Siderare/To Sider

“Il motto romano desiderium è un nome negativo misterioso. (… ) Senza le sidera, senza gli astri. (… ) Desiderare, non è trovare. E’ cercare. (…) Essere siderato, è aver trovato”
Pascal Quignard

Un pomeriggio d’estate, S. – il figlio di quattro anni di una mia amica – guarda, insieme a me, un film sui pinguini. Dice:
-Zia… Hai visto come fanno le mamme?
-Come fanno?
-Vanno a prendere cibo per i bambini!
Poi, dopo un breve silenzio in cui sembra rapito da un pensiero, aggiunge:
-E la mia mamma? Dov’e?
Lo dice vicino al televisore, tocca con le manine lo schermo, cerco di allontanarlo dall’apparecchio ma arriva ad accarezzare i papà pinguini che restano sotto vento a proteggere le loro uova. Cerco una risposta sincera e protettiva. Cerco di mettere in uso l’esperienza di aver vissuto lontano dal mio bambino per molto tempo. Fantastico su cosa avranno detto a mio figlio quando io non ero vicina a qualche schermo in cui il richiamo della mamma faceva ancora più evidente il mio; quando tante donne del mondo non erano ancora un nuovo paradigma di sostegno della famiglia fuori il loro paese, quando niente mi giustificava, accompagnava, sosteneva; nemmeno tutto ciò che sideravo per mio figlio e che oggi è il nostro presente. Penso.
Una luce mi nasce dall’immaginare cosa avrei voluto dicessero al mio bambino durante le mie assenze, dico:
-La mamma sta dentro una casina di pane e cioccolato, in un teatro. Lavora per portarci da mangiare.
-Come le mamme pinguino?
-Come le mamme pinguino.
-Ma la mia mamma fa il pane?
-Sì, in teatro fa anche il pane. Ti ricordi il teatro?
-Sì, ha le tendine e la mamma dice molte cose, e poi applaudono.
-Ecco, in questo momento la stanno applaudendo.
-Guarda zia! Come sono belle le mamme!
Lo dice – mentre guarda le madri pinguino entrare in acqua alla ricerca di cibo – gonfia il petto dall’ammirazione e lentamente incominciano a cadere le sue palpebre davanti alle immagini di quelle figure ovali che nuotano come fossero caramelle sommergibili. Si addormenta sereno. Ora sa dove sta nuotando la madre.
S. non sa di avermi fatto carezzare una mia cicatrice. Non sa che dalla sua mano ho percorso uno spazio e tempo impossibili da misurare.
Un altro pomeriggio ma d’autunno, nel mio luogo dell’amicizia, appare A., una bimba nata dal corpo di un’altra amica. Nello stesso giorno del mio compleanno.
A. è una bambina di metallo. Ha il potere di diventare bollente quanto fredda ma, velocemente. La riconosco mi dico anche se non so quanto sia veramente così, finché un giorno, all’annuncio della mia presenza in casa, dice incredula:
-Non è vero che Maria è qui!
Poi, avanza verso il salone e mi vede. Chiude i pugni piccoli stringendoli al petto e contrae tutti i muscoli, si ferma a guardarmi da lontano, resta tutta contratta nel corpo e con il fuoco dei sentimenti negli occhi, per un tempo incalcolabile. Infine, sorride camminando delicatamente verso la mia commozione.
A. non sa che così saluto, ancora oggi, mio figlio; pratico l’intenzione di fargli arrivare un’onda d’emozione senza parole baci pelle. In silenzio. Nella distanza. Lei, A., non sa che si è istallata tra le cose più intime del mio essere madre.
In questo autunno, condivido con mio figlio queste storie della mia vita; è il giorno del mio compleanno. Camminiamo verso un aperitivo nel crepuscolo di San Lorenzo, a Roma. Lui appoggia il suo braccio destro sulla mia spalla sinistra, stringendomi a sé. I nostri sguardi s’incontrano. Mi regala – dai suoi occhi – un applauso e una stretta di gioia. Che altro dono si può siderare?

Roma, nei giorni in cui gli scorpioni siamo un solo scorpione. 2011 – Maria A. Listur

To Sider

“The Roman motto desiderium it’s a negative mysterious name. (… ) Without the sidera, without the stars. (… ) To desire, it is not to find. It is to look for. (…) To be desired, it is to have found”
Pascal Quignard

In a summer afternoon, S. – a friend’s four years old son – is watching, with me, a movie about penguins. He says:
-Auntie… Have you seen the mothers?
-How they do?
-They go fetch the food for the children!
Then, after a short silence in which he seems to be taken away from a thought, he adds:
-And what about my mom? Where is she?
He says it near the television, he touches with his small hands the screen, I try to get him away from the set but he manages to caress the father penguins that remain under the wind to protect their own eggs. I look for a sincere and protective answer, I try to apply my experience of having lived far from my son for long time. I am thinking about what they might have said to my son when I wasn’t near to some screen in which the call of the mother made more evident mine; when many women in the world were not a paradigm of support of the family outside their own country, when nothing could excuse me, accompany me, sustain me; not even whatever I sidered for my son and that now is our present. I think
A light appears to me in imagining what I would want them to say to my son while I was away, I say:
-Mom is in a house of bread and chocolate, in a theatre. She is working to bring us back food.
-Like mom penguins?
-Like mom penguins.
-But does my mom make bread?
-Yes, in the theatre she also makes the bread. Do you remember the theatre?
-Yes, it has little curtain and mom says a lot of things, and then they clap.
-Exactly, in this moment they are applauding her.
-Look auntie! How beautiful the moms are!
He says – while watching the mother penguins entering the water searching for food – he puffing his breast out by admiration and slowly the eyelids start to fall in front of the oval figures that swim like they were candy submarines. He falls asleep serene. Now he knows where the mother is swimming.
S. doesn’t know that he permitted me to caress an old scar of mine. He doesn’t know that from his hand I have covered some space and time impossible to measure.
In another afternoon in autumn, in my place of friendship, A. appears, a girl born from the body of another friend. In the same day of my birthday.
A. is a metal child. She has the power of becoming hot as well as cold but, quickly. I recognize her but I say to myself even if I don’t know if it is really like that, until one day, announced of my presence in the house, she says incredulous:
-It’s not true that Maria is here!
Then, she comes in the living room and sees me. She closes her small fists holding them in her breast and tenses all the muscles, she stops looking at me from afar, remains all contracted in her body and with the fire of the feelings in her eyes, for a countless time. In the end, she smiles walking delicately towards my emotion.
A. doesn’t know that this is how I greet, still today, my son; I practice the intention to send him a wave of emotion without words kisses skin. From a distance. She, A., doesn’t know that she has placed herself in my most intimate things of my being mother.
In this autumn, I am sharing with my son this stories of my life; it is the day my birthday. We walk towards an aperitif in the twilight of San Lorenzo, in Rome. He lays his right arm on my left shoulder, holding me tight. Our eyes meet. He presents me – from his eyes – an applause and a hold of joy. What else could it be sidered?

Rome, in the days in which the scorpions are only one scorpion. 2011 – Maria A. Listur

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