Zigmunt Bauman

“La cultura, dagli inizi e per tutta la sua lunga storia, ha continuato a seguire lo stesso modello: usa dei segni che trova o costruisce per dividere, distinguere, differenziare, classificare e separare gli oggetti della percezione e della valutazione, e i modi preferiti/raccomandati/imposti di rispondere a quegli oggetti. La cultura consiste da sempre nella gestione delle scelte umane.”

Esiste un percorso stretto – fra mobili vecchi, vetri appannati, argenteria opaca – da dove poter osservare alcuni oggetti posti davanti a noi per tirare le somme.
Mentre guardo attentamente un piatto blu, olandese, sento di dover girare la testa verso sinistra.
È sabato, sta cadendo il sole su Roma, la gente si accalca per comperare delle piccole cose vecchie, qualche volta antiche, a buon mercato.
La mia prospettiva è interrotta più volte dai clienti che, passeggiando tra gli oggetti, si lasciano prendere dalle mille forme che riposano sui tavoli e nelle vetrine.
Mi sposto, cammino verso sinistra e lo vedo: morbido, maturo, oserei dire “vecchio” ma è una parola che quando la dico cerco di pronunciarla con le virgolette giacché se lui sembra “vecchio”, lo sarei anche io quando, per qualche giorno, non mi do la crema idratante. Mi avvicino lentamente e lo sfioro con la mano destra, ancora coperta da un guanto di delicato pellame. Percepisco, oltre il guanto, la sua rigidità. Penso “mi stava aspettando”.
Esco insieme a lui.
Non so chi porta chi.
Mi sento trascinata dalla sua bellezza, dalla sua semplicità, dal suo sereno stare in disparte.
Sento di condurlo grazie alla forza che mi ha dato l’attesa
– diciassette anni -, al gusto che ho nutrito in questi anni, alla meraviglia che è stato scegliere di aspettare.
Arriviamo al giardino di casa.
Non ha vissuto nessuno dei miei traslochi, rifletto.
Saliamo le scale senza fatica, leggeri, sostenuti dalla maturità condivisa.
Attraversiamo la porta all’ora in cui l’ultimo raggio del sole cade ai piedi del mio pianoforte. Lo guardo sotto questa luce, lo rende ancora più dolce.
Mi riconfermo:
-È quello che volevo!
Lo riguardo e ricordo quando rifiutai uno che poteva avere la sua solidità ma senza la flessibilità delle sue linee.
Attendere sicura e serena mi ha sempre premiata, mi dice la voce del tempo.
Accanto al fuoco lo impregno di latte detergente, lo nutro con l’olio di lino, lo profumo con un tocco di lemon-grass. Gli permetto la conoscenza dei miei glutei nella saletta dove il pianoforte regna; allungo lateralmente le mie braccia per ammorbidire le mani, constato che i tasti siano all’altezza del mio piacere, suono. Celebro il mio panchetto di pelle verde, legno laccato negli anni ’30, tondo, che dopo diciassette inverni finalmente è arrivato!
Gli canto “O del mio dolce ardor” di C. W. Gluck: “Oh del mio dolce ardor, bramato oggetto… bramato oggetto, l’aura che tu respiri, al fin respiro!”

Roma, il luogo dove si potrebbe incominciare a smettere di dire che ogni cosa è arte! 2012 – Maria A. Listur

 

Zigmunt Bauman

“Culture, from the beginning and whole along history, has kept following the same model: it uses the signs that it finds or builds to divide, distinguish, differentiate, classify and separate the objects of perception and evaluation, and the preferred/suggested/imposed ways of responding to those objects. Culture it has always consisted in handling human choices.”

There is a narrow path – among old furniture, steamed glasses, opaque silvers – from where it can be observed some objects placed in front of us to draw conclusions.
While watching attentively a blue dish, from Netherland, I feel I have to turn my head towards my left.
It’s Saturday, the sun is falling on Rome, people gather to buy some small old things, sometime antiques, cheap.
My perspectives is interrupted several times by clients that, walking among the objects, let themselves be carried away by the thousand shapes that rest on the tables and the glass windows.
I move, walk towards my left and see it: soft, mature, I would say “old” but it is a word that when I say it I try to pronounce it among quotes because if it seems “old”, I would be so as well when, for some days, I don’t use the hydrating cream. I go close to it slowly and touch him lightly with my right hand, still covered by a delicate leather glove. I perceive, beyond the glove, it’s rigidity. I think “ it was waiting for me”.
I leave with it.
I don’t know who is accompanying whom.
I feel transported by its beauty, its simplicity, its serene way of staying aside.
I feel I am carrying it thanks to the strength that waiting has given me
– seventeen years -, to the taste of waiting that I have nourished in these years, to the beauty that it has been choosing to wait.
We arrive at the house’s garden.
It has experienced none of my moving, I am thinking.
We climb the stairs with no fatigue, light, sustained in the shared maturity.
We cross the door at the time in which the last ray of sun falls at the base of my piano. I look at it under this light, it makes it even sweeter.
I tell myself again:
-It’s what I wanted!
I look at it again and remember when I refused one that could have the same firmness but without the flexibility of its lines.
Waiting assured and serene has always awarded me, the voice of time is telling me.
Next to the fireplace I imbue it with detergent milk, I nourish it with linen oil, I perfume it with a touch of lemon grass. I let him know my buttocks in the small room where the piano rules; I stretch laterally my arms to soften my hands, I see that the keys are at height of my pleasure, I play. I celebrate my green leather stool, varnished in the ‘30’s wood, round shaped, that after seventeen winters has finally reached my home!
I sing to it “O del mio dolce ardor” by C. W. Gluck: “O thou beloved, whom long my heart desireth… whom long my heart desireth, at length the air thou breathest, my soul inspireth!”

Rome, the place where we could start to stop saying that everything is art! 2012 – Maria A. Listur

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