Metafora di confine/Metaphor of the border

Tutte le volte che mi guardano, mi destano. Sono preso da un eterno riposo. Sono qui da mesi, sospeso in un luogo dove dormire, non è facile. Mi risveglio quando lo sguardo cade sulle mie forme. Vizio di percezione? Non lo so, ma essere guardato implica interesse. Una speculazione? Un desiderio? La fantasia dell’oggetto? Mi riaccendo nella responsabilità che implica essere guardato; gli altri tornano grazie allo sguardo.
Oggi sono particolarmente luminoso, qualcosa nell’aria rende il riflesso della luce più brillante e quando colpisce me, divento più ricco di sfumature, quasi musicale. Sembro capace di cantare. Ancora non canto ma ispiro suoni, penso. Sento freddo.
Ultimamente mi sono abituato a essere guardato con occhi scrutatori di sensi, con sguardi languidi che attendono l’arrivo di un drink, con espressioni di gioia per gli incontri impari.
Mi distraggo dal freddo per merito del suono di passi che sempre più vicini si fermano davanti a me. Non sento voci né commenti, noto che chi mi sta guardano mi conosce. Profondamente. Sa di cosa sono fatto, come sono fatto. Questo sguardo non ha incontrato il mio da un po’ di tempo. Ancora scoperto, mi dico. È una donna. Attendevo.
Anch’io ho bisogno di una pausa.
Avevo timore di prendermi una pausa grazie ad una presenza incapace di contenermi.
Lei, invece mi sa prendere, rispetta un rituale che prediligo: si avvicina delicatamente, mi appoggia le mani sui fianchi, mi bacia dopo un sorriso e soltanto ora, guancia a guancia, mi stacca dalla parete.

Sono abituata a guardare, osservare, senza giudizi di valore. Passaggio d’informazioni sui sensi. Creazione di relazioni possibili, non sempre riconosciute dentro schemi – inconsapevolmente preorganizzatati – d’amore, d’amicizia, familiari, lavorativi. Qualcosa che sia incontro di trasparenze; responsabili tutte le parti della propria differenza e similitudine. A specchio.
Incontrare l’altro/a è per me un esercizio, rinascere senza morire. Entrare in un labirinto dove dall’inizio sono consapevole che non ne uscirò mai; anche se dovessi smettere d’incontrarlo o incontrarla, tornerà anche nei sogni, diviene parte del mio essere, dei viaggi che la vita permette.
Pratico l’osservazione e l’ascolto di quello che non posso ricevere con il mio sguardo e orecchio, col mio corpo, col mio limite: dipingo. Provo a salutare il mondo pieno di Dei di Platone e che Igor Sibaldi commenta: “E suona bene; suona semplice. In pratica, significa che il mondo è pieno di qualcosa di più di quel che si vede, e che quel di più è divino.”

Parigi, con un sole che mente tepori tuttavia accoglie sfumature sconosciute. 2012 – Maria A. Listur

Metaphor of the border

Every time they look at me they hate me. An eternal rest takes me. I have been here for months, suspended in a place where to sleep, but it’s not easy. I awake when the glance falls on my shapes. A perception’s mistake? I don’t know, but being watched implies interest. A speculation? A desire? The fantasy of the object? I turn on again in the responsibility that implies being watched; the others come back thanks to the glance.
Today I am particularly luminous, something in the air makes the reflex of light more brilliant and when it hits me, I become richer in gradations, almost musical. I seem capable of singing. I don’t sing yet but I do inspire sounds, I think. I feel cold.
Lately I am used to be watched with senses probing eyes, with lascivious glances that await the arrival of a drink, with expressions of joy for the uneven encounters. I get distracted by the coldness by the sound of steps that closer and closer stop in front of me. I don’t’ hear voices neither comments, I notice that who watches me knows me. Profoundly. Knows what I am made of, how I am made. This glance hasn’t met mine for a while. Uncovered again, I tell myself. It’s a woman. I was waiting.
I also need a break.
I was afraid of taking a break thanks to a presence capable of containing me. She can handle me, she follows a ritual that I like best: she comes close delicately, leans her hand on my hips, kisses me after smiling and only then, cheek to cheek, takes me off the wall.

I am used to watch, observe with no value judgment. A passage of information on the senses. Creation of possible relationships, not often recognized inside schemes – unconsciously prearranged – of love, friendship, family wise, work wise. Something that would be against the transparency; both side responsible of their own differences and similarities. Mirrored.
To meet the other is an exercise for me, reborn without dying. Entering a labyrinth where from the beginning I am conscious that I won’t ever get out; even if I should stop meeting him or her, he/she will come back even in my dreams, becoming part of my being, of my travels that life allows.
I practice observation and listening of what I can’t receive with my glance and ear, with my body, with my limit: I paint. I try to greet The World Full of Gods by Plato and that Igor Sibaldi comments: “And it sounds well; it sounds simple. In practice, it means that the world is full of something more that can be seen, and that more is divine.”

Paris, with a sun that lies warmth though it holds unknown gradations. 2012 – Maria A. Listur

One thought on “Metafora di confine/Metaphor of the border

  1. PurpleXXV ha detto:

    Le implicazioni pratiche e filosofiche fino ad oggi da me note o praticate, ora qui sono tutte da riscrivere.

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