“Tutte le cose pronunciano nomi”/“All things pronounce names”

Antonio Porchia

-Chi gli ha dato il mio telefono?
-Sta sulle pagine gialle.
-Da dove mi conosce?
-Non la conosco, leggo il suo blog.
-Quale.
-Quello marroncino.
-Marroncino?
-Quello che ha l’aria antica e il carattere tipo vecchio giornale.
-Mi ripete il suo nome per favore?
-Alberto M.
-Allora, Alberto, per cosa mi ha chiamato?
-Per farle una domanda.
-Quale?
-Come mai scrive sempre di cose lontane dalla difficilissima realtà italiana. Dove vive?
-Tra.
-Tra cosa?
-Tra Roma e Parigi, tra la creatività e l’arte, tra una telefonata e un silenzio profondo.
-Non si sente staccata dalla realtà?
-Di quale realtà mi parla?
-Di quella terribilmente politica in cui viviamo.
-Ah, no, da quella realtà non ho bisogno di essere staccata perché non esiste. Tutto quello che è successo da qualche anno a questa parte denota la sconfitta della politica!
-Che sta dicendo? Perché non confessa che, da buona extracomunitaria, non scrive della situazione attuale perché ignora profondamente ciò che sta succedendo!
-Io non posso scrivere di quello che sono ma, posso scrivere di quello che incontro.
-Le sue arie da signora matura aristocratica e distante rompono le scatole!
-Il giorno che riuscirò a rompere i coglioni allora, sicuramente, mi leggeranno più di quattordici persone di cui alcune sono amiche, altri sono amici e altri ex fidanzati, ex amanti, ex amici…
-Io sono uno qualsiasi che ha deciso di chiamarla perché m’innervosisce! Volevo parlarle! Mi parli della vita!
-Le dirò le stesse cose che scrivo! È il mio modo di vivere la vita ma lei s’innervosisce… Lei vuole che io scriva sulla parte meno luminosa della morte quotidiana! Non posso. Non lo so fare! Legga i giornali e mi lasci tranquilla con i miei incontri, non si accordano con il suo funerale!
-Lei non mi conosce!
-Lei neanche! E lo stesso ascolto! Prendo nota e domani scrivo.
-Non si azzardi!
-Mi azzarderò perché lei si è azzardato a chiamarmi a casa.
-Speravo di parlare con una donna ragionevole!
-Cosa le fa credere che una sopravvissuta possa essere ragionevole? Buonanotte.
-Buonanotte lo dico io. Sono io che l’ho chiamata!
-Lei è bello?
-Cosa dice…?
-Io sì. Quanti anni ha?
-Cinquanta.
-Sposato?
-Divorziato.
-Felice?
-No. Perché mi fa queste domande sciocche?
-Stavo per invitarla a prendere un bicchiere di vino ma, io non esco con gli infelici. Buonanotte.

Roma, mi fai ridere fino alle lacrime; mie, degli altri, nostre. 2011 – Maria A. Listur

 

“All things pronounce names”
Antonio Porchia

-Who gave you my phone number?
-It is on the yellow pages.
-From where do you know me?
-I don’t know you, I read your blog.
-Which.
-The brown one.
-Brown one?
-The one that has an antique style and the font is like old newspaper.
-Could you please repeat your name?
-Alberto M.
-Well, Alberto, what have you call me for?
-To ask you a question.
-Which one?
-How come you write about things detached from the very difficult Italian reality. Where do you live?
-In between.
-In between what?
-In between Rome and Paris, between creativity and art, between a phone call and a profound silence.
-Don’t you feel detached from reality?
-What reality are you talking about?
-The one terribly political oriented in which we live.
-Oh, no, I don’t need to be detached from that reality because it doesn’t exist. All that has happened since few years until now it shows the defeat of politics!
-What are you talking about? Why don’t you confess that, as a foreigner, you don’t write about the actual situation because you deeply ignore what is going on!
-I can’t write about what I am but, I can write about what I encounter.
-Your ways of a mature aristocratic and detached lady are annoying!
-The day I will annoy then, surely, there will be more people reading me more than fourteen persons of which some are women friends, others are male friend and others are ex fiancés, ex lovers, ex friends…
-I am just a nobody who has decided to call you because you make me nervous! I wanted to talk! Talk to me about life!
-I will tell you the same things that I write about! It’s my way of living life but it disturbs you… You want me to write about the less luminous part of the daily death! I can’t. I don’t know how! Read the newspapers and let me be with my encounters, they don’t go together with your funeral!
-You don’t know me!
-Neither do you! And I listen anyway! I take notes and tomorrow I will write.
-Don’t you dare!
-I will because you dared to call me at my house.
-I was hoping to talk to a reasonable woman!
-What makes you think that a survivor could be reasonable? Good night.
-I say good night. I am the one who called you!
-Are you good looking?
-What are you saying…?
-I am. How old are you?
-Fifty.
-Married?
-Divorced.
-Happy?
-No. Why do you ask these silly questions?
-I was about to invite you to have a glass of wine but, I don’t date unhappy persons. Good night.

Rome, you make laugh to tears; mine, of others, ours. 2011 – Maria A. Listur

Seminare/Sowing

-Sette camicie.
-Pantaloni?
-Cinque. Scelgo io i calzini.
-Come sempre.
-Non credo. Scegli sempre tu.
-Giacche?
-Fa caldo.
-Per favore, una giacca nel caso d’urgenza.
-Quale urgenza?
-Che tu debba andare verso le zone fredde.
-Passerò a prendere ciò che mi serve.
-Sicuro?
-Sicuro.
-E se non avessi tempo?
-Per prendere ciò che voglio avrò sempre tempo.
-O per comperarlo.
-Non posso comperare la tua cena.
-Puoi averne di migliori. Deve essere così.
-Non potrei mai comperare l’allegria con cui cucini.
-Con cui cucino per te.
-Con cui mi fai la valigia.
-Non è lo stesso.
-Non ti fa felice farmi la valigia?
-Sì, ma cucinare per te è un’altra cosa.
-Qual è la differenza visto che fai tutte e due le cose soltanto che per me?
-Con il cibo abito il tuo corpo rigenerandolo, con la valigia ti metto nel mondo per arricchirlo.
-Vedi! E’ la stessa cosa… Sono sempre io la tua terra…
-Sei sempre tu.
-Buonanotte mamma.
-Buonanotte amore.

Nel poggiare la testa sul cuscino notò che ogni cosa si era liberata verso altezze, profondità, larghezze e centralità nuove. Pensò alle parole di Antonio Porchia: “Le mie particelle del tempo, giocano con l’eternità.”

Roma, che hai accolto tanti saluti, tanti passaggi. 2011 – Maria A. Listur

 

Sowing

-Seven shirts.
-Trousers?
-Five. I choose the socks.
-As always.
-I don’t think so. You always choose.
-Jackets?
-It’s hot.
-Please, a jacket in case of emergency.
-What emergency?
-That you might have to go to the cold areas.
-I’ll go fetch what I need.
-Sure?
-Sure.
-And if you won’t have time?
-I have always time to take what I want.
-Or to buy it.
-I can’t buy your dinner.
-You can have better ones. It has to be like that
-I could never buy the joy with which you cook.
-With which I cook for you.
-With which you prepare my suitcase.
-It’s not the same.
-Doesn’t make you happy to prepare my suitcase?
-Yes, but cooking for you is just another thing.
-Which is the difference since you do both things only for me?
-With food I inhabit your body regenerating it, with the suitcase I send you in the world to enrich it.
-See! It’s the same thing… I am always your land…
-Yes you are.
-Goodnight mom.
-Goodnight love.

In laying his head on the pillow noticed that everything was freed towards heights, profundities, wideness and new centralities. She thought at the words of Antonio Porchia: “My particles of time, play with eternity.”

Rome, you have welcomed many salutes, many passages. 2011 – Maria A. Listur

Albert Einstein

“Quello che davvero mi interessa è se Dio,
quando creò il mondo,
aveva scelta.”

-Anche se non sei capace di riconoscerlo, io so che con me, hai dormito molto bene…
-Come mai pensi che non sarei capace di riconoscerlo?
-Perché ti piace fingere di essere fredda e distante.
-Invece io…
-Ora non fingere di essere una che accetta le critiche!
-Era una critica?
-Ti sembrano pregi?
-Allora era una critica negativa.
-Mmm…
-Costruttiva?
-Diciamo un’osservazione.
-Porta in sè una proposta?
-Che vuoi dire?
-Vorresti sentirmi dire “ho dormito bene” o che smetta di fingere?
-Allora ammetti di fingere!
-Cerco di comprendere cosa desideri, cerco di rispondere a quello che dici senza dare giudizi, non importa se è vero o tutta immaginazione.
-Accetta che fingi.
-Fingo cosa?
-La freddezza, la distanza, l’accettazione delle critiche, il piacere della solitudine…
-Allora, tu vuoi dire che io sono una persona calorosa e affettuosa che finge di essere fredda?
-Sì.
-E anche una persona che ha bisogno di starti vicino ma che finge di essere distante e piacevolmente sola?
-Sì.
-Sostieni anche che io non accetto le critiche ma fingo di essere aperta alle osservazioni altrui, anche quando potrebbero sembrare negative?
-Sì!
-Scusa che mi dilungo…
-No vai… mi piace. Chiariamoci!
-E tutto è partito dall’idea che io non sarei capace di dirti che accanto a te ho dormito bene perché così sosterrei il mio “personaggio”…?
-Sì! Brava! Lo hai detto meglio di me!
-Sono una donna che adora dormire sola e accompagnata, dipende dalla situazione e da chi mi è accanto. Tu hai un calore particolare che mi fa ricordare qualcosa della mia infanzia…
-Cosa?
-Il mio peluche.
-Come mai?
-Con lui mi masturbai per la prima volta.
-E come era?
-Longilineo.
-Comunque stai evitando di riconoscere che fingi!
-No… Mi sto chiedendo come mai sia tu a dormire con una persona che non senti sincera.
-E no! Io trovo che tu sia sincera, anche intimamente ma, che tu – qualche volta – finga di essere fredda e distante per allontanare, per paura di soffrire.
-Io ti ringrazio della colazione, anche della notte ma, ora devo andare… Ti risulta difficile accettare che stare una notte con te è tanto bello quanto andare via oppure incontrare altre persone amiche a cui voglio bene?
-Sì.
-Buona giornata.
-Anche a te.

Roma, sorridente e matura d’incontri. 2011 – Maria A. Listur

 

Albert Einstein
“What really interests me is if God,
when creating the world,
had a choice.”

-Even if you are not capable of acknowledging it, I know that with me, you slept very well …
-Why do you think I wouldn’t be able to admit it?
-Because you like to pretend to be cold and distant.
-Instead I…
-Now don’t pretend to be a person who accepts criticisms!
-Was it a criticism?
-Do you think those are merits?
-Then it was a negative criticism.
-Mmmh…
-Constructive?
-I’d say an observation.
-Does it imply a suggestion?
-What do you mean?
-You want to hear me saying “I slept well” or that I stop pretending?
-Then you admit you pretend!
-I am trying to understand what you wish for, I try to answer without giving any judgment, it doesn’t matter if it’s true or just imagination.
-Then say that you pretend.
-Pretend what?
-Your coldness, the distance, the acceptation of critics, the pleasure of loneliness…
-So, you mean that I am a warm and loving person who pretends to be cold?
-Yes.
-And also a person who needs to stay close to you but instead pretends to be distant and pleasantly alone?
-Yes.
-Do you also mean that I don’t accept criticisms but I pretend to be open to other’s observations, even if they could sound negative?
-Yes!
-Sorry if I am pulling out…
-No go ahead… I like it. Let’s clear all up!
-And all this started from the idea that I supposedly am not capable of saying that I slept well next to you because by doing so I would sustain my “character”…?
-Yes! Bravo! You said it better than me!
-I am a woman who loves to sleep alone and accompanied, it depends on the situation and on who is next to me. You have a special warmness that reminds me something about my childhood…
-What?
-My stuffed animal.
-How come?
-I masturbated with him the first time.
-And how was it?
-Long-limbed.
-Anyway you are avoiding admitting that you pretend!
-No… I am asking myself how come you sleep with a person that you don’t feel sincere.
-Hell no! I think that you are sincere, even intimately but, that you – sometime – pretend to be cold and distant to move away, for fear of suffering.
-I thank you for breakfast, even for the night, now I have to go… Is it difficult for you to accept that sleeping with you a night is as much beautiful as going away or meeting other friends that I love?
-Yes.
-Have a good day.
-You too.

Rome, smiling and mature of encounters. 2011 – Maria A. Listur

Onoro l’incontro/I Honor the Encounter

A noi, famiglia.

Un fuoco interno mi brucia da ogni mia estremità, mi bacia sussurrando all’orecchio che ero trent’anni fa:
-Vedrai quanto ti somiglierà…
Il fuoco prende forme diverse in ogni luogo della stanza, mi sembra di essere avvolta dal colore arancio, poi dal turchese; l’arcobaleno si sta introiettando nel mio cuore, mi percorre aprendo spazi che non sapevo esistessero. Il mio corpo ancora adolescente si risveglia scaldato da un vulcano che rutta da un palmo sotto l’ombelico. Ho i muscoli delle gambe col tono d’una corsa vinta in partenza, le mani affondate nella schiena che mi sazia, la bocca infiammata dai baci di colui che è il padre di mio figlio, voglio avere più corde per dire tutto il piacere, dico:
-Sì, sì, mi somiglierà!
Dopo nove lune, nasce mio figlio; l’unico che ho potuto avere. Il primo.
Lo appoggiano sul mio petto, bagnato, insanguinato e caldo. Le sue piccole mani si possano sulla pelle del mio collo e stringono. Le dita tremano cercando di serrare la mia pelle nella sua. Prendo una delle sue mani e penso:
Le unghie sono come quelle di suo padre, la mano lunga è la mia, la stretta tutta sua. Il respiro di tutti e tre.

Un fuoco interno mi brucia da ogni mia estremità, lui parla ad un pubblico che sta in un’aula francese ad ascoltare le sue parole, testimone del suo passo totale verso la sua vocazione.
E’ sottoposto a domande incalzanti; lui respira, si regala del tempo, muove una penna tra le dita per poi riappoggiarla sul tavolo, distende la sua mano destra sulla mano sinistra, alza lo sguardo e risponde.
Un arcobaleno attraversa i miei polmoni, la sua voce arriva arricchita da un’altra lingua. E’ delicatamente potente, mi ha raggiunta ancora, carezza la mia vita come quando serrò per la prima volta le sue mani sulla mia pelle. Parla, descrive, legge, guarda, sorride, centrato nella sua commozione.
Penso a suo padre, ai quindicimila kilometri che sembrano separarci da lui, ricordo qualcosa che il padre scrisse su quel velo che è la pelle sulla pancia di una mamma, che per nove mesi separa il bambino dal mondo rendendolo parte del nostro corpo: “Te quiero”. Poi si avvicinò alla pelle e disse “Ricordati che anche se non ti vedo sei anche mio, io sono tuo padre”.
Mio figlio, mentre ricordo l’episodio, ringrazia la commissione, i suoi collaboratori, i suoi amici, e me. Si alza e organizza tutto il materiale che ha appoggiato sul tavolo, mi guarda e sorride, lo guardo e sorrido, penso: Il respiro è sempre quello di noi tre.

Quando il silenzio cade prima del sonno, mi scopro nuova. M’addormento nella gioia di chi m’accompagna da tanto tempo: “I suoni precedono la nostra nascita. Precedono la nostra età. (…) Alcuni suoni, alcune melodie ci dicono “l’antico tempo” che abita oggi in noi.” Pascal Quignard

Parigi, Limoges, Roma. Nel tempo in cui si rinasce a nuova vita, dolce, forte, condiviso. 2011 – Maria A. Listur

I Honor the Encounter
to us, a family

An internal fire is burning me from each extremity, it kisses me whispering in my ear that I was thirty years ago:
-You’ll see how much he will look like you…
The fire takes different shapes in every place of the room, I feel as being wrapped by the orange, and then by the turquoise color; the rainbow is introjecting in my heart, it runs in me opening spaces that I didn’t know existed. My still adolescent body is awakening warmed by a volcano that belches from a span under the navel. I have muscles of the legs with a tonus of a race won from the start, the hands are deepening in the back of who is satiating me, the mouth inflamed by the kisses of whom is the father of my son, I want more chords to say the whole pleasure, I say:
-Yes, yes, he will look like me!
After nine moons, my son is born; the only one I could have had. The first.
I lay him on my breast, wet, bloodstained and warm. His small hands lie on the skin of my neck and seize. The fingers shake trying to grab my skin in his. I take one of his hands and think:
The nail are like his father, the long hand is mine, the grip is all his. The breath is of the three of us.

An internal fire is burning me from each extremity, he is talking to an audience that is in a French lecture hall listening to his words, witness of his total step towards his vocation.
He undergoes pressing questions; he breathes, gives himself time, moves a pen between his fingers to put it back on the table, he stretches his right hand on his left hand, raises his glance and answers.
A rainbow is passing through my lungs, his voice arrives enriched by another language. It is delicately powerful, he has reached me again, he is caressing my life as when he held for his first time my skin with his hands. He talks, describes, reads, watches, smiles, centered is his emotion.
I think about his father, about the fifteen thousand kilometers that seems to separate from him, I remember something that the father wrote on that veil that is the skin of the belly of a mother, who for nine months separates the baby from the world making it part of our body: “Te quiero”. Then he came close to the skin and said “Remember that even if I don’t see you you are also mine, I am your father”.
My son, while I remember the episode, thanks the examination board, his collaborators, his friends, and me. He stands up and organizes all the material that he has put on the table, he looks at me and smiles, I look at him and smile, I think: the breath it is still of us three.

When the silence falls before the sleep, I find my self new. I fall asleep in the joy of who is with me since long time: “Sounds precede our birth. Precede our age. (…) Some sounds, some melodies tell us “the antique time” that lives today in us” Pascal Quignard

Paris, Limoges, Rome. In the time when it is reborn to a new life, sweet, strong, shared. 2011 – Maria A. Listur

Atterrare/Landing

Prendere la coincidenza della metropolitana, a Parigi, mi fa sentire che sono arrivata. Sto camminando, sto toccando la terra con i piedi. Dietro di me il sonno magnifico che soltanto gli aerei mi provocano.
Arrivata alla biforcazione – che porta a sinistra, alla linea undici – sento una musica. Mi fermo. Ascolto. Comprendo che la musica viene dal corridoio destro. Cambio direzione. Seguo la musica: un gruppo di dodici corde. Violini, violoncelli, viole. J. S. Bach.
La gente passa lasciandosi carezzare dal suono. Alcuni si fermano. Io mi fermo. Mi commuovo come mi commuovo da un po’ di tempo, intimamente. Senza lacrime. O con un sorriso che rimanda le lacrime di gioia verso il cuore, dentro. Sento alle mie spalle una presenza. Un sorriso. Ascoltiamo insieme fino all’arrivo del silenzio, all’invasione del rumore della metropolitana; rimaniamo ad aspettare altro. Il suono delle custodie degli strumenti ci seduce. Riprendo il corridoio a sinistra, mi attendono vagoni verdi e bianchi quasi vuoti. Rimango in piedi. Il sorriso che durante l’ascolto delle corde mi sorrideva arriva accanto a me. Dice:
-Bello vero?
-Bellissimo.
-Grazie per rispondere.
-Non dovrei?
-La gente ha paura e non parla con gli sconosciuti.
-Quale gente?
-Le persone nella strada.
-Non mi succede mai.
-Anche lei prova piacere nel parlare con gli sconosciuti?
-Quando mi parlano.
-Vuol dire che lei non è mai la prima a parlare?
-Non ne ho bisogno, sono sempre gli altri che incominciano il dialogo.
-Sempre?
-Sempre.
-Come mai?
-Ascolto.
-Allora la gente le si avvicina perché intuisce che lei ascolta?
-Non credo sia consapevole, è come un profumo o una musica. Attira.
-Ne parla come fosse un’arma di seduzione.
-E’ una volontà, un esercizio. Buona giornata, scendo nella prossima.
Une trés belle journée.

Cammino verso casa. Il sole è delicato, l’aria fresca. J. S. Bach risuona ancora nella mia gratitudine. Risento il Quignard di “Terrasse a Rome”: “Gli uomini disperati vivono negli angoli. Tutti gli uomini innamorati vivono negli angoli. Tutti i lettori di libri vivono negli angoli. Gli uomini disperati vivono piegati nello spazio alla maniera delle figure dipinte sui muri, non respirano, senza parlare, non ascoltano nessuno.”
Sorrido.

Parigi, scopro ancora il riposo; era proprietà unica del volo. Ha trovato casa. 2011 – Maria A. Listur

 

Landing

Taking the transfer train of the subway, in Paris, makes me realize that I have arrived. I am walking, I am touching the ground with my feet. Behind me the magnificent sleep which only airplanes can provoke in me.
Arrived at the fork – which leads to the left, to line eleven – I hear music. I stop. Listen. Understand that the music arrives from the passage on the right. I change direction. Follow the music: a group of twelve strings. Violins, cellos, violas. J. S. Bach.
People walk by letting them be caressed by the sound. Some stops, I stop. I am moved as I am moved lately, intimately. With no tears. Or with a smile that sends tears of joy towards the heart, inside. I feel a presence behind me. A smile. We listen together until the arrival of silence, until the invasion of the noise of the subway; we remain waiting for something else. The sound of the cases of the instruments seduces us. I go back to the passage on the left, green and white cars are waiting for me almost empty. I remain standing. The smile that during the listening of the strings was smiling at me arrives near me. Says:
-Beautiful isn’t it?
-Very beautiful.
-Thank you for answering.
-Shouldn’t I?
-People are afraid and don’t talk to strangers.
-What people?
-People in the street.
-It never happens to me.
-Do you also feel pleasure in talking to strangers?
-When they talk to me.
-It means that you are never the one who talks first?
-I don’t need to, it’s always the other who begins the dialogue.
-Always?
-Always.
-How is that?
-I listen.
-Then people get close to you because they feel that you listen?
-I don’t think it is conscious, it is like a perfume or music. It attracts.
-You talk about it as it was a weapon for seduction.
-It is willpower, an exercise. Good day, I am getting off the next one.
Une trés belle journée.

I am walking towards the house. The sun is delicate, the air is fresh. J. S. Bach resounds in my gratitude. I hear again the Quignard of “Terrasse a Rome”: “The desperate men live in the corners. All the men in love live in the corners. All the readers of books live in the corners. Desperate men live bent over in the space the same way of the painted figures on the walls, they don’t breathe, they don’t talk, the don’t listen to anyone.”
I smile.

Paris, I discover again the repose; it was the unique property of the flight. I have found home. 2011 – Maria A. Listur

Fedele a Balthus:/Faithful to Balthus:

“Nutro per l’Italia una tenerezza originaria, fondamentale, innocente. Ma al di là dell’Italia, ciò che amo in essa è la sua capacità di conservare qualcosa dell’unità primitiva, della freschezza delle origini. Sicché posso ritrovare l’Italia anche in un paesaggio cinese, come in esso posso ritrovare le leggi dell’armonia universale che un primitivo senese, per esempio, cercava di rappresentare.”

Percorro il padiglione A della Fiera d’Arte Contemporanea di Forlì.
Mi chiedo come mai sono così poco ricettiva da non essere emozionata dalle opere.
Guardo, riguardo, contatto, parlo, prendo biglietti da visita; mi lascio carezzare dagli sguardi altrui, dalle voci altrui, dalle presentazioni dei galleristi che s’impegnano a vendere spiegandomi, prima d’ogni descrizione delle opere, che l’Italia attraversa un momento molto difficile; non annuisco né nego. Ascolto. Ascolto loro e quello che quei padiglioni mi suscitano:
Freddezza, tenerezza, lontananza, fame, perbenismo, sete, povertà, solitudine, ironia e improvvisamente, una piccola parete in fondo, mi fa sorridere, m’avvicino già innamorata, attratta e presa da qualcosa di nuovo. Ecco che incontro il lavoro di Ciro o Roberto Cipollone!
Il suo lavoro mi fa saltare di allegria.
Chiedo prezzi e catalogo.
Il gallerista non è soltanto un gallerista, è un pittore che ama il lavoro e la personalità di Ciro; prima di parlarmi dell’opera mi fa vedere una foto dello scultore sul catalogo; di cui, mio figlio, dirà più tardi, festeggiando la mia ammirazione: “A Natale non lavora come scultore, sicuramente lo pagano molto bene per fare Babbo Natale!”. Ammiriamo insieme la luce dello sguardo, natalizia.
Vorrei comperare ogni cosa che è riuscito a creare, quello che in quell’unione di materiali, definiti da lui “umili”, è riuscito a vedere, a farmi vedere, a riscoprire. Mi sento felice, sorrido di fronte alle sue opere, trovo una grandezza che poi leggerò nella voce di Antongiulio Zimarino, nel titolo di presentazione del catalogo: “Scoprire il senso di ciò che appare inutile”. E avanti nella lettura:
“Il tempo, l’età, lo spazio, i ricordi d’infanzia, il nostro dover essere, il nostro possibile futuro, lo individuiamo ricomponendo i tasselli di vita dimenticata e sofferta in immagini di armonia, generando un disegno inatteso, proprio a partire da quelle cose che umanamente saremmo portati a scartare”.
Dopo di lui, cammino verso la pioggia che cade sommessa. Attraverso la strada permettendole di bagnare tutta la mia gioia. Abbandonandomi all’infanzia che mi guida in ogni sorpresa, leggo, Ciro dice: “La frase del Vangelo: “Non spezzerò la canna… non spegnerò il lume fumante…” mi aiuta ad avvicinarmi a certi oggetti in decadenza con tanto rispetto per quanto di vita hanno ancora in sé. Vorrei rivalutare la vita nel suo ultimo soffio”.
Torno alla casa di Roma, il vento muove le foglie e fa cadere una piccola pala appoggiata al muro. Mi fermo a guardarla. Mi chiedo: Cosa avrebbe visto Ciro dall’alto di questa prospettiva? Un uomo, una donna, un pane?
Lo ringrazio per avermi regalato ciò che credo sia una delle funzioni fondamentali dell’arte: interrogarsi.

Roma, sotto l’acqua, forte, che è pioggia ma, sembra acquaforte. 2011 – Maria A. Listur

 

Faithful to Balthus:

“I have towards Italy an original, fundamental, innocent tenderness. But beyond Italy, what I love in it is its ability to preserve something of the primitive unity, of the freshness of the origins. For this I can find Italy even in a Chinese landscape, as well as in it I can rediscover the laws of universal harmony that a primitive from Siena, for example, was trying to represent.”

I am walking through pavilion A of the Contemporary Art Fair of Forlì.
I am asking myself why am I not so receptive for not being emotionally involved by the works.
I look, look again, contact, talk, take the business cards; I let myself being caressed by others eyesight, others voices, by the presentations of other art dealers who are putting efforts in selling telling me, before each description of the works, that Italy is going through a very difficult moment; I neither nod nor deny. I listen. Listen to them and to what those pavilions provoke in me:
Coldness, tenderness, distance, hunger, conformism, thirst, poverty, loneliness, irony and suddenly, a little wall in the end, makes me smile, I go closer already in love, attracted and grabbed by something new. There my encounter with the work of Ciro or Roberto Cipollone!

Is work makes me jump for joy.
I ask the prices and the catalogue.
The art dealer is not just a dealer, is a painter who loves the work and the personality of Ciro; before talking about the work he shows me the picture of the sculptor on the catalogue; of whom, my son, will say later on, celebrating my admiration: “During Christmas he doesn’t work as a sculptor, surely they pay him very well to do Santa Claus!”. Admiring together the light in his glance, Christmas-like.
I would like to buy every single thing that he was able to create, what in that union of materials, defined by him “humble”, has managed to see, to make me see, to rediscover. I feel happy, I smile in front of his works, I find a greatness that I will later read in the voice of Antongiulio Zimarino, in the title of the presentation of the catalogue: “Discovering the meaning of what appears useless”. And going ahead with the text:
“Time, age, space, childhood memories, our having to be, our possible future, we identify it recomposing the pieces of forgotten and suffered life in images of harmony, generating an unexpected plan, starting exactly from those things that we humanly would tend to discard”.
After him, I walk towards the rain that is softly falling. I cross the road allowing it to wash my whole joy. Abandoning myself to the childhood that guides me in each wonder, I read, Ciro says: “The phrase of the Gospel: “A bruised reed shall he not break, and the smoking flax shall he not quench” helps me to get close to some decaying objects with so much respect for the amount of life they still have in them. I would like to revalue life in its last breath”.
I go back to my house of Rome, the wind moves the leaves and makes a little shovel that was leaning on the wall fall. I stop to look at it. I ask myself: what would have Ciro seen from above of this perspective? A man, a woman, some bread?
I thank him for giving me what I think is one of the fundamental functions of art: wonder

Rome, under the water, strong, it is rain but, it seems etched. 2011 – Maria A. Listur

Contare/Counting

-Quarantasette?
-Non è possibile.
-1964.
-No!
-Perché no?
-Sembri più giovane.
-Sembra un’offesa se non chiarisci in quale senso.
-D’aspetto.
-La pelle? I muscoli? I capelli?
-Tu.
-Allora è un’offesa.
-Ma no! Ti trovo splendida d’aspetto!
-Quando incontri gente di vent’anni o di trenta o anche di quaranta che non stanno fisicamente bene cosa dici? Sembri più vecchia?
-Beh… non dico.
-Ecco, non dire.
-Non accetti i complimenti! Sei aggressiva!
-Accetto i complimenti, non accetto il tuo complimento.
-Non voglio discutere!
-Io non sto discutendo, ti sto dicendo quello che penso, quello che condivido oppure no.
-Dovevi soltanto dire “grazie”.
-Sicuro? E di cosa dovrei ringraziare? Devo ringraziare che si continui a festeggiare la giovinezza come unico valore per dire ad una donna che sta bene? Non ho nessuno da ringraziare, tranne la natura, i miei genitori e la disciplina che mi fa curare quello che loro mi hanno dato!
-Dimmi come ti si può dire che stai bene?
-Dimmi grazie.
-Di cosa?
-Di essere un paesaggio che ti rallegra.
-Sei vanitosa.
-Sono felice.
-Presuntuosa.
-Luminosa vorrai dire?
-Superba!
-Elegante?
-Dammi un significato della parola eleganza!
-Secondo Jean-Paul Sartre, “l’eleganza è quella qualità del comportamento che trasforma la massima quantità di essere in apparire”.

Roma, il cui tempo insegna che l’eternità è un valore scritto nella parte più dura dell’esistere. 2011 – Maria A. Listur

 

Counting

-Forty-seven?
-It’s not possible.
-1964.
-No way!
-Why not?
-You look younger.
-It sounds like an offence if you don’t clear the sense up.
-The look.
-The skin? The muscles? The hair?
-You.
-Then it is an offence.
-Well no! I find you beautiful!
-When you meet people of twenty or thirty or even forty years old who are not well in shape what do you tell them? You look older?
-Well… I don’t say anything.
-Well, don’t say anything.
-You don’t accept compliments! You are so aggressive!
-I do accept compliments, I don’t accept your compliment.
-I don’t want to discuss!
-I am not discussing, I am telling you what I think, what I agree with and what I don’t.
-You should just have said “thank you”.
-Really? And what should I be thankful for? Should I be thankful that it’s kept celebrating youngness as the only value to say to a woman that she is fine? I don’t have to thank anybody, beside nature, my parents and the discipline that make me take care of what they have given to me!
-How can anybody tell you that you are well?
-Tell me thank you.
-For what?
-To be a site that makes you happy.
-You are cocky.
-I am happy.
-Presumptuous.
-Brilliant you want to say?
-Overconfident!
-Elegant?
-Give me one meaning of the word elegant!
-According to Jean-Paul Sartre, “Elegance is that quality of the behavior that transforms the most quantity of being into appearing”.

Rome, the time of which teaches that eternity is a value written in the hardest part of the existence. 2011 – Maria A. Listur