“Quello che cade dagli alberi/E’ la notte”/“What falls from the trees/Is the night”

Vicente Huidobro

-Pronto.
-Buongiorno Madame.
-Buongiorno Signore.
-Cosa fai?
-Esercizi.
-Yoga?
-Non avrei risposto.
-Esercizi di quale tipo?
-Amorosi.
-Scusa, ti lascio subito.
-Con il computer!
-Stai su una chat?!
-Ma no! Sto scrivendo.
-A chi?
-A nessuno e a tutti. Scrivo.
-Ah! Un racconto.
-Un pensiero.
-Volevo augurarti buona settimana… Ti auguro buona scrittura allora.
-E tu? Cosa fai?
-Attendo che il lievito madre faccia diventare la farina, l’acqua ed il sale, un pane da regalarti.
-Buon pane allora.
-A dopo.

Appoggio il telefono sui libri che come abeti crescono intorno a me; la parola pane mi porta il ricordo di Giorgio Manganelli, de “Il rumore sottile della prosa”:
“Sto scrivendo il testo che a qualcuno accadrà di leggere; e mi accorgo che questo mio scrivere non è, propriamente, scrivere, ma eseguire gesti e movimenti, variamente ritmati in uno spazio delimitato; questo spazio poi dovrebbe, anzi lessicalmente è la mia scrivania, immersa nel consueto spaurito disordine, in una caotica vessazione; ma sarà bene che io mi renda conto che non tanto di scrivania si tratta ma di palcoscenico, di spazio scenico, di luogo deputato ad eventi sostanzialmente teatrali, il teatro del lavoro, e dovrei aggiungere che, sebbene non sia infondata la mia sensazione che io stia scrivendo a macchina, e a questo scopo usi una macchina da scrivere, l’accento, l’enfasi cade non già sullo scrivere ma sulla macchina; o meglio, può anche cadere sullo scrivere, purché tale gesto sia vissuto come imparentato allo zappare, sarchiare, panificare; in assoluta indifferenza a ciò che scrivo; sicché io potrei, da questo momento in poi, scrivere serie alfabetiche, ricopiare pagine del Tommaseo-Bellini, giustapporre elenchi bartoliani o aretineschi di parole eleganti oppure affatto oscene, e dal punto di vista della rappresentazione che io metto in opera, sarebbe esattamente la stessa faccenda: pura rappresentazione; se in un dramma cecoviano un personaggio è in atto di scrivere una lettera straziante, naturalmente saremo tutti d’accordo nel credere che quel che scrive il personaggio sia appunto una lettera straziante, ma l’attore che sottostà al personaggio è in realtà intento a fingere di scrivere, o scrivere sillabe sconnesse, o parole variamente vergognose, o concetti affatto deplorevoli. Ad un certo momento, io cesserò di scrivere a macchina, e questo testo avrà una sua sorte, a me ignota, al termine della quale verrà letto da qualcuno che crederà di leggere, ma che in realtà sarà l’attore di se stesso personaggio che legge, e ciò è dimostrato dal fatto che quel che legge, e cioè le righe che ora sto scrivendo a macchina, è non propriamente un discorso, ma un discorso sul discorrere, e insomma non dice niente, se non che chiunque dica alcunché, in realtà è costretto a recitare la parte di colui che dice, e poco monta che dica, giacché ciò che conta è la parte; ed ora si dà il caso che io scriva, ma che cosa mai io scriva è del tutto irrilevante, il che mi è estremamente congeniale.”

Roma, leggera di passi, alleggerita dalla mancanza di promesse. 2011 – Maria A. Listur

 

“What falls from the trees/Is the night”
Vicente Huidobro

-Hello.
-Good morning Madame.
-Good morning Sir.
-What do you do?
-Exercises.
-Yoga?
-I wouldn’t have replied.
-What kind of exercises?
-Loving.
-Sorry, I’ll hang right away.
-With the computer!
-Are you in a chat?!
-Of course not! I am writing.
-To whom?
-To nobody and to everybody. I am writing.
-Ah! A story.
-A thought.
-I wanted to wish you a good week… and I also wish you good writing.
-And you? What do you do?
-I am waiting for the yeast to turn the flour, the water and the salt, into a bread to present you.
-Good cooking then.
-Talk to you later.

I lay the phone on the books that like spruces grow around me; the word bread brings me the memory of Giorgio Manganelli, of the “The subtle rumor of the prose”:
“I am writing the text that somebody will happen to read; and I realize that this writing of mine is not, strictly, writing, but to execute gestures and movements, variously rhythmical in a limited space; this space should therefore, I should say it is lexically my desk work, buried in the usual frightened mess, in a chaotic oppression; but I should be better realize that it is not a desk work but a stage, the scenic stage, a place substantially meant for theatrical events, the theatre of working, and I should add that, although it doesn’t lack of base the sensation that I am type writing, and for this purpose I am using a typewriter, the accent, the emphasis falls not on the writing but on the machine; or better say, for this gesture to be lived as hoeing, weeding, making bread; in total indifference to what I am writing; therefore I could, from this moment on, write alphabetical series, copy pages of the Tommaseo-Bellini, put forward bartolians or aretinians lists of elegant words or at all obscene, and from the point of view of the representation that I am putting on, it would be exactly the same matter: pure representation; if in a Chekhovian drama a character is in the act of writing a heart breaking letter, we naturally will all agree in believing that what the character is writing is in fact a heart breaking letter, but the actor is affected by the character and he is in reality faking to write a letter, or writing disjointed syllabuses, or variably shameful words, or very regrettable concepts. At a certain point I will cease to type write, and this will have its own faith, unknown to me, at the end of which it will be read by someone that will believe that he is reading, but in reality he will be the actor of himself that reads, and this is demonstrated by the fact that what he is reading, that is the lines that I am type writing right now, it is not specifically a speech on conversation, and it doesn’t really say anything, but the fact that nobody says anything, in reality he is forced to act out the part of the person that says, and it is irrelevant what he says, because what really counts is the role; and now it is true that I write, but what I do write about it is irrelevant at all, which is extremely congenial to me.”

Roma, lighten by steps, lighten by the lack of promises. 2011 – Maria A. Listur

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