Sollevare suono/Raising up Sound

Sono piacevolmente concentrata sulla lettura di “Boutés” di Pascal Quignard quando ascolto un piccolo suono che -tra il rumore dei motori dell’aereo, le hostess che annunciano il passaggio degli oggetti da comperare, i pianti dei bambini- mi perturba. Questo strano suono ricorda il suono del velluto carezzato dalla mano, odora di umano, gratta delicatamente, è monocorde.
Alzo gli occhi dal libro e cerco l’origine di questa litania.
Come primo impulso, mi lascio condurre dagli occhi quindi, guardo avanti, poi a sinistra, allungo il collo quasi a metà del corridoio dell’aereo. Niente.
Insiste.
Ora affido la guida consapevole all’orecchio, rilasso la testa, chiudo il libro e gli occhi; incomincio a guardare con l’udito. Divento tutto orecchio. Mi affido e mi fido.
Finalmente trovo.
Si tratta della mano della ragazza seduta accanto al finestrino che carezza costantemente un maglione peloso che indossa l’uomo seduto tra lei e me, deduco si tratti del suo uomo.
Da più o meno trenta minuti mi sta invadendo lo struscio – compassato, sostenuto, replicato – di una mano su una pancia che non possiede la mano che la carezza. Comprendo ora che quello strofinamento non cesserà, non mi abbandonerà per almeno un’altra ora. Mi salva il ricordo delle parole di un mio amico siciliano che diceva non sopportare di “essere lisciato”. Rido silenziosamente. Fugo – in un’immagine costruttiva – dal battere che negli sfregamenti percepisco:

-Posso darti un abbraccio?
-Sì.
L’abbraccio dall’alto mi fece odorare la lavanda selvaggia della camicia.
-Molte grazie.
-Di cosa?
-Di avermi permesso d’abbracciarti.
Sorrisi con una dolcezza che mi accompagna d’allora, anche quando il dolore sembrava insopportabile.
Sorrido ricordando la gentilezza. Mi faccio cullare dal rispetto che mio padre mi ha trasmesso allenandomi alla distanza da percorrere tra la mia carne e quella degli altri. Da un mondo dove io non ho casa, la sua mano torna nella sua lievità a carezzare lo spirito.

Parole non mie mi distraggono dal ricordo che ha reso muto il movimento di mani ricorrenti pance.
-Adesso basta! Toccami altro! Dice l’uomo accanto a me, sottovoce; con un sottovoce che io potrei ascoltare a dieci metri.
-Sì, la testa! Dice lei impadronendosi del suo cuoio capelluto come fosse un gatto.
-No la testa no!
-Vedrai come ti dico no anche io!

Scoppio a ridere! Loro s’interrompono e mi guardano, io ho aperto il libro facendo finta di leggere. Pena che l’ho aperto sottosopra! Lo alzo veloce e me l’avvicino alla bocca. Lui mi guarda dispregiativo come a dire “stai ridendo di noi brutta stronza!” Io strappo una pagina e la comincio a mangiare davanti agli occhi sorpresi della ragazza tutta mani e rossetto, accanto all’uomo tutta pancia e capelli. Loro si voltano. Si tengono mano nella mano. Sembrano presi da una depressione subitanea. Io mangio mentre penso: Sono riuscita a mangiare Pascal Quignard! E la pagina più bella del primo capitolo. Diceva: “La barca si avvicina all’isola degli uccelli che hanno teste di donne, nominati dai greci Sirene”.

Parigi, Ulisse che attende un canto. 2011 – Maria A. Listur

 

Raising up Sound

I am pleasurably concentrated on the reading of “Boutés” by Pascal Quignard when I hear a small sound that – among the sound of the engines outside of the aircraft, the hostesses who are announcing the passage of the things to buy, the cries of the babies- perturbs me. This strange sound resembles the sound of the velvet caressed by the hand, smells human, scratches delicately, is monotone.
I raise my glance from the book and look for the origin of this litany.
My first instinct, I let myself be guided by the eyes hence, I look forward, then on my left, I stretch my neck almost half way of the aisle of the airplane. Nothing.
It insists.
Now I entrust the conscious guide to the ear, I relax my head, close the book and the eyes; I start looking with my hearing. I became all ears. I entrust and trust.
Finally I find it.
It’s the hand of the young woman seated next to the window who is caressing constantly a hairy sweater that the man sitting between she and me is wearing, I assume that he is her man.
It’s been more or less thirty minutes that the stroking – stiff, sustained, repeated – is invading me it is of a hand on a belly that doesn’t posses the hand that is caressing it. I now realize that the stroking won’t cease, won’t leave me for at least another hour. The memory of the words of a Sicilian friend of mine save me, he used to say that he didn’t bear to “be patted”: I laugh silently. Escape – in a constructive image – from the beating that in the stroking I perceive:

-Can I give you a hug?
-Yes.
The hug from above made me smell the wild lavender of his shirt.
-Thank you very much.
-For what?
-For letting me hug you.
I smiled in such a sweet way that it still is with me since then, even when pain seemed unbearable.
I smile remembering the gentleness. I let myself be cuddle by the respect that my father has transmitted me training me for the distance to cover from my flesh to others. From a world where I have no home, his hand returns in his lightness to caress the spirit.

Words not mine distract me from the memory that has made silent the movement of hands over bellies.
-Now stop it! Touch something else! The man next to me says, in a whisper; with a low voice that I could hear from ten meters.
-Yes, the head! She says taking possession of his scalp as he was a cat.
-No, the head no!
-You’ll see how I will say no as well!

I burst into laughs! They stop and stare at me, I have opened the book pretending to read. Too bad I opened it upside down! I raise it quickly towards my mouth. He is looking at me in a weary way as he is saying “you are laughing at us you ugly asshole!” I rip off a page and start eating in front of the surprised eyes of the woman all hands and lipstick, next to the man all belly and hairs. They both turn away. They are holding hands. Seems to be taken by an abrupt depression. I am eating while thinking: I managed to eat Pascal Quignard! And the most beautiful page of the first chapter. It said: “The boat is getting close to the island of the birds that have the heads of women, named Sirens by the Greeks”.

Paris, Ulysses who waits for a chant. 2011 – Maria A. Listur

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...