Siderare/To Sider

“Il motto romano desiderium è un nome negativo misterioso. (… ) Senza le sidera, senza gli astri. (… ) Desiderare, non è trovare. E’ cercare. (…) Essere siderato, è aver trovato”
Pascal Quignard

Un pomeriggio d’estate, S. – il figlio di quattro anni di una mia amica – guarda, insieme a me, un film sui pinguini. Dice:
-Zia… Hai visto come fanno le mamme?
-Come fanno?
-Vanno a prendere cibo per i bambini!
Poi, dopo un breve silenzio in cui sembra rapito da un pensiero, aggiunge:
-E la mia mamma? Dov’e?
Lo dice vicino al televisore, tocca con le manine lo schermo, cerco di allontanarlo dall’apparecchio ma arriva ad accarezzare i papà pinguini che restano sotto vento a proteggere le loro uova. Cerco una risposta sincera e protettiva. Cerco di mettere in uso l’esperienza di aver vissuto lontano dal mio bambino per molto tempo. Fantastico su cosa avranno detto a mio figlio quando io non ero vicina a qualche schermo in cui il richiamo della mamma faceva ancora più evidente il mio; quando tante donne del mondo non erano ancora un nuovo paradigma di sostegno della famiglia fuori il loro paese, quando niente mi giustificava, accompagnava, sosteneva; nemmeno tutto ciò che sideravo per mio figlio e che oggi è il nostro presente. Penso.
Una luce mi nasce dall’immaginare cosa avrei voluto dicessero al mio bambino durante le mie assenze, dico:
-La mamma sta dentro una casina di pane e cioccolato, in un teatro. Lavora per portarci da mangiare.
-Come le mamme pinguino?
-Come le mamme pinguino.
-Ma la mia mamma fa il pane?
-Sì, in teatro fa anche il pane. Ti ricordi il teatro?
-Sì, ha le tendine e la mamma dice molte cose, e poi applaudono.
-Ecco, in questo momento la stanno applaudendo.
-Guarda zia! Come sono belle le mamme!
Lo dice – mentre guarda le madri pinguino entrare in acqua alla ricerca di cibo – gonfia il petto dall’ammirazione e lentamente incominciano a cadere le sue palpebre davanti alle immagini di quelle figure ovali che nuotano come fossero caramelle sommergibili. Si addormenta sereno. Ora sa dove sta nuotando la madre.
S. non sa di avermi fatto carezzare una mia cicatrice. Non sa che dalla sua mano ho percorso uno spazio e tempo impossibili da misurare.
Un altro pomeriggio ma d’autunno, nel mio luogo dell’amicizia, appare A., una bimba nata dal corpo di un’altra amica. Nello stesso giorno del mio compleanno.
A. è una bambina di metallo. Ha il potere di diventare bollente quanto fredda ma, velocemente. La riconosco mi dico anche se non so quanto sia veramente così, finché un giorno, all’annuncio della mia presenza in casa, dice incredula:
-Non è vero che Maria è qui!
Poi, avanza verso il salone e mi vede. Chiude i pugni piccoli stringendoli al petto e contrae tutti i muscoli, si ferma a guardarmi da lontano, resta tutta contratta nel corpo e con il fuoco dei sentimenti negli occhi, per un tempo incalcolabile. Infine, sorride camminando delicatamente verso la mia commozione.
A. non sa che così saluto, ancora oggi, mio figlio; pratico l’intenzione di fargli arrivare un’onda d’emozione senza parole baci pelle. In silenzio. Nella distanza. Lei, A., non sa che si è istallata tra le cose più intime del mio essere madre.
In questo autunno, condivido con mio figlio queste storie della mia vita; è il giorno del mio compleanno. Camminiamo verso un aperitivo nel crepuscolo di San Lorenzo, a Roma. Lui appoggia il suo braccio destro sulla mia spalla sinistra, stringendomi a sé. I nostri sguardi s’incontrano. Mi regala – dai suoi occhi – un applauso e una stretta di gioia. Che altro dono si può siderare?

Roma, nei giorni in cui gli scorpioni siamo un solo scorpione. 2011 – Maria A. Listur

To Sider

“The Roman motto desiderium it’s a negative mysterious name. (… ) Without the sidera, without the stars. (… ) To desire, it is not to find. It is to look for. (…) To be desired, it is to have found”
Pascal Quignard

In a summer afternoon, S. – a friend’s four years old son – is watching, with me, a movie about penguins. He says:
-Auntie… Have you seen the mothers?
-How they do?
-They go fetch the food for the children!
Then, after a short silence in which he seems to be taken away from a thought, he adds:
-And what about my mom? Where is she?
He says it near the television, he touches with his small hands the screen, I try to get him away from the set but he manages to caress the father penguins that remain under the wind to protect their own eggs. I look for a sincere and protective answer, I try to apply my experience of having lived far from my son for long time. I am thinking about what they might have said to my son when I wasn’t near to some screen in which the call of the mother made more evident mine; when many women in the world were not a paradigm of support of the family outside their own country, when nothing could excuse me, accompany me, sustain me; not even whatever I sidered for my son and that now is our present. I think
A light appears to me in imagining what I would want them to say to my son while I was away, I say:
-Mom is in a house of bread and chocolate, in a theatre. She is working to bring us back food.
-Like mom penguins?
-Like mom penguins.
-But does my mom make bread?
-Yes, in the theatre she also makes the bread. Do you remember the theatre?
-Yes, it has little curtain and mom says a lot of things, and then they clap.
-Exactly, in this moment they are applauding her.
-Look auntie! How beautiful the moms are!
He says – while watching the mother penguins entering the water searching for food – he puffing his breast out by admiration and slowly the eyelids start to fall in front of the oval figures that swim like they were candy submarines. He falls asleep serene. Now he knows where the mother is swimming.
S. doesn’t know that he permitted me to caress an old scar of mine. He doesn’t know that from his hand I have covered some space and time impossible to measure.
In another afternoon in autumn, in my place of friendship, A. appears, a girl born from the body of another friend. In the same day of my birthday.
A. is a metal child. She has the power of becoming hot as well as cold but, quickly. I recognize her but I say to myself even if I don’t know if it is really like that, until one day, announced of my presence in the house, she says incredulous:
-It’s not true that Maria is here!
Then, she comes in the living room and sees me. She closes her small fists holding them in her breast and tenses all the muscles, she stops looking at me from afar, remains all contracted in her body and with the fire of the feelings in her eyes, for a countless time. In the end, she smiles walking delicately towards my emotion.
A. doesn’t know that this is how I greet, still today, my son; I practice the intention to send him a wave of emotion without words kisses skin. From a distance. She, A., doesn’t know that she has placed herself in my most intimate things of my being mother.
In this autumn, I am sharing with my son this stories of my life; it is the day my birthday. We walk towards an aperitif in the twilight of San Lorenzo, in Rome. He lays his right arm on my left shoulder, holding me tight. Our eyes meet. He presents me – from his eyes – an applause and a hold of joy. What else could it be sidered?

Rome, in the days in which the scorpions are only one scorpion. 2011 – Maria A. Listur

A/To Marijcke van der Maden

Le dissero che, in Italia, esisteva un paese a misura delle sue bambole, lei decise di conoscere quel paese. A Calcata, ciliegia su una delle bellissime torte del medioevo, e dal 1974 ricrea – con una pasta segreta e magica – le persone che sono parte del paese, allargando i personaggi di un presepe che somiglia ad una costellazione.

-Vieni che ti faccio vedere lo studio. Mi invita col sorriso negli occhi, l’Olanda nella lingua, la leggerezza nel passo.

Entro in una stanza nido dove siedono – accanto ad una stufa – dei piccoli esseri che stento a credere bambole. Sono le miniature di persone che non potrò mai conoscere.
Un Gesù bambino, che ora ha vent’anni, giace sull’erba sempre verde, nudo e sorridente.
C’è un popolo lì che è presepe.
Ci sono delle vecchie coppie che ora rinascono nel racconto di questa donna maga artista, capace di farli rivivere nel ricordo:
-Vedi quella lì con gli occhiali?
-Quella accanto al vecchietto seduto?
-Sì.
-Quella faceva la maglia a casa mia, tutte le sere. Una sera mi disse: “Sono arrabbiata! Questa sera non racconterò nessuna storia a Severino!” Ma io non capii, allora le chiesi: Quale storia? “Le storie che gli racconto da sempre, prima di dormire! Sono veramente arrabbiata!”, rispose.
Marijcke parla sotto lo sguardo complice delle sue creazioni, aggiunge:
-Ti rendi conto! Lei raccontava a suo marito, tutte le notti, una storia…
Il mio amico e poeta Policardo detto anche “il gatto” dice: “Basta si fermi, mi commuove tanto che mi fa piangere” mentre, in ginocchio, guarda tutto il presepe fatto di pasta di stelle. Dico:
-Le tue bambole mi mettono in attesa della loro parola.
-E’ perché conservano le storie. Ci sono dei giovani che vengono a vedere il presepe per rivedere i loro nonni e altri che vengono per sapere chi aggiungerò questo anno.
-E chi aggiungerai?
-Ancora non lo so.

Sulle pareti tanti personaggi storici, simbolici, poetici, metaforici insieme a quelli dell’inizio, quelli fatti per il figlio, di lana con gli occhi dipinti di blu. Lei spiega che da allora, da quattro decadi fa, cerca di trovare il materiale giusto per modellare espressioni vere e vive; finalmente lo ha inventato. Sorride guardando la mia profonda ammirazione, il mio stupore infantile, la commozione davanti al silenzio in cui ha creato la storia d’un luogo, ingrandito la sua casa per ospitare suoni, pianoforti e voci, svestirsi d’ogni appartenenza per trovare casa.
Mi congedo nella grazia e nella sicurezza di aver trovato una donna maga artista evocatrice grazie alla segnalazione di un altro amico, del Papa detto anche “la guida”.
Cammino per i vicoli di Calcata cercando di organizzare parole per rendere omaggio a tanta femminilità, infima pretesa di fronte alla grandezza delle sue miniature, mi lascio portare dalla meraviglia. Un pensiero accompagna la celebrazione: “Il soggetto non è niente. E’ l’impronunciabile quello che pronuncia.” Pascal Quignard

Calcata, che pende da un balcone dove si sceglie di resistere. 2011 – Maria A. Listur

To Marijcke van der Maden

They told her that in Italy existed a village that fitted her dolls scale, She decided to go to see it. In Calcata, a cherry on one of the beautiful medieval cakes, and since 1974 she recreates – with a magical secret material – the people that are part of the village, increasing the characters of a nativity scene that resembles a constellation.

-Come I will show you my studio. She invites me with a smile in the eyes, Holland in the tongue, lightness in the walk.

I enter in a nest room where are sitting – near a stove – some little being that I find hard to believe are dolls. They are the miniatures of persons that I will never know.
A baby Jesus, who know is twenty years old, is lying on the evergreen grass, naked and smiling.
There are people there that are a crèche
There are some old couples that now reborn in the tale of this artist witch woman, able to make them revive in the memory:

-You see that one with the glasses?
-The one near the old man sitting?
-Yes.
-She used to come knitting in my house, every night: “I am mad! Tonight I won’t tell no story to Severino!” But I didn’t understand, so I asked: What story? “The stories that I tell him all along, before sleeping! I am very upset!”, she said.
Marijcke talks under the friendly eyes of her creations, she adds:
-Do you realize! She told her husband, every night, a story…
My friend and poet Policardo also known as “the cat” says: “Please stop Madame, it moves me so much that makes me cry” while, kneeled, he is looking at the crèche made of stars paste. I say:
-Your dolls make me wait for their words.
-It’s because they preserve the stories. There are some youngster who come to see the nativity scene to see again their grand parents and others who come to see who will be added this year.
-Who are you going to add?
-I don’t know yet.

On the walls many historical, symbolical, poetical, metaphorical characters together with those she made in the beginning, those for the son, of wool with eye painted blue. She explains that since than, four decades ago, she has tried finding the right material to mold real and live expressions; finally she invented it.
She smiles looking at my profound admiration, my childish wonder, the emotional feeling in front a silence in which she created the history of a place, she widened her house to host sounds, pianos and voices, she undressed herself of every belonging to find home.
I take leave of her in the grace and in the certainty of having discovered an evocative witch artist woman thanks to the signalization of another friend, del Papa also known as “the guide”.
I walk the Calcata alleys trying to organize the words to homage so much womanhood, a low most pretention in front of the magnificence of her miniatures, I let myself be carried by the amaze. A thought comes along with celebration: “The subject is nothing. It is the unpronounceable that pronounces ” Pascal Quignard

Calcata, which hangs from a balcony where it is chosen to resist. 2011 – Maria A. Listur

Gabriel García Márquez

Il mondo sarebbe stato lo stesso senza la letteratura. Invece, sono convinto che sarebbe completamente diverso se non esistesse la polizia. Penso quindi, che sarei stato più utile all’umanità se fossi stato terrorista invece che scrittore

-Hai bambini? Domanda mentre disfa una lampada di plastica identica a quelle che ancora giacciono per terra, in un campo dei fiori, nel centro di Roma.
L’uomo in uniforme, che attende davanti a lui, non risponde.
-Dimmi, hai bambini? Insiste.
L’uomo in uniforme dice:
-Ci hai visto arrivare, te ne potevi andare prima…
-Non volevo scappare.
-Affrettati!
-Non me le posso portare montate… le rovino!
-Se non t’affretti te le smontiamo noi!
L’uomo delle lampade riprende un’altra e chiede:
-Perché non mi dici se hai bambini?
Silenzio.
-Parlami, vedrai che me ne vado.
Silenzio.
-Io ho tre bambini.
Silenzio.
-Ho una laurea, ingegnere. In italiano si dice edile? So fare dei lavori a casa. Tu hai bisogno a casa? Io so fare tutte cose edili.
-Affrettati.
-Sì, sto facendo ma io ho bambini e vorrei avere più lavoro. Prendi il mio nome? Io ho il permesso.
-Quanto chiacchieri!
Finisce di disfare le lampade. Avvolge tutto in un pezzo di tessuto. S’allontana dalla piazza. Accanto a lui un bambino. Il bambino parla nella loro lingua. L’uomo delle lampade dice:
-Parla italiano! Devi parlare questa lingua! Devi parlare italiano!
Il bambino chiede:
-Papà, perché parli con loro?
-Perché prima o poi diventiamo amici.
Appoggia il sacco con le lampade oltre il campo, riapre il telo, riarma le lampade.
Oltrepasso la loro postazione e la loro esperienza. Ricordo José Sbarra: “I figli del catrame sono fatti d’intemperie, una sostanza che convoca il desiderio”.

Roma, aperta, solitaria, infinita. 2011 – Maria A. Listur

Gabriel García Márquez
“The world would have been the same without literature, I am sure that it would have been completely different if police wouldn’t exist instead. Therefore I think that I would have been more useful to humanity as a terrorist than a writer instead”

-You have kids? Asks while undoing the plastic lamp identical to those one that still lay on the ground, in a flower field, in the center of Rome.
The man in uniform, who is waiting in front of him, doesn’t answer.
-Tell me, you have kids? He insists.
The man in uniform says:
-You have seen us coming, you should have left before…
-I didn’t want to run away.
-Hurry up!
-I can’t take them away assembled… I am going to ruin them!
-If you don’t hurry we’ll undo them!
The man of the lamps takes another one and asks:
-Why don’t you tell me if you have kids?
Silence.
-Talk to me, you’ll see that I will leave.
Silence.
-I have three kids.
Silence.
-I have a degree, engineering. In English you say construction? I can do some housework. Do you need some? I can do all construction’s works.
-Hurry up.
-Yes, I am hurrying but I have kids and would like to have more work. Take my name? I have the permit.
-You big mouth!
He finishes undoing the lamps. Wraps everything in a piece of cloth. Goes far from the square. Next to him a kid. The kid talks in their language. The man of the lamps says:
-Speak Italian! You have to speak this language! You have to speak Italian!
The kid asks:
-Daddy, why do you talk to them?
-Because sooner or later we will become friends.
He opens his sack with the lamps on the other side of the field, opens the cloth, reassembles the lamps. I go past their position and their experience. I remember José Sbarra: “The sons of the pitch are made of perturbations, a substance that calls the desire”.

Roma, opened, solitary, infinite. 2011 – Maria A. Listur

Rouge

A chi serve.

Tra qualche giorno, tutto il mio corpo festeggerà. Festeggerà il tempo in cui una donna ed un uomo mi passavano la vita, mi davano un nome nel mondo; un mondo che, ogni mattina ed in ogni boccone, sento nuovo. Penso questo nella prima serata fredda di Roma, dopo la pioggia, mentre carezzo una sigaretta, ancora d’accendere.
Uno shaolin, travestito da cameriere, mi chiede:

-Mangia?
-Sì.
-Le porto il menù?
-Lei sa che conosco il menù. Lei cosa mangerebbe?
-Carne di vitella alla pesca.
-E’ il meglio d’oggi?
-Sì.
-L’ha mangiata?
-Sì.
-Me la porti.
-Vino?
-Scelga lei.
-Oggi non vuole pensare.
-Non voglio sentire.
-Ma quando berrà e mangerà, sentirà.
-Sì ma, tutto attutito…
-Da cosa?
-Dal suo gusto.
-E se non le piace?
-Sarà sempre il suo gusto a non piacermi.
-E se il mio gusto è troppo lontano dal suo…?
-La perdonerò soltanto perché siete bravissimi con gli accostamenti.
-Rosso di Montepulciano?
-E con il dolce il Marc di Champagne dell’altra volta…
-Le suggerisco un cognac…
-Vedremo più tardi.
-Allora non accetta – “in toto” – il mio gusto.
-Accetto il cognac.
-Vado.
-Mi fa accendere?
-Mi permette?
-La sigaretta.
Mentre allunga il fuoco raccolto nelle sue mani, mi guarda e dice:
-Auguri.
Rispondo senza aspirare la sigaretta ma gustando il sapore come fosse un sigaro:
-Per cosa?
-Si sente che lei sta festeggiando.
-Cosa?
-Qualcosa.
Si allontana dopo aver sorriso al mio silenzio.

Nell’attesa della mia carne alla pesca, torno alla lettura: “Gli artisti ignorano il secolo in cui soggiornano, loro porgono dei doni dell’altro mondo, dei mondi senza linguaggio, del mondo infinito, del mondo unico.” Pascal Quignard

Roma, sotto la piovosa luna di un autunno imbarazzato. 2011- Maria A. Listur

Rouge
To whom serves.

In few days, my whole body will celebrate. It will celebrate a time in which a woman and a man were passing me life, were giving me a name in the world; a world that, every morning and every bite, I feel new. I am thinking that in the first cold evening of Rome, after the rain, while caressing a cigarette, to be light yet. A shaolin, dressed up as a waiter, asks me:

-Do you eat?
-Yes.
-Shall I get you the menu?
-You know that I know the menu. What would you eat?
-Veal flavored with peach.
-It’s today’s best?
-Yes.
-Have you tried it?
-Yes.
-I’ll have it.
-Wine?
-You choose.
-Today you don’t want to think.
-I don’t want to feel.
-But when you will drink and eat, you will feel.
-Yes but, everything softened…
-From what?
-From your taste.
-And if you don’t like it?
-It will always be your taste that I didn’t like.
-And if my taste is too far from yours…?
-I will forgive you only because you are very good in combining.
-Red of Montepulciano?
-And with the dessert the Marc of Champagne of the last time…
-I suggest a cognac…
-We will see later.
-So you don’t accept – “in toto” – my taste.
-I accept the cognac.
-I’ll go.
-Can you light me?
-Do you allow me?
-The cigarette.
While stretching out the fire protected in his hands, he looks at me and says:
-Congratulations.
I reply without inhaling the cigarette but tasting the flavor as it was a cigar:
-For what?
-It’s perceptible that you are celebrating something.
-What?
-Something.
He goes away after smiling at my silence.

While waiting for my meat peach flavored, I go back to my reading: “Artists ignore the century in which they inhabit, they give presents of the other world, of the worlds without language, of the infinite world, of the unique world” Pascal Quignard

Rome, under the rainy moon of an embarrassed autumn. 2011- Maria A. Listur

“Ogni crimine è volgare, come ogni volgarità è un crimine”/“Every crime is vulgar, as every vulgarity is a crime”

Oscar Wilde

-Pronto! Dove sei?
-Di fronte a te. Sotto gli archi.
-Non ti vedo.
-Io sì. Porti la sciarpa bordeaux.
-Ecco ti vedo!
Ho tutto il tempo – del suo raggiungermi – per osservarlo. E’ diventato più magro. Cammina con la stessa mascolinità che camminava suo padre. Combina i colori con il gusto di chi porta i vestiti come fossero una seconda pelle. Lo trovo tonico e flessuoso. Arriva. Mi bacia sulle guance come piace a me, tre volte, dice:
-Che bello rivederti!
Rispondo con dei suoni acuti, mi fanno sembrare un giocattolo sonoro, poi dico:
-Ora che sei un uomo serio devo smetterla di salutarti come una scema.
-Sono sempre stato serio.
-Sì è vero ma prima eri un bambino…
Passeggiamo, per una città luminosa e fredda, prima d’arrivare a mangiare con il suo amore.
Parliamo di relazioni, di politica, dei prossimi viaggi. Tutti e due sappiamo che prima o poi parleremo del fumo, del fuoco a Roma. Evitiamo per un po’. Ci ricorda altri fuochi.
Infine, prima d’arrivare alla sua casa, dice:
-Molto indignati Gli Indignati?
-Invasi.
-D’altre forze?
-D’altri interessi.
-Ti sei spaventata?
-Sì. Vivo con dei fuochi che ancora bruciano.
-Pensi che un giorno gli spegnerai?
-No, non voglio spegnerli ma, se scorgo del fumo reale, m’allontano.
-Come va oggi?
-Un po’ meglio… anche se ho pianto davanti alle immagini del giornale…
-Ti ha fatto bene partire.
-Anche vent’anni fa.
Apre il cancello d’una villetta in mezzo ad un giardino, dice:
-Benvenuta mamma.
Un sorriso che lo ama mi attende dietro la porta. Parto ancora, verso le sue braccia.

Emilia Romagna che allevia. 2011 – Maria A. Listur

“Every crime is vulgar, as every vulgarity is a crime”
Oscar Wilde

-Hello! Where are you?
-In front of you under the arches.
-I can’t see you.
-I do. You are wearing the Bordeaux scarf.
-There you are!
I have the whole time – for his reaching me – to observe him. He is thinner. Walks with the same masculinity that his father used to have. He combines colors with the taste of who wears clothes as they were a second skin. I see him tonic and flexuous. He arrives. He kisses me on the cheeks as I like, three times, he says.
-So nice to see you again!
I answer with some acute sounds, they make me look like a sonorous toy, then I say:
-Now that you are a serious man I have to stop greeting you like a fool.
-I have always been serious.
-Yes it’s true but you were a child then.
We stroll, in a luminous and cold city, before arriving to eat with his love.
We talk about relationships, politics, future journeys. We both know that sooner or later we will talk about the smoke, the fire in Rome. We avoid it for a while. It reminds us other fires.
Then, before arriving at his house, he says:
-Very resented The Resented?
-Invaded.
-By other forces?
-By other interests.
-Did you get scared?
-Yes. I live with some fires that are still burning.
-You think you will put them off?
-No, I don’t want to but, if I see some real smoke, I take my distance.
-How is it going today?
-A little bit better…even if I cried in front of the images of the newspaper…
-It was good for you to leave.
-Twenty years ago as well.
He opens the gate of a little villa in the middle of a garden, he says:
-Welcome mom.
A smile that loves him is waiting for me behind the door. I leave again, towards her arms.

Emilia Romagna that relieves. 2011 – Maria A. Listur

Ilchi Lee

Il cervello è il punto d’incontro tra l’anima e il cosmo.

Mi regalò “Cuore di cielo puro”. Sorgeva l’alba a Kyoto.
Cadevano, ignare del futuro freddo, le foglie dei ciliegi.
Respirai profondamente. Di respiro si trattava ma, cosa nascondevano le sue mani oltre il dono?:
Anni d’insegnamento maestoso, nella più alta umiltà.
Secondi di salute travestiti da manipolazioni, mi cambiarono la vita.
Eternità di sguardi, si svelano soltanto nel chiudere le palpebre.
La sua infanzia e giovinezza celata dietro la pelle, siderata da stelle marroni.
Imparai a respirare ancora, da polmoni non materni.
Luce, dei miei movimenti.
Seitai.

“Il seitai, il fisico coordinato, corrisponde all’utilizzazione pacifica dell’energia vitale.
Il seitai non si definisce per l’assenza di malattie, né per la somma totale di tutte le parti dell’organismo ben funzionanti.
Il seitai è una tendenza attiva alla regolarizzazione dell’energia, al ritorno alla normalità dell’energia in eccesso o in difetto.
Colui che ha realizzato il seitai recupera rapidamente la fatica, gli basta mangiare poco e dormire poco, tutto questo senza sforzo. Egli si concepisce in azione, e non ha coscienza del proprio corpo e dei propri organi se non in movimento.”

“Cuore di cielo puro”
Isuo Tsuda

Ho saputo che se ne andato a scalare montagne infinite.
Dovrebbe avere novanta due anni.
Nel mio cuore avrà gli anni che non ho conosciuto, dieci.
Porterà delle ciotole di riso bianco e nero selvatico.
Mi donerà ancora un altro ricordo:
lui ed io in un’estate ad Okinawa, ridevamo della nostra semplicità.

Parigi – Roma, un “tra” che sospende il gesto d’addio. 2011 – Maria A. Listur

Ilchi Lee
“The brain is the meeting point between the soul and the cosmos.”

I gave me “heart of pure sky”. The dawn was rising in Kyoto.
The leaves of the cherry tree, unaware of the future cold, were falling.
I respired profoundly. It was all about breathing but, what were his hands hiding beyond the gift?:
Years of majestic teaching, in the highest humbleness.
Seconds of health transvestite in manipulations, changed my life.
Eternity of glances, are revealed only when the eyelids are closing.
His childhood and youth hidden behind the skin, constellated with brown stars.
I have learned to breathe again, from not maternal lungs.
Light, of my movements.
Seitai.

“The seitai, the coordinated body, correspond to the pacifically use of the vital energy.
The seitai is neither defined by the absence of sickness, nor for the total amount of all the parts of the organism well working.
The seitai is an active tendency to regularization of the energy, set back to normality from the excess or lack of energy.
The person who has accomplished the seitai will gain back rapidly from fatigue, it’s enough to eat little and sleep little, all this without effort. He feels himself in action, and doesn’t have conscience of his own body and his own organs but in movement.”

“Heart of pure sky”
Isuo Tsuda

I have known that he has gone to climb infinite mountains.
He should be ninety-two years old.
In my heart he will have the age that I haven’t known, ten.
He will carry bowls of white and black wild rice.
He will give me another memory:
me and him in a summer in Okinawa, were laughing of our simplicity.

Paris – Rome, a “between” that suspends the farewell gesture. 2011 – Maria A. Listur

“Un’ala non è cielo né terra”/“A wing is neither sky nor earth”

Antonio Porchia

-Buongiorno.
-Buongiorno.
Allunga una mano per incontrare la mia:
-Jacques, lei è la pittrice amica di Sophie?
Tolgo il guanto che mi protegge e allungo la mia:
-Sì, Maria.
-Quanto rimane a Parigi?
-Rimango.
-Vorrei chiederle una cortesia.
-Prego.
-Potrei fotografarla mentre pulisce le piante? Io mi occupo di fotografia.
-Certo. Sophie mi ha parlato di lei e dei suoi gatti.
-Le piacciono i gatti?
-Anche la fotografia.
-Bene, allora se per lei va bene potremo fare domani alla stessa ora.
-Sì, pulisco le piante prima d’uscire. L’autunno non mi sta dando tregua…
-A domani allora…
-Posso farle una domanda?
-Certo.
-Come mai mi vuole fotografare?
-Veramente vorrei fotografare soltanto le sue mani.
-Perché?
-Perché hanno paura.
-No… non hanno paura, uso i guanti perché non vorrei danneggiare le piante mentre tolgo le foglie e poi mi ferisco facilmente e …
Lui interrompe.
-Ho voluto dire che la sua pelle, anche quella delle sue mani, ha paura ma, del sole. Vorrei fotografare quella paura. Buona giornata.

Si allontana con un passo leggero quanto quello del gatto più piccolo che ospita nella sua mansarda. Tutta la mia logica perisce nel ricordo di una poesia di Rûmî:

Poi che son servo del Sole vi parlerò del sole;
notte non sono, né adoratore delle notti, non parlerò di sogni.

Come messaggero del Sole e suo interprete.
segreti messaggi prenderò da lui e vi porterò la risposta.

E poi che vado come sole, brillerò su rovinati deserti,
fuggirò dai luoghi abitati, parlerò deserte parole.

Assomiglio alla vetta d’un albero lontano dalla radice:
pur ristretto in secca corteccia, parlerò di succoso midollo.

Se pur son mela secca son più alto d’un albero;
anche se ebbro e sconvolto, dico parole veraci!

Da quando il mio cuore ha sentito il profumo della polvere della soglia,
ho vergogna anche della polvere sua, non parlo che d’acqua purissima.

Tògliti il velo dal volto, ché il volto hai glorioso!
Non permettere ch’io debba parlarti come sotto ad un velo!

Se hai il cuore di pietra, io son pieno di fuoco qual ferro;
se assumi trasparenza di cristallo, io parlo di calice e vino!

Poi che nato sono dal Sole come il Re Qobâd antico,
non sorgerò nella notte, non parlerò di chiaro di luna.

F., III, 302
Il Sole

Parigi, con la luce tra le dita. 2011 – Maria A. Listur

“A wing is neither sky nor earth”
Antonio Porchia

-Good morning.
-Good morning.
He stretches his hand to meet mine:
-Jacques, you are the painter friend of Sophie?
I take off the glove that is protecting and stretch mine:
-Yes, Maria.
-How long are you staying in Paris?
-I am staying.
-I would like to ask you a favor.
-Go ahead.
-Could I photograph you while you clean your plants? I am in photography.
-Of course. Sophie talked to me about you and your cats.
-Do you like cats?
-Photography as well.
-Good, then if it is all right with you we could meet tomorrow same time.
-Yes, I clean the plants before leaving. Autumn is not giving me a break…
-See you tomorrow then…
-May I ask you a question?
-Of course.
-Why do you want to shoot me?
-Honestly I would like to shoot only your hands.
-Why?
-Because they are scared.
-No… they are not scared, I use gloves because I wouldn’t want to damage the plants while I am removing the leaves and then I hurt easily and…
He interrupts.
-I wanted to say that your skin, even that of your hands, is afraid, of the sun but, by the sun. I ‘d like to shoot that fearfulness. Good day.

He goes away with a light step as much as of the smaller cat that he hosts in his mansard. My whole logic perishes in the memory of a poem by Rûmî:

Since I am the Sun servant I will talk to you about the sun;
I am not night, nor a night lover, I will not talk about dreams.

As the messenger of the Sun and as his interpreter.
Secret messages I will take from him and give you its answer.

And since I go like the sun, I will shine on ruined deserts,
I will flee from habited places, I will talk deserted words.

I look like the top of a tree far from the roots:
even restricted in a dried cortex, I will talk about juicy pith.

Even if I am dried apple I am taller than a tree;
even if drunk and agitated, I say sincere words!

Since my heart has felt the scent of dust of the entrance,
I am ashamed even of the dust, I talk nothing but very pure water.

Take off the veil from the face, ‘cause you have glorious face!
Do not allow that I might have to talk to you as through a veil.

If you have a heart of stone, I am full of fire as steel;
if you assume the transparence of crystal, I will talk about caliche and wine!

Since born I am from the Sun as the ancient king Qobâd,
I will not raise at night, I will not talk about brightness of the moon.

F., III, 302
The Sun

Paris, with light between fingers. 2011 – Maria A. Listur

“Superimposizione Cosmica”/“Cosmic Superimposition”

Wilhelm Reich

-Ti sei innamorata?
-Credo di sì.
-E come lo sai?
-Non lo so…
-Ti batte il cuore quando lo vedi e ti vengono dei brividi?
-Sì, ma come lo sai?
-L’ho sentito tante volte…
-Sempre?
-Quando ero ignorante.
-Papà! Allora pensi che io sia un’ignorante?
-No, hai dodici anni, certo che sei un po’ ignorante ma, meno male….
-Mi passerà?
-Certo.
-Quando?
-Quando il piacere che l’altro ti regala sia minore del tuo desiderio che lui sia felice.
-Non ho capito.
-Non devi capire. Innamorati ancora. Stancati e vedrai…
-Esiste altro modo per innamorarsi?
-Certo.
-Quale?
-Secondo me, uno dei tanti, è il rispetto profondo.
-Un altro?
-La cessione.
-Cosa?
-Cedere.

-Ora che mi hai detto che sei innamorato; cosa dovrei fare?
-Renderti responsabile di quello che provochi.
-Non è mia responsabilità che tu abbia deciso di addossare a me il tuo stato d’animo.
-Stato d’animo?! Ma che dici? Sto parlando di un sentimento.
-Quale?
-Amore.
-Tu sei sicuro che la tua bramosia sia amore?
-Mi stai giudicando?
-Sì.
-Non è carino.
-Neanche dichiarare l’amore – o quello che tu chiami amore – come se si dichiarasse un cambiamento di stato.
-Va bene… sono stato aggressivo nel dirlo ma, è dovuto alla tua freddezza, al tuo vivere come se quello che tu chiami uno stato d’animo fosse la normalità, una cosa che capita tutti i giorni.
-Ecco! Per me è la normalità! E’ una pratica. Non ti posso dire che sia facile ma, la preferisco alla pratica della separazione dall’ombra.
-Quale ombra?
-La mia. Quella che per ignoranza e limitatezza faccio cadere sugli altri. Meglio innamorarsi subito e basta!
-Di tutti a questo punto!
-Di tutto!
-Sei un’irresponsabile e non hai un minimo di rispetto per i sentimenti altrui.
-Neanche tu… Ti sei innamorato di un’impertinente!
-Non capisco come puoi dire tutto questo ridendo…
-Dai… Fatti una risata anche tu… Siamo noi… Hai dimenticato W. Reich?
-Quale di tutte le sue stronzate?
-Quella che dorme con me: “L’amore, il lavoro e la conoscenza sono le fonti della nostra vita. Dovrebbero anche governarla.

Roma quasi Parigi, il sole si nasconde ed io, nella mia mania di protagonismo, penso che lo fa per non rendere i miei capelli ancora più rossi. Rido ancora. 2011 – Maria A. Listur

“Cosmic Superimposition”
Wilhelm Reich

-Did you fall in love?
-I think so.
-And how do you know?
-I don’t know…
-Does your heart beat faster and you have shivers when you see him?
-Yes, but how do you know?
-I have felt it many times…
-Always?
-When I was ignorant.
-Daddy! You think I am an ignorant?
-No, you are twelve, of course you are a little bit ignorant, I am glad for that….
-Will it go away?
-Of course.
-When?
-When the pleasure that the other one gives you will be less than your desire for him to be happy.
-I don’t understand.
-You don’t have to understand. Fall in love again. Get tired and you will see…
-Is there another way to fall in love?
-Of course.
-Which is it?
-To me, one among many, is the deep respect.
-Another one?
-Letting go.
-What?
-To let go.

-Now that you have told me you are in love; what should I do?
-Be responsible of what you provoke.
-It is not my responsibility that you have decided to blame on me for your emotional state.
-My emotional state?! What are you talking about? I am talking about a feeling.
-Which one?
-Love.
-Are you sure that yours isn’t craving for love?
-Are you judging me?
-Yes.
-It’s not nice.
-Declaring love – or what you call love – as it was declaring a change of state neither.
-All right… I have been aggressive in saying it but, it is because of your coldness, of your way of living as it was normal, an every day thing, what you call a state of emotion.
-That’s right! To me this is normality! It’s a practice. I can’t tell you it is easy but, I prefer it to the practice of the separation from the shadow.
-What shadow?
-Mine. The one that I let it fall on others for ignorance and limitation. Better to fall in love right away and nothing more!
-Fall in love with everybody at this point!
-With all!
-You are an irresponsible and have not even a little bit of respect for other’s feelings.
-Neither do you… You fell in love with an impertinent!
-I don’t understand how you can say all this laughing…
-Come on… You too have a laugh… It’s us… Have you forgotten W. Reich?
-Which one of all his bullshits?
-That one that sleeps with me: “Love, work and knowledge are the foundations of our life. They should rule it also.

Rome almost Paris, the sun is hiding and I, in my desire of protagonist, think that it does it because it doesn’t want to turn my hairs even more red. I am still laughing. 2011 – Maria A. Listur