“Il silenzio è un tempio che non necessita dio”/“Silence is a temple that doesn’t need god”

Roberto Juarroz

Entro nella sala semivuota pregando si riempia. Mi siedo. I posti liberi sono tanti, il miracolo però, esiste. Alla mia destra un signore con la camicia bordeaux, la noto perché mi piace il contrasto con la pelle bianca e l’attaccatura della barba di – immagino – un giorno. Alla mia sinistra, il vuoto. Tutto diventa buio. Un buio che mi fa scorgere un profumo conosciuto ma non la provenienza, l’occhio vuole sapere. La sala si riempie. Lo spettacolo incomincia. Si sviluppa. Finisce. Applaudo con la gioia triste che da sempre mi regalano i clown. Il profumo persiste. I saluti sul palco non mi fanno rintracciare ancora la provenienza ma, mi risvegliano il ricordo. Ricordo abbracci di quell’odore, baci in quella fragranza. Mi ripeto “non è un profumo, è una persona”. Vado alla toilette. Apro la porta colpendo un paio di scarpe, sento un suono sordo, poi un “Scusa” infine ritrovo in un solo istante il profumo, la pelle, la fragranza, la persona.
-Scusa.
-Scusa tu, credevo fosse libero.
-Non ho messo il gancetto.
-Non ho bussato.
-Entra… entra…
-Ah sì grazie.
-T’aspetto.
-Come?
-T’aspetto.
-Va bene.
Esco dalla toilette e lo trovo di fronte alla porta. Usciamo insieme in un silenzio che ci avvicina. Lui domanda:
-Ti posso accompagnare da qualche parte?
-Abito nel quartiere. Grazie.
-Ah, hai cambiato casa, certo! Un bicchiere di vino?
-Preferisco tornare a casa.
-Ti ho perturbato?
-No.
-Io mi sento emozionato, scusa…
-Di cosa?
-Di non poter rimanere in silenzio.
-Io sono arrivata.
-Questa è la tua casa?
-Sì.
-E dove è il citofono?
-Dentro il giardino. Si deve venire di giorno quando il portone principale è aperto o devo scendere ad aprire.
-E se non vuoi scendere?
-Devo aprire dalla parte posteriore della villa, sulle mura.
-Allora ti saluto qui? Davanti a un portone schiacciante e quasi senza parole?
-Mi hai salutato tante volte.
-La tua poetica non mi convince… Dovresti studiare meglio come liberarti delle persone senza che se ne accorgano.
-Io non mi libero di nessuno, esercito il coraggio di condividere soltanto quello che voglio.
-Ma se non stai condividendo altro che quaranta metri!
-Appunto.
-Allora buonanotte?
-Buonanotte.
Conto i miei passi prima d’arrivare alla scala, arrivata al numero dei miei anni ricordo Roberto Juarroz:

“Dopo mezza vita o chissà tutta,
poche cose resistono:
il luogo dove le parallele tremano,
la notte in cui un amore morto torna ad essere vivo,
un’istanza che non è la luce, né l’ombra né le sue gradazione intermedie,
uno spazio che non è il tutto senza gli altri,
certe introduzioni verso fuori.

Forme di fedeltà che ignoriamo,
soltanto in esse è possibile
postergare un po’ l’impossibilità di tutto.”

Roma, sfera magnifica dove ogni ritorno fa fiorire certezze, nuove. 2011 – Maria A. Listur

 

“Silence is a temple that doesn’t need god”
Roberto Juarroz

I enter in the room almost empty that I wish will become full. I sit. The empty seats are many, but the miracle, exists. At my right a man with a Bordeaux shirt, I notice him because I like the contrast with his white skin and the beard line of – I imagine – of a day. At my left, emptiness.
Everything turns dark. A darkness that makes me sees a known perfume but not where it comes origins, the eye wants to know. The room gets full. The show starts. It develops. It ends. I applaud with the sad joy that since ever the clowns give me. The perfume persists. The greetings on the stage don’t make me trace yet the origin but, awake my memory. I remember hugs of that perfume, kisses of that fragrance. I repeat to myself “it is not a perfume, it is a person!”. I go to the toilette. I open the door hitting a pair of shoes, I hear a thud, then a “Sorry” lastly I rediscover in one moment the perfume, the skin, the fragrance, the person.
-Sorry.
-Excuse me, I thought it was empty.
-I didn’t lock.
-I haven’t knock.
-Enter… enter…
-Ah yes thank you.
-I’ll wait for you.
-What?
-I’ll wait for you.
-All right.
I get out of the toilet and I find him in front of the door. We go out together in a silence that makes us closer. He asks:
-Can I take you anywhere?
-I live in this area. Thank you.
-Right, of course, you have moved lately! A glass of wine?
-I’d rather go home.
-Have I perturbed you?
-No.
-I feel excited, excuse me…
-For what?
-For not being able to be quiet.
-I have arrived.
-This is your house?
-Yes.
-Where is the entrance phone?
-In the garden. You have to come in daylight when the main gate is open or I have to come down to open.
-What if you don’t want to come down?
-I have to open the back door of the villa, on the walls.
-So we say goodbye here? In front of an oppressive gate and almost without words?
-You have said goodbye to me many other times.
-Your poetic doesn’t convince me… You should study a better way to get rid of persons without letting them realize it.
-I don’t get rid of nobody, I practice the courage of sharing only what I want to share.
-But you are not sharing anything but forty square meters!
-Exactly.
-So goodnight?
-Goodnight.
Counting my steps before reaching the stairs, when I reach the number of my age I remember Roberto Juarroz:

“After half a life or maybe all of it,
few things remain:
The place where parallels shake,
the night in which a dead love comes back to life,
an instance that it’s neither light, nor shadow nor its intermediate graduations,
a space that is not the whole without others,
some introductions toward outside.

Forms of fidelity that we ignore,
only in those it is possible
let go a little the impossibility of everything.”

Rome, magnificent sphere where each return makes blossom certainties, new. 2011 – Maria A. Listur

Babbo Natale esiste, sì./Santa Claus exists, yes.

-Chi è?
-Fiori.
-Da chi?
-R. A.
-Chi?
-R. A.
-Credo si sia sbagliato.
-Lei è la Signora Maria Listur?
-Sì.
-Allora Signora sono i suoi, mi fa salire?
-Non conosco la persona che me li invia, mi faccia la cortesia di portarseli.
-Mi hanno detto che se lei non li accettava dovevo dirle: “Ti ricordi della Tempesta di Turner?”
-Salga.

Londra. Tate Gallery. Un Natale sorride nella memoria.
Due sguardi s’incrociano nella mattinata grigia di Londra.
Uno di loro viaggia ad angolo con la prospettiva di qualcuno che conoscerà tra poco.
-Ama Turner.
-Sì. Sono rapita.
-Ma non si stanca?
-Di cosa?
-È in piedi da venti minuti.
-Sono davanti alla Tempesta di Neve.
-Parlavo della sua immobilità.
-Ah, credevo che stesse parlando del quadro.
-No! Ho soltanto questo quadro a casa.
-Fotografie o copie?
-Fotografie e copie.
-Copie buone?
-Vuole vederle? Abito dietro la galleria e se cerco di violentarla o ucciderla, la salverebbero subito. Vivo in un loft di vetro.
-Infrangibile?
-Doppio vetro, sì.
-Allora non mi sentirà nessuno…
-E se cerco d’illuminarla?
Il loft di vetro era di vetro e legno. Il soffitto era una Tempesta, il pavimento in legno era dipinto da una Tempesta che sosteneva lo spazio quasi vuoto. Su un cavalletto ancora un’altra Tempesta. In bagno una Tempesta avvolgeva, non si distinguevano i sanitari fatti in ocra, azzurro, grigio e blu.
E’ stato una tempesta.
A Londra.
Un inverno che sembrava si potesse bruciare di freddo.

I tulipani sono gialli. Il biglietto una stampa di Turner: Angelo ritto nel sole del 1846. Gialla Ocra Grigia Antracite. Una calligrafia riconoscibile dice: “A te, che sei sempre in piedi davanti a me, e guardi, godi. Buon Natale R. A.”
Scelgo un vecchio vaso per accogliere i signori della mia tavola, ogni tanto li osservo, da lontano, mentre taglio il cavolo cappuccio, ascolto il suono del fuoco, Tristano e Isotta nell’aria del crepuscolo. Ricca di spazi d’amore che la vita mi fa risuonare; ricordo: “La via della bellezza comincia nel piacere, aprendo il corpo dell’anima alla delizia, che è comunque ciò che si intende con la parola sensoriale “gusto”.” James Hillman

Roma, un giorno del mio Natale, nel sole. 2011 – Maria A. Listur

 

Santa Claus exists, yes.

-Who is it?
-Flowers.
-From who?
-R. A.
-Who?
-R. A.
-I think you’ve got it wrong.
-Are you Mrs. Maria Listur?
-Yes.
-Then Madame this must be yours, may I come?
-I don’t know the person who is sending, do me the favor of taking them with you.
-They have told me to tell you that if you didn’t accept them I should have told you: “ Do you remember Turner’s Snowstorm?”
-Come on in.

London. Tate Gallery. A Christmas smiles in the memory.
Two glances meet in the grey morning of London.
One of them is travelling at angle with a perspective of someone that will meet in few moments.
-You love Turner.
-Yes. I am spellbound.
-Don’t you get tired?
-Of what?
-You have been standing twenty minutes.
-I am in front of Snowstorm.
-I was talking about your stillness.
-Ah, I thought you were talking about the painting.
-No! I have only this painting in my house.
-Photographs or copies?
-Photographs and copies.
-Good copies?
-Do you want to see them? I live behind the gallery and if I try to rape you or kill you, they would save you right away. I live in a glass loft.
-Infrangible?
-Double coated, yes.
-Then nobody will hear me…
-And if I try to illuminate?
The glass loft was of glass and wood. The ceiling was a Storm, the wooden floor was painted in a Storm that was sustaining the almost empty space. On an easel again another Storm. In the toilet a Storm enshrouded, the ochre, azure, grey and blue bathroom fittings could not be distinguished.
It has been a storm.
In London.
A winter in which it seemed one could be burned by coldness.

The tulips are yellow. The card was a printing by Turner: The Angel Standing in the Sun of 1846. Yellow Ochre Grey Anthracite. A recognizable handwriting says: “To you, who is always standing in front of me, and look, enjoy. Merry Christmas R. A.”
I choose an old vase to welcome the lords of my table, every once in a while I observe them, from afar, while cutting the cabbage, I listen to the sound of fire, Tristan and Isolde in the air of the twilight. Enriched of love spaces that life makes me resound; I remember: “The path to beauty starts with pleasure, with opening up the body and the soul to delight which is, anyway, implicit in the sensorial word “taste”.”
James Hillman

Rome, a day of my Christmas, in the sun. 2011 – Maria A. Listur

“Perché l’amore è semplicemente questo: La forma dell’inizio ostinatamente nascosta dietro i finali.”/“Because love is simply this: The shape of the beginning obstinately hidden behind the ends”

Roberto Juarroz

-Come si chiama la tua mamma?
-Maria.
-No, tu ti chiami Maria.
-Ci sono tante persone che si chiamano Maria.
-No, Maria sei tu.
-Adesso sai che anche la mia mamma si chiama Maria.
-Non è vero.
-Sì, è vero amore.
-Non è vero tu sei adottata!
-Tesoro. Tu sai cosa vuol dire la parola adottata?
-Sì.
-Cosa vuol dire?
-Vuol dire essere nati a casa di alcuni che poi non sono i tuoi genitori.
-O il contrario…
-Non capisco.
-Che vivi con alcune persone che non sono quelli che ti hanno fatto nascere ma che ti fanno crescere.
-Ahhh. Vedi! Sei adottata!
-Stellina, io ho vissuto con quelle persone che mi hanno fatto nascere e crescere.
-No tu non sei di loro!
-Ah no? E di chi sono.
-Tu vieni dal cielo.
-Anche tu?
-Non lo so.
-Non sai da dove vieni tu ma sai da dove vengo io?
-Sì, perché tu sei sempre contenta.
-Che vuoi dire?
-Vieni dal cielo!
-O dalla terra.
-È lo stesso perché se ti metti con la testa giù il cielo è la terra.
-E da quale parte del cielo o della terra tu credi io venga?
-Da una parte gialla.
-Un pianeta?
-Quando facciamo la verticale insieme io vedo che tu vieni dai tulipani e quando mi metto in piedi io vedo che tu vieni dalle stelle per questo tu dici sempre ciao stella come stai stellina mi passi la mamma mia stella e…
-Perché volevi sapere il nome della mia mamma?
-Perché quando le ho detto alla mia mamma che tu non avevi la mamma anche lei mi ha detto che tua mamma si chiama Maria e io volevo sapere se anche tu pensavi che io credevo alle favole…
-Quale favola?
-Quella della tua mamma!
-Tesoro, è vero, io ho una mamma come la tua.
-E no! Tu la devi smettere di credere che hai una mamma tu non sei figlia di nessuno tu sei una bambina senza genitori sei adottata!
-Va bene va bene… E da chi sono nata?
-Dalla luce te l’ho già detto dalla luce. Ora basta! Fammi vedere come disegni il tuo cielo.
Prendo il pezzo di carta più grande che ho, acrilici, pennelli, mentre con le dita incomincio a creare un nuovo cielo per la mia prima volta da stella. Una strega piccola e rossa mi trasporta con i suoi occhi sempre verdi in un immaginario dove l’origine si perde nell’ampiezza d’infiniti universi. Quando prendo la sua manina bianca quanto la carta d’acquarello per guidarla nel gesto celeste, lei la ritira rapida e dice:
-Voglio vedere il tuo cielo non il mio.
Io rido lasciandomi cadere sul foglio immenso con la lunghezza del mio corpo e la leggerezza di tutta l’anima; m’impregno di azzurri, celesti, bianchi, lei scoppia in una risata; divento una ad una le parole di P. Quignard:“Cosa è il benessere? Un incanto che dice a sé stesso addio.”

Roma, le correnti portano una gioia che soltanto il pianto conosce. 2011 – Maria A. Listur

 

“Because love is simply this:
The shape of the beginning
obstinately hidden
behind the ends”
Roberto Juarroz

-What’s your mom’s name?
-Maria.
-No, you are Maria.
-There are many persons that go by the name Maria.
-No, Maria it’s you.
-Now you know that my mom also is named Maria.
-It’s not true.
-Yes, it’s true my love.
-It’s not true you are adopted!
-Honey. Do you know the meaning of the word adopted?
-Yes.
-What does it mean?
-It means to be born in a house of some ones that are not your parents.
-Or the opposite…
-I don’t know understand.
-That you live with some persons that are not those that give you birth but that raise you.
-Ahhh. See! You are adopted!
-Little star, I have lived with those persons that gave me birth and raised me.
-No you are not of them!
-Ah no? And who am I of.
-You come from the sky.
-You too?
-I don’t know.
-You don’t know where you come from but you know where I come from?
-Yes, because you are always happy.
-What does it mean?
-You are from the sky!
-Or from the earth.
-It’s the same because if you go upside down the sky is the earth.
-And from what part of the sky or the earth do you believe I come from?
-From a yellow place.
-A planet?
-When we stand on our hands together I see that you come from the tulips and when I stand I see that you come from the stars for this reason you always say hi little star how are you little star can you give me your mom starry girl…
-Why did you want to know the name of my mom?
-Because when I told my mom that you didn’t have a mom she also said that your mom’s name was Maria and I wanted to know if you also thought that I believed in fairy tales…
-What fairy tales?
-The one about your mom!
-Honey, it’s true, I have a mom like yours.
-No! You have to stop believing that you have a mom you are daughter to nobody you are a girl without parents you are adopted!
-All right all right… And from whom was I born?
-I told you already from the light. Now stop it! Show me how you draw your sky.
I take the biggest sheet of paper that I have, acrylics, paintbrushes, while with my fingers I start creating a new sky for the first time as a star. A small and red witch is carrying me with her evergreen eyes in an imaginary where the origin is lost in the wideness of infinite universes.
When I take her small white hand as white as the paper for watercolor to guide her in the celestial gesture, she draws it rapidly back and says:
-I want see your sky not mine.
I laugh letting myself fall on the immense sheet with the length of my body and the lightness of the whole soul; I get soaked with azures, sky-blues, she burst in to a laugh; I become one by one the words of P. Quignard: “What is well being? An enchantment that says to itself goodbye.”

Rome, the flows carry a joy that only the tears know. 2011 – Maria A. Listur

Jurgen Habermas

“È la necessità di un agire coordinato che induce, nella società, il bisogno della comunicazione.”

-Buonanotte.
-Buonanotte.
-Dove sta andando?
-A casa.
-Vicino?
-Molto.
-Non ha paura?
-Di cosa.
-Sono le due.
-Non porto l’orologio.
-Esce sempre da sola.
-Spesso.
-Conosce il quartiere?
-E lei?
-Cosa?
-Lo conosce?
-Sì. Io ci abito.
-Allora è lei che ha paura.
-Sono un uomo.
-Io sono tranquilla.
-Ma è sempre una donna.
-Impaurita abbastanza da farmi accompagnare.
-Io la vedo da sola.
-Invece e lei che mi sta accompagnando.
-E non le faccio paura?
-Ha bisogno d’impaurirmi?
-E la terza volta che la vedo attraversare la piazza a questa ora. Sono curioso. Cosa fa?
-Vado a casa.
-Dove abita?
-Sono arrivata.
-Si è veramente fatta accompagnare.
-Eh sì. Buonanotte.
-Buonanotte.
I gradini della scala che mi porta a casa scricchiolano dando musica al pensiero, accompagna le poesie scritte in prosa da Roland Dubillard: “La notte, quando s’incontra qualcuno, ci si domanda se sia noi stessi. (Nella notte è sempre me che rincontro.)”

Parigi, una luna che sa di sole, una pioggia che sa di sete. 2011 – Maria A. Listur

 

Jurgen Habermas
“It is the necessity of a coordinated action that induces, in society, the need of communication.”

-Goodnight.
-Goodnight.
-Where are you going?
-Home
-Near?
-Very.
-Aren’t you afraid?
-Of what.
-It’s two.
-I don’t have a watch.
-Do you often go out alone?
-Often.
-Do you know this neighborhood?
-And you?
-What?
-Do you know it?
-Yes. I live here.
-Then it’s you who is afraid.
-I am a man.
-I am serene.
-But you still are a woman.
-Afraid enough to let myself be escorted.
-I see you alone.
-In fact it’s you who is escorting me.
-Don’t I make you scared?
-Do you need to scare me?
-It’s the third time I see you crossing the square at this hour. I am curious. What are you doing?
-Going home.
-Where do you live?
-I have arrived.
-You really made me escort you.
-Well yes. Goodnight.
-Goodnight.
The steps of the stairs that brings me home are creaking giving music to the thought, it accompanies the poems written in prose by Roland Dubillard: “At night, when we meet someone, we ask ourselves if it is us. (At night it is always me who I encounter.)”

Paris, a moon that feels like sun, a rain that feels like thirst. 2011 – Maria A. Listur

“Un’opera d’arte è un angolo della creazione visto attraverso un temperamento”/”A work of art is an angle of the creation seen through a temperament”

Émile Zola

Entra come si entra in un tempio. Si siede sul tatami che frequenta da anni, incomincia a togliere delle cose dalla sua borsa che le riposa accanto. Porto il mio mate, mi siedo davanti a lei, la guardo sorridendo, leggo i suoi occhi commossi. Chiedo:
-Tutto bene?
-Ti devo far vedere una cosa.
Mi allunga una busta piccola, di quelle bianche dove a Roma mettono i cornetti da portar via. Dice:
-Apri.
Apro e sfilo una cartolina con un disegno della Vergine e un Gesù Bambino che sembrano una mamma col fazzoletto in testa e una bambina coi capelli biondi rossicci. Insiste:
-Puoi leggere.
Apro la cartolina. Trovo, a sinistra, lettere scritte con una mano acerba e fresca: “… ti regalo il verde perché ti piace, perché è Natale e perché ti voglio bene…” Sulla parte destra, tre foglie di diversa tonalità di verde, appoggiate. Riconosco la firma della figlia.
Mi commuovo talmente tanto che non riesco a parlare. Carezzo le foglie, apprezzo le tonalità che anche io avrei scelto. Mi ricordo silenziosamente di Mendoza, dove dicono esista la più bella espressione della natura per quanto riguarda l’autunno. Vorrei portare quella bambina a raccogliere foglie per la sua mamma in un luogo dove le ha raccolte mio figlio quando appena camminava. Fermo la memoria. Mi asciugo le lacrime. Dico:
-Quanto è delicata.
-Sì. In questo momento non riusciamo a separarci.
-Felici.
-Felici. Ha fatto anche questo per te.
Mi allunga un altro disegno. Un foglio blu, con dei piccoli cerchi bianchi, una casa alta e lontana, un albero. Tutto ha il colore d’un dopo il crepuscolo, prima della notte fonda. Illuminato lo spazio dai cerchi bianchi. Ringrazio, ci congediamo.
Espongo il regalo della bambina in un posto dove si possa vedere, su un cavalletto di misura perfetta per accogliere l’opera.

Un uomo che ha perso la vista al cinquanta percento viene a trovarmi. Entra, gli occhi curiosi rivolti alle pareti, fissa lo sguardo nel grande blu della mia piccola maestra. Dice:
-Chi l’ha fatto ti conosce.
-Sì.
-Ma molto.
-L’ho accompagnata da fuori del ventre della madre.
-È piccola?
-Sì e no.
-No. Ha letto come tutte le tue luci si incomincino a distendere comodamente nella tua notte più buia, come tutto è casa.
Mi lascia le rose che era venuto a portarmi, si congeda.
Le spine delle rose selvatiche mi fanno sentire sotto la pelle il canto di qualcuno che amo, lui dice da dentro: “Io sono un clown, e faccio collezione di attimi” Heinrich Boell

Parigi, vuota di foglie, piena di gocce, generosa di luce. 2011 – Maria A. Listur

 

“A work of art is an angle of the creation seen through a temperament”
Émile Zola

She enters as entering in a temple. She sits on the tatami that she has attended for years, she starts taking out things from her purse that is resting next to her. I bring my mate, seat in front of her, look at her smiling, read her moved eyes. Ask:
-Everything all right?
-I have to show you something.
She hands me a small bag, one of those white ones where in Rome they put the croissants to take away. She says:
-Open it.
I open and take out a card with a drawing of the Virgin and baby Jesus who look like a mother with a scarf on the head and a baby girl with blond red hairs. She insists:
-You may read.
I open the card. I find, on the left, written letters by an unripe and fresh hand:”…I am giving you the green because you like it, because is Christmas and because I love you…” On the right side, three leaves of different variations of green, laid. I recognize the signature of her daughter.
I am moved so much that I am unable talk. I caress the leaves, I appreciate the tonalities that I too would have chosen. I quietly remember of Mendoza, where they say it exist the most beautiful expression of nature concerning autumn. I would like to bring that girl to gather leaves for her mother in a place where my son has gathered them when he could almost walk.
I stop the memory. I dry my tears. I say:
-She is so delicate.
-Yes. In this moment we can’t separate from each other.
-Happy.
-Happy. She made this for you.
She hands me another drawing. A blue sheet, with small white circles, a house tall and far, a tree. Everything has the color of after the sunset, before the deep night. The space is illuminated by the white circles. I thank, we part.
I am showing the present from the girl in a place where it can be seem, on a made to measure easel perfect to hold the work.

A man who has lost fifty percent of his eyesight comes to visit. He enters, the curious eyes towards the walls, he stares at the big blue of my little master. He says:
-Who made it knows you.
-Yes.
-A good deal.
-I have accompanied her from outside her mother’s belly.
-Is she small?
-Yes and no.
-No. She has read how all your lights are starting to comfortably relax in your darkest night, how everything is home.
He leaves the roses that he came to give me, he goes away.
The thorns of the wild roses make me feel under the skin the chant of somebody that I love, he says from inside: “I am a clown, and I collect moments” Heinrich Boell

Paris, emptied of leaves, full of drops, generous of lights. 2011 – Maria A. Listur

Dietro il velo/Behind the Veil

-Ma lei è rossa! Mi sembrava bionda!
-Effetto delle luci.
-Mi sembrava anche gigantesca.
-Scusi, sto andando in bagno.
-Possiamo parlare dopo?
-Vado in bagno e poi parliamo.
-Vada vada.
Attende fuori dalla porta.
-L’ascolto.
-Ascoltavo io.
-Grazie di essere venuto.
-P.
-Maria.
-Lo so.
-Brinda con noi?
-Non m’interessa brindare. Parli.
-Di cosa?
-Voglio ascoltare la sua voce naturale.
-La mia voce è naturale.
-Secondo lei, mi sta parlando come prima?
-Sì.
-La sento diversa, sì, direi più rossa!
-Sono nata rossa.
-Prima era più bionda, un sole.
-Da lontano è molto più facile scaldare senza bruciare.
-Furba! Non si vuole aprire lei? Sul palcoscenico è più facile essere nudi. La distanza protegge.
-Per me è una questione d’intensità della luce, non di nudità.
-Di luce. Mmm… E l’ombra?
-Pratica d’autenticità.
-In cosa consiste?
-Da quello che lei ha detto deduco che per lei sarebbe come trovare l’arancione nascosto dietro il mio colore.
-In cosa consiste per lei?
-Ho una risposta scritta da Raffaele Morelli che è molto più intensa di qualsiasi mia pratica alchemica:“Tutti dobbiamo imparare che la nostra autenticità si trova nel buio del nostro essere, non riposa nel nostro lato visibile. E quindi più ragioniamo, più pensiamo su di noi, e più ce ne allontaniamo.”
-Allora lei non è né bionda né rossa.
-Infatti; per farle conoscere il mio colore dovrei per forza denudarmi oppure, le dovrei far vedere una foto della mia infanzia.
-E per conoscere il suo suono?
-Ascolti le pause.

Calcata, dove tutti gli angeli si sono riuniti per accompagnare ogni soffio. 2011 – Maria A. Listur

 

Behind the Veil

-You are a redhead! You looked blonde!
-The lights effect.
-You also seemed gigantic.
-Excuse me, I am going to the toilet.
-Can we talk later?
-I go to the toilet and then we talk.
-Go go.
The person waits outside the door.
-I am listening.
-I was listening.
-Thanks for coming.
-P.
-Maria.
-I know.
-Do you drink with us?
-I don’t care about drinking. Talk.
-About what?
-I want to hear your natural voice.
-My voice is natural.
-According to you, are you talking as before?
-Yes.
-I hear you different, I’d say more red!
-I was born redhead.
-You were blonder before, a sun.
-It’s much easier to warm without burn from far.
-Clever! You don’t want to open up? On stage it’s easier to be naked. The distance protects.
-To me is a matter of intensity of light, not nudity.
-Of light. Mmm… And the shadow?
-Practice of authenticity.
-In what does it consist?
-According to what you said I deduce that for you would be to find the orange hidden behind my color.
-In what does it consist for you?
-I have a written answer by Raffaele Morelli that is much more intense than any alchemic practice of mine: “All of us have to learn that our authenticity is in the darkness of our being, it doesn’t rest in our visible side. Therefore the more we reason, the more we think about ourselves, and the more we go further away from it.”
-Then you neither are blond nor redhead.
-Exactly; to let you know my color I should either undress myself or, I should show you a picture of my childhood.
-And to know your sound?
-Listen to the pauses.

Calcata, where all the angels have gathered to accompany each blowing. 2011 – Maria A. Listur

“L’ultima cura è appassire”/“The last cure is to whiter”

Roberto Juarroz

-Viagra?
-Viagra.
-Come mai?
-Mi rasserena.
-Lei lo sa?
-Ma no!
-Ti sembra corretto?
-Mi sembra necessario.
-Mentirle?
-Autosostenermi.
-E da quando hai bisogno di auto sostegni?
-Da quando non ho le risposte che desidero.
-E da quando le risposte che desideri sono soltanto quelle che ti aspetti?
-Da qualche anno.
-Che fortuna averti conosciuto alcuni anni fa!
-Che orrore che tu mi ricordi…
-Rimpianti?
-Tanti.
-Di tipo sessuale?
-Animico.
-Qualche donna?
-Una famiglia.
-Persa?
-Insieme ad altri movimenti.
-Di lavoro?
-Scelte.
-Sembri triste?
-Sono italiano.
-Stai cercando che cancelli il ricordo di qualcuno che credeva alle cose che viveva come quelle uniche e vere manifestazioni d’un desiderio più ampio di quello che diceva desiderare?
-Sto cercando che tu faccia il tuo lavoro primordiale!
-Quale sarebbe?
-Racconta.
-Cosa?
-Qualcosa che ricordi me.
-Non è il mio lavoro primordiale. È un mio piacere.
-Raccontami.
-Mi viene una frase che può riportarci a te.
-Dilla.
-É di Hans Krailsheimer:“Gli uomini con talento trovano delle soluzioni, i geni scoprono dei problemi.”

Roma, dove l’autunno fa fiorire delle rose a prescindere d’ogni stratagemma. 2011 – Maria A. Listur

 

“The last cure is to whiter”
Roberto Juarroz

-Viagra?
-Viagra.
-How come?
-It brightens me up.
-Does she know?
-No way!
-Do you think is correct?
-I think it’s necessary.
-Lie to her?
-Self-sustain myself.
-And since when do you need self-sustainment?
-Since I am not getting the answers that I wish for.
-And since when the answer that you wish for are only those that you expect to have?
-Since few years.
-How lucky to have met you some years ago!
-What a shame that you remember me…
-Regrets?
-Many.
-Regarding sex?
-Spiritual.
-About a woman?
-A family.
-Lost?
-Together with other movements.
-Regarding love?
-Choices.
-Are you sad?
-I am Italian.
-Are you trying to make me forget the memory of somebody who believed the things he lived as unique and real manifestations of a desire much wider than the one he said he desired?
-I am trying to make you do your primordial work!
-What would it be?
-Tell.
-What?
-Something that reminds of me.
-That’s not a primordial work. It’s my pleasure.
-Tell about me.
-I have a quote that could lead us to you.
-Say it.
-It’s by Hans Krailsheimer: “Men with talent find the solutions, geniuses discover the problems.”

Rome, where autumn makes the roses blossom regardless of any stratagem. 2011 – Maria A. Listur

Cesare Pavese

“L’unica gioia al mondo è cominciare. E’ bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, a ogni istante.”

Apro la porta per uscire. Faccio passare prima una e poi l’altra. Esco. Piove. Il colore del pomeriggio diventa perlaceo.
-Piove.
-Voi andate di là. Io sono a casa.
-Ah, sì.
Abbraccio una e poi l’altra. Ci guardiamo a turno. Mi guardano entrambe carezzandomi con gli occhi.
-Grazie.
-Grazie.
-Grazie.
Ci vedremo tra due giorni in un altro paese ma tutte e tre sappiamo che ci sarà soltanto una parte del mio spirito, l’altra parte resta qui, nel grigio umido brillante freddo dolce distaccato garbato in cui mi ritrovo “intera”.
Faccio un gesto irriproducibile con parole, un suono con le mani strette. Le bacio tre volte. Si voltano verso la metropolitana di Bastille, si nascondono sotto un ombrello verde prendendosi dal punto vita, si allontanano prese da una nuova danza, festeggiano un addio, mi festeggiano. Le guardo da dietro, loro non sanno del mio sguardo indiscreto. Le derubo della loro intimità fino a quando si perdono tra la gente per rimanere rinnovate nel mio respiro. Mi volto in direzione inversa, torno a casa nel grigio perlaceo che sta diventando antracite. Ascolto la città che mi accoglie. E m’innamoro ancora.
Apro un’altra porta, casa. Porto dentro tutta l’umidità ed il freddo della strada, ho una nuova gioia del corpo: non sento il bisogno d’asciugarmi o scaldarmi. Ricordo:

“Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.
Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.
Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza,
per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita
di fuggire ai consigli sensati.
Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge,
chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.
Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna
o della pioggia incessante.
Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.
Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.”
Pablo Neruda

Parigi, pioggia di mille soli, solitudine che porta amori. Maria A. Listur – 2011

 

Cesare Pavese

“The only joy in the world is to start. It is nice to live because living is starting, always, in each moment.”

I open the door to leave. I let pass first one then the other. I go out. It’s raining. The color of the afternoon is becoming pearly.
-It’s raining.
-You girls go that way. I am at home.
-Ah, yes.
I hug one then the other. We are looking at each other in turns. They both look at me caressing me with their eyes.
-Thank you.
-Thank you.
-Thank you.
We will see each other in two days in another country but the three of us know that there will be only a part of my spirit, the other part stays here, in the humid brilliant cold sweet polite grey in which I find myself a “whole”.
I do a gesture unrepeatable in words, a sound with my hands tight. I kiss them three times. They turn towards the subway of Bastille, they hide under a green umbrella holding each other from the waste line, they walk away appropriated by a new dance, they celebrate a farewell, they celebrate me. I see them from behind, they don’t know about my indiscreet glance. I rob them of their intimacy until they disappear among the people to remain renewed in my breathing. I turn to the opposite direction, I return home in the pearly grey that is becoming anthracite. I listen to the city that is welcoming me. And I fall in love again.
I open another door, home. I bring in the whole humidity and the coldness of the street, I have a new joy of the body: I don’t feel the need to dry up or warm up. I remember:

“Dies slowly he who transforms himself in slave of habit,
repeating every day the same itineraries, who does not change brand,
does not risk to wear a new colour of clothes,
doesn’t talk to whom doesn’t know.
Dies slowly he who avoids a passion, who prefers black to white
and the dots on the “i” to a whirlpool of emotions,
just those ones that recover the gleam from the eyes,
those ones that recover smiles from the yawns,
those ones that make hearts from the stumbling and feelings.
Dies slowly he who does not overthrow the table,
he who is unhappy at work, who does not risk the certain for the uncertain
to go toward a dream, he who does not allow at least once in his life
to flee from sensate advises.
Dies slowly he who does not travel, does not read,
does not listen to music, who does not find grace in himself.
Dies slowly he who destroys his self-love,
he who does not accept somebody’s help;
he who passes his days complaining of his bad luck
or the incessant rain.
Dies slowly he who abandons a project before starting it,
he who does not ask over a subject that does not know
he who does not answer when being asked about something he knows.
Let’s avoid death in soft quotes, remembering always that to be alive
demands an effort much bigger that the simple fact of breathing.
Only a burning patience will lead us to reach a wonderful happiness.”
Pablo Neruda

Paris, rain of a thousand suns, loneliness that brings loves. Maria A. Listur – 2011

Sollevare suono/Raising up Sound

Sono piacevolmente concentrata sulla lettura di “Boutés” di Pascal Quignard quando ascolto un piccolo suono che -tra il rumore dei motori dell’aereo, le hostess che annunciano il passaggio degli oggetti da comperare, i pianti dei bambini- mi perturba. Questo strano suono ricorda il suono del velluto carezzato dalla mano, odora di umano, gratta delicatamente, è monocorde.
Alzo gli occhi dal libro e cerco l’origine di questa litania.
Come primo impulso, mi lascio condurre dagli occhi quindi, guardo avanti, poi a sinistra, allungo il collo quasi a metà del corridoio dell’aereo. Niente.
Insiste.
Ora affido la guida consapevole all’orecchio, rilasso la testa, chiudo il libro e gli occhi; incomincio a guardare con l’udito. Divento tutto orecchio. Mi affido e mi fido.
Finalmente trovo.
Si tratta della mano della ragazza seduta accanto al finestrino che carezza costantemente un maglione peloso che indossa l’uomo seduto tra lei e me, deduco si tratti del suo uomo.
Da più o meno trenta minuti mi sta invadendo lo struscio – compassato, sostenuto, replicato – di una mano su una pancia che non possiede la mano che la carezza. Comprendo ora che quello strofinamento non cesserà, non mi abbandonerà per almeno un’altra ora. Mi salva il ricordo delle parole di un mio amico siciliano che diceva non sopportare di “essere lisciato”. Rido silenziosamente. Fugo – in un’immagine costruttiva – dal battere che negli sfregamenti percepisco:

-Posso darti un abbraccio?
-Sì.
L’abbraccio dall’alto mi fece odorare la lavanda selvaggia della camicia.
-Molte grazie.
-Di cosa?
-Di avermi permesso d’abbracciarti.
Sorrisi con una dolcezza che mi accompagna d’allora, anche quando il dolore sembrava insopportabile.
Sorrido ricordando la gentilezza. Mi faccio cullare dal rispetto che mio padre mi ha trasmesso allenandomi alla distanza da percorrere tra la mia carne e quella degli altri. Da un mondo dove io non ho casa, la sua mano torna nella sua lievità a carezzare lo spirito.

Parole non mie mi distraggono dal ricordo che ha reso muto il movimento di mani ricorrenti pance.
-Adesso basta! Toccami altro! Dice l’uomo accanto a me, sottovoce; con un sottovoce che io potrei ascoltare a dieci metri.
-Sì, la testa! Dice lei impadronendosi del suo cuoio capelluto come fosse un gatto.
-No la testa no!
-Vedrai come ti dico no anche io!

Scoppio a ridere! Loro s’interrompono e mi guardano, io ho aperto il libro facendo finta di leggere. Pena che l’ho aperto sottosopra! Lo alzo veloce e me l’avvicino alla bocca. Lui mi guarda dispregiativo come a dire “stai ridendo di noi brutta stronza!” Io strappo una pagina e la comincio a mangiare davanti agli occhi sorpresi della ragazza tutta mani e rossetto, accanto all’uomo tutta pancia e capelli. Loro si voltano. Si tengono mano nella mano. Sembrano presi da una depressione subitanea. Io mangio mentre penso: Sono riuscita a mangiare Pascal Quignard! E la pagina più bella del primo capitolo. Diceva: “La barca si avvicina all’isola degli uccelli che hanno teste di donne, nominati dai greci Sirene”.

Parigi, Ulisse che attende un canto. 2011 – Maria A. Listur

 

Raising up Sound

I am pleasurably concentrated on the reading of “Boutés” by Pascal Quignard when I hear a small sound that – among the sound of the engines outside of the aircraft, the hostesses who are announcing the passage of the things to buy, the cries of the babies- perturbs me. This strange sound resembles the sound of the velvet caressed by the hand, smells human, scratches delicately, is monotone.
I raise my glance from the book and look for the origin of this litany.
My first instinct, I let myself be guided by the eyes hence, I look forward, then on my left, I stretch my neck almost half way of the aisle of the airplane. Nothing.
It insists.
Now I entrust the conscious guide to the ear, I relax my head, close the book and the eyes; I start looking with my hearing. I became all ears. I entrust and trust.
Finally I find it.
It’s the hand of the young woman seated next to the window who is caressing constantly a hairy sweater that the man sitting between she and me is wearing, I assume that he is her man.
It’s been more or less thirty minutes that the stroking – stiff, sustained, repeated – is invading me it is of a hand on a belly that doesn’t posses the hand that is caressing it. I now realize that the stroking won’t cease, won’t leave me for at least another hour. The memory of the words of a Sicilian friend of mine save me, he used to say that he didn’t bear to “be patted”: I laugh silently. Escape – in a constructive image – from the beating that in the stroking I perceive:

-Can I give you a hug?
-Yes.
The hug from above made me smell the wild lavender of his shirt.
-Thank you very much.
-For what?
-For letting me hug you.
I smiled in such a sweet way that it still is with me since then, even when pain seemed unbearable.
I smile remembering the gentleness. I let myself be cuddle by the respect that my father has transmitted me training me for the distance to cover from my flesh to others. From a world where I have no home, his hand returns in his lightness to caress the spirit.

Words not mine distract me from the memory that has made silent the movement of hands over bellies.
-Now stop it! Touch something else! The man next to me says, in a whisper; with a low voice that I could hear from ten meters.
-Yes, the head! She says taking possession of his scalp as he was a cat.
-No, the head no!
-You’ll see how I will say no as well!

I burst into laughs! They stop and stare at me, I have opened the book pretending to read. Too bad I opened it upside down! I raise it quickly towards my mouth. He is looking at me in a weary way as he is saying “you are laughing at us you ugly asshole!” I rip off a page and start eating in front of the surprised eyes of the woman all hands and lipstick, next to the man all belly and hairs. They both turn away. They are holding hands. Seems to be taken by an abrupt depression. I am eating while thinking: I managed to eat Pascal Quignard! And the most beautiful page of the first chapter. It said: “The boat is getting close to the island of the birds that have the heads of women, named Sirens by the Greeks”.

Paris, Ulysses who waits for a chant. 2011 – Maria A. Listur