“Ci sono più persone morte che vive…/“There are more dead people than alive ones…

E il loro numero è in aumento.
Quelle viventi diventano sempre più rare.”

Eugène Ionesco

Arrivo puntuale.
Si espongono le tavole originali d’un libro per bambini.
È la mia prima volta in questa galleria, non ho mai coinciso con le altre mostre che offrivano questo tipo di bellezza. Non conosco l’autrice ma, la casa editrice ha pubblicato altre cose che sono conservate nella mia libreria come dei gioielli.
I libri per bambini che prediligo sono quelli che anche se non hanno una parte scritta, è il disegno a raccontare, i colori diventano la musica della narrazione.
La galleria è un piccolo spazio dove sono esposte sia le tavole originali sia i bozzetti che hanno preceduto le tavole.
La presentazione la dovrebbe fare un critico d’arte di grande prestigio.
Incominciamo a occupare tutto lo spazio.
Oltre all’esposizione per cui sono lì, ci sono altre opere di altri autori, tra queste un magnifico ritratto di uno scrittore che non mi stanco di rileggere: Samuel Beckett. Domando il prezzo alla responsabile del evento, mi offre uno sconto. Da quel momento in poi e per i seguenti venticinque minuti mi insegue, mi spiega artisti che sto cercando di ascoltare con gli occhi. Più che parlare accanto a me, si dispiega, offrendomi di scendere anche nella parte bassa della galleria. Scendo sperando di rimanere da sola, il posto in basso è completamente diverso da quello sopra: divinamente disordinato, angusto, bianco. Lei scende dietro di me. Parla, parla, parla. Risalgo e me ne libero per merito dell’arrivo del critico; dietro a lui una specie di “corte”, tutti sorridono e lo avvolgono in un cerchio umano dove ognuno quando gli parla gli si avvicina al viso come fosse sordo.
Arriva altra gente.
Pittrici e pittori spiegano il perché del colore marrone, il perché lavorano in coppia, i perché del mondo caotico di Roma, quale immagine scegliere per la copertina di una rivista, quanto costano le tavole, fino dove possono arrivare con lo sconto. Le voci s’intrecciano in un concerto che somiglia troppo ad altri concerti in altre gallerie.
Provo ad alzare ancor di più il mio udito verso le stelle con una sola speranza: vedere la reazione dei bambini di fronte a questi quadri pensati per loro.

Attendo. Attendo. Attendo.
Godot?
I bambini non arriveranno mai. Non sono stati invitati! Non lo sapevo. Non l’avrei mai immaginato. Non comprendo. Non voglio trovare una logica.
Esco.
Mi volto a guardare la piccola strada nel centro contundente di Roma.
Fuori dalla galleria tanta gente. Fumano, parlano, ridono, si augurano buona domenica.
Riprendo la strada che mi porta a casa sotto un sole delicato quasi primaverile. Mentre il sole mi disegna una strada di luce, scopro che, se fossi bambina, non avrei amato una mostra di quadri tutti marroni.
La mancanza dei miei coetanei immaginari trova consolazione nell’esortazione di L. Vidales: “Se vuoi sognare e hai bisogno di un tonico, rovescia la coppa del cielo e beviti l’azzurro!”

Roma, festeggiata da chi sa del tuo rischiarar ogni ispirazione. 2012 – Maria A. Listur

 

“There are more dead people than alive ones
And their number is increasing
The alive ones are getting more rare.”

Eugène Ionesco

I get there on time.
The original drawings of a children’s book are being exposed.
It’s my first time in this gallery, I have never made it with the other exhibitions that were offering this kind of beauty. I don’t know the female author but, the editors have published other things that are preserved like jewels in my library.
The children’s books I am keen on are those that even if they don’t have a written part, it is the drawing that narrates, the colors become the music of the narration.
The gallery is a small space where the original drawings as well as the drafts that have come before are being shown.
The presentation should be made by an art critic of great prestige.
We start to take up the space.
Besides the exhibition for which I am there, there are other works by other authors, among them a magnificent portrait of a writer that I never get tired of rereading: Samuel Beckett. I ask the price to the person in charge of the event, the person offers me a discount price. From that moment on and for the following twenty-five minutes the person comes after me, the person explains artists that I am trying to listen to with my eyes. The person is not talking next to me, the person unveils, offering me to go to the lower floor of the gallery. I go down hoping to remain alone, the lower space is completely different from above: divinely chaotic, small, white. She follows me talking on and on and on. I go back up and get rid of her thanks to the arrival of the critic; behind him a sort of “court”, everybody smiles and surrounds him with a human circle where each one who talks to him gets close to his face as he was deaf.
Other people arrive.
Female and male painters explain the reason for the brown color, the reason why they work coupled, the reasons of the chaotic world of Rome, what image is to be chosen for the cover of a magazine, how much each drawing costs, how much discount they can make. The voices get entangled in a concert that resembles too much other concerts in other galleries.
I try to rise my hearing some more towards the stars with only one hope: to see the reaction of the kids in front of these paintings made for them.

I wait. Wait. Wait.
Godot?
The children will never come. They have not being invited! I didn’t know. I would have never imagined it.
I don’t understand. I don’t want to find the logic.
I turn to look at the small street in the blunt center of Rome.
Outside the gallery a lot of people. They smoke, talk, laugh, wish each other good Sunday.
I go back to the road that leads to my house under a delicate almost spring like sun. While the sun draws a path of light, I discover that, if I was a baby girl, I wouldn’t have liked an exhibition in which all the drawings were brown.
The absence of my imaginary coetaneous finds its consolation in the exhortation by L. Vidales: “If you want to dream and you need a tonic, turn over the cup of the sky and drink the azure!”

Rome, celebrated by who knows of your brightening up each inspiration. 2012 – Maria A. Listur

“Quando le porte della percezione si apriranno/”When the doors of perceptions will open

tutte le cose appariranno come realmente sono: infinite!”

William Blake

-Mi permette?
-Sì.
-Non l’immaginavo così morbida?
-Cosa immaginava?
-Più dura.
-Solida?
-Impermeabile.
-Le sembra l’aggettivo corretto per un organismo?
-Volevo dire asciutta.
-Stia attento!
-Le risulto troppo forte?
-Aggressivo.
-Mi guidi lei.
-Desidera che guidi il suo tocco?
-Le mani.
-Sopra o sotto?
-Sopra.
-Sicuro?
-Sicuro.
-Guardi che non mi sentirà!
-Non si preoccupi, anche se lei fosse una piuma io la sentirei…
-Allora allenti la pressione.
-Ci provo.
-Si abbandoni.
-Ci possiamo dare del tu?
-No.
-Lei è sempre così formale?
-Come va? Mi sente?
-Perfettamente.
-È cambiata la percezione? Continua a sentire tutto meno sodo di come immaginava?
-No, ora sento il tono perfetto. I suoi movimenti mi fanno sentire altro, una sorte di turgore nuovo…
-Ora mi sposto.
-No la prego… resti qui.
-Provi da solo.
-Ho timore di esagerare…
-Possiamo sempre riprovarci.
-Non sarebbe mai come la prima volta!
-Tutte le volte sono prime volte se riesce a modellare l’intenzione.
-Sarebbe bello…
-Lo è.
-E quando non lo è?
-Si aggiunge un po’ d’acqua o un po’ di terra e si riparte con la prossima forma.
-Ecco, mi dia un po’ d’acqua.

Roma, il Carnevale dentro. 2012 – Maria A. Listur

 

“When the doors of perceptions will open
all things will appear as they really are: infinite!”

William Blake

-Do you allow me?
-Yes.
-I didn’t imagine it so soft?
-What were you imagining?
-Harder.
-Solid?
-Impermeable.
-Do you think it is the most appropriate adjective for an organism?
-I wanted to say more dried.
-Be careful!
-Am I too strong for you?
-Aggressive.
-Guide me.
-You want me to guide your touch?
-The hands.
-Above or below?
-Above.
-Sure?
-Sure.
-You won’t feel me!
-Don’t worry even if you were a feather I would feel you…
-Then soften your pressure.
-I will try.
-Relax a little.
-Can we be less formal?
-No.
-Are you always so formal?
-How is it? Do you feel me?
-Perfectly.
-Did the perception change? Do you keep feeling everything less hard than what you imagined?
-No, I feel the perfect tonus. Your movements make me feel something else, a sort of new hardness…
-Now I will move.
-No I beg you… stay here.
-Try alone.
-I am afraid to exaggerate…
-We can always try again.
-It would never be like the first time!
-All times are the first times if we are able to mold the intention.
-It would be nice…
-It is.
-And when it isn’t so?
-You add some water or some dirt and we start with the next shape.
-All right then, give me some water.

Rome, the Carnival inside. 2012 – Maria A. Listur

John Keats

“Chiamate, vi prego, il mondo ‘la valle del fare anima’. Allora scoprirete a che serve il mondo.”

-Puoi essere più piccola?
-Se vuoi mi metto in ginocchio?
-No! Io dico piccola piccola… Come me?
-Ah… di età!
-Di cosa?
-Volevo dire di anni.
-Sì.
-Non posso tornare indietro tesoro…
-Non è vero!
-Sì, è vero.
-Ma prima mi parlavi come una bambina piccina…
-Sì ma non ero piccina… Ero sempre io.
-Se vuoi chiudo gli occhi.
-Per cosa?
-Tu parli come una bambina piccina e io ti vedo dentro gli occhi come quando eri piccina…
-Va bene. Incomincio?
-No! Aspetta. Dimmi quanti anni hai?
-Quarantasette.
-No! Quando parli con la vocina.
-Quattro più o meno…
-Me la fai di sei?
-Guarda che una bambina di sei anni parla quasi sempre come te… Non ti farà ridere come quella che io imito.
-Sì sì ssssssssssssì! Fammela di sei!
-Come mai? Credevo ti piacesse quella che ti fa ridere…
-Non hai capito proprio niente…
-Allora fammi capire…
-Io voglio te con la vocina.
-Siamo la stessa cosa.
-Sì, ma la vocina è di qualcuno che io non voglio come amico.
-Che ne sai…
-Lo so, perché io non ho amici più piccoli di me.
-Invece quella di sei anni è come te?
-Sì e oltre a essere mia amica, già so come sarà da grande.
-E questo è molto importante?
-Sì, perché da grande mi piace molto di più che da piccola.
-… conoscerai soltanto la mia voce a sei anni, non puoi sapere come ero a sei anni.
-Io chiudo gli occhi è vedo tutto! E ti dico che da grande mi piacerai di più.

Roma, scaldata grazie alla dolcezza di certi sguardi. 2012 – Maria A. Listur

 

John Keats
“Call, I beg you, the world ‘the valley of making soul’. Then you will find what the world is meant for.”

-Can’t you be smaller?
-Do you want me to stand on my knees?
-No! I mean small small… Like me?
-Ah… age wise!
-What?
-I meant years.
-Yes.
-I can’t go back in years…
-It’s not true!
-Yes, it’s true.
-But you were talking to me like a girl before…
-Yes but I wasn’t little… It was I all along.
-If you want I can close my eyes.
-For what?
-You speak like a baby girl and I see you deep in your eyes as when you were little…
-Alright. Shall I start?
-No! Wait. How old are you?
-Forty seven.
-No! When you speak with your little voice.
-Four years old more or less…
-Can you do six years old?
-A girl of six speaks almost all the time like you… It won’t make you laugh like the one I imitate.
-Yes yes yeeeeesss! Pretend to be six!
-How come? I thought that you like that one that makes you laugh…
-You didn’t understand anything…
-Then make me understand…
-I want you with the little voice.
-We are the same thing.
-Yes, but the little voice is of someone that I don’t want as a friend.
-What do you know…
-I know, because I don’t have friends younger than me.
-And the one of six years old is like you?
-Yes and besides being my friend, I already know how she will be grown up.
-And this is important?
-Yes, because when she will grow up I like her more than when she is young.
-… you will just know my voice of six, you cannot know how I was when I was six.
-I close my eyes and see everything! And I am telling you that when you grow up I will like you even more.

Rome, warmed up thanks to the sweetness of some glances. 2012 – Maria A. Listur

Limiti dell’io/Limits of self

Tredici sedie nella sala d’attesa. Penso: “… è in Argentina o in Italia che non è un bel numero per una tavolata…?” Mi siedo, attendo l’apertura della sala. Dall’altra parte del corridoio che le sedie creano, una donna. Mi guarda con insistenza. Sorrido, sorride. Si apre la sala, entriamo. Io non sapevo fossimo tredici, mi ripeto! Incominciano le presentazioni. Sono al quarto posto. Quando arriva il mio turno ringrazio, dico il mio nome, sorridono tutti come se il mio gesto fosse di falsa modestia ma, sinceramente non ho capito come mai sono lì. Poche persone conoscono il mio studio nell’arte, rifletto. Lo dico. Ridono. Mi scuso per non conoscere tutti. Propongo dalla mia parte il ruolo di ascoltatrice per tirare le somme soltanto alla fine del lavoro, suggerisco una sintesi su tutti gli argomenti e se fosse possibile anche una relazione. Fine.
Continuano le presentazioni. Arriva la donna del corridoio che avevo visto rientrare nella sala, tutta affrettata, come fosse all’uscita della metropolitana; passo di lavatrice con le gambe e testa senza collo. Quando comincia a parlare mi fissa, sembro il suo unico auditorio. Mi fisso sul suo vestiario: avevo notato, mentre eravamo sedute fuori la sala, un pantalone grigio chiaro pieno di tasche con tanto di scarponcini da neve beige molto sporchi alla base, dettaglio molto evidente sulla linda moquette nera ma; ora, quasi di fronte a me, osservo la giacca color sabbia – che sabbia non è perché la sabbia ha dei riflessi dorati e argento che il così chiamato colore sabbia somiglia di più a qualcosa prodotta da un virus intestinale – anche essa piena di tasche da dove fuoriescono matite, aste degli occhiali da vista e da sole, una parte di iPhone; rimango estasiata dalle sue tasche mentre immagino: “Oh Dio! questo non è un congresso ma una spedizione in qualche bosco germanico”. Rido della mia stupidità o superficialità, come direbbero alcune amiche mie ma, voglio continuare i pensieri sul suo vestiario quando vengo interrotta nella mia osservazione grazie alla lavatrice stessa:
-Mi rincresce che lei non mi ricordi? Si riferisce a me! La guardo e con sorpresa allungo il collo verso lei cercando di trovare qualcosa da associare tra quella donna ed il mio passato. Niente. Taccio.
-Argentina, 2004. Insiste.
-Argentina 2004 o qualsiasi altro anno in Argentina vuol dire mio figlio, soltanto.
-Progetto cinematografico di scambio. Rilancia senza accorgersi che possiamo andare oltre ma, quel momento m’illumina l’esperienza. Dico:
-Ah, ora la ricordo! Lei è la signorina che non risponde alle mail!
La lavatrice diventa paonazza e dice la cosa più facile da dire:
-Non sono una signorina, se ha ascoltato la mia presentazione ho detto classe ’54.
L’auditorio sembra essere da un’altra parte. Mi lascio prendere. Rispondo:
-Allora giustifico la sua ineleganza, tutta questione di età.
-Allora giustifico che non mi abbia riconosciuto, tutta questione di rancore.
Sinceramente non l’avevo riconosciuta… Come non so riconoscere le macchine o le lavatrici o i frigo tranne quello SMEG perché è colorato e tondeggiante. Mi chiedo se voglio mostrare la beneducata signora tipo “ciliegina sulla torta” che tanto mi è comoda e consona oppure quella che, nella mia carne, brama cambiamenti. Salto da una parte all’altra dei miei due emisferi, non riesco a mantenere una linea centrale, misurata, controllata. Dico con tutto il piacere che dà il conoscere gli effetti delle battute:
-Signora, io non riconosco molta gente che è passata per il mio letto… E non è una questione di rancore, a volte è soltanto pietà.
E lei non desiste, un altro giro di lavaggio!
-Ma qualcuno lo ricorderà… Sorride vincente. Guarda tutto l’auditorio che sembra acconsentire alla prospettiva. Mi godo la pausa, abbasso la testa e mentre sta ispirando per dare fiato al seguito della sua presentazione, interrompo:
-Sì, ricordo le buone persone.
Questa volta la pausa dura un’eternità. Continua il coordinatore.
Io mi perdo nelle sue parole, cita Micha van Hoeche: “Se dietro ogni uomo c’è un bagaglio di cultura e sensibilità, se si ha il coraggio di vivere non solo di ricordi, ma di andare avanti, senza ripetersi, senza ‘clonare’ esperienze, allora l’artista potrà dare molto al suo pubblico.”

Roma, quella unica e personale fatta dalle mie amiche e dai miei amici. 2012 – Maria A. Listur

 

Limits of self

Thirteen chairs in the waiting hall. I think: “… is it in Argentina or in Italy that it’s not a good number to eat…?” I sit, wait for opening of the room. On the other side of the corridor that the chairs have created, a woman. She looks at me insistently. I smile, she smiles. The room is opened, we enter. I didn’t know we where thirteen, I repeat myself! The presentations start. I am the forth one. When my turn arrives I thank, say my name, everybody smiles as mine was a gesture of false modesty but, I sincerely don’t understand why I am there. Few persons know my studies on art, I reflect. I say so. They laugh. I excuse myself for not knowing everybody. I propose from my side the role of the listener to draw conclusions only at the end of the work, I suggest a synthesis on all the arguments and if it is possible even a relation. The end.
Presentations go on. The woman of the corridor that I saw coming back in the room arrives, all in a hurry, as she just came out of the subway; she walks like a washing machine with legs and no neck. When she starts talking she stares at me, I seem to be her only audience. I stare at her clothes: I did notice, while we were sitting outside the hall, a light grey pair of pants full of pockets with beige ski boots very dirty at the bottom, a very evident detail on the clean black fitted carpet but; now, almost in front of me, I observe the sand color jacket – which is not sand because sand has some golden and silver reflexes that the so call sand color hasn’t it seems more like something produced by an intestinal virus – that also is full of pockets from where pencils, sun glasses and reading glasses’ arms, a piece of iPhone are sticking out; I am enraptured by her pockets while I imagine: “Oh God! this is not a congress but an expedition in some German forest”. I laugh at my stupidity or superficiality, as some female friends of mine would say but, I want to continue my thoughts on her clothes when I get interrupted in my observation thanks to the washing machine herself:
-I am sorry that you don’t remember me? She is talking to me! I look at her and in surprise I stretch my neck towards her trying to find something to associate that woman to my past. Nothing.
I hush.
-Argentina, 2004. She insists.
-Argentina 2004 or any other year in Argentina means my son, only.
-A project of cinematographic exchange. She relaunches without realizing that we could have gotten over with it but, in that moment the experience illuminates me. I say:
-Ah, I remember! You are the miss who never replies to the e-mails!
The washing machine blushes and says the easiest thing to say:
-I am not a miss, if you have heard my presentation I said I am class ’54.
The audience seems to be somewhere else. I let myself into it. I reply:
-Then I excuse your inelegance, it is a matter of age.
-Then I excuse that you haven’t recognize me, it is a matter of rancor.
I didn’t recognize her sincerely… As I cannot recognize cars or washing machines or fridges but SMEG’s because is all colored and rounded. I ask myself if I want to show the well-educated lady like “ the icing on the cake” that is so comfortable and appropriated or the one that, in my flesh, craves for changes. I jump from one side to the other of my two hemispheres, I can’t keep a central, measured, controlled line. I say with all the pleasure that it gives knowing the effects of jokes:
-Madame, I don’t recognize many persons that have gone by my bed… And it’s not a question of rancor, sometimes its just pity.
And she can’t desist, another washing circle!
-I bet you do remember someone… She smiles victoriously. She looks at the whole auditorium that seems to agree to the perspective. I enjoy the pause, put my head down and while inhaling to give air to the continuation of her presentation, I interrupt:
-Yes, I remember good persons.
This time the pause lasts an eternity. The coordinator goes on.
I get lost in his words, he is quoting Micha van Hoeche: “If behind each man there is a stock of culture and sensibility, if we have the courage of living not only of memories, but going ahead, without repeating ourselves, without ‘cloning’ experiences, then the artist will be able to give a lot to his audience.”

Rome, that unique and personal place made by my female and male friends. 2012 – Maria A. Listur

Metafora di confine/Metaphor of the border

Tutte le volte che mi guardano, mi destano. Sono preso da un eterno riposo. Sono qui da mesi, sospeso in un luogo dove dormire, non è facile. Mi risveglio quando lo sguardo cade sulle mie forme. Vizio di percezione? Non lo so, ma essere guardato implica interesse. Una speculazione? Un desiderio? La fantasia dell’oggetto? Mi riaccendo nella responsabilità che implica essere guardato; gli altri tornano grazie allo sguardo.
Oggi sono particolarmente luminoso, qualcosa nell’aria rende il riflesso della luce più brillante e quando colpisce me, divento più ricco di sfumature, quasi musicale. Sembro capace di cantare. Ancora non canto ma ispiro suoni, penso. Sento freddo.
Ultimamente mi sono abituato a essere guardato con occhi scrutatori di sensi, con sguardi languidi che attendono l’arrivo di un drink, con espressioni di gioia per gli incontri impari.
Mi distraggo dal freddo per merito del suono di passi che sempre più vicini si fermano davanti a me. Non sento voci né commenti, noto che chi mi sta guardano mi conosce. Profondamente. Sa di cosa sono fatto, come sono fatto. Questo sguardo non ha incontrato il mio da un po’ di tempo. Ancora scoperto, mi dico. È una donna. Attendevo.
Anch’io ho bisogno di una pausa.
Avevo timore di prendermi una pausa grazie ad una presenza incapace di contenermi.
Lei, invece mi sa prendere, rispetta un rituale che prediligo: si avvicina delicatamente, mi appoggia le mani sui fianchi, mi bacia dopo un sorriso e soltanto ora, guancia a guancia, mi stacca dalla parete.

Sono abituata a guardare, osservare, senza giudizi di valore. Passaggio d’informazioni sui sensi. Creazione di relazioni possibili, non sempre riconosciute dentro schemi – inconsapevolmente preorganizzatati – d’amore, d’amicizia, familiari, lavorativi. Qualcosa che sia incontro di trasparenze; responsabili tutte le parti della propria differenza e similitudine. A specchio.
Incontrare l’altro/a è per me un esercizio, rinascere senza morire. Entrare in un labirinto dove dall’inizio sono consapevole che non ne uscirò mai; anche se dovessi smettere d’incontrarlo o incontrarla, tornerà anche nei sogni, diviene parte del mio essere, dei viaggi che la vita permette.
Pratico l’osservazione e l’ascolto di quello che non posso ricevere con il mio sguardo e orecchio, col mio corpo, col mio limite: dipingo. Provo a salutare il mondo pieno di Dei di Platone e che Igor Sibaldi commenta: “E suona bene; suona semplice. In pratica, significa che il mondo è pieno di qualcosa di più di quel che si vede, e che quel di più è divino.”

Parigi, con un sole che mente tepori tuttavia accoglie sfumature sconosciute. 2012 – Maria A. Listur

Metaphor of the border

Every time they look at me they hate me. An eternal rest takes me. I have been here for months, suspended in a place where to sleep, but it’s not easy. I awake when the glance falls on my shapes. A perception’s mistake? I don’t know, but being watched implies interest. A speculation? A desire? The fantasy of the object? I turn on again in the responsibility that implies being watched; the others come back thanks to the glance.
Today I am particularly luminous, something in the air makes the reflex of light more brilliant and when it hits me, I become richer in gradations, almost musical. I seem capable of singing. I don’t sing yet but I do inspire sounds, I think. I feel cold.
Lately I am used to be watched with senses probing eyes, with lascivious glances that await the arrival of a drink, with expressions of joy for the uneven encounters. I get distracted by the coldness by the sound of steps that closer and closer stop in front of me. I don’t’ hear voices neither comments, I notice that who watches me knows me. Profoundly. Knows what I am made of, how I am made. This glance hasn’t met mine for a while. Uncovered again, I tell myself. It’s a woman. I was waiting.
I also need a break.
I was afraid of taking a break thanks to a presence capable of containing me. She can handle me, she follows a ritual that I like best: she comes close delicately, leans her hand on my hips, kisses me after smiling and only then, cheek to cheek, takes me off the wall.

I am used to watch, observe with no value judgment. A passage of information on the senses. Creation of possible relationships, not often recognized inside schemes – unconsciously prearranged – of love, friendship, family wise, work wise. Something that would be against the transparency; both side responsible of their own differences and similarities. Mirrored.
To meet the other is an exercise for me, reborn without dying. Entering a labyrinth where from the beginning I am conscious that I won’t ever get out; even if I should stop meeting him or her, he/she will come back even in my dreams, becoming part of my being, of my travels that life allows.
I practice observation and listening of what I can’t receive with my glance and ear, with my body, with my limit: I paint. I try to greet The World Full of Gods by Plato and that Igor Sibaldi comments: “And it sounds well; it sounds simple. In practice, it means that the world is full of something more that can be seen, and that more is divine.”

Paris, with a sun that lies warmth though it holds unknown gradations. 2012 – Maria A. Listur

“La poesia è un atto di pace;/“Poetry is an act of peace;

la pace costituisce il poeta come la farina il pane.”
Pablo Neruda

-Pronto.
-Pronto. Sono l’Avvocato G.. Parlo con la Signora Listur?
-Sì. Sono io.
-Ho ricevuto il suo dossier.
-Avvocato? Sapevo editore.
-Anche.
-Belle foto. Bella mostra. Sarò a Parigi la settimana prossima e conto di andarla a vedere.
-Grazie.
-Cosa sta facendo in questo momento?
-Cucino.
-Mi riferivo alla sua arte.
-Dirigendo uno spettacolo.
-Lei è una regista? La sapevo pittrice.
-Anche.
-Cosa?
-Macbeth.
-Molti attori!
-Due attrici ed una scultura.
-Mi inviterà?
-Se ha intenzioni di venire, l’inviterò.
-Certo che vengo. E non le manca la pittura?
-Recitare e dirigere sono altri modi di dipingere.
-Ma il gesto cromatico…
-In questo istante, mentre cucino, non mi manca. E poi, tra qualche ora devo incominciare una tela che ho promesso.
-Cosa cucina?
-Filamenti di seitan con foglie di rughetta scottata nell’olio d’oliva allo zenzero, purè di zucca con semi di macadamia tritata, cipolline al miele di sulla con goccioline di mostarda.
-Non conosco nessuno di questi piatti.
-Non ha mai visto neanche i miei quadri.
-Neanche l’ho sentita recitare.
-Non si potrà rifare con YouTube.
-Non avevo nessuna intenzione d’andarla a cercare su YouTube.
-Allora mi faccia sapere quando sta a Parigi, può darsi che coincidiamo.
-…
-Pronto?
-Pronto.
-Ha dei problemi con la linea?
-Io no.
-Neanche io.
-Lei sì?
-No glielo assicuro.
-Non mi riferivo alla linea telefonica.
-…
-Pronto.
-Sono qui… Mi dica.
-Come mai non mi sta invitando a pranzo?
-Non la conosco.
-Signora. Lei mi conosce benissimo.
-Io non la conosco.
-Ma sì! Io sono quella persona che senza sapere come lei è, vuole condividere il suo pranzo perché ascoltarla parlare mi ha fatto un gran bene! A che ora?
-Mi sta spaventando.
-Signora, non si spaventi. Ho ottanta due anni. Sono felicemente sposato, ho tre figli e cinque nipoti ma sono anche annoiato di sentir parlare d’arte a della gente che ha perso il gusto per la vita… Come potrebbero averlo per l’arte! A che ora?
-13?
-Immagino lei pranzi con il tè…
-Sì.
-Glielo porto io. A dopo.
-A dopo.
Alle ore 12:55 vidi dalla finestra, un uomo con un cappello ed un bastone. Sembrava un dipinto la cui base era il seppia. Marroni, beige, bianco panna. Sapevo che non avrebbe suonato il campanello prima delle ore 13. Scesi.
Mentre lo aiutavo ad attraversare il giardino che portava al nostro pranzo, ricordavo le parole che Valéry scrisse a Gide nel dicembre 1902: “In verità, credo che ciò che chiamiamo arte sia destinato a sparire o a diventare irriconoscibile.”

Roma, quasi Roma. Un ricordo di sé. 2012 – Maria A. Listur

 

“Poetry is an act of peace;
Peace is a part of the poet as the flour is for bread.”
Pablo Neruda

-Hello.
-Hello. I am the lawyer G.. Is this Mrs. Listur?
-Yes. Speaking.
-I have received your dossier.
-Lawyer? I knew you were an editor.
-As well.
-Nice pictures. Nice exhibition. I will be in Paris next week and I am counting on going to see it.
-Thank you.
-What are you doing in this moment?
-I am cooking.
-I was talking about art wise.
-Directing a play.
-Are you a director? I knew you were a painter.
-As well.
-What?
-Macbeth.
-Many actors!
-Two actresses and a sculpture.
-Will you invite me?
-If you have the intention of coming, I will.
-Of course I am coming. And don’t you miss the painting?
-To perform and direct are other ways of painting.
-But the chromatic gesture…
-In this moment, while cooking, I don’t miss it. And then, in few hours I have to start a canvas that I have promised.
-What are you cooking?
-Filaments of seitan with rocket leaves fried in olive oil ginger scented, mushed pumpkin with macadamia crushed, onion honey with drops of mustard.
-I don’t know any of these dishes.
-You haven’t seen none of my paintings either.
-I haven’t heard you perform as well.
-You won’t be able to make it up on YouTube.
-I had no intention of searching you on YouTube.
-Then let me know when you will be in Paris, we might coincide.
-…
-Hello?
-Hello.
-Do you have problem with your line?
-I don’t.
-Neither do I.
-Do you?
-No I can assure you.
-I was not talking about the phone line.
-…
-Hello.
-I am here… Tell me.
-Why aren’t you inviting me for lunch?
-I don’t know you.
-Madame. You know me well.
-I don’t know you.
-Of course you do! I am that person that without knowing how you are, wants to share your lunch because listening you talking has made me well! What time?
-You are scaring me.
-Madame, don’t be afraid. I am eighty-two years old. I am happily married, I have three kids and five grand nephews but I am also tired of listening talking about art from people who have lost the taste of living… How could they have it in art! What time?
-13?
-I assume you dine with tea…
-Yes.
-I will bring it. See you later.
-See you later.
At 12:55 I saw from the window, a man with a hat and a cane. It seemed a painting which base was sepia. Brown, beige, white cream. I knew I was not going to ring the bell before 13 o’clock. I went down the stairs.
While helping him crossing the garden that lead to our lunch, I was remembering the words that Valéry wrote to Gide in December 1902: “In reality, I believe that what we call art is destined to disappear or to become unrecognizable.”

Rome, almost Rome. A memory of itself. 2012 – Maria A. Listur

“Liberarsi/”Free yourself

Oh! sì liberarsi da tutto
Dalla propria memoria che ci possiede
Dalle profonde viscere che sanno ciò che sanno
Per causa di queste ferite che ci legano al fondo
E ci frantumano le grida delle ali.”

Vicente Huidobro

A Mara

Quando mi precipito dall’alto scopro che la strada da percorrere non è perfettamente perpendicolare al suolo; volteggio grazie al vento, senza sosta.
Sfioro altri che come me, cadono.
Mentre li sfioro, divengo gli altri.
Cadiamo insieme.
Mi poggio delicatamente sul pavimento.
Vedo che altri si poggiano su altre superfici, attraversandole.
Mi rallegro della terra.
Ascolto le grida di alcuni bambini, le loro risate.
Arriva il suono di scarpe miagolanti.
Una bambina.
Vedo il suo vestitino e gli stivaletti invernali.
Urla:
-Sì zio sì! Facciamo la neve fritta!
Con le sue manine gelate, prende me e tutti gli altri che con me sono caduti, ci stipa in un secchiello.
Riesco a sentire che sta correndo verso la cucina, il fuoco arde.
Lo zio prende alcuni di noi e ci butta in una padella.
Io – siccome sono in alto – riesco a vedere gli occhi della bambina.
È sorpresa perché l’ammasso di noi in contatto con il calore della padella incomincia a diminuire, trasformandoci lentamente, diveniamo prima acqua, poi vapore; infine appaio anche io invisibile agli occhi tristi della bambina, rassegnata alle risate sardoniche dello zio.
Prima di diventare altro e di essere totalmente assorbita dallo spazio guardo la piccola andare via, guardo questa goccia d’umano che crederà per sempre che la neve fritta non esista.
Ma se soltanto io potessi urlare oltre ad essere una parte vitale del suo respiro! Griderei:
-La neve fritta esiste, ma non si vede! E’ tutto quello che ancora non si è congelato!

Roma, silenziosa di neve, come potrebbe anche esserlo quando la consuetudine ordina il tempo. 2012 – Maria A. Listur

 

“Free yourself
Oh! Yes free yourself from everything
From our own memory that possesses us
From the deep guts that knows what they know
Because of these wounds that bond us to the bottom
And crush the screaming of the wings.”

Vicente Huidobro

To Mara

When I precipitate from above I discover that the path to follow it is not perfectly perpendicular.
to the floor; I whirl thanks to the wind, without a pause.
I am grazing the others who like me, are falling.
While grazing them, I become the others.
We fall together.
I delicately reach the ground.
I see the others reaching on other surfaces, passing through them
I am cheering for the ground.
I hear the screaming of some kids, their laughs.
The sound of squeaking shoes arrives.
A girl.
I see her dress and her winter boots.
She screams:
-Yes uncle yes! Let’s do the fried snow!
With her frozen little hands, she takes me and all the others who have fallen with me, she collect us in a bucket.
I can hear that she is running towards the kitchen, the fire is burning.
Her uncle takes some of us and puts us in a fry pan.
I – because I am in a high place – can see the girl’s eyes.
She is surprised because the mass of us touching the fry pan’s heat are starting to lessen, slowly transforming, we become water, then steam; in the end I also become invisible to the girl’s sad eyes, resigned to the sardonic laughs of her uncle.
Before becoming something else and being completely absorbed by the space I look at the girl going away, I look at this drop of human that will always believe that fried snow doesn’t exist.
But if I only could scream besides being a vital part of her breathe! I would scream:
-Fried snow exists, but cannot be seen! It’s all there is that is not frozen yet!

Rome, quiet in the snow, as it could also be when normality orders time. 2012 – Maria A. Listur

“I sogni non vogliono farvi dormire, al contrario, vogliono svegliare”/”Dreams don’t want to make you sleep, on the contrary, they want to wake you”

Renè Magritte

Attraverso la strada velocemente. Ho lo sguardo inchiodato nell’omino giallo che mi annuncia di non avere molto tempo per passare. La larga strada dei Fori Romani, prima di piazza Venezia mi riporta a Buenos Aires, il colore, il materiale che calpesto, i clacson. Quando alzo lo sguardo e non guardo i limiti che l’omino giallo mi propone, i resti di memoria cancellano Buenos Aires dal mio orizzonte.
Oggi – quel oggi che può essere anche ieri o domani – mi cade acqua dal cielo. Una secchiata! Mentre accelero il passo – cosa che non amo sotto la pioggia – penso:
-non ho l’ombrello!
-da dove è venuta tutta quest’acqua?
-mi sono rovinata tutto il cappotto!
-oh dio le mie scarpe francesi!
-perché non porto l’ombrello???
-perché quando sei uscita non c’era una nuvola! Mi rispondo.
Mentre sto arrivando al marciapiede, vedo aprirsi un ombrello nero, immenso, all’altezza del mio viso; non riesco a vedere oltre l’oggetto, mi dico:
-perché ci fanno credere che uno non può vedere oltre gli oggetti!
L’ombrello si alza sopra la testa di un uomo che mi guarda, mi sorride, dice:
-Venga qua sotto.
Non riesco a dirgli di no. Rifletto:
-Se fosse brutto ti saresti avvicinata a lui, sotto un ombrello?
-Dipende molto dalla pioggia… Ri-rifletto, anzi, m’autoinganno.
Dico:
-Lei sta attraversando in senso inverso.
-Io sto attraversando con lei. Risponde.
Non riesco a contraddirlo. Non ci muoviamo. Guardo il pavimento. Lui guarda me. Lui dice:
-A sinistra o a destra?
-Io a sinistra. Rispondo. E lei? Domando.
-A sinistra.
La pioggia sta inondando la strada. Alzo la testa e lo guardo. Dico:
-Dovrei arrivare a Santa Maria Maggiore, credo sia meglio prendere un taxi. L’accompagno da qualche parte?
-Non troverà un taxi, deve camminare e condividere un ombrello. Questo la fa sentire male?
-Non mi sento male. Mi sento in imbarazzo ma… è anche vero che il suo ombrello…
-La stavo aspettando. Non è stata una casualità.
-Cosa dice?
-Sì, l’ho vista attraversare come se non stesse per piovere, come se non ci fosse del vento, sicura che qualcosa l’avrebbe protetta…
Sorrido pensando che non mi sono mai sentita protetta in tutta la mia vita. Ma non lo dico.
Insiste:
-Non ha sentito il vento, i tuoni? Sembrava avere un ombrello incorporato!
-L’unica cosa incorporata che ho è la fortuna!
-La fortuna che l’abbia notata.
-E che abbia anche l’ombrello.
-Ha del tempo per un caffè?
-No.
-Neanche per ringraziarmi per l’ombrello?
-No. Ho tempo per un tè; per ringraziarla, per gli occhi.
-Vedo bene eh?
-Sono verdi.

Mentre percorro la scalinata di Santa Maria Maggiore ricordo Louise Erdrich: “Ero innamorato del mondo intero e di tutto ciò che viveva nelle sue braccia di pioggia.”

Roma, nevica per chi sa osservare, piove per chi soltanto vede. 2012 – Maria A. Listur

 

“Dreams don’t want to make you sleep, on the contrary, they want to wake you”
Renè Magritte

I cross the road quickly. My glance is fixed on the yellow man that is announcing that I haven’t got much time to cross. The wide boulevard of the Fori Romani, before Venice square brings me back to Buenos Aires, the color, the material I am walking on, the horns. When I raise my glance and look at the limits that the yellow man proposes to me, the remains of the memory erase Buenos Aires from my horizon.
Today – that today that could be yesterday or tomorrow – water is falling on me from the sky. It’s pouring!
While speeding up the pace – something I don’t like under the rain – I think:
-I don’t have the umbrella!
-where all this water came from?
-I have ruined my coat!
-oh god my French shoes!
-why don’t I have an umbrella???
-because when you left there wasn’t even a cloud. I answer myself.
While arriving at the sidewalk, I see a black umbrella opening, immense, at the height of my face; I can’t see past the object, I say to myself:
-why do they make us believe we can’t see past the objects!
The umbrella raises above the head of a man who looks at me, he is smiling at me, he says:
-Come under it.
I can’t say no. I think:
-If he was ugly would you have gone close to him, under an umbrella?
-It depends a lot from the rain… I re-think, better say, I lie to myself.
I say:
-You are crossing the opposite direction.
-I am crossing with you. He replies.
I can’t contradict him. We are not moving. I stare at the pavement. He looks at me. He says:
-To the left or to the right?
-I go left. I reply. And you? I ask.
-To the left.
The rain is floating the street. I raise my head and look at him. I say:
-I have to go to Santa Maria Maggiore, I believe it’s better if I grab a taxi. Shall I accompany you to some place?
-You won’t find a taxi, you have to walk and share an umbrella. Does this make you feel bad?
-I don’t feel bad. I am embarrassed but…it’s also true that your umbrella…
-I was waiting for you it hasn’t been a casualty.
-What are you saying?
-Yes, I saw you crossing like it wasn’t going to rain, like there wasn’t any wind, assured that something would have protected you…
I smile thinking that I have never felt protected in my whole life. But I don’t say it.
He insists:
-Haven’t you felt the wind, the thunders? It seemed you had an umbrella in you!
-The only thing I have in me is luck!
-The luck that I have noticed you.
-And that you have an umbrella.
-Do you have time for a coffee?
-No.
-Not even to thank me for the umbrella?
-No. I have time for a tea; to thank you, for the eyes.
-I have good eyesight, uh?
-They are green.

While climbing the steps of Santa Maria Maggiore I remember Louise Erdrich: “I was in love with the whole world and of all that lived in its arms of rain.”

Rome, it is snowing for those who can observe, it is raining for those who only see. 2012 – Maria A. Listur