Paul Cézanne

“Voglio dipingere la verginità del mondo!”

-Lo finisca lei.
-Mi sta imbarazzando.
-Come mai? Insisto.
-La prego no… Non insista.
-Vorrei semplicemente vedere come risolve la fine.
-Vorrei vederlo anche io ma dalla sua mano.
-È un soggetto che si avvicina alle sue letture.
-Ma ciò che cerco di rappresentare sembra invisibile all’occhio umano.
-Invisibile? Sono stelle, soli, luci!
-Per lei.
-E per lei?
-Cellule, embrioni, membrane intracellulari.
-Sono sempre specchi del cosmo.
-O viceversa?
-Per ciò può finire il mio soggetto!
-Non posso. Non sono all’altezza della sua pittura.
-Come mai?
-L’ampollosità mi supera… Troppo suono per una disciplina oramai vittima della solitudine.
-Giustamente.
-Un tempo esistevano i gruppi… come diceva Jean Clair, ora tendiamo a sparire nell’individualità.
-Oppure a regnare…
-E quale sarebbe il regno?
-Il successo.
-Solitario e veloce?
-Provi a finire il mio quadro, la lascio da sola.
-Qui non è possibile essere sola.
-Ho voluto dire, in compagnia di quella tristezza che la fa sembrare staccata dal mondo.
-Come mai non ha pensato fosse allegria?
-Troppo silenziosa per essere allegria.
-Ecco perché la mia mano non è alla sua altezza.
-Mi sveli il mistero di tanta ritrosia.
-Timidezza.
-Me lo sveli.
-Non so se riuscirò a dare parole a ciò che provo.
-Ci provi.
-Non posso finire qualcosa che è così piena di… piacere.
-Ah! Lei dipinge soltanto ciò che di brillante ha la sofferenza!
-No. Io cerco di evitare la confusione tra piacere e felicità.
-Mi confessi allora il segreto della pittura felice visto che il mio piacere le risulta irraggiungibile!
-Stiamo parlando di qualcosa che non so dire, che è parte della mia ricerca, che non dovrebbe accadere soltanto in me ma anche negli altri, se decidono di guardare un mio quadro… Non sempre però…
-Sia coraggiosa! Dia un po’ della sua felicità alla fine della mia opera.
-Ho voluto dire altro ma… Spiacente… Non so concludere qualcosa che nasce dalla ricerca del piacere.
-Ci provi!
-Ma perché dovrei finire il suo quadro! Provi lei a organizzare la sua bulimia di piaceri!
-Le ho detto che la lascio qui, nella sua intimità. Non è che la voglio osservare mentre dipinge!
-Non penso che la sua bulimia sia legata soltanto al suo occhio!
-Mia cara bambina… Mi consigli dove spostarla visto che sono un malato incurabile!
-Per favore, non mi chiami bambina anche se, rispetto al suo nome e al suo regno, è ciò che sembro.
-Le sto offrendo il mio atelier e un lavoro a quattro mani… Non ha capito?
-No, non ho capito.
-Accetta?
-A quattro mani significa che io devo finire quello che lei incomincia?
-Sì. Accetta?
-La ringrazio per l’opportunità ma, non posso accettare.
-Perché?
-Lo diceva meglio di me Paul Cézanne: “Ho una sensazione lieve, ma non riesco ad esprimerla. Sono come uno incapace di usare la moneta d’oro in suo possesso.”
-La spenda!
-Lo farò quando la luce dell’oro avrà guarito ogni mia cellula.
-Ci pensi.
-Grazie per aver pensato a me. Buon lavoro.

Roma, crepuscolare nella luce, argentina nel suono, d’aria grigia travestita. 2012 – Maria A. Listur

 

Paul Cézanne
“I want to paint the virginity of the world.”

-You finish it.
-You are embarrassing me.
-Why is that? I insist.
-I beg you not to… don’t.
-I just would like to see how you solve the end.
I would like that too but by your hand.
-It’s a subject that is close to your readings.
-But what I try to represent seems invisible to human eyes.
-Invisible? But those are stars, suns, lights!
-For you.
-And what about you?
-Cells, embryos, intracellular membranes.
-They are mirrors of the cosmos anyway.
-Or vice versa?
-That’s why you can end my subject!
-I can’t. I am not at the height of your painting.
-How come?
-The pompousness it’s more than me… Too much sound for a discipline unfortunately victim of solitude.
-Truthfully.
-A time ago there were groups… as Jean Clair used to say, nowadays we tend to disappear in the individuality.
-Or to reign…
-And which one would your reign be?
-Success.
-Lonely and quick?
-Try to finish my painting, I’ll leave you alone.
-Here is impossible to be alone.
-I meant with that sadness that makes you look detached from the world.
-How is that you haven’t thought that it was happiness?
-Too quiet to be happiness.
-That’s why my hand is not capable.
-Tell me the mystery of so much reluctance.
-Shyness.
-Tell me more.
-I don’t know if I will be able to give words to what I feel.
-Try to.
-I can’t finish something so full of… pleasure.
-Ah! You paint only what of brilliant it has the suffering!
-No. I try to avoid the confusion among pleasure and happiness.
-Please tell me the secret about happy painting considering that my pleasure sounds impossible for you!
-We are talking about something I can’t say, that is part of my research, that shouldn’t happen only to me but to the others too, if they decide to look at one of my paintings…Not all the time though.
-Be courageous! Share a little of your happiness to the ending of my work.
-I am sorry… I can’t finish something that is born from the research of pleasure.
-Try to!
-Why should I finish your painting! You try to organize your bulimia of pleasures!
-I told you that I would leave you here in your intimacy. It’s not that I want to watch you while you paint!
– I don’t think that your bulimia is only related to your eye!
-My dear girl… Tell where to move it considered that I am an incurable sick person!
-Please, don’t call me girl even if, respectfully to your name and your reign, it is what I seem to be.
-I am offering you my atelier and a four hands work… Didn’t you get it?
-I did not.
-Do you accept it?
-Four hands mean that I have to finish what you have started?
-Yes. Do you accept?
-I thank you for the opportunity but, I cannot accept.
-Why?
-Paul Cézanne used to say better than me: “I have a slight feeling, but cannot express it. I am like one incapable of using the golden coin that he possesses ”.
-Spend it!
-I will do it when the light of the gold will have cured each of my cells.
-Think about it.
-Thank you for thinking about me. Have a good job.

Rome, crepuscular in the light, Argentinean in the sound, dressed of grey air. 2012 – Maria A. Listur

Zigmunt Bauman

“La cultura, dagli inizi e per tutta la sua lunga storia, ha continuato a seguire lo stesso modello: usa dei segni che trova o costruisce per dividere, distinguere, differenziare, classificare e separare gli oggetti della percezione e della valutazione, e i modi preferiti/raccomandati/imposti di rispondere a quegli oggetti. La cultura consiste da sempre nella gestione delle scelte umane.”

Esiste un percorso stretto – fra mobili vecchi, vetri appannati, argenteria opaca – da dove poter osservare alcuni oggetti posti davanti a noi per tirare le somme.
Mentre guardo attentamente un piatto blu, olandese, sento di dover girare la testa verso sinistra.
È sabato, sta cadendo il sole su Roma, la gente si accalca per comperare delle piccole cose vecchie, qualche volta antiche, a buon mercato.
La mia prospettiva è interrotta più volte dai clienti che, passeggiando tra gli oggetti, si lasciano prendere dalle mille forme che riposano sui tavoli e nelle vetrine.
Mi sposto, cammino verso sinistra e lo vedo: morbido, maturo, oserei dire “vecchio” ma è una parola che quando la dico cerco di pronunciarla con le virgolette giacché se lui sembra “vecchio”, lo sarei anche io quando, per qualche giorno, non mi do la crema idratante. Mi avvicino lentamente e lo sfioro con la mano destra, ancora coperta da un guanto di delicato pellame. Percepisco, oltre il guanto, la sua rigidità. Penso “mi stava aspettando”.
Esco insieme a lui.
Non so chi porta chi.
Mi sento trascinata dalla sua bellezza, dalla sua semplicità, dal suo sereno stare in disparte.
Sento di condurlo grazie alla forza che mi ha dato l’attesa
– diciassette anni -, al gusto che ho nutrito in questi anni, alla meraviglia che è stato scegliere di aspettare.
Arriviamo al giardino di casa.
Non ha vissuto nessuno dei miei traslochi, rifletto.
Saliamo le scale senza fatica, leggeri, sostenuti dalla maturità condivisa.
Attraversiamo la porta all’ora in cui l’ultimo raggio del sole cade ai piedi del mio pianoforte. Lo guardo sotto questa luce, lo rende ancora più dolce.
Mi riconfermo:
-È quello che volevo!
Lo riguardo e ricordo quando rifiutai uno che poteva avere la sua solidità ma senza la flessibilità delle sue linee.
Attendere sicura e serena mi ha sempre premiata, mi dice la voce del tempo.
Accanto al fuoco lo impregno di latte detergente, lo nutro con l’olio di lino, lo profumo con un tocco di lemon-grass. Gli permetto la conoscenza dei miei glutei nella saletta dove il pianoforte regna; allungo lateralmente le mie braccia per ammorbidire le mani, constato che i tasti siano all’altezza del mio piacere, suono. Celebro il mio panchetto di pelle verde, legno laccato negli anni ’30, tondo, che dopo diciassette inverni finalmente è arrivato!
Gli canto “O del mio dolce ardor” di C. W. Gluck: “Oh del mio dolce ardor, bramato oggetto… bramato oggetto, l’aura che tu respiri, al fin respiro!”

Roma, il luogo dove si potrebbe incominciare a smettere di dire che ogni cosa è arte! 2012 – Maria A. Listur

 

Zigmunt Bauman

“Culture, from the beginning and whole along history, has kept following the same model: it uses the signs that it finds or builds to divide, distinguish, differentiate, classify and separate the objects of perception and evaluation, and the preferred/suggested/imposed ways of responding to those objects. Culture it has always consisted in handling human choices.”

There is a narrow path – among old furniture, steamed glasses, opaque silvers – from where it can be observed some objects placed in front of us to draw conclusions.
While watching attentively a blue dish, from Netherland, I feel I have to turn my head towards my left.
It’s Saturday, the sun is falling on Rome, people gather to buy some small old things, sometime antiques, cheap.
My perspectives is interrupted several times by clients that, walking among the objects, let themselves be carried away by the thousand shapes that rest on the tables and the glass windows.
I move, walk towards my left and see it: soft, mature, I would say “old” but it is a word that when I say it I try to pronounce it among quotes because if it seems “old”, I would be so as well when, for some days, I don’t use the hydrating cream. I go close to it slowly and touch him lightly with my right hand, still covered by a delicate leather glove. I perceive, beyond the glove, it’s rigidity. I think “ it was waiting for me”.
I leave with it.
I don’t know who is accompanying whom.
I feel transported by its beauty, its simplicity, its serene way of staying aside.
I feel I am carrying it thanks to the strength that waiting has given me
– seventeen years -, to the taste of waiting that I have nourished in these years, to the beauty that it has been choosing to wait.
We arrive at the house’s garden.
It has experienced none of my moving, I am thinking.
We climb the stairs with no fatigue, light, sustained in the shared maturity.
We cross the door at the time in which the last ray of sun falls at the base of my piano. I look at it under this light, it makes it even sweeter.
I tell myself again:
-It’s what I wanted!
I look at it again and remember when I refused one that could have the same firmness but without the flexibility of its lines.
Waiting assured and serene has always awarded me, the voice of time is telling me.
Next to the fireplace I imbue it with detergent milk, I nourish it with linen oil, I perfume it with a touch of lemon grass. I let him know my buttocks in the small room where the piano rules; I stretch laterally my arms to soften my hands, I see that the keys are at height of my pleasure, I play. I celebrate my green leather stool, varnished in the ‘30’s wood, round shaped, that after seventeen winters has finally reached my home!
I sing to it “O del mio dolce ardor” by C. W. Gluck: “O thou beloved, whom long my heart desireth… whom long my heart desireth, at length the air thou breathest, my soul inspireth!”

Rome, the place where we could start to stop saying that everything is art! 2012 – Maria A. Listur

“La verità non è ciò che è dimostrabile, ma ciò che è ineluttabile”/“Truth it is not what is demonstrable, but what is ineluctable ”

Antoine de Saint-Exupéry

-Grazie.
-Grazie a Lei.
-Sono B., collaboro con M.
-Piacere.
-Immaginavo un altro tipo di lavoro. Mi ha sorpreso.
-Per favore, non mi dica se nel bene o nel male.
-Nel…
Interrompe le parole permettendosi un gesto intimo. Si abbracciano con un’intensità che potrebbe essere indelicata se non fosse perché ogni spazio concavo coincide con una convessità altrui e lì dove sembra mancare contatto è l’anima a darsi da fare!. Si separano, si guardano, si baciano le mani. Addio.
Dopo qualche ora, le strade s’incontrano ancora, lo stesso incrocio ma in direzioni diverse. Si salutano alzando le mani, in silenzio.
Continuano la traiettoria prefissata.
Chi guarda dall’alto, si chiede: “Come si fa? Si può fare più di questo?”. Le forze che guardano intenerite, si rimettono a disposizione appena appare la concessione.
L’intensità dello sguardo e la traccia dell’abbraccio invita un bicchiere di vino in profonda solitudine, una sigaretta, un pensiero.
Chi andava verso est si ferma nella vineria vicino a casa – ancora aperta! pensa – chi andava verso nord cambia percorso verso est e decide di comperare il vino per il pranzo della domenica, non può rientrare a casa con lo spirito così illuminato, rischia di infuocare il taxi.
-Buonasera. Ha per caso un vino bianco di Terracina che si chiama O…
Prima di finire la frase vede da lontano, nel giardino interno, una mano con una sigaretta illuminata da una candela. La riconosce. Va verso il giardino, fissa la mano.
-Non ci posso credere! Siamo venuti nello stesso posto.
-Io ci posso credere…
-Posso sedermi?
-Con piacere.
-Cosa ha preso?
-Un Chardonnay.
-Prendo lo stesso.
-Mangia qualcosa?
-Sì. Scelga per me.
-Non potrei. Non lo farei neanche se la conoscessi.
-Giochiamo a che mi conosce.
-Non so giocare.
-Fa sempre sul serio?
-In ogni istante. Anche quando sembra che gioco.
-Allora gioca.
-Interpretazione altrui.
-Si butta seriamente in tutto?
-Sì.
-Boutès dietro il canto della sirena!
-Sì. Lei preferisce legarsi al palo?
-Diciamo che non so cosa sia slegarsi.
-Le consiglio un fiore di formaggi stagionati.
-Sta pensando ad altro e vuole scappare.
-Non c’è bisogno di scappare da chi è legato. Semplicemente ricordo una frase d’uno scrittore che proprio di Boutès ha scritto: “Quando Boutès lascia il suo remo, lui si innalza. Quando Boutès sale sul ponte, lui salta. Boutès danza”. Si chiama Pascal Quignard.

Roma, sa di essere tutto: una nave eterna, un canto infinito, anche salto. 2012  – Maria A. Listur

 

“Truth it is not what is demonstrable, but what is ineluctable ”
Antoine de Saint Exupéry

-Thank you.
-Thank you Madam.
-I am B., I work with M.
-It’s a pleasure.
-I was expecting another kind of work. You have surprised me.
-Please don’t tell me if it was positively or else.
-In a…
Interrupts the words allowing himself on an intimate act. They hug with an intensity that could be indelicate if it wouldn’t be that each concave space matches with the other’s convex space and where it seems to be lacking contact it is the soul that gets busy! They part, they look at each other, they kiss each other’s hands. Goodbye.
Some hours later, their path cross again, the same crossing but different directions. They wave at each other, silently.
They keep on their prefixed trajectory.
Who watches from above, asks: “How is it possible? Could it be done more than this?”. The forces that look tenderly at them, put themselves at disposition as soon as the concession appears.
The intensity of the glance and the trace of the embrace invites for a glass of wine in a profound solitude, a cigarette, a thought.
Who was going east stops at the winery near the house – still open! thinks – who was going north changes its path towards east and decides to buy wine for Sunday’s lunch, the person cannot go back home with the spirit so enlightened, that person risks to burn out the cab.
-Good evening. Do you have by chance a white wine from Terracina that goes by the name of…
Before finishing the sentence the person sees from far, in the inner garden, a hand with a cigarette illuminated by a candle. The person recognizes it. Goes towards the garden, stares at the hand.
-I can’t believe it! We came in the same place…
-I can believe it…
-May I seat?
-With pleasure.
-What are you having?
-A Chardonnay.
-I’ll take the same.
-Eating something?
-Yes. Choose for me.
-I couldn’t. I wouldn’t do it even if I knew you.
-Let’s pretend you know me.
-I don’t know how to play.
-Do you always act seriously?
-In each moment. Even if it seems a game.
-So you do play.
-Other’s interpretation.
-Do you always get in to everything seriously?
-Yes.
-Boutès after the mermaid’s chant!
-Yes. Would you rather tie yourself to the shaft?
-Let’s say I don’t know what it is to untie.
-I suggest a choice of ripe cheeses.
-You are thinking about something else and want to run away.
-It isn’t necessary to run from who is tied. I am simply remembering a sentence of a writer who wrote about Boutès: “When Boutès leaves the oar, he raises himself. When Boutès goes to the bridge, he jumps. Boutès dances”. His name is Pascal Quignard.

Rome, it knows to be everything: An eternal boat, an infinite chant, and a leap. 2012 – Maria A. Listur

Denudarsi/To Bare

A Laura, Lautina.

Un rito si compiva in ogni luogo dove c’era un senso profondo d’intimità: gli veniva chiesto di dire una poesia. Lui si alzava, guardava verso il cielo e “recitava”, come fosse una preghiera. La bambina che gli era figlia, non appena lui incominciava a fonare, sentiva scorrere le lacrime sul suo viso, bianchissimo. Quando diventò adolescente quasi prima della morte di lui, si sentiva autorizzata ad andare a piangere da un’altra parte quindi, usciva prima che i presenti potessero fermare i singhiozzi con gli sguardi.
Non capì mai la commozione. La voce? Leggermente rotta, friabile, perfetta per dire, senza retorica; per farsi passare quello che, di chi aveva scritto, lo aveva attraversato. Il corpo? Immenso quanto perso in un mondo che cercava di ricreare in poesia; sembrava tutto mani quando alzava delicatamente una mano cercando di disegnare quello che per noi “vociava”. Il respiro? Fatto da un silenzioso passo che lo faceva sembrare incommensurabilmente solo.
La bambina guardava la traiettoria delle mani e piangeva. Sapeva che gli stava costruendo pentagrammi contorti? E il suono? Era il segno che l’avrebbe guidata quando non restava altro che il vuoto? Ancora oggi vedendo la donna che la bambina è diventata qualcuno si chiede da dove viene tanta forza. Se non potesse declinare le domande, risponderebbe con lo stesso pianto che nei canti del padre la facevano piangere.
Si allena a passare quel canto. Senza sapere che tutto è ora e qui. Lo intuisce il giorno in cui gli occhi azzurri verdi grigi di una donna nata per sbaglio in Italia, più india di tutti gli indios che la donna del canto porta nel sangue, si commuove ascoltandola “recitare”, pregare.
-Non so cosa sia ma non posso smettere di piangere. Mi hai commosso.
-Non posso spiegarti cosa sia ma, conosco.
Si abbracciano. La donna che quando bambina non sapeva da cosa scappava, abbraccia quelle lacrime, si riconosce d’aver accolto il passaggio della voce, il dono delle mani, il corpo fatto di silenzio; rincontra il padre.
Si separano e si guardano. S’abbracciano ancora. Finalmente riunite in un continente comune, figlie d’un incontro costruito per loro ancora prima di essere vive. Gli occhi del cielo tornano a casa. La voce che tocca la guarda partire, inclina il capo, ricorda un padre dell’anima, Gustavo A. Rol: “È fatale che quasi la totalità delle prerogative umane, a livello però del solo istinto, convoglino il desiderio dell’uomo a considerare lo stato di necessità della propria esistenza; di qui la peculiarità degli intenti volti a favorire l’ambizione, l’orgoglio, la potenza e la crudeltà. È tacito: che una severa rinuncia a questi fattori negativi comporti se non la visione l’intuizione almeno di quelle alte sollecitazioni alle quali il pensiero si ispira per comprendere l’infinito e così vincere il terrore della morte.”
Avrebbe voluto dirle:
-Oggi hai incontrato mio padre, nel suono.

Roma, sorpresa, inattesa, solitaria, iridescente. 2012 – Maria A. Listur

 

To Bare
To Laura, Lautina.

A rite was held in each place where there was a profound sense of intimacy: it was asked him to say a poem. He would stand up, looked at the sky and “recited”, as it was a prayer. The child that was his daughter, as soon as he started to make sound, felt tears running on her face, very white. When she became an adolescent just before his death, she felt authorized to go cry to another room therefore, she used to leave before the presents could stop her sobs with their glances.
She never understood the emotion. The voice? Slightly broken, friable, perfect to say, with no rhetoric; to let him to be passed by what, who wrote, had traversed him. The body? Immense as well as lost in the world that was trying to recreate poetry; he seemed to be all hands when he raised delicately a hand trying to draw what for us “was speaking”. The breath? Made of a silent step that would make him show immeasurably alone.
The girl used to watch the trajectory of those hands and would cry. Did she know that he was building for her contorted staves? And the sound? Was it the sign that was going to guide her when there was nothing but emptiness? Still nowadays watching the woman that the girl became someone wonders where does so much strength come from. If she couldn’t avoid the questions, she would answer with the same sob that in the father’s chants would make her cry.
She trains to pass that chant. Without knowing that everything is here now. She senses it the day that the blue-sky green grey eyes of a woman born by mistake in Italy, more Indio than all Indios that the woman of chant carries in her blood, gets moved listening to her “reciting”, praying.
-I don’t know what it is but I can’t stop crying. You moved me.
-I can’t explain you what it is but, I know.
They hug. The woman who when she was a child didn’t know from what she was running from, embraces those tears, she realizes that she has welcomed the passage of the voice, the gift of the hands, the body made of silence; she meets her father again.
They part and look at each other. They hug again. Finally rejoined in a common continent, daughters of an encounter built for them long before being alive. The sky’s eyes go back home. The voice that moves watches her leave, tilts her head, remembers a father of the soul, Gustavo A. Rol: “It is fatal that almost the totality of the humans prerogatives, only to the instinct level though, route the man’s desires to consider the state of necessity of his own existence; from here the peculiarity of the intentions headed to encourage the ambition, the pride, the power and the cruelty. It is implied: that a severe renounce to these negatives factors would mean if not the vision at least the intuition of those high solicitations to which the thought is inspired to understand the infinite and therefore to win the terror of death.”
She wanted to say:
-Today you have met my father, the sound.

Rome, surprised, unexpected, lonely, iridescent. 2012 – Maria A. Listur

“Bisogna fare di sé dei capolavori”/“It is necessary to make masterpieces of ourselves”

Carmelo Bene
A lui, il mio signore del Silenzio

-Dovete dare l’occasione di devolvere quello che avete offerto!
-Il biglietto è sufficiente.
-Applaudire è un rito.
-Applaudire, per me, è un modo per bloccare un ponte sonoro.
-Sei terminante!
-Credo in una ritualità che, quando posso, pratico. Evito d’imporla ma se posso gestire la mancanza di applauso, lo faccio.
-Eravamo un po’ spiazzati.
-Stavate ascoltando, eravate pervasi da un silenzio che vi permetteva di “digerire”. Tu diresti così in altri contesti emotivi no?
-Sì… direi… E tu, come ti senti mentre tutti stanno in silenzio ad aspettare altro?
-Bene.
-Non senti che sei in debito, che se stanno ancora lì seduti è perché vorrebbero altro?
-Non è un mio problema. Io ho dato quello che avevo da dare.
-E se la gente attendesse perché non è stato sufficiente?
-E se la gente attendesse perché è ingorda e non arriva a finire un boccone che già sta inquadrando altro, non sentendo se ne avrà veramente bisogno?
-Sono anni che ti conosco e ancora mi sembri profondamente strana…
-Lo sono.
-Sì, ma ti stai precludendo il riconoscimento.
-Ma che dici? Quale riconoscimento? Tu applaudi il fruttivendolo oppure gli dici: visto che ha tanti pomidoro mi dia un altro! Sono così riconoscente della stupenda scelta della sua verdura che lei dovrebbe darmene altri!
-Stiamo parlando di emozioni!
-Allora, siccome fai il ginecologo, che ti sembra se qualcuna ti chiede, dopo una visita, di farle una sega? Può darsi che non è sufficiente dare quello che sai dare in tempi per te perfetti, fare bene il tuo lavoro…
-Perché non fai uno spettacolo con queste cose! Mi faresti ammazzare dalle risate!
-Perché non mi commuovono, sono soltanto giochi per farti ridere e per condividere quello che tu chiami stranezza.
-Non ti offendere, ti ho detto strana perché penso che le tue colleghe o i tuoi colleghi non condividono, non conosco artisti che non amino l’applauso…
-Io sì.
-E li credi? Non pensi che te lo dicono perché tanto la tua è una battaglia persa?
-Chi ti ha detto che per me si tratti di una battaglia?
-Lo penso.
-È altro.
-Cosa?
-Un’esperienza dove il pubblico ed io siamo parte di un tutto che sta comunicando, che si ringrazia vicendevolmente, che fa accadere il silenzio, che lo gusta senza penare.
-Non ci riuscirai! Non appartiene alla tradizione del tuo lavoro.
-Io sono già riuscita.
-Ma non tutte le volte.
-Per me, una volta è quanto basta.
-Io continuerò ad applaudirti.
-Vino o champagne?
-Scegli tu.

Roma, immortale quanto ciò che pervade le abitudini, annichilendo la sorpresa. 2012 – Maria A. Listur

 

“It is necessary to make masterpieces of ourselves”
Carmelo Bene
To him, my lord of Silence

-You have to give the occasion to donate what you have offered!
-The ticket is enough.
-To applaud is a rite.
-To applaud, to me, is a way to block the sonorous bridge.
-You are terminus!
-I believe in a rituality that, when I can, I practice. I avoid imposing it but if I can handle the absence of applause, I do so.
-We were all caught off guard.
-You were listening, you were pervaded by a silence that would allow you to “digest”. You would say so in other emotional contests no?
-Yes… I’d say… And you, how do you feel while everybody is in silence waiting for something else?
-Good.
-Don’t you feel that you owe them, that they are still sitting there it’s because they would like something more?
-It’s their problem. I have given what I had to give.
-And what if people wait because it hasn’t been enough?
-And what if people wait because they are greedy and don’t arrive to finish a bite and they are already setting on something else, not feeling if they really need it?
-It’s been years that I know you and you still look profoundly strange to me…
-I am.
-Yes, but you are precluding the recognition.
-What are you talking about? What recognition? Do you applaud the greengrocer or do you say: since you have many tomatoes give me another one! I am so grateful of the magnificent choice of your vegetables that you should give me more!
-We are talking about emotions!
-Well, since you are a gynecologist, what would you think if someone would ask you, after a visit, to masturbate her? It might be that is not enough giving what you can give in times perfect for you, doing your job well…
-Why don’t you do a performance with these things! You would make laugh like crazy!
-Because they don’t move me, those are just games to make you laugh and share what you call strangeness.
-Don’t get offended, if I told you are strange because I think that your female colleagues or your male colleagues don’t share, I don’t know artists whom don’t like the applause…
-I do.
-And you believe them? Don’t you think they tell you because yours is a lost battle?
-Who told you that it is a battle for me?
-I think so.
-It’s something else.
-What?
-An experience where the audience and I are part of a whole that is communicating, that is thanking each other, that is letting happen silence, that tastes it without suffering.
-You wont’ make it! It doesn’t belong to the tradition of your job.
-I made it already.
-But not each time.
-To me, once is enough.
-I’ll keep applauding you.
-Wine or Champagne?
-You choose.

Rome, immortal as much as what pervades the habits, annihilating the surprise. 2012 – Maria A. Listur

“Oggi essere comprensibili equivale ad essere scoperti”/“Nowaday to be understandable is equivalent to be unguarded”

Oscar Wilde

-Far cuocere – a fuoco lento con un filo d’olio e sale himalayano alle erbe – della zucca di Hokkaido tagliata a fette – sottili – con la buccia. Almeno per quaranta cinque minuti.
-Lentissimo allora?
-Lento.
-Che pasta mi consigli?
-Pasta di Akrux. Prova a trovare le conchiglie.
-E se non la trovo?
-Non avrai l’occasione di riempire lo spazio vuoto delle conchiglie con la crema di Hokkaido…
-La crema è finita così?
-Ma no! Quando la zucca e cotta, quasi sfatta, noterai che la buccia è ancora più che “al dente”, quello è il momento di spegnere tutto e aggiungere del pecorino fresco ai grani di pepe nero, tagliato a pezzettini.
-Potrei usare un altro formaggio?
-Non ti piace il pecorino?
-Sì, ma nel caso non lo dovessi trovare…
-Non puoi sempre pensare che non troverai ciò che ti serve per fare le cose come è meglio farle!
-Sono previdente…
-Sei giovane!
-Che c’entra?
-Pensi che potrai fare questo piatto mille volte!
-Tu no?
-Io sono quella dell’ultima volta ogni volta…
-Questo ti renderebbe vecchia?
-Questo mi rende.
-Allora mettiamo che non mi piace il pecorino…
-Usa un altro formaggio fresco che abbia il pepe… ma abbi un po’ di nostalgia per quello che immagini potrebbe essere stato.
-E poi?
-Mescola con un cucchiaio di legno, copri la crema per dieci minuti – tempo per cuocere la pasta – poi, togli la pasta dalla sua acqua ma senza scolarla totalmente. La fai cadere sulla purea di zucca e pecorino filante. Amalgama tutto delicatamente.
-Piatto unico?
-Io servo come entrata delle foglie tenere di spinaci con pinoli e pezzettini di albicocche, conditi con aceto balsamico e qualche goccia di olio d’oliva aromatizzato allo zenzero.
-Dolce?
-Mele al forno con miele d’arancio, profumate con Marc di Champagne e mandorle tritate.
-Vino?
-No, ti avrei servito la mia acqua dinamizzata con chiodi di garofano e bucce di pompelmo rosa.
-Proverò a farlo identico e alla stessa ora in cui me lo avresti servito.
-Grazie per il rito.
-Non è un rito, è un ringraziamento e un augurio.
-Spero ti venga bene.
-Spero tu sappia scusare la mia assenza.
-Quale assenza? Ci sarai.
-Non ci sarò e non ho bisogno che tu faccia la superiore accettando la mia assenza.
-Non è questione di superiorità. Il menù era in onore tuo quindi, ci sarai.
-Scusa.
-A domani.

Roma, prima di cantare ciò che di me sanno soltanto le pentole. 2012 – Maria A. Listur

 

“Nowaday to be understandable is equivalent to be unguarded”
Oscar Wilde

-Let boil – in a low flame with a bit of olive oil and Himalayan herb salt – some Hokkaido pumpkin cut in slices – thin – with the skin. For forty-five minutes at least.
-Very low then?
-Low.
-What pasta do you suggest?
-Pasta of Akrux. Try the shell shapes.
-And what if I don’t find them?
-You won’t have the occasion to fill the empty space of the shells with the Hokkaido cream…
-Is the cream ready like that?
-Of course not! When the pumpkin is ready, almost mashed, you will notice that the skin will still be more than “al dente”, that is the time to turn off everything and add fresh pecorino cheese with black pepper grains, cut in pieces.
-Could I use another cheese?
-Don’t you like the pecorino cheese?
-Yes, but in case I shouldn’t find it…
-You can’t always think that you won’t find what you need to do things the best way they should be done!
-I am provident…
-You are young!
-What has this got to do with it?
-You think you will be able to do this a thousand times!
-Don’t you?
-I am the one of the last time every time…
-That would make you old?
-That makes me.
-Then let’s say that I don’t like pecorino cheese…
-Use another fresh cheese that has pepper… but feel the nostalgia for what you imagine it would have been.
-And then?
-Mix with a wood spoon, cover the cream for ten minutes – time to cook the pasta – then, take the pasta from its water but without draining the water totally. You let it fall on the puree of pumpkin and thread pecorino cheese. Mix everything delicately.
-An all in one course?
-I serve as entrée some tender spinach leaves with pine kernel and pieces of apricot, dressed with balsamic vinegar and some drops of ginger aromatized olive oil.
-Dessert?
-Baked apples with orange blossoms honey, perfumed with Marc of Champagne and smashed almonds.
-Wine?
-No, I would have served you my dynamized water with cloves and pink grape peels.
-I will try to make it identical and at the same time that you would have served it to me.
-Thanks for the rite.
-It is not a rite, it’s thanking and an omen.
-I hope it goes well.
-I hope you will be able to excuse my absence.
-What absence? You will be there.
-I won’t be there and I don’t need you to play the superior accepting my absence.
-It’s not a matter of superiority. The menu was in you honor hence, you will be there.
-Sorry.
-Talk to you tomorrow.

Rome, before singing what only the casseroles know of me. 2012 – Maria A. Listur

Avrei voluto essere tua figlia/I wish I was your daughter

A Gabriele Policardo.

-Ma che bellezza! Una protuberanza nel culo significa che hai risolto un bellissimo conflitto di ripugnanza con qualcuno che era per te un padre; ti stai riprendendo tutta la tua vita!
-Pensi che tutto sia incominciato il giorno in cui ti ho raccontato quel episodio?
-Penso che stai dando delle sferzate vitali che ad altri li farebbero morire… Ti duole?
-Un po’, dopo aver disinfettato.
-Ti prude?
-Anche.
-Non stare lì a disinfettare… Fa quel che devi fare, lava e basta… Passerà.
-È stato forte perché qualche ora prima non c’era…
-Perché non mi hai chiamato immediatamente.
-Era mezzanotte.
-Come hai fatto a dormire?
-Sono uscita dal bagno con la percezione precisa di questo fagiolino borlotto nella parete destra del retto a un centimetro dell’ano, con tre certezze, un’incertezza e due domande.
-Certezze, dimmi dimmi…
-Certezza uno: La gente che si lava meno o si lava meno in profondità non avrebbe scoperto nulla… Certezza due: Devo dormire. Certezza tre: Sono fortunata ad avere almeno tre persone che mi sosterranno nel curarmi con la nuova medicina germanica. L’incertezza era sul fatto che fosse o no un tumore. Mi sono addormentata sentendo che ti avrei chiamato per farti delle domande, su la prima hai già risposto, l’altra era: Sono pronta per vivere?
-Hai voluto dire “morire”?
-No, mi sono chiesta se ero pronta per vivere perché morire… Io sto morendo da sempre…
-Cosa ti sei risposta?
-Sì sono pronta. E mi sono addormentata per nove ore… Quando mi sono svegliata ho aspettato un po’ prima di chiamarti… Ho toccato il sole che sbatte sulle finestre, odorato il profumo del legno bruciato nel camino di ieri, il mio mate argentino… Ora mentre parliamo io vedo davanti a me una sola parola.
-Dilla.
-Grazie.
-Che dici che dici!!!
-Grazie amico mio. Buon yoga, buona giornata…
-Stai tranquilla, i tessuti del culo si ripristinano velocemente.
-Grazie per il tempo e per la dedizione.
-Mi fa sempre piacere occuparmi dei culi.
-Per fortuna ti occupi anche d’arte.
-Sono lo stesso.
-Ci vediamo alla prova.
-A dopo.

Riaggancio il telefono ricordando che lo incontrai perché voleva intervistarmi. Voleva sapere di come mi ero curata fisicamente attraverso l’arte. Ora siamo amici, colleghi, soci e anche salute che si fa carne nelle nostre ricerche, nel nostro modo di stare nel mondo. La sua famiglia e la sua compagna sembrano prodotto di una mia intenzione; mio figlio ed io sembriamo l’altra parte della sua famiglia. Ricordo tutto ciò e mi ripeto l’inizio di un nostro concerto: “Amo i poeti che scavano la materia…” G. P.

Roma, cade il sole mentre tutti i colori mi attraversano lo sguardo, il petto, il sorriso. 2012 -Maria A. Listur

 

I wish I was your daughter

To Gabriele Policardo.

-How wonderful! A protuberance in the ass means that you have solved a wonderful conflict of repugnance with someone you thought as a father for you; you are getting back your whole life!
-You think that everything has started the day I told you about that episode?
-I think you are giving some vital blows that would kill others… Does it hurt?
-A little bit after having disinfected.
-Does it hitch?
-Also.
-Don’t disinfect it… Do what you have to, wash it and no more… It will pass.
-It has been intense because it wasn’t there some hours before…
-Why haven’t you call me immediately.
-It was midnight.
-How did you manage to sleep?
-I came out of the bathroom with the precise perception of that pinto bean in the right wall of the rectum a centimeter from the anus, with three certitudes, an uncertainty and two questions.
-Certainties, tell me tell me…
-Certitude one: People who wash less or less profoundly wouldn’t have discovered anything…
Certitude two: I have to sleep. Certitude three: I am lucky to have at least three persons that will sustain me in curing with the new Germanic medicine. The uncertainty was on the fact whether it was a tumor or else. I fell asleep feeling that I was going to call you to ask some questions, you have answered to the first, the other one was: I am ready to live?
-You wanted to say “die”?
-No, I have asked myself if I was ready to live because to die… I have been dying all along…
-What was your answer?
-Yes I am. And I fell asleep for nine hours… when I woke I waited a little before calling you… I felt the sun that beats on the windows, smelled the perfume of yesterday’s burnt wood in the fireplace, my Argentinean mate… Now while we are talking I see in front of me a word alone.
-Say it.
-Thanks.
-Stop it stop it!!!
-Thanks my friend. Good yoga, good day…
-Don’t worry, the ass’s tissues restore quickly.
-Thank you for the time and the devotion.
-I am always glad to deal with asses.
-Luckily you also deal with art.
-It’s the same.
-I’ll see you at the rehearsal.
-Later.

I hanged up the phone remembering that I met him because he wanted to interview me. He wanted to know on how I cured myself physically through art. Now we are friends, colleagues, partners and also health that become flesh in our researches, in our ways to stay in the world. His family and his partner seems the product of one of my intentions; my son and I seem the other side of his family. I remember all this and repeat to myself the opening of one of our concerts: “I love those poets who dig in the matter…” G. P.

Rome, the sun falls while all the colors go through my glance, my chest, my smile. 2012 -Maria A. Listur

“C’era una stella che danzava e sotto quella sono nata.”“There was a star dancing and I was born under that one.”

W. Shakespeare

A Pietro C., mi ha regalato altri colori.

Mi sfilo le calze ascoltando il suono che fanno quando le allontano dalla mia pelle. La mia attenzione auditiva è interrotta da un singhiozzare mesto alle mie spalle. Mi giro oltre l’attaccapanni che ci separa, acutizzo l’orecchio per andare oltre i suoni dello spogliatoio, scorgo le sue lacrime prima che siano asciugate con il body rosa che ha tra le mani. Alza lo sguardo, mi vede che la guardo. Non si copre, né il corpo nudo, né lo spirito denudato. Mi alzo e mi siedo accanto. La copro con un accappatoio che si trova appeso alle sue spalle. Poi la stringo. Piange ancora. Non la conosco ma conosco. Quando si calma dice:
-Non ho più voglia di ballare…
-Piangi per questo?
-Sì. Vorrei rimanere a casa tutto il giorno davanti al computer… Capisci?
-No.
-Non ti è mai successo?
-No.
-Vuoi ballare sempre?
-Sì.
-Allora non mi puoi capire…
-Non mi sono avvicinata perché pretendo di capirti.
-No mi consoli.
-Non voglio consolarti.
-Sei lesbica?
-No.
-Hai una figlia?
-Figlio.
-Piccolo…
-Più grande di te.
-Ballerino?
-Anche.
-Che vuoi dire?
-Sa ballare molto bene ma è avvocato.
-Non è un danzatore.
-Tutti nasciamo danzatori poi dimentichiamo.
-Da quando balli?
-Da sempre.
-Ora insegni?
-No.
-Non ti ho mai visto…
-Si vede che dovevi incontrarmi nello spogliatoio. Va meglio?
-Sì.
-Doccia?
-No, torno alla prova. E tu? Dice mentre incomincia a rivestirsi.
-Vado in sala, sto provando una performance.
-Cosa balli? Mi domanda come risvegliata da un incubo.
-Dipingo.
-E perché provi in uno studio di danza?
-Perché dipingo coi piedi.
-Ecco cosa voglio trovare! Dice con una voce che sembra illuminata mentre si pettina con le mani la chioma nera.
-Cosa?
-I colori nei movimenti! Sono tanto seria! Beh… vado. Grazie. Io sono G.
-Prego. Io sono Maria.
La guardo allontanarsi con la schiena dritta, con le braccia pronte a diventare ali, ricordo Nietzsche: “Io crederei solo ad un dio che sapesse danzare. E quando vidi il mio diavolo, lo trovai serio, esatto, profondo e solenne. Era lo spirito della gravità, per lui precipitano tutte le cose: non si uccide con l’ira, ma con il sorriso. Su, uccidiamo lo spirito di gravità! Ora sono leggero, ora volo, ora mi vedo sotto di me, ora è un dio che si serve di me per danzare. Così parlò Zarathustra.
”

Roma, ti sogno salvata dall’arte; mai vinta, neanche quando i tuoi figli piangono la tua sorte. 2012 – Maria A. Listur

 

“There was a star dancing and I was born under that one.”
W. Shakespeare

To Pietro C., he has given me other colors.

I am taking off my stockings listening to the sound that they do when they part from my skin. My auditory attention is interrupted by a sad sobbing behind my shoulders. I turn over the pegboard that separates us, I strengthen the hearing to go beyond the changing room’s sounds, I catch sight of the last tears before they get wiped with the pink body that she holds in the hands. She raises her glance, sees that I am looking at her. She doesn’t cover herself, neither the naked body, nor the undressed spirit. I stand up and sit next to her. I cover her with a bathrobe that was hanged at her shoulders. Then I hug her. She cries more. I don’t know her but I know. When she calms down she says:
-I don’t want to dance anymore…
-You are crying for this?
-Yes. I would like to stay in front of the computer the whole day… Do you understand?
-No.
-Didn’t ever happen to you?
-No.
-You always want to dance?
-Yes.
-Then you can’t understand me…
-I didn’t come close because I pretend to understand you.
-No you comfort me.
-I don’t want to comfort you.
-Are you a lesbian?
-No.
-Do you have a daughter?
-A son.
-Younger…
-Older than you.
-Dancer?
-Also.
-What do you mean?
-He can dance very well but he is a lawyer.
-He is not a dancer.
-We all are born dancers then we forget.
-Since when do you dance?
-All along.
-Do you teach now?
-No.
-I have never seen you…
-It means that you had to meet me in the changing room. You feel better?
-Yes.
-Shower?
-No, I go back to the rehearsal. And you? She says while starting to dress herself again.
-I am going to the ballroom, I am rehearsing a performance.
-What do you dance? She asks me as she had been wakening from a nightmare.
-I paint.
-And why do you rehearse in a ballroom?
-Because I paint with my feet.
-That is what I want to find! She says with a voice that seems to be enlightened while she combs her black hairs with her hands.
-What?
-Colors in the movement! I am too serious! Well… I am off. Thank you. I am G.
-You are welcome. I am Maria.
I see her going away with her back straightened, the arms ready to become wings, I remember Nietzsche: “I would believe in a god that would know how to dance. And when I saw my devil, I found him serious, exact, profound and solemn. He was the spirit of gravity, for him all things fall: you don’t kill with anger, but with smile. Come on! Let’s kill the spirit of gravity! Now I am light, now I fly, now I see myself below me, now it is a god who is using me to dance. So Zarathustra has spoken.
”

Rome, I dream of you saved by art; never defeated, not even when you children cry for your fate. 2012 – Maria A. Listur

“Tutto è relativo. Prendi un ultracentenario che rompe uno specchio: sarà ben lieto di sapere che ha ancora sette anni di disgrazie.”/“Everything is relative. Take an ultra centenary who breaks a mirror: he will be quite happy to know that he has still seven years of misfortune.”

Albert Einstein

-Il suo flan è meraviglioso!
-Grazie.
-Cavoli e carciofi! Un’unione eccellente!
-Mais e piselli.
-Avrei giurato che erano cavoli e carciofi…
-Mais, piselli, chiare d’uovo, fontina, erbe di stagione, coriandolo…
-Come ho fatto a non rintracciare il pisello… je… je…
-E pensi che stato un omaggio a voi tutti!
-Che battutina…
-L’omaggio?
-Ah… Impunita la ragazza! Je… je…
-Ridente il signore!
-Il ragazzo vorrà dire.
-Ora l’età dei ragazzi si è allungata fino ai sessanta anni?
-Mi avevano descritto lei in un altro modo.
-Invece io non ho avuto nessuna descrizione di nessuno, neanche della festa; abbiamo soltanto condiviso il menù.
-Una volta dicevano che ero un piatto prelibato… Je… Je…
-Una volta.
-E di lei cosa dicevano cara ragazza?
-Dicevano che ero una signora anche quando avevo diciassette anni.
-Che pena…
-Dipende.
-Da cosa?
-Da chi assaggia i propri piatti.
-Ha fatto altro per questa cena?
-Sì. Un flan di funghi e una torta di lime.
-Strane pietanze per una festa di capodanno…
-Può darsi.
-Lei non festeggia? Credevo fossimo un gruppo di gente invitata a festeggiare.
-Io festeggio ogni giorno.
-Le hanno mai detto che è antipatica?
-Sì.
-Ma nessuno le ha mai detto che lei è “naturalmente” antipatica… Je… je…
-Secondo Christian Boiron “il naturale” è un concetto obsoleto che non trova più riscontro in alcuna realtà scientifica o filosofica.
-Lei condivide questa scemenza?
-Sì.
-Allora lei è antipatica e basta?
-Sì, quanto lei è ingrato.
-Ingrato? Di cosa?
-Delle cose che invece di mangiare sta ingurgitando…
Appoggia il piatto sulla piccola tavola davanti a noi. Mi guarda dritto negli occhi e avvicinandosi frontalmente al mio viso, articola lentamente e con certa fatica (il mio interlocutore soffre di una forte disfonia dovuta all’asportazione delle corde vocali):
-Lei è scortese.
-E lei è riuscito a sussurrare.
-Lei sa che io parlo perché mi sono incaponito? Quando avevo le corde non parlavo così tanto? Ora mi prendo una rivalsa!
-Che intelligente… Provi a prendersi una rivalsa rimanendo in silenzio, vedrà quante ragazze della sua età le faranno dei flan ai carciofi…
Mi alzo per andare a prendere del vino.
-Dove va?
-Mi prendo una pausa.
-Mi porta l’altro flan?
-No.

Arriva mezzanotte e la gente si abbraccia come se prima di quel momento fossimo stati a condividere più dell’aria. Sorrido dalla semplicità con cui spesso l’umano abbia necessità di darsi “ragioni” per festeggiare e come perde l’occasione di festeggiarsi ogni giorno. Ricordo ancora C. Boiron mentre – ridendo del mio gusto di essere profondamente fastidiosa – torno a casa: “Quando si è felici non si ha paura del giudizio dell’altro perché non si ha paura del proprio giudizio.”

Roma, grata del passaggio, dell’attraversamento, dei fuochi che non si vedono. 2012 – Maria A. Listur

 

“Everything is relative. Take an ultra centenary who breaks a mirror: he will be quite happy to know that he has still seven years of misfortune.”
Albert Einstein

-Your flan is wonderful!
-Thanks.
-Cabbage and artichokes! A perfect union!
-Corn and green peas.
-I would have swore it was cabbage and artichokes …
-Corn, green peas, albumen, fontina cheese, season’s herbs, coriander…
-How could I not notice the peas…he…he…
-Think that it was homage to all you men!
-What a joke…
-The homage?
-Ah… Bad girl! He… he…
-What a laughing man!
-Boy you wanted to say.
-Now boy’s ages has been stretched up to sixty years old?
-They have described you differently.
-I on the contrary didn’t have any description of nobody, not even of the party; we have just shared the menu.
-Once they used to say I was a quite delicious meal… He… He…
-Once.
-What they used to say about you dear girl?
-They used to say that I was a lady even when I was seventeen.
-How bad…
-It depends.
-On what?
-On who tastes its own meals.
-Have you cooked anything else for tonight?
-Yes. A flan of mushrooms and a lime cake.
-Strange food for a new year’s dinner…
-Could be.
-You don’t celebrate? I thought we were a group of people invited to celebrate.
-I celebrate every day.
-Has anyone ever told you that you are unlikeable?
-Yes.
-But nobody has ever told you that you are “naturally” unlikeable… He… he…
-According to Christian Boiron “natural” it is an obsolete concept that has not anymore confirmation in any scientific or philosophical reality.
-And you agree with this foolishness?
-Yes.
-Then you are simply unlikeable?
-Yes, as much as you are ungrateful.
-Ungrateful? Of what?
-Of things that instead of eating you are gulping down…
He lays his dish on the small table in front of us. Looks straight in the eyes and getting frontally closer to my face, he articulates slowly and with a bit of fatigue (my interlocutor is suffering of a strong dysphonia due to the removal of the vocal cords):
-You are rude.
-And you have managed to whisper.
-You know that I speak because I am bashing on it? When I had the cords I didn’t talk so much? Now it’s revenge time!
-How smart… Try to take revenge being silent, you’ll see how many girls of your age will make you a flan of artichokes…
I stand up to go get some wine.
-Where are you going?
-I am taking a break.
-Can you bring me the other flan?
-No.
Midnight arrives and people hugs each other as before of that moment we where being sharing more than air. I smile of the simplicity by which often the human has the necessity of having “reasons” to celebrate and how he loses the occasion to celebrate every day. I remember again C. Boiron while – laughing of my taste of being deeply unlikeable – go home: “When we are happy we are not afraid of the other’s judgment because we are not afraid of our own judgment.”

Rome, grateful of the passage, of the crossing, of the fires that are not seen. 2012 – Maria A. Listur