Limiti dell’io/Limits of self

Tredici sedie nella sala d’attesa. Penso: “… è in Argentina o in Italia che non è un bel numero per una tavolata…?” Mi siedo, attendo l’apertura della sala. Dall’altra parte del corridoio che le sedie creano, una donna. Mi guarda con insistenza. Sorrido, sorride. Si apre la sala, entriamo. Io non sapevo fossimo tredici, mi ripeto! Incominciano le presentazioni. Sono al quarto posto. Quando arriva il mio turno ringrazio, dico il mio nome, sorridono tutti come se il mio gesto fosse di falsa modestia ma, sinceramente non ho capito come mai sono lì. Poche persone conoscono il mio studio nell’arte, rifletto. Lo dico. Ridono. Mi scuso per non conoscere tutti. Propongo dalla mia parte il ruolo di ascoltatrice per tirare le somme soltanto alla fine del lavoro, suggerisco una sintesi su tutti gli argomenti e se fosse possibile anche una relazione. Fine.
Continuano le presentazioni. Arriva la donna del corridoio che avevo visto rientrare nella sala, tutta affrettata, come fosse all’uscita della metropolitana; passo di lavatrice con le gambe e testa senza collo. Quando comincia a parlare mi fissa, sembro il suo unico auditorio. Mi fisso sul suo vestiario: avevo notato, mentre eravamo sedute fuori la sala, un pantalone grigio chiaro pieno di tasche con tanto di scarponcini da neve beige molto sporchi alla base, dettaglio molto evidente sulla linda moquette nera ma; ora, quasi di fronte a me, osservo la giacca color sabbia – che sabbia non è perché la sabbia ha dei riflessi dorati e argento che il così chiamato colore sabbia somiglia di più a qualcosa prodotta da un virus intestinale – anche essa piena di tasche da dove fuoriescono matite, aste degli occhiali da vista e da sole, una parte di iPhone; rimango estasiata dalle sue tasche mentre immagino: “Oh Dio! questo non è un congresso ma una spedizione in qualche bosco germanico”. Rido della mia stupidità o superficialità, come direbbero alcune amiche mie ma, voglio continuare i pensieri sul suo vestiario quando vengo interrotta nella mia osservazione grazie alla lavatrice stessa:
-Mi rincresce che lei non mi ricordi? Si riferisce a me! La guardo e con sorpresa allungo il collo verso lei cercando di trovare qualcosa da associare tra quella donna ed il mio passato. Niente. Taccio.
-Argentina, 2004. Insiste.
-Argentina 2004 o qualsiasi altro anno in Argentina vuol dire mio figlio, soltanto.
-Progetto cinematografico di scambio. Rilancia senza accorgersi che possiamo andare oltre ma, quel momento m’illumina l’esperienza. Dico:
-Ah, ora la ricordo! Lei è la signorina che non risponde alle mail!
La lavatrice diventa paonazza e dice la cosa più facile da dire:
-Non sono una signorina, se ha ascoltato la mia presentazione ho detto classe ’54.
L’auditorio sembra essere da un’altra parte. Mi lascio prendere. Rispondo:
-Allora giustifico la sua ineleganza, tutta questione di età.
-Allora giustifico che non mi abbia riconosciuto, tutta questione di rancore.
Sinceramente non l’avevo riconosciuta… Come non so riconoscere le macchine o le lavatrici o i frigo tranne quello SMEG perché è colorato e tondeggiante. Mi chiedo se voglio mostrare la beneducata signora tipo “ciliegina sulla torta” che tanto mi è comoda e consona oppure quella che, nella mia carne, brama cambiamenti. Salto da una parte all’altra dei miei due emisferi, non riesco a mantenere una linea centrale, misurata, controllata. Dico con tutto il piacere che dà il conoscere gli effetti delle battute:
-Signora, io non riconosco molta gente che è passata per il mio letto… E non è una questione di rancore, a volte è soltanto pietà.
E lei non desiste, un altro giro di lavaggio!
-Ma qualcuno lo ricorderà… Sorride vincente. Guarda tutto l’auditorio che sembra acconsentire alla prospettiva. Mi godo la pausa, abbasso la testa e mentre sta ispirando per dare fiato al seguito della sua presentazione, interrompo:
-Sì, ricordo le buone persone.
Questa volta la pausa dura un’eternità. Continua il coordinatore.
Io mi perdo nelle sue parole, cita Micha van Hoeche: “Se dietro ogni uomo c’è un bagaglio di cultura e sensibilità, se si ha il coraggio di vivere non solo di ricordi, ma di andare avanti, senza ripetersi, senza ‘clonare’ esperienze, allora l’artista potrà dare molto al suo pubblico.”

Roma, quella unica e personale fatta dalle mie amiche e dai miei amici. 2012 – Maria A. Listur

 

Limits of self

Thirteen chairs in the waiting hall. I think: “… is it in Argentina or in Italy that it’s not a good number to eat…?” I sit, wait for opening of the room. On the other side of the corridor that the chairs have created, a woman. She looks at me insistently. I smile, she smiles. The room is opened, we enter. I didn’t know we where thirteen, I repeat myself! The presentations start. I am the forth one. When my turn arrives I thank, say my name, everybody smiles as mine was a gesture of false modesty but, I sincerely don’t understand why I am there. Few persons know my studies on art, I reflect. I say so. They laugh. I excuse myself for not knowing everybody. I propose from my side the role of the listener to draw conclusions only at the end of the work, I suggest a synthesis on all the arguments and if it is possible even a relation. The end.
Presentations go on. The woman of the corridor that I saw coming back in the room arrives, all in a hurry, as she just came out of the subway; she walks like a washing machine with legs and no neck. When she starts talking she stares at me, I seem to be her only audience. I stare at her clothes: I did notice, while we were sitting outside the hall, a light grey pair of pants full of pockets with beige ski boots very dirty at the bottom, a very evident detail on the clean black fitted carpet but; now, almost in front of me, I observe the sand color jacket – which is not sand because sand has some golden and silver reflexes that the so call sand color hasn’t it seems more like something produced by an intestinal virus – that also is full of pockets from where pencils, sun glasses and reading glasses’ arms, a piece of iPhone are sticking out; I am enraptured by her pockets while I imagine: “Oh God! this is not a congress but an expedition in some German forest”. I laugh at my stupidity or superficiality, as some female friends of mine would say but, I want to continue my thoughts on her clothes when I get interrupted in my observation thanks to the washing machine herself:
-I am sorry that you don’t remember me? She is talking to me! I look at her and in surprise I stretch my neck towards her trying to find something to associate that woman to my past. Nothing.
I hush.
-Argentina, 2004. She insists.
-Argentina 2004 or any other year in Argentina means my son, only.
-A project of cinematographic exchange. She relaunches without realizing that we could have gotten over with it but, in that moment the experience illuminates me. I say:
-Ah, I remember! You are the miss who never replies to the e-mails!
The washing machine blushes and says the easiest thing to say:
-I am not a miss, if you have heard my presentation I said I am class ’54.
The audience seems to be somewhere else. I let myself into it. I reply:
-Then I excuse your inelegance, it is a matter of age.
-Then I excuse that you haven’t recognize me, it is a matter of rancor.
I didn’t recognize her sincerely… As I cannot recognize cars or washing machines or fridges but SMEG’s because is all colored and rounded. I ask myself if I want to show the well-educated lady like “ the icing on the cake” that is so comfortable and appropriated or the one that, in my flesh, craves for changes. I jump from one side to the other of my two hemispheres, I can’t keep a central, measured, controlled line. I say with all the pleasure that it gives knowing the effects of jokes:
-Madame, I don’t recognize many persons that have gone by my bed… And it’s not a question of rancor, sometimes its just pity.
And she can’t desist, another washing circle!
-I bet you do remember someone… She smiles victoriously. She looks at the whole auditorium that seems to agree to the perspective. I enjoy the pause, put my head down and while inhaling to give air to the continuation of her presentation, I interrupt:
-Yes, I remember good persons.
This time the pause lasts an eternity. The coordinator goes on.
I get lost in his words, he is quoting Micha van Hoeche: “If behind each man there is a stock of culture and sensibility, if we have the courage of living not only of memories, but going ahead, without repeating ourselves, without ‘cloning’ experiences, then the artist will be able to give a lot to his audience.”

Rome, that unique and personal place made by my female and male friends. 2012 – Maria A. Listur

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