“Quello che vi è di più profondo nell’uomo, è la pelle.”/“What is mostly profound in man, is the skin.”

Valéry, L’Idea fissa

L’occhio segue il suono della foglia mentre cade. La foglia percorre del tempo per arrivare al pavimento. Il tempo di caduta sarà determinato dal vento? Si chiede la bambina mentre sente il cammino della foglia.
La bambina si alza e si lascia accarezzare dal vento, spera che il vento la sollevi con la stessa semplicità che ha fatto cadere la foglia. Attende inutilmente. Soltanto i capelli ed il vestito si spostano per volontà della brezza.
Il profumo della bambina arriva al cane che dorme sotto il roseto. Il cane s’alza e corre verso un vestito in movimento. Abbaia. Ride come soltanto sanno fare i cani.
Gli occhi della bambina si aprono per guardare il cane. Lei sorride come fanno le bambine sole.
Una voce interrompe gli incontri:
-Mia, la merenda è pronta.
La bambina chiude gli occhi ancora sperando di essere sollevata ma la voce insiste:
-Smetti il giochino del non vedo quindi non sento e vieni immediatamente a fare merenda!
Il cane si è seduto accanto alla bambina, attende. Mia non si muove e ascolta i suoni del giardino. Chiede che qualcuno la sollevi da tanto rumore:
-Mia, se non sei qui in due minuti, ti viene a prendere Clara!
La bambina non risponde. Resta prigioniera del vento. Dopo poco, una ragazza la prende per mano per portarla via ma lei non apre gli occhi, neanche per guardare se il cane la segue. Il cane la segue. Tutto lentamente.
Mentre camminano verso la casa, Clara chiede a Mia:
-Perché fai così? Apri gli occhi amore… Sono tre ore che sei lì… Non puoi stare tutto il tempo a fare questo gioco… Mia, ti prego, mi parli?
La bambina apre gli occhi, si gira verso il suono del cane che scodinzola, la ragazza prega:
-Guardami. Mi puoi guardare?
Mia butta la testa indietro con gli occhi aperti, verso Clara, poi dice:
-Stai zitta… Se tu parli, il vento si ferma, zitta, fammi vedere il vento.
Dice questa frase mentre la sorella la trascina quasi di peso per il giardino mentre la bambina alza la mano libera come se volesse trattenere l’aria tra le dita.
La mia prospettiva dall’alto mi consente di scoprire che, la bambina senza vista, ha occhi nelle dita. Clara e Mia entrano nella loro casa, io mi ritiro dalla finestra. Sento:
“Orecchio, porta della mia voce che ti ha sedotto.
Ti amo, tu che hai dato un senso all’immagine
Grazie all’Idea.”

Apollinaire, Le nove porte del tuo corpo

Roma, risuona lontano il tuo dorato autunno. 2011 – Maria A. Listur

 

“What is mostly profound in man, is the skin.”
Valéry, The fixed idea

The eye follows the sound of the leaf while it falls. The leaf takes some time to arrive to the floor. The time of the falling is it determined? The girl asks herself while she hears the path of the leaf.
The girl stands up and let herself be caressed by the wind, she hopes that the wind lifts her up with the same easiness that made the leaf fall. She waits in vain. Only the hairs and the dress are moved by the breeze’s force.
The perfume of the girl reaches the dog that is sleeping under the rose garden. The dog stands up and runs towards a moving dress. Barks. Laughs as only dogs can do.
The eyes of the girl get opened to watch the dog. She laughs as only lonely girls do.
A voice interrupts the encounters:
-Mia, the snack is ready.
The girl closes her eyes again hoping to be lifted but the voice insists:
-Stop that game of I don’t see therefore I don’t hear and come immediately to eat your snack!
The dog is sitting next to the girl, he waits. Mia is not moving and listens to the sounds of the garden. She asks that somebody lift her up from so much noise:
-Mia, if you don’t come in two minutes, Clara will come and get you!
The girl doesn’t answers. She remains trapped by the wind. After a while, a girl takes her by the hand to take her away but she doesn’t open her eyes, not even to watch if the dog is following her. The dog follows her. Everything slowly
While walking towards the house, Clara asks Mia:
-Why you do like that? Open your eyes my love… You have been there three hours… You can’t stay there all the time doing this game… Mia, I beg you, would you talk to me?
The girl opens her eyes, turns towards the sound of the dog that is wagging, the girls asks:
-Look at me. Would you look at me?
Mia turns her head back with her eyes opened, towards Clara, then she says:
-Be quiet… If you talk, the wind stops, hush, let me see the wind.
She says the phrase while her sister almost drags her through the garden while the girl raises her free hand as she wants to hold the air between her fingers.
My perspective from above allows me to discover that, the girl with no sight, has eyes in her fingers.
Clara and Mia go inside their house, I draw back from the window. I feel:
“Ear, door of my voice that has seduced you.
I love you, you have given sense to the image
Thanks to the Idea.”

Apollinaire, The nine doors of your body

Rome, your golden autumn resounds afar. 2011 – Maria A. Listur

“La musica attira verso se stessa i corpi umani”/“Music attracts to itself human bodies”

Pascal Quignard

-L’altro giorno, parlando con un’amica, dicevamo che può darsi io mi sia innamorato… Me lo chiedo.
-Puoi darsi… Ma, perché te lo chiedi?
-Perché non comprendo come mai accetto dei comportamenti che avrei considerato inaccettabili?
-Tipo?
-Gelosia, controllo, rabbia, invasione…
-E, secondo te, accettare di essere aggredito, significa essere innamorato?
-Beh, in questo caso sì visto che viviamo anche insieme, che passiamo dei momenti anche belli ma…
-Ah…
-Ah… cosa?
-No niente… pensavo nel modo che spesso si ha di esprimere le proprie mancanze.
-Lei le esprime molto bene… Te lo posso assicurare. Non lascia passare neanche una delle sue paure!
-Io parlavo delle tue. Non conosco lei.
-Le mie?
-Sì.
-Tu credi che io, a cinquant’anni, abbia ancora delle paure così elementari da esprimerle con l’aggressione?
-Ma no! Quali paure! Tu non hai paure!
-Adesso non mi prendere in giro! Dimmi quello che stai pensando.
-Due cose, una è una domanda.
-Fammi la domanda.
-Cosa stai studiando?
-Non suono più. Dimmi la seconda.
-E’ una storia che mi raccontò un medico amico volendo spiegarmi i propri limiti: l’allenamento degli elefanti.
-Ah… perché gli elefanti si allenano, non si addestrano?
-Lui disse “allenano”. Non tutti, soltanto quelli che sono in cattività, per esempio quelli da circo. Vuoi che ti racconti o no?
-Sì continua…
-Quando l’elefante è piccolo, lo legano – da una caviglia – ad una catena, lunga uno o due metri; in modo che tutte le volte in cui l’elefantino vuole andare oltre quei metri, viene frenato. Dopo un anno, quando gli tolgono la catena, lui non si sposterà mai, oltre quel metro o quei due metri che riconosce suo territorio, neanche se ha sete, e gli si mette dell’acqua – per dire – a quattro metri, lui non oltrepasserà la frontiera immaginaria… Ecco cosa pensavo.
-Scusa ma ti devo lasciare. Mi sta chiamando al cellulare.
-Vai stella. Auguri.
Riagganciò il telefono, prese la tazza di tè al limone appoggiata sul tavolo degli anni ’20, guardò il lume della candela, spostato dalla brezza del primo autunno; il profumo d’incenso di mirra che accompagnava un altro crepuscolo la sospese ancora nell’atmosfera fatta di vuoto. Tutta la sua vita era fatta d’incontri, allenamenti alla gratitudine. Mentre attraversava la casa per raggiungere la cucina, tra pensieri acquosi di cibi balcanici, si lasciò anche attraversare dal suono di Pascal Quignard: “La musica viola il corpo umano. Lo mette in piedi. I ritmi musicali fascinano i ritmi corporali. Contro la musica, l’udito non può chiudersi.

Roma, fatta di suoni sovrapposti, di silenzi eloquenti, ritmata quanto stratificata. 2011 – Maria A. Listur

 

“Music attracts to itself human bodies”
Pascal Quignard

-The other day, talking to a friend, we were saying that could be that I am in love… I wonder if it’s true.
-Could be… But, why do you wonder?
-Because I don’t get why I accept some behaviors that I would have considered unacceptable?
-Like what?
-Jealousy, control, anger, invasion…
-And, according to you, to accept to be attacked, means to be in love?
-Well, in this case yes since we live together, that we even spend good moments together but…
-Aha…
-Aha… what?
-Nothing… I was thinking in the way we often have to express our own deficiencies.
-She expresses them very well… I can assure you. She doesn’t let go by not even one of her fears!
-I was talking about yours. I don’t know her.
-Mine?
-Yes.
-You think that I, fifty years old, have still such elementary fears to have to express them through aggression?
-No! What fears! You have no fears!
-Now don’t fool me around! Tell me what are you thinking.
-Two things, one is a question.
-Ask me the question.
-What are you playing?
-I don’t play anymore. Tell me the second one.
-It is a story that a friend doctor told me trying to explain our own limits: the preparation of the elephants.
-Ah… because now the elephant are prepared, not trained?
-He said “prepared”. Not all of them, only those kept in captivity, for example those for the circus. Do you want me to tell you or not?
-Yes go on…
-When the elephant is little, they secure him – from one ankle – to a chain, one or two meters long; so that every time the little elephant wants to go beyond those meters, gets stopped. After a year, when they take off the chain, he won’t ever move, beyond that meter or two meters that he recognizes as its territory, not even if he is thirsty, and if some water is placed – let’s say – four meters apart, he won’t ever trespass that imaginary border… That’s what I was thinking.
-Sorry I have to go. She is calling me on the mobile.
-Go honey. Good luck.

She hung up the phone, took the cup of lemon tea placed on the table of the ’20’s, looked at the light of the candle, moved by the breeze of the beginning of autumn; the perfume of incense of myrrh that was accompanying another twilight surprised her again in an atmosphere made of emptiness. Her whole life was made of encounters, preparations for gratitude. While she was passing through the house to reach the kitchen, in thoughts more aqueous of Balkan food, she allowed herself to be passed through by the sound of Pascal Quignard: “Music violates the human body. It puts it back on its feet. Musical rhythms fascinate body rhythms. Against music, hearing cannot close itself.”

Rome, made of superimposed sounds, of eloquent silences, rhythmical as much as stratified. 2011 – Maria A. Listur

“Senza quella sciocca vanità/“Without that silly vanity

che è il mostrarci e che è di tutti e di tutto,
non vedremmo nulla e non esisterebbe nulla.”
Antonio Porchia

-Dovresti scrivere su queste cose…
-Quali cose?
-Quelle che dici?
-Ma cosa ho detto?
-Hai detto: Dovremo trovare un luogo dove collocare la perversione.
-Ma che scrivere! Come diceva l’Aspesi, hanno scritto già tanto che dovremo dedicarci di più a leggere!
-Sì ma, perché non lasciare scritta la tua prospettiva di quello che chiamiamo “realtà”.
-Ma no! A me piacerebbe scrivere per raccontare quello che sdrucciola… Quello che se non stai attento scivola sotto i significati, perdendosi.
-E non è la tua prospettiva?
-In un senso è la mia vita ma, non posso scrivere di quello che pratico.
-Come no? Certo che puoi.
-E no! Non posso scrivere di quello che la mia limitata percezione mi fa recepire dell’esperienza.
-Allora non comprendi che la tua limitata esperienza può essere enorme per un’altra persona! Potresti aumentare le sue prospettive.
-Allora tu non vuoi accettare che per me, la scrittura, è un luogo dove interloquire con quello che manca, non un’espressione di quello che si sa. Mi piace l’esercizio di scrivere su quello che t’interroga.
-Bene. Te lo dico diversamente: cosa t’interroga?
-Ogni tipo di relazione e non soltanto tra individui.
-Scrivi di quello.
-Ma cosa?
-Di quello che mi racconti ti accade o viene alla tua conoscenza.
-E perché?
-Perché ci serve.
-A chi?
-A me!
-Allora ti scrivo delle lettere.
-Non saprò risponderti.
-Mi stai chiedendo di mostrare alcuni pensieri sui quali m’appoggio tutte le volte in cui mi trovo “in relazione”?
-Ti sto chiedendo di mostrare una traccia…
-Mi stai chiedendo di condividere il mio ascolto.
-Sì.
-Perché a me?
-Perché sei ben educata e pungente, elegante ma soprattutto sei cicatrizzata.
-Di colpo mi hai fatto andare a casa di Oscar Wilde. Lo immagino sorridente mentre dice: “Avere avuto una buona educazione, oggi, è un grande svantaggio. Ti esclude da tante cose.

Roma, mai abbastanza scoperta, come le gambe delle donne garbate. 2011 – Maria A. Listur

 

“Without that silly vanity
that is to show off ourselves and that is of everybody and everything,
we wouldn’t see anything and nothing would exist .
Antonio Porchia

-You should write about these things…
-What things?
-The ones you say?
-What did I say?
-You said: We should find a space where to place perversion.
-Enough with that! As Aspesi used to say, they have written a lot already we should dedicate more ourselves to read
-Yes, but why not leaving written your perspective of what we call “reality”.
-Well no! I’d like to write to tell about what slips… About something that if you don’t pay attention slips under the meaning, getting lost.
-Isn’t that your perspective?
-In a way it is my life but, I can’t write about what I practice.
-Why not? Of course you can.
-Nope! I can’t write about what my limited perception makes me grasp of the experience.
-Then you don’t realize that your limited experience could be enormous for another person! You could increase his perspectives.
-Then you don’t want to accept that for me, writing, is a place where to interject with what is missing, not an expression of what is known. I like the exercise of writing about what questions you.
-Well. I m going to say it differently: what does question you?
-Every kind of relationship and not only the one among individuals.
-Write about that.
-About what?
-About what you tell me that happen to you or come to your knowledge.
-But why?
-Because we need it.
-Who needs it?
-I do!
-Then let me write you some letters.
-I won’t be able to answer.
-You are asking me to show some thoughts on which I relay every time I find myself “in a relation”?
-I am asking you to show a trace…
-You are asking me to share my listening.
-Yes.
-Why me?
-Because you are educated and sharp, elegant but above all cicatrized.
-All of a sudden you made me reach Oscar Wilde’s house. I imagine him smiling while he says: “To have had a good education, nowadays, is a big disadvantage. It exclude you form many things.”

Rome, never enough exposed, like the legs of gentle women. 2011 – Maria A. Listur

“Fra due rive in cui non sta più nessuno – solo ponte”/“Between two shores where there is nobody anymore – only a bridge”

Luce Irigaray, L’oblio dell’aria

Si sveglia, si gira sul fianco destro, si siede sul letto. Poggia delicatamente i piedi per terra. E’ nella sua nuova terra. Fresca. Il pavimento di legno antico la porta all’America della scoperta. Quando, in Europa, mettevano quel legno per terra, l’America Centrale era stata scoperta da cento anni. Poggio i mie piedi bianchi su quei secoli, pensa.
Arriva la cameriera con la colazione che lui ha ordinato per lei: frutta, pane tostato, yogurt, uova, tè verde, miele d’arancio. Sente l’acqua scorrere nella vasca, arriva anche il vapore dell’olio essenziale che si mescola con l’acqua, litsea. Nuda, sotto lo sguardo di dodici specchi sparsi, attraversa la camera; dodici specchi comperati da un inglese che – nello stesso secolo in cui gli inglesi venivano cacciati a secchiate d’acqua bollente da Buenos Aires, per opera degli indios, degli gauchos e degli spagnoli – mercanteggiava antiquariato. Entra nell’acqua calda, ricordando i quadri che raccontano quelle gesta.
Ascolta degli strumenti che si accordano. Esce dalla vasca e si asciuga col vento della finestra, le mani piene di olio di neroli, veloci sulla pelle, subito il vestito di lino rinuncia a poggiarsi sull’intimo: devo andare in giardino, sono arrivati i musicisti, sono appena le nove del mattino e le prove sono già cominciate, richiama in lei il suono mentre pensa alle voci degli autoctoni americani, quasi sterminate, mentre qui si suonavano quegli strumenti. Non vuole affrettarsi ma, questa musica di Schumann è una calamita per le cellule, le raduna tutte e le porta verso la sorgente con una facilità che somiglia all’orgasmo. String Quartet in A major Op. 41 N° 3.
Si siede sulla poltrona che, sotto il tiglio, hanno preparato per lei. L’unica spettatrice. Ascolta per ventisei minuti e quarantaquattro secondi. I ragazzi la guardano ringraziandola prima di cominciare con il secondo pezzo.
Beve acqua con limone. Respira il profumo del tiglio. Guarda da lontano la casa. Dietro i vetri, lui alza una mano salutandola. Lei sorride sotto l’ombra del tiglio. La brezza le carezza le gambe, crea anche problemi d’accordatura. La prova s’interrompe dando spazio ad una colazione per i musicisti.
Lui scende dalla casa per dare il benvenuto agli ospiti. S’avvicina a lei, sussurra sfiorandole la mano:
-Buongiorno. Tutto bene?
-Benissimo.
-Ho indovinato la colazione?
-Tranne per le uova.
-Vegetariana?
-No, è che preferisco mangiare le uova a cena.
-Allora rimani a cena per mangiarle con me?
-Non ami buttare il cibo?
-Amo mangiare le uova con te.
-Ah sì? E questo da quando?
-Da quella vita in cui mi promettesti di tornare per cena, ti aspettai con una frittata e tu non tornasti più!
-Allora sono costretta a rimanere a cena per mangiare le uova che hai sprecato in un’altra vita…
-Non soltanto…
-Ti devo altro?
-Tutta una vita!
-Come mai?
-So che se vedi in me soltanto un avvocato sarà molto difficile d’accettare che in un’altra vita sono stato… il tuo cavallo… Ti ho salvato la vita durante un combattimento… Eri un cavaliere e quindi…
-… quindi ti devo anche la vita.
-Desideri pagare ora o preferisci passare alla prossima vita dovendo aumentare il debito?
-Pago ora.
-Quindi, domani colazione senza uova.
-Oggi cena con le uova.
-Stai facendo la cosa giusta. I debiti vanno pagati. Consiglio professionale gratuito.
Le bacia la spalla insieme alla musica che la nuova ricerca d’accordatura crea. Lei rimane in giardino guardandolo andare via. Inspira delicatamente il profumo dei tigli. Si toglie i sandali di seta. Cammina scalza sull’erba ancora umida. Rientra nella casa, prima di chiudere la porta finestra che dà sul giardino, sussurra:
-Buongiorno giorno.

Roma, che accogli chi sa cogliere. 2011 – Maria A. Listur

 

“Between two shores where there is nobody anymore – only a bridge”
Luce Irigaray, The oblivion of the air

She wakes, turns on her right side, sits on the bed. Places delicately her feet on the floor. She is in her new land. Fresh. The floor of antique wooden brings her to the America of the discovery. When, in Europe, they would lay that wood on the floor, Central America had been discovered one hundred years before. I lay my white feet on those centuries, she thinks.
The maid arrives with breakfast that he has ordered for her: fruits, toasted bread, yogurt, eggs, green tea, orange blossom honey. She hears the water running in the tub, the steam of the essential oil mixed with water arrives, litsea. Naked, under the sight of twelve mirrors scattered around, she crosses the room; twelve mirrors bought by an English man that – in the same century when the English were sent off with buckets of hot water from Buenos Aires, by Indio, Gauchos and Spanish hands – bargained on antiques. She enters the hot water, remembering the paintings that resemble those accomplishments.
She hears some instruments being tuned. Leaves the tub and she dries herself with the wind from the window, hands full of neroli oil, quick on her skin, quickly the linen dress renounces to lay on the intimate parts: I have to go to the garden, the musicians have arrived, it’s almost nine in the morning and rehearsals have already started, she recall the sound in her while she is thinking about the voices of the American autochthonous, almost exterminated, while here instruments were being played. She doesn’t want to rush but Schumann’s music is like a magnet for her cells, it gathers them all and carries them towards the spring with an easiness that seems like an orgasm. String Quartet in A major Op. 41 N° 3.
She sits on the harm chair, under the lime tree, that they have arranged for her. The only spectator. She listens for twenty-six minutes and forty-four seconds. The guys look at her to thank her before starting the second piece.
She drinks water with lemon. Respires the scent of the lime tree. Looks at the house from afar. Behind the windowpane, he raises his hand saluting her. She smiles under the shadow of the lime tree. The breeze caresses her legs, and creates also some problems of tuning. The rehearsal stops giving way to the breakfast of the musicians. He comes down the house to greet the guests. He gets close to her, whispers grazing her hand:
-Good morning. Everything fine?
-Very well.
-Have I guessed breakfast right?
-Besides the eggs.
-Vegetarian?
-No, I prefer to eat eggs for dinner.
-Then would you stay for dinner to eat them with me?
-You don’t like to throw food away?
-I love to eat eggs with you.
-Really? And since when?
-Since that life in which you promised me you would have come back for dinner, I waited for you with an omelet and you never came!
-Then I am forced to stay for dinner to eat eggs that you have wasted in another life…
-Not only that…
-Do I owe you something else?
-A whole life!
-How come?
-I know that you see in me only a lawyer it will be very hard to accept that in another life I have been… your horse… I have saved your life during a battle… You were a knight therefore…
-… therefore I owe you also a life.
-Do you prefer to pay now or you’d rather go on to the next life forcing the debt to increase?
-I pay now.
-Therefore, tomorrow breakfast with no eggs.
-Today dinner with eggs.
-You are doing the right thing. Debts have to be paid. A free professional piece of advise.
He kisses her shoulder together with the music that the new search for tuning is creating. She stays in the garden watching him go away. Inhales delicately the scent of the lime blossoms. Takes off her silk sandals. Walks barefooted on the humid grass. Goes back to the house, before closing the French window that faces the garden, she whispers:
-Good day sun.

Roma, you hail who can see. 2011 – Maria A. Listur

Stimare/Estimate

-La misura non ha nessuna importanza!
-Ecco la misura della tua ignoranza!
-Sei tu l’ignorante… Tu ignori il calore, lo spazio…
-Invece proprio perché conosco molto bene il calore e lo scivolamento nello spazio ti dico che la misura ha la sua importanza!
-Mi deludi … Tanto profonda, tanto calorosa e ti perdi in un dettaglio…
-Io non mi perdo … Utilizzo certe minuzie soltanto per non offendere, anche per compassione!
-Ora rischi la crudeltà! Come puoi dire per compassione?
-E sì… qualche volta uno non può più ritirarsi…
-Ma chi sei? Oltre ad avere dei pregiudizi, sei disonesta?
-Disonesta?
-E sì! Ora non mi dirai che la tua compassione la confessi?
-No! Certo che no. Che bisogno c’è? Tacere non significa che uno sia disonesta…
-Invece sì perché anche se le misure non sono quelle che rientrano nella tua prospettiva, tu resti lì facendo credere all’altro che tutto va bene, che ti trovi bene!
-Senti! Non condivido. Io resto lì ma senza far credere niente a nessuno; resto semplicemente perché sono lì!
-Che generosità!
-Scusa ma, non mi piace per niente la tua modalità… Se senti che, per te, uno piccolo, va bene e ti risulta anche bello, io non ho niente in contrario ma, permetti che io preferisca quello di misure più consone alla mia altezza.
-Ah! Allora tu credi che sia la tua altezza quella che ti fa apprezzare certe dimensioni?
-No, no no no! Che hai? Ti sto dicendo soltanto quello che gradisco…
-Invece stavi dicendo che la misura ha la sua importanza. Non parlavi soltanto di te! Io so che stai pensando che difendo le misure piccole perché sicuramente non ho l’esperienza necessaria per apprezzare le misure grandi.
-E’ vero. Lo penso. No, scusa. Lo so.
-Tutto perché io sono bassa?
-No, perché non hai avuto la necessità fisica delle grandi misure.
-E secondo te, come si fa a sapere se effettivamente non ho la necessità fisica della grandezza?
-Facile. Vieni da me, te lo faccio provare.
-Per quanto tempo?
-Una notte, ti sembra sufficiente?
-Non lo so. Proviamo…
-So che poi t’innamorerai…
-Perché?
-Perché è fatto veramente bene: in lattice, anallergico, senza le molle e poi… ti metterò delle lenzuola di seta.

Avrei voluto ascoltare ancora, avevo la sensazione che fossero consapevoli del mio ascolto e che godessero dello spettatore ma, dovevo andare via. Uscii dal negozio accompagnata dal ricordo di Francesco Burdin: “I cantanti che prolungano arbitrariamente gli acuti per guadagnare l’applauso, i maschi che protraggono per vanità l’acme sessuale, tolgono alla musica e al sesso la qualità essenziale: la misura.”

Roma, che quando perde il sorriso, lo si ritrova nelle voci degli altri. 2011 – Maria A. Listur

 

Estimate

The size is not important!
-This is the size of your ignorance!
-You are the ignorant… You ignore warmness, the space…
-It is because I know well warmness and the sliding in space instead that I tell you that size has its importance!
-You disappoint me… So profound, so warm and you get lost in a detail…
-I don’t get lost… I use some expedients not to offend, even for compassion!
-Now you sound cruel! How can you say for compassion?
-Well yes… sometime one cannot draw back…
-Who are you? Besides having some prejudices, you are dishonest?
-Dishonest?
-Well yes! Now you are not going tell me that you do confess your compassion?
-No! Of course not. What for? To be silent doesn’t mean to be dishonest…
-Yes it does because even if the measures are not those that belong to your perspective, you remain there making the other believe that everything is fine, that you are all right!
-Look! I don’t agree. I stay there but I don’t make anybody believe anything; I simply stay because I am there!
-How generous!
-Excuse me but I don’t like your attitude at all… If you feel that, for you, a small one, is all right and also looks good to you, I have nothing against it but, allow me to prefer the one with measurements more appropriate to my height.
-Aha! So you think that it’s your height that makes you appreciate certain dimensions?
-No, no no no! What’s wrong with you? I am just telling you what I prefer…
-You were saying that the size has its importance. You weren’t talking about yourself only! I know that you are thinking that I am defending small sizes because I surely don’t have the necessary experience to appreciate bigger sizes.
-It’s true. I think so. No, sorry. I know so.
-All this because I am short?
-No, because you have never had the physical necessity of big sizes.
-And according to you, how is it possible to know if I really have no physical necessities for greatness?
-Easy. Come to my place, I’ll let you try it.
-For how long?
-A night, is it enough for you?
-I don’t know. Let’s try…
-I know you’ll love it…
-Why?
-Because it’s really well done: in latex, anti allergic, with no springs and then… I’ll put on some silk sheets.

I wanted to listen more, I had the sensation that they were aware of my listening and that they were enjoying the audience but, I had to go. I left the shop accompanied by the memory of Francesco Burdin: “Singers that arbitrarily extend the high pitch to earn the applause, males that prolong the sexual acme for vanity, subtract from music and sex the essential quality: the measure ”

Roma, when the smile gets lost, it is found in other’s voices. 2011 – Maria A. Listur

“Una nuova verità è il morire d’una vecchia verità”/”A new truth is the death of an old truth”

Antonio Porchia

Si addormenta prima di lei, sul lato destro, verso lei. Sente il suo respiro lento poi, il tremore del corpo che non cede al sonno. Infine cede.
Dopo un po’ sente la mano che, credeva addormentata, appoggiarsi sul suo punto vita.
Ricorda quanto sia debitrice a quella mano.
Ricorda quanti labirinti ha attraversato grazie a quella mano.
La voce di quella mano si distende sulla sua inutile volontà di dormire:
-Chissà che non sia questa l’ultima volta che dormiamo insieme.
-Può darsi ma, siamo stati mille volte insieme senza dormire insieme.
-Appunto.
-Ma… io lo dicevo perché penso che…
-… che morirai.
-Molto patetico vero?
-Drammatico. Potrei morire anche io.
-Comunque dovessi morire io prima di te, non vorrei andarmene senza dirti qualcosa che non sai.
-Ecco la confessione!
-Non è una confessione, non ne ho bisogno.
-Chi è senza peccato scagli la prima pietra…
-Ho un confessore.
-Un segreto?
-Non è un segreto.
-Allora perché non hai parlato prima.
-La maturità somiglia tanto all’accettazione della morte…
-Saggezza cinese eh!
-Quello che voglio dirti e soltanto una cosa, mi ascolti?!
-Prego.
-Mi dispiace. Mi dispiace non essere stata vicino a te quando ne avevi bisogno ma, mi dispiace ancor di più non esserlo stata quando me l’hai chiesto.
-Va bene mamma. Ora dormi. Va tutto bene.
Lo disse prendendo la mano della pelle sottile che poggiava sul suo fianco. Si addormentarono insieme.
Si svegliarono nel cuore della notte con un canto di Chavela Vargas, arrivava da una macchina che sul vialetto sotto la casa, tentava di parcheggiare:
“spero ti vada molto bene.
spero passino le tue pene…
che ti diano tutto quello che io non ho potuto darti…
anche se ti ho dato di tutto…”

Roma, che sussulta nel tepore dei dubbi. 2011 – Maria A. Listur

 

“A new truth is the death of an old truth”
Antonio Porchia

The person falls asleep before her, on the right side, towards her. She can hear the other’s slow breathing then, the shaking of the body that doesn’t surrender to sleep. Finally it surrenders.
After a while she feels the hand that, she thought sleeping, leaning on her waste line.
She remembers how much she owes to that hand.
She remembers how many labyrinths where crossed thanks to that hand.
The voice of that hand stretches out on her useless will to sleep:
-Who knows if this is the last time we sleep together.
-Could be but, we have been many times together without sleeping together.
-Exactly.
-But… I was saying it because I think that…
-… you will die.
-Very pathetic isn’t it?
-Dramatic. I could die too.
-Anyhow if I should die before you, I wouldn’t want to go without telling you something you don’t know.
-There goes the confession!
-It is not a confession, I need to do it.
-He who is without sin cast the first stone…
-I have a confessor.
-A secret?
-It is not a secret.
-Then why haven’t you spoken before.
-Maturity seems a lot like the acceptation of death…
-Chinese wisdom, uh!
-What I want to tell you is just one thing, listen to me would you?!
-Go ahead.
-I am sorry. I am sorry for not being close to you when you needed it but, I am even more sorry for not being there when you have asked for it.
-All right mom. Now sleep. It’s all right.
She said it holding the hand from the soft skin that was leaning on her side. They fell asleep together.
They woke in the heart of the night with a chant of Chavela Vargas, it was coming form a car that was trying, on the little street of their house, to park:
“I hope that everything goes well for you.
I hope your sorrow goes away…
that they give you what I could not give you…
even if I gave you everything…”

Rome, flinching in the warmness of doubts. 2011 – Maria A. Listur

“Non nego che le donne siano stupide;/“I don’t deny that women are stupid;

Dio Onnipotente le ha fatte per vivere insieme agli uomini”
George Eliot, ADAM BEDE, 1859

-Ieri sera, cosa hai dato a mio marito?
-Perché?
-Perché non sembrava lui…
-In quale senso?
-Sai di quale espediente parlo!
-Espediente?
-Sai che parlo delle performances…
-Perché non dici erezioni?
-Cosa gli hai dato?
-Mi ha detto che tu non arrivavi per la cena, sapevo che avevate degli espedienti un po’ languidi e…
-Cosa gli hai dato?
-Avocado condito con pezzettini di lime e pompelmo, un filo d’olio e sesamo tostato, pane di segale appena leccato con mostarda viola, tutto accompagnato da un bicchiere dell’ultima bottiglia di champagne che ho comperato a Reims.
-Beh! Hai inventato il nuovo Viagra!
-Credo sia stata la modalità… più che il cibo…
-Quale modalità?
-Piatti di cristallo su un tavolo dove leggi la parola amore in tante lingue, bicchieri di murano rossi, tovaglioli di seta ocra, posate d’argento di Praga 1800 più un bellissimo argomento…
-Di cosa avete parlato?
-Di te.
-E cosa? Si è lamentato… sono sicura…
-No, ha parlato poco…
-E tu, cosa gli hai detto?
-Gli ho raccontato di come io ti trovo erotica. Gli ho specificato i tuoi angoli vulnerabili…
-Sembri lesbica!

-Ti ho offesa?
-Sembra che non mi conosci…
-Mi puoi dire quali sono secondo te i miei angoli vulnerabili?
-Non lo so… Ho inventato… E’ sembrato che parlavo dei tuoi ma stavo parlando dei miei.
-Vai a fare in culo.
-Buonanotte stella.

Roma, Villa Dominici, dove i gatti si rotolano sul verde insegnandoci il piacere. 2011 – Maria A. Listur

 

“I don’t deny that women are stupid;
God almighty made them to live together with men”
George Eliot, ADAM BEDE, 1859

– Yesterday night, what did you give to my husband?
-Why?
-Because he didn’t seem himself…
-In what sense?
-You know what expedient I am talking about!
-Expedient?
-You know I am talking about performances…
-Why don’t you say erections?
-What did you give him?
-He told me that you were not coming for dinner, I knew you guys had some a bit languid expedients and…
– What did you give him?
-Avocado with pieces of lime and grapefruit as dressing, a little oil and toasted sesame, crisp bread with a veil of purple mustard, all this accompanied with a glass of the last bottle of Champagne I bought in Reims.
-Well! You’ve invented the new Viagra!
-I think it has been the modality…more than the food…
-What modality?
-Crystal dishes over a table where you read the word love in many languages, red Murano glasses, ochre silk napkin, silverware from Prague 1800 plus a very beautiful topic …
-What have you talked about?
-About you.
-And what? He has complained…I am sure…
-No, he has talked very little…
-And you, what did you tell him?
-I have told him how I found you erotic. I have specified your vulnerable points…
-You seem lesbian!

-Have I offended you?
-It seems that you don’t know me…
-Can you tell me what are my vulnerable points?
-I don’t know… I made them up… It seemed that I was talking about yours but I was talking about mines.
-Go fuck yourself.
-Goodnight honey.

Rome, Villa Dominici, where cats roll in the green teaching us pleasure. 2011 – Maria A. Listur

Le mani di Dio/Gods’s hands

A Gabriele del Papa, amico. Allo spazio che rinnova.

-Se devo essere sospesa in aria, a sei metri dal pavimento, soffrirò di vertigini.
-Ma no! Stai mano nella mano con l’istruttore!
-Ti dico che per me il paracadutismo è vietato…
-Non è paracadutismo di quello che tu conosci… E’ paracadutismo ma dentro una stanza…
-E’ lo stesso.
-Non è lo stesso! In questo non senti la caduta nel vuoto.
-Certo che no! Tanto il vuoto lo vedi!
-Beh! Io ti regalo il viaggio e le sedute con l’istruttore. E’ il mio regalo di compleanno.
-Ma sei folle! Stai pagando la tua casa, la tua vita è piena di compromessi finanziari. Non posso accettare.
-Allora mi obblighi a farti altro regalo.
-Un fiore o degli incensi, meglio candele o un pezzo di tessuto vecchio… Ecco! un vecchio tessuto dei tuoi nonni, uno di quelli che la tua famiglia ha abbandonato nello sgabuzzino del nonno americano.

Dopo un po’ di questo invito che ho declinato, e per sempre; è arrivato un altro volo.

-Ma tu sei matto!
-No. Voglio farmi comprendere.
-Ma io ho compreso. Tu vuoi che io voli.
-Sì. Io voglio vederti volare. Voglio che tu sappia che io provo piacere a vederti andare.
-Ma questo biglietto, a te, costa molto. Non è possibile!
-Io posso.
-Come?
-Posso, perché voglio.

Lasciai il biglietto appoggiato sul tavolo di notte. Mi addormentai grata di tanta generosità, comprensione e condivisione. E certe parole invasero la mia notte: “Dio ci ha fatti perfetti e non ci sceglie per le nostre capacità ma capacita chi sceglie. Fare o non fare qualcosa, dipende soltanto dalla nostra perseveranza.” Albert Einstein

Reggio Emilia, fresca anticipatrice di autunni rosei e dorati. 2011 – Maria A. Listur

Gods’s hands
To Gabriele del Papa, friend. To the space he renews.

-If I have to be suspended in the air, six meters from the floor, I will suffer from vertigo.
-But no! You will be hand in hand with the instructor!
-I am telling you that parachuting is forbidden for me…
-It is not parachuting that you know… It’s parachuting but in a room…
-It’s the same.
-Is not the same! In this one you won’t feel the falling in to emptiness.
-Of course not! You see the emptiness!
-Well! I am offering you the trip and the session with the instructor. It is my birthday present.
-You are a fool! You are paying for your house, your life is full of financial compromises. I cannot accept.
-Then you force me to make you another present.
-A flower or some incense, better some candles or a piece of old clothe… Here it is! An old clothe from your grandparents, one of those that your family has abandoned in your American grandfather basement.

After a while from this invitation that I have declined, and forever; another flight has arrived.

-You are nuts!
-No. I want to make myself understand.
-But I understood. You want me to fly.
-Yes. I want to see you flying. I want you to know that I feel pleasure in seeing you going.
-But this ticket is very expensive, for you. It is not possible!
-I can.
-How?
-I can, cause I want to.

I left the ticket on the night table. I fell asleep thankful of so much generosity, comprehension and sharing. And some words invaded my night: “God has made us imperfect and doesn’t choose us for our abilities but capacitates who he chooses. To do or not do something, depends only from our perseverance ” Albert Einstein

Reggio Emilia, fresh anticipator of pink and golden autumns. 2011 – Maria A. Listur