moves, and calculate with his eye and hands where does his minute and planning effort goes to, and it isn’t even necessary to talk about the farmer, because the rustic is a character of masterpieces, from Virgil to Exodus, and therefore no one has ever doubted of its own scenic stature; but there are doubts upon who writes, because his gesture are poor and repetitive, and only seldom he moves to look in specific catalogues a somewhat term, or inspiration in a book, all gestures that, performed once, will always be the same, and to tell the truth very monotonous and depressing, Nor the writer will be able to brag about the fact that looking for a somewhat extravagant and eccentric word will add creativity or taste to his gesture, because we all agree it’s all about gesture we are talking about, therefore if I look for a secondary meaning of ‘lizard’ (I am not inventing, for the pure taste of the useless I insist in the faking the writing, as if the character-actor was writing an extremely sad, even intolerable, letter) or that I look for insulting words like ‘sender’ or despicably erudite like ‘situation’ or ‘idiolect’, it will be completely irrelevant: theatrically, every word is functional and that this text makes sense is pure waste, vain exhibitionism. ”
Then, I went to write the method that I follow, to paint.

Roma, boiling and steaming, alone and marbleous. So elevated to seem absent. 2011 – Maria A. Listur

“Quello che cade dagli alberi/E’ la notte”/“What falls from the trees/Is the night”

Vicente Huidobro

-Pronto.
-Buongiorno Madame.
-Buongiorno Signore.
-Cosa fai?
-Esercizi.
-Yoga?
-Non avrei risposto.
-Esercizi di quale tipo?
-Amorosi.
-Scusa, ti lascio subito.
-Con il computer!
-Stai su una chat?!
-Ma no! Sto scrivendo.
-A chi?
-A nessuno e a tutti. Scrivo.
-Ah! Un racconto.
-Un pensiero.
-Volevo augurarti buona settimana… Ti auguro buona scrittura allora.
-E tu? Cosa fai?
-Attendo che il lievito madre faccia diventare la farina, l’acqua ed il sale, un pane da regalarti.
-Buon pane allora.
-A dopo.

Appoggio il telefono sui libri che come abeti crescono intorno a me; la parola pane mi porta il ricordo di Giorgio Manganelli, de “Il rumore sottile della prosa”:
“Sto scrivendo il testo che a qualcuno accadrà di leggere; e mi accorgo che questo mio scrivere non è, propriamente, scrivere, ma eseguire gesti e movimenti, variamente ritmati in uno spazio delimitato; questo spazio poi dovrebbe, anzi lessicalmente è la mia scrivania, immersa nel consueto spaurito disordine, in una caotica vessazione; ma sarà bene che io mi renda conto che non tanto di scrivania si tratta ma di palcoscenico, di spazio scenico, di luogo deputato ad eventi sostanzialmente teatrali, il teatro del lavoro, e dovrei aggiungere che, sebbene non sia infondata la mia sensazione che io stia scrivendo a macchina, e a questo scopo usi una macchina da scrivere, l’accento, l’enfasi cade non già sullo scrivere ma sulla macchina; o meglio, può anche cadere sullo scrivere, purché tale gesto sia vissuto come imparentato allo zappare, sarchiare, panificare; in assoluta indifferenza a ciò che scrivo; sicché io potrei, da questo momento in poi, scrivere serie alfabetiche, ricopiare pagine del Tommaseo-Bellini, giustapporre elenchi bartoliani o aretineschi di parole eleganti oppure affatto oscene, e dal punto di vista della rappresentazione che io metto in opera, sarebbe esattamente la stessa faccenda: pura rappresentazione; se in un dramma cecoviano un personaggio è in atto di scrivere una lettera straziante, naturalmente saremo tutti d’accordo nel credere che quel che scrive il personaggio sia appunto una lettera straziante, ma l’attore che sottostà al personaggio è in realtà intento a fingere di scrivere, o scrivere sillabe sconnesse, o parole variamente vergognose, o concetti affatto deplorevoli. Ad un certo momento, io cesserò di scrivere a macchina, e questo testo avrà una sua sorte, a me ignota, al termine della quale verrà letto da qualcuno che crederà di leggere, ma che in realtà sarà l’attore di se stesso personaggio che legge, e ciò è dimostrato dal fatto che quel che legge, e cioè le righe che ora sto scrivendo a macchina, è non propriamente un discorso, ma un discorso sul discorrere, e insomma non dice niente, se non che chiunque dica alcunché, in realtà è costretto a recitare la parte di colui che dice, e poco monta che dica, giacché ciò che conta è la parte; ed ora si dà il caso che io scriva, ma che cosa mai io scriva è del tutto irrilevante, il che mi è estremamente congeniale.”

Roma, leggera di passi, alleggerita dalla mancanza di promesse. 2011 – Maria A. Listur

 

“What falls from the trees/Is the night”
Vicente Huidobro

-Hello.
-Good morning Madame.
-Good morning Sir.
-What do you do?
-Exercises.
-Yoga?
-I wouldn’t have replied.
-What kind of exercises?
-Loving.
-Sorry, I’ll hang right away.
-With the computer!
-Are you in a chat?!
-Of course not! I am writing.
-To whom?
-To nobody and to everybody. I am writing.
-Ah! A story.
-A thought.
-I wanted to wish you a good week… and I also wish you good writing.
-And you? What do you do?
-I am waiting for the yeast to turn the flour, the water and the salt, into a bread to present you.
-Good cooking then.
-Talk to you later.

I lay the phone on the books that like spruces grow around me; the word bread brings me the memory of Giorgio Manganelli, of the “The subtle rumor of the prose”:
“I am writing the text that somebody will happen to read; and I realize that this writing of mine is not, strictly, writing, but to execute gestures and movements, variously rhythmical in a limited space; this space should therefore, I should say it is lexically my desk work, buried in the usual frightened mess, in a chaotic oppression; but I should be better realize that it is not a desk work but a stage, the scenic stage, a place substantially meant for theatrical events, the theatre of working, and I should add that, although it doesn’t lack of base the sensation that I am type writing, and for this purpose I am using a typewriter, the accent, the emphasis falls not on the writing but on the machine; or better say, for this gesture to be lived as hoeing, weeding, making bread; in total indifference to what I am writing; therefore I could, from this moment on, write alphabetical series, copy pages of the Tommaseo-Bellini, put forward bartolians or aretinians lists of elegant words or at all obscene, and from the point of view of the representation that I am putting on, it would be exactly the same matter: pure representation; if in a Chekhovian drama a character is in the act of writing a heart breaking letter, we naturally will all agree in believing that what the character is writing is in fact a heart breaking letter, but the actor is affected by the character and he is in reality faking to write a letter, or writing disjointed syllabuses, or variably shameful words, or very regrettable concepts. At a certain point I will cease to type write, and this will have its own faith, unknown to me, at the end of which it will be read by someone that will believe that he is reading, but in reality he will be the actor of himself that reads, and this is demonstrated by the fact that what he is reading, that is the lines that I am type writing right now, it is not specifically a speech on conversation, and it doesn’t really say anything, but the fact that nobody says anything, in reality he is forced to act out the part of the person that says, and it is irrelevant what he says, because what really counts is the role; and now it is true that I write, but what I do write about it is irrelevant at all, which is extremely congenial to me.”

Roma, lighten by steps, lighten by the lack of promises. 2011 – Maria A. Listur

“Vastamente lei apriva gli occhi”/”Widely she opened her eyes”

Clarice Lispector

Mi saluta: “Buongiorno”, io rispondo perché lo trovo sulla soglia del cancello di casa, oltre il giardino. Esco. Dice “La stavo cercando”. Chiedo “Per cosa?”, “Volevo parlarle di un colore che lei utilizza”. Mi sveglio. Davanti ai miei occhi, la visione – dalla finestra – della parte posteriore del cancello che, prima e nel sogno, ho attraversato; dietro ai miei occhi, una camicia bianca bianchissima indossata da qualcuno che non ho mai visto, della pelle chiara, lo sguardo brillante, l’altezza che mi sovrasta.
La mattina è invasa. Invasa dal sogno. Non vivo nel tempo in cui devo uscire, incontrare persone, quadri, scritti. Vivo nel regno dell’assenza di risposta: di quale colore mi stava per parlare l’uomo immenso con la camicia bianca? Esco, incontro persone, preparo basi per dei quadri, scrivo, vado a comperare dei libri che sono altre forme di preparare basi ma, sempre assente alla giornata, ancora in sogno. Mi cadono dalle mani quattro libri: Margherite Duras, José Saramago, Umberto Eco, Annick de Souzennelle, una camicia bianca sopra pantaloni neri si china per aiutarmi, ringrazio e mentre ringrazio guardo, divento paonazza. Lui dice: “Diventa sempre rossa quando qualcuno l’aiuta?” Non riesco ad articolare una parola, semplicemente lo guardo sorpresa. Lui crede non abbia capito: “Parla italiano?” Non rispondo. Insiste: “Tutto bene?” Dico di sì e aggiungo: “Mi ha sorpresa …” Dice: “Mi ha guardato in un modo strano” Rispondo: “Eh sì, sono impressionata… questa notte ho sognato lei” “Io questa notte, invece, ho avuto un’indigestione” risponde ridendo, aggiunge: “Vuole condividere una tisana?”
Mentre prendiamo la tisana commenta il colore della sorpresa del mio viso, e dei miei capelli, mi spiega cosa sono per lui i rossi: un’infinita gamma di fuochi, parlo dell’arancione e dei dorati, lui insiste sul valore cupo e luminoso dei rossi. Dopo un po’ mi congedo – con fatica -. Sto lavorando con i rossi, sul rosso, nei rossi.
Arrivo a casa.
Nella posta trovo una busta rossa.
Dentro un messaggio, scritto con lettere dorate su carta nera:
“Se mi dicessero che è assurdo parlare così di chi non è mai esistito, risponderei che non ho prove che anche Lisbona sia un tempo esistita, o io che scrivo, o qualsiasi altra cosa dovunque essa sia.”
Fernando Pessoa

Roma, senza padrone, resti soltanto proprietà di chi non indugia. 2011 – Maria A. Listur

 

“Widely she opened her eyes”
Clarice Lispector

The person greets me: “Good day”, I reply because I meet the person on the doorway of the gate of the house, past the garden. I go out. The person says: “I was looking for you”. I ask “for what?”, “I wanted to talk about the colors that you use”. I wake up. In front of my eyes, the vision – from the window – of the posterior part of the gate that, first in the dream, I have traversed; behind my eyes, a white very white shirt dressed by somebody that I have never seen, with light skin, a shining glance, a height that towers above me.
The morning is invaded. Invaded by the dream. I don’t live in the time in which I have to go out, meet people, paintings, scripts. I live in the world of the absence of answers: what color was the immense man with the white shirt talking about? I go out, meet persons, prepare bases for some paintings, write, go to buy some books that are other forms to prepare bases but, always absent from the day, still in the dream. Four books fall out from my hands: Margherite Duras, José Saramago, Umberto Eco, Annick de Souzennelle, a white shirt over black trousers kneels down to help me, I thank and while thanking I look, become red faced. He says: “ Do you always blush when somebody helps you?” I can’t even articulate a word, I simply look at him in surprise. He thinks I didn’t understand: “Do you speak Italian?” I don’t answer. He insists: “Is everything alright?” I say yes and add: “You surprised me…” He says: “ You looked at me in a strange way!” I reply: “Well yes, I am impressed…this night I dreamt of you” “I, instead, had an indigestion! He answers laughing, he adds: “Would you like to share an herb tea?”
While taking the herb tea he makes some comments about the color of surprise on my face, and of my hairs, he explains to me what are the reds for him: An infinite scale of fires, I talk about the oranges and the golden, he insists on the dark and luminous value of the reds. After a while I take leave of him – with fatigue -. I am working with reds, on red, in reds.
I arrive at home.
In the mailbox I find a red letter.
Inside a message, written in golden letters over a black paper:
“If they would tell me that is impossible to talk like that of someone who has never existed, I would reply that I have no proof that even Lisbon has existed a time, or that I write, or anything else anywhere it might be.”
Fernando Pessoa

Rome, with no master, you only belong to who doesn’t linger. 2011 – Maria A. Listur

Le parole/The Words

“Le parole non sono del tempo, pronunciale.
L’amore non è suo, pronunciami.”

Jeanette Winterson

-Non voglio condividerti.
-E perché?
-Voglio una relazione totale.
-Abbila.
-Con te.
-Noi siamo una relazione totale.
-Non di coppia…
-Di fratellanza.
-Per te molto comoda.
-Centaurica.
-Che vuol dire?
-Metà bestiale metà divina…
Lui rise fino a rimanere senza fiato.
Lei si sollevò dal divano per andare a preparare la cena e si alleggerì il petto pensando al menù. Mentre sbatteva le uova, per fare una frittata di funghi porcini, ricordò un testo di Jeanette Winterson a proposito di D. H. Lawrence: “D. H. Lawrence si descrisse come un Centauro, solo che fece confusione tra le sue parti basse, sostenendo di avere il cervello di un poeta e le palle di un toro. Difficile immaginare un uomo meno taurino di lui, a meno che non includiamo nella lista Toulouse Lautrec. Posso per lo più perdonare Lawrence per i suoi pasticci, piccoli o grandi che siano, la questione delle sue palle è irrilevante, ma è la sua immaginazione mitologica a essere mendace. Nelle mani di Lawrence, il Centauro, con il cazzo sguainato e Dio nel petto, diventa l’Uomo/bestia, con Dio nel cazzo e il petto sguainato. Il Macho incontra il Fallo Divino. Quando mi guardo in giro per le strade, mi rendo conto che questo è un problema. E non voglio essere pedante, ma davvero un fallo è divino solo quando è applicato a un Dio? E’ il dio a fare il fallo o è il fallo a fare il dio?”
Ricordando il testo, lei rise tanto da dover smettere di sbattere le uova. Si servì un bicchiere di Sauvignon del 2008 e ringraziò la vita per essere una dipendente dalla lettura. Cosa sarebbe stato vivere la sua vita senza aver letto? Cosa sarebbe delle posizioni fisiche e degli spazi che esse occupano senza aver trovato, nella parola scritta, variazioni possibili nonché relazioni totali? Tornò alle uova.
Lui uscì dal bagno. Chiese:
-Di cosa ridi?
-Ricordi.
-Condivisibili?
-Leggibili.
-Dove?
“Arte e Menzogne” di Jeanette Winterson

Venezia, che soccombi senza morire. 2011 – Maria A. Listur

 

Words

“Words do not belong to time, say them.
Love is not its own, pronounce me”

Jeanette Winterson

-I do not want to share you.
-Why is that?
-I want a total relationship.
-Have it.
-With you.
-We are a total relationship.
-But not as couple…
-Of brotherhood.
-Very easy for you.
-Centaurical.
-What does it mean?
-Half human and half divine…
He laughed almost until he was out of breath.
She stood up from the sofa to go to prepare dinner and relieved herself thinking about the menu. While beating the eggs, to make an omelet with porcini mushrooms, she remembered a text by Jeanette Winterson regarding D. H. Lawrence: “D. H. Lawrence described himself as a Centaur, but he made confusion among his lower attributes, saying that he had the mind of a poet and the balls of a Taurus. Hard to imagine a man less taurine than him, unless we include in the list Toulouse Lautrec. I might forgive Lawrence for his mess, either small or big, the question regarding his balls is irrelevant, but it’s his mythological imagination to be mendacious. In the hands of Lawrence, the Centaur, with his unsheathed dick and God in his chest, becomes the Man/beast, with God in his dick and his unsheathed chest. The Macho meets the Divine Dick. When I look around in the streets, I realize that this is a problem. I don’t want to sound pedantic, but is it really the phallus divine only when it is attached to a God? Is it god that makes the phallus or is the phallus that makes the god?”
Remembering the text, she laughed so hard that she had to stop beating the eggs. She poured a glass of Sauvignon of 2008 and thanked life for being addicted to reading. What would her life have been without reading? What would it be of the physical positions and of the spaces that they occupy without finding, in the written word, possible variations as well as total revelations? She went back to the eggs.
He came out from the bathroom. Asked:
-What are you laughing about?
-Memories.
-Shareable?
-Readable.
-Where?
“Art and Lies” by Jeanette Winterson

Venice, that succumbs without dying. 2011 – Maria A. Listur

Royauté

Regalità
Alla luce di Arthur Rimbaud

-Mamma, io vorrei il vestito bianco, quello con le perle.
-Non te lo meriti.
-Sì! Me lo merito!
-No! Tu meriti qualcosa che faccia trasparire la luce, non che la copra.

-Cosa devo fare?
-Semplicemente passare.
-Passare?
-Certo. Attraversi il palcoscenico come quando va in giro a comperare i fiori.
-Mi dica qualcosa sul personaggio.
-Cosa vuole sapere? Non le serve sapere. Basta che passeggi.
-Senza intenzioni?
-L’intenzione è già lei.
-Ma… avrei da proporle qualcosa sullo spettacolo.
-Le posso assicurare che non sarà utile.
-Va bene… Attraverserò.
-Nuda.
-Nuda?
-La regalità non può essere vestita.

-Questa sera alle dieci?
-Non posso.
-Perché
-Sono distrutta.
-Sembra che ti è morto qualcuno.
-E’ morta R.
-Mi spiace… ma… Non sembri distrutta…
-Come dovrei essere?
-Meno algida.
-Mi trovi gelida?
-Ti trovo troppo garbata… anzi lontana come una regina.

La regina inconsapevole, tornò a casa e aprì una bottiglia di champagne, brindò alla bellezza del vivere essendo la più anonima delle dee. Ricordò un’illuminazione di Arthur Rimbaud:
“Un bel mattino, presso un popolo mitissimo, un uomo e una donna superbi gridavano sulla pubblica piazza: “Amici miei, voglio che sia regina !” “Voglio essere regina!” Ella rideva e tremava. Lui parlava agli amici di rivelazione, di prova terminata. Si estasiavano in un abbraccio.
Infatti, furono re per tutta una mattinata, durante la quale gli arazzi color carminio si rialzarono sulle case, e per tutto un pomeriggio, durante il quale essi si spinsero dalle parti dei giardini di palme.”

Tra Roma crepuscolare e Roma notturna, incredibile quanto siano due tipi diversi di eternità. 2011 – Maria A. Listur

 

Royalty
To the light of Arthur Rimbaud

-Mom, I would like the white dress, the one with the pearls.
-You don’t deserve it.
-Yes! I do deserve it!
-No! You deserve something that lets the light shine through, not something that covers it.

-What must I do?
-Simply go across.
-Go across?
-Of course. Go across the stage as when you go around to buy flowers.
-Tell me something about the character.
-What do you want to know? You don’t need to know. Just walk.
-With no intentions?
-The intention is already you.
-But… I could suggest you something about the performance.
-I can assure you that I won’t be useful.
-Alright… I will go across.
-Naked.
-Naked?
-Regality cannot be dressed.

-Tonight at ten?
-I can’t.
-Why?
-I am devastated.
-It seems that somebody died on you.
-R. died.
-I am sorry… but… You don’t seem devastated…
-How should I be?
-Less algid.
-Do you find me cold?
-I find you too polite… better say as distant as a queen.

The unconscious queen, went back home and opened a bottle of champagne, toasted to the beauty of living being the most anonymous of the goddess. She remembered an illumination of Arthur Rimbaud:
“A beautiful morning, at a very humble village, a superb man and woman were screaming in the public square: “My friends I want her to be queen!” “I want to be queen!” She was laughing and shacking. He talked to his friends about revelation, about the conclusion of the task. They were extasiated in a hug.
They were king for a whole morning, during which the red colored carpets were lifted up on the houses, and for the whole afternoon, during which they wonder around the palms garden area.”

Between Rome in the twilight and Rome by night, incredible how they are two types of different eternity. 2011 – Maria A. Listur