A richiesta/On Request

A te, con una prospettiva altra.
In risposta a quella domanda, dietro una risata:
“Perché non lo racconti?”

“Il bianco ha il suono di un silenzio che improvvisamente riusciamo a comprendere. È la giovinezza del nulla, o meglio un nulla prima dell’origine, prima della nascita. Forse la terra risuonava così, nel tempo bianco dell’era glaciale.”
Wassily Kandinsky

Ogni volta che percepisco la pelle delle sue braccia e dei suoi piedi, intuisco che sta arrivando la primavera. Anche l’avermi scelto denota una necessità fisica di freschezza.
Sta incominciando un’altra stagione e noto con tristezza che non ha perso l’abitudine di rannicchiarsi in modo fetale quasi a proteggersi dallo spazio.
Primavera!
Lei non sa che ho capito con quale destrezza recita la “donna addormentata”.
“Ti ho capita io…” Penso mentre la sento chiudersi a uovo, intimorita dalla forza delle mani, dai pungenti baci, dall’abitudine che rende tacito un incontro che di tacito dovrebbe avere soltanto il miracolo.
“Salvata anche oggi…” Rifletto sorridendo. Non durerà molto. L’irruenza vincerà la muraglia fetale e se non è oggi sarà domani o dopo domani quando la colpa di non desiderare diventerà più forte della fedeltà al proprio silenzio.
“Domani mi tocca…” Dirà all’amica, fantastico. E mi accontento di carezzarle un piede o sentire la nudità delle braccia.
“Perché non funziona, neanche parlandone…?” Mi chiedo. La sento assopirsi veramente, arrivo a fiutare una lacrima inconsapevole che è rimasta nel ponte tra sonno e veglia, che non si sa se appartiene alla vita che conduce ogni giorno verso una felicità inquietante oppure al sonno, luogo dove scappare è ammesso.
Ebbene sì, arriva.
Vorrei dirgli delle cose.
Vorrei avvertirlo.
La conosco da prima della nascita.
Sua madre e suo padre l’hanno concepita per essere sfiorata.
Soltanto la delicatezza la rende aperta e umida, scivolosa e desiderante.
Piano…
Vorrei essere capace di tendermi ad un tale punto di diventare corda, suonare; tuttavia non è dato ad un drappo, pur se d’antico corredo, il condizionare l’amore o quel che dell’amore resta quando, come diceva Pablo Neruda:
“… quelli che siamo stati
non siamo più gli stessi.”

Roma, nel tempo in cui qualche primavera è ancora inverno. 2012 – Maria A. Listur

 

On Request

To you, with another perspective.
As answer to that question, behind a laugh:
“Why don’t you write about it?”

“The white has the sound of a silence that suddenly we are able to understand. It is the youth of nothingness, better say a nothing before the origin, before birth. Maybe the earth resounded like that, at the white time of the ice age.”
Wassily Kandinsky

Every time I perceive the skin of her arms and feet, I perceive that spring is coming. Even choosing me means the physical necessity of freshness.
Another season is starting and I sadly notice that she hasn’t lost the habit of cuddling in a fetal way almost as to protect her from space.
Spring!
She doesn’t know that I understood how cleverly she acts as the “sleeping woman”.
“I understood you…” I think while I feel her closing like an egg, frightened by the strength of the hands, the pungent kisses, by the habit that turns implicit an encounter that implicit should have only the miracle.
“Saved again today…” I think smiling. It won’t last long. The impetuosity will prevail over the fetal wall and if it won’t be today it will be tomorrow or the day after when the guiltiness of not desiring will become stronger than the faith to her own silence.
“Tomorrow I’ll have to…” she is going to say to her friend, fantastic. And I am content of caressing her foot or feeling the nudity of her arms.
“Why doesn’t it work even talking about it…?” I ask myself. I can feel her really doze off, I get to smell an unconscious teardrop that has remained in the bridge between sleep and wakefulness, which is not possible to know if it belongs to the life she leads everyday towards an unsettling happiness or it belongs to sleep, the place where escaping is admitted.
And then yes, she arrives.
I would like to tell her things.
I wish I could feel it.
I know her before she was born.
Her mother and her father have conceived her to be graced.
Only gracefulness makes her open and wet, slippery and craving…
I wish I was able to tend myself insomuch as become a chord, resound; though a drape, even of an antique dowry, isn’t in a position to influence love or what it remains of love when, as Pablo Neruda used to say:
“… what we have been
we’ll never be the same.”

Rome, in that time in which spring is still winter. 2012 – Maria A. Listur

“Il freddo è un buon consigliere, ma è freddo.”/“Coldness is a good counselor, but it’s cold.”

Antonio Porchia

-Lo lasci piangere!
Ordina una voce mentre mi sto accovacciando accanto a due occhi immensamente verdi quasi nascosti dietro riccioli arancioni. Tutto in lui urla e si rivolta in uno spazio limitato e sporco. L’ordine della voce mi fa incorporare con la rapidità d’una cavalletta; con un salto mi separo dal bambino che seguendomi nei movimenti urla ancor di più quando mi allontano. Guarda sia me, sia la persona dietro di me che mi ha dato l’ordine e come in una partita di tennis, segue il tragitto della palla. Ecco le palle:
-Fa sempre così, lo lasci piangere! Insiste la voce costatando che non riesco a muovermi dal luogo: banco della frutta di un mercato nel centro di Roma. Insiste:
-Signora, non muore se resta seduto tra le arance…
-Non muoio neanche io se resto qui a fargli compagnia.
-Non ne ha bisogno.
-Ah no?
-Signora… non s’impicci!
-Cosa?
-Si faccia i cazzi suoi!
-Questi non lo sono?
Mi siedo accanto al bambino su una cassa di patate. Prendo un fazzoletto di carta dalla borsa, lui allunga il viso disponibile alla pulizia del naso, mentre trema e singhiozza. La voce dice:
-Questo è MIO figlio!
-Pensi un po’, per me è un bambino che piange disperato tra le scatole d’arance!
-Lei non sa cosa sta succedendo!
-Non mi interessa! E la prego di non alzare la voce!
-Ma guarda te! Dice aspettando il consenso intorno a lui.
Gli asciugo la fronte bagnata. Le persone passano senza vedere. Penso al tempo che sarebbe potuto stare lì senza essere visto. Ora la partita di tennis si sposta e sono io quella che guarda bambino e padre. Il padre guarda fuori dall’angolo delle arance – come fosse – in attesa; il figlio guarda il padre, in attesa. Spezzo la calma pesante che ha annullato la disperazione delle lacrime, domando:
-Il banco è il suo?
-Ma no! Sono un cliente!
-Ah! Allora prima o poi usciamo da qui tutti e tre a prendere un gelato?
Il bambino si solleva appoggiandosi alle mie gambe, resta accanto a me. Il padre osservando il figlio dice:
-Andiamo?
Il bambino mi guarda e poi allunga la mano verso il padre. A dieci passi dalla cassa di patate dove ancora rimango seduta, il bambino si volta e mi sorride. Io incomincio a sollevarmi, dentro e fuori. Il padre si volta e ritorna verso la zona dove oramai sono distratta dalle clementine, dice:
-Comunque sappia che piangeva perché voglio che impari a chiedere le cose, altrimenti educhiamo dei ladri!
-Quanti anni ha?
-Quarantadue.
-Il bambino…
-Ah… tre.
Sorrido, ripartono. Ricordo il mio Antonio Porchia: “Oggi non potrei credere che altri abbiano trovato calore dove io ho trovato freddo.”

Roma, che della tua grazia fai spavento e del tuo spavento, arte. 2012 – Maria A. Listur

 

“Coldness is a good counselor, but it’s cold.”

Antonio Porchia

-Let him cry!
Orders a voice while I am crouching down next to two immensely green almost hidden behind red curls. Everything in him revolves in a limited and dirty space. The order of the voice makes me embody with the quickness of a grasshopper; with a jump I part from the boy who following me in my movements yells even more when I part. He looks at either me, or the person behind me who has given me the order and it’s like a tennis game, he follows the trajectory of the ball. Here are the balls:
-He is always like that, let him cry! Insists the voice understanding that I can’t move from the place: a fruit counter in a market in the center of Rome. He insists:
-Madame, he is not going to die if he stays seated among the oranges…
-Neither do I if I remain here to keep him company.
-He doesn’t need it.
-Really?
-Madame… mind your business!
-What?
-Mind your fucking business!
-Aren’t these mine?
I sit next to the kid on a box of potatoes. I take a napkin from my purse, he stretches his face available for nose whipping, while trembling and sighing. The voice says:
-That’s MY son!
-Who knew, to me he is just a kid desperately crying among oranges boxes!
-You don’t know what’s going on!
-I don’t care! And I beg you not raise your voice!
-Look at that! He says waiting for approval around him.
I wipe his sweating forehead. People go by without seeing. I think about the time he could have been there without being seen. Now the tennis game moves, it is I who look at the kid and the father. The father looks from outside of the corner of the oranges – as he was – waiting; the kid looks at his father, waiting. I break the heavy calmness that has canceled the desperation of the tears, I ask:
-Is this place yours?
-Of course not! I am a customer!
-Ah! Then sooner or later we all three could get out of here to have an ice cream?
The kid stands up using my knees, he stays next to me. The father observing his son says:
-Shall we go?
The kid looks at me than hands out his hand towards his father. Ten feet away from the potatoes box where I remain sitting, the kid turns and smiles at me. I start standing up, inside and outside. The father turns and comes back where I am by then distracted by the tangerines, he says:
-Anyway, I want you to know that he was crying because I want him to learn to ask things, otherwise we educate thieves!
-How old?
-Forty-two.
-The kid…
-Ah… three.
I smile, they leave. I remember my Antonio Porchia: “Today I could not believe that others have found warmness where I found coldness.”

Rome, you who turn your grace into startling and your startling, into art. 2012 – Maria A. Listur

“Chi non ride mai, non è una persona seria.”/“Who doesn’t laugh, is not a serious person.”

Fryderyk Chopin

A D.

-È un salame della nostra zona?
-Grazie. Ringrazio mentre il seguente pensiero-freccia mi colpisce: a Buenos Aires, la traduzione di questa frase suona come “è un coglione dei nostri”
Non lo dico perché con non lui non ho molta confidenza.
Penso che sua moglie, mia amica, riderebbe.
Prendo il salame avvolto nella carta da pacchi. Lo apro.
Rimango perplessa. Non è un salame.
-Ti ringrazio profondamente. Tu non sai cosa mi stai regalando.
Interviene la moglie:
-Non gli ho detto niente. Ha fatto tutto lui da solo.
-Ho pensato che era per te… cose di un antiquario di fiducia…
Non riesco a parlare. Sorrido come sorrido da sempre quando sto per piangere, non mostro i denti, mi tremano le labbra. Penso “lui non mi conosce, non voglio schiacciarlo sotto la gioia delle mie emozioni…” Dico:
-Ti scriverò, lo scriverò.

Nel periodo tra i quattro e i sedici anni, passavo parte dell’anno in una villa nella città di Mendoza, Argentina, dove arrivavano continuamente regali per mia madre e per mio padre. Uno dei saloni ospitava opere orientali. Rotoli sotto vetro che lasciavano lo spazio necessario – tra l’immagine e la protezione vitrea – all’inizio del mio viaggio interiore. Fu allora che – nei pomeriggi caldi e secchi della città che fiorisce d’oro in autunno – m’innamorai del tratto e del gesto dello “Sho”. Il segno giapponese si apriva a me come un dipinto, diceva tutto perché non diceva niente: un sentiero che sta ancora attraversando la mia vita.
Prima di non vedere mai più quella casa – già madre bambina – chiesi a quell’altra bambina che mia madre non ha mai smesso di essere:
-Potrei avere uno dei rotoli?
Lei rispose tranquillamente, senza enfasi tragica ma sicura della sua verità:
-Non hai nessun diritto. Hai macchiato il nostro nome. Mi hai tradito.
Non capivo la sua lingua, sentivo che mi stava togliendo la mia mappa personale. Dissi:
-Non ho tradito nessuno, ho semplicemente lasciato mio marito. Io ho tutto il diritto di avere un rotolo. E non me lo prendo perché, prima o poi, riuscirò ad averne uno!
Quando dissi ciò, sostenuta da non so quale visione e dalla piccolezza dei miei diciotto anni, in un paese appena uscito dalla dittatura ma ancora dittatoriale, non mi riferivo a “i suoi” rotoli, ero spinta da una forza che tuttora non so nominare. Non sapevo che sarei diventata io un rotolo, che avrei creato rotoli, che li avrei costruiti accompagnata da mio figlio e senza lasciarmi macchiare dalla tristezza che spesso le tradizioni creano per evitare quello che de-canta: l’evoluzione.

Mi siedo a scrivere.
Scrivo.
Guardo il giardino dall’alto dell’alba.
Suonano alla porta. Quando apro trovo un metro d’uomo, figlio dell’uomo che mi ha regalato il rotolo. Rido dall’allegria. Dice:
-Tu ridi sempre.
-Sì.
-Mi piace. Facciamo colazione? Domanda come se vivesse da sempre sotto la mia casa, come se fosse anche lui uno dei rotoli che guidano i miei gesti.
Lui prende i pennelli giapponesi, io preparo la colazione. Mentre apparecchio penso che in soltanto trent’anni mi è stata data l’opportunità di scoprire i luoghi umani dell’eternità: nella pazienza, nella costanza, nella fiducia.

Roma, primavera. Sempre un’altra ed in continuo rifiorire. Dentro. 2012 – Maria A. Listur

“Who doesn’t laugh, is not a serious person.”

 

Fryderyk Chopin

To D.

-Is it a salami of our area?
-Thank you. I thank while the following thought-arrow hits me: in Buenos Aires, the translation of this sentence sounds like “it’s one testicle of ours”.
I don’t say it because I don’t have a lot of confidence.
I think that his wife, my friend, would laugh.
I take the salami wrapped in a package paper. I open it.
I remain doubtful. It is not a salami.
-I thank you profoundly. You don’t know what you are giving me
The wife intervenes:
-I didn’t say a thing. He did everything alone.
-I thought it was for you…things of a trustworthy antiques dealer…
I can’t talk. I am smiling as I always do when I am about to cry, I don’t show my teeth, my lips are trembling. I think “he doesn’t know me, I don’t want to crush him under the joy of my emotions…” I say:
-I will write to you, I’ll write about this.

When I was between four and sixteen, I would spend part of the year in a villa in the city of Mendoza, in Argentina, where I received continuously presents for my mother and my father. One of the livings would host oriental crafts. Scrolls under glass that would leave the necessary space – between the image and the glass protection – in the beginning of my interior travel. It was then that – in the hot and dry afternoons of the city that blossoms with gold in autumn – I fell in love with the track and gesture of the “Sho”. The Japanese sign would open to me as a painting, it said everything because it didn’t say anything: a path that is still crossing my life.
Before not seeing that house forevermore – already a young mother – I asked to the other child that my mother has never ceased to be:
-Could I have one of the scrolls?
She replied calm, with no tragic emphasis but sure about her truth:
-You have no right anymore. You have slandered our name. You have betrayed me.
I didn’t understand that language, I felt she was taking from me my personal map. I said:
-I haven’t betrayed anybody, I have simply left my husband. I have all the right to have one scroll. And I am not taking it because, sooner or later, I will succeed in having one!
When I said so, sustained by I don’t know what vision and by the smallness of my eighteen years, in a land that had just stepped out from a dictatorship but yet dictatorial, I wasn’t referring to “her” scrolls, I was pushed by a force that I still don’t know how to name it. I didn’t know that I would have become a scroll myself, that I would have created scrolls, that I would have made them with my son and without being tainted by the sadness that often traditions create to avoid what it de-cants: the evolution.

I sit down to write.
I do so.
I look at the garden from the top of the dawn.
Somebody rings at my door. When I open I find a meter tall man, son of the man who has given me the scroll. I laugh in joy. He says:
-You always laugh.
-Yes.
-I like that. Shall we have breakfast together? He asks as he had always lived under my home, as if he was as well one of those scrolls that drive my gestures.
He takes the Japanese brushes, I prepare breakfast. While setting the table I think that only in thirty years it has been given me the opportunity to discover human places of the eternity: In the patience, in the constancy, in the belief.

Rome, Spring. Always different and in a continuous re blossoming. Inside. 2012 – Maria A. Listur

Difficile non è raggiungere qualcosa…/“It is not difficult to reach something…

…ma liberarsi dalla condizione in cui si è.”

Marguerite Duras

All’arte di leggere di mia amica Delphine Valli

Seduta con le gambe incrociate sul tappeto bianco e celeste del salone vuoto, mi piego verso di lui per prendere la tazza di te che mi porge. La prendo e non comprendo cosa la sta facendo cadere, rimango col piatto tra le dita, lo sguardo verso il basso che cerca risposta nella distanza che separa il piatto dalla tazza. Lui non emette suono. Balbetto:
-Mi dispiace… Mi puoi dare qualcosa per asciugare?
-No. Si asciugherà da solo.
-Resterà macchiato.
-Allora sei diventata una macchiaiola!
Sorrido con un grado d’imbarazzo che supera le mie conoscenze di tale stato. Sono rossa quindi, divento viola! So che il silenzio mi solleverà dal fuoco che mi parte dal collo. Taccio. Lui alimenta il fuoco:
-Non avrei mai immaginato di vederti arrossire!
Sto diventando color vinaccia. Infilza la lama dell’osservazione:
-Chissà come mai ti è caduta la tazza! Così precisa nei movimenti…
Non mi muovo ma riesco ad alzare gli occhi verso di lui sorridendo con una smorfia poi, lascio cadere lo sguardo sulla macchia gialla tendente al marrone che sta dilatandosi – come la mia scomodità – sulla candida superficie. Insiste:
-Stai bene qui?
-Starò meglio se mi lascerai fare un’altra macchia vicino a te. Rispondo con la leggerezza che pratico con i bambini. Non immagino che lui mi somiglia e lasciando cadere – accanto a lui, a destra – il contenuto della sua tazza. Dice:
-Io non sono un pittore, non so se ti risulta abbastanza equilibrato.
Mi si apre il cuore quindi, rido con la gioia con cui la vita mi ha unta. Dico:
-Equilibrato cosa?
-Il quadro che stiamo facendo.
-Un architetto dovrebbe intendersi d’equilibri, tanto o molto di più d’un pittore.
-Perciò sto dipingendo con una pittrice e non con un pittore. Soltanto tu mi puoi rendere equilibrato.
-In quanto architetto?
-In quanto artista del te? Te ne intendi vero?
-Sì, conosco alcune cerimonie tuttavia prediligo quella Zen.
-Hai capito tè. Io volevo dire te. Tu. Maria.
-Artista di me? Cosa vuoi dire?
-Se tu puoi essere una persona tanto precisa, smisuratamente infantile, calorosa da autocombustione, distante quanto il deserto e capace di pensare “ora me ne vado perché non sopporto tutta questa invasione emotiva”, tutto simultaneamente e senza alzarti dal mio tappeto – che sai bene abbiamo distrutto – in attesa che qualcosa ti sollevi da dentro per scoprire a te stessa cosa sei, allora vuol dire che non ci stiamo annoiando nessuno dei due. Il festeggiamento dell’altro sta funzionando.
-Purtroppo non mi sto annoiando.
-Purtroppo neanche io.
-Scaldiamo un po’ più d’acqua.
-Vuoi farlo tu?
-Non conosco la tua cucina.
-Trovare tutto è l’infanzia. Perderlo è l’educazione.

Mi alzo dirigendomi a nord, trovo la cucina. Scaldo l’acqua fino a quel punto, perfetto per alcuni tè, che arresta il bollore. Il vapore si attenua, è il momento di lasciarla precipitare nella teiera su foglie e fiori in apertura. Accompagnata dalla musica dell’acqua in caduta mi abbandono ad una concatenazione di parole musicaorecchiomorbidogattodiunamicasichiamanapoleone… Napoleone diceva!: “L’abilità non serve a molto senza l’opportunità.”

Roma, Chiostro della Basilica di San Paolo fuori le mura, fuori ogni immaginazione, nella curiosità. 2012 – Maria A. Listur

 

“It is not difficult to reach something…

…but to free oneself from the condition in which we are.”

Marguerite Duras

To the art of reading of my friend Delphine Valli

Sitting cross-legged on the white and sky blue carpet of the empty living, I lean towards him to take the tea cup he is handing me. I take it not understanding what it’s making it fall, I remain with the saucer in my fingers, my glance towards the floor that is looking for the answer in the distance that separates the saucer from the cup. He doesn’t produce a sound. I stammer:
-I am sorry… Can you give me something to dry?
-No. It will dry by itself.
-It will leave a stain.
-Then you have become a stainer!
I smile with a degree of embarrassment that goes beyond my knowledge of that state. I am red therefore, I become purple! I know that silence will lift me up from the fire burning from my neck. I am silent. He stokes the fire:
-I would have never imagined seeing you blush!
I am turning in to deep reddish brown color. He stubs the blade of observation:
-Who knows why you made that cup fall! So precise in the movements…
I am not moving but I manage to lift up my eyes towards him smiling in a smirk then, I let the glance fall on the yellow stain turning brown that is enlarging – as my discomfort – on the candid surface. He insists:
-Are you all right here?
-I will be better if you let do another stain next to you. I answer with the lightness that I practice with children. I don’t imagine that he is like me and letting fall – next to him, on the right – the content of his cup. Says:
-I am not a painter, I don’t know if it is enough balanced for you.
My heart opens up then, I laugh with the joy with which life has blessed me, I say:
-What balanced?
-The painting we are doing together.
-An architect should understand about balances, a lot or more than a painter.
-That’s why I am painting with a paintress and not a painter. Only you can make me balanced
-As an architect?
-As an artist of thee? You are good at it right?
-Yes, I know some ceremonies but I am keen on the Zen’ one.
-You understood tea. I meant to say thee. You. Maria.
-Artist of myself? What do you mean?
-If you can be such a precise person, infinitively childish, so warm to spontaneously combust, distant as the desert and able to think “I am leaving now cause I can’t bear all this emotional invasion”, all simultaneously and without leaving from my carper – that you know well we have destroyed – waiting for something to lift you up from inside to find out yourself what you are, then it means that neither of us is getting bored. The celebration of the other is working.
-Unfortunately I am not bored.
-Unfortunately neither am I.
-Let’s warm some more water.
-Do you want to do it?
-I don’t know your kitchen.
-Discovering everything is childhood. Loosing it is education.

I stand up going towards north, I find the kitchen. I heat the water to that point, perfect for some teas, that stops the boiling. The steam weakens, it is time to let it fall in the teapot on leaves and flowers opening up. Accompanied by the music of the water falling I let myself in a concatenation of words musicearsoftcatofafriendnamednapoleon… Napoleon used to say!: “Ability means nothing without opportunity.”

Rome, Chiostro of the Basilica of San Paolo fuori le mura, outside every imagination, in the curiosity. 2012 – Maria A. Listur

Mascolinità/Masculinity

“L’uomo comincia con l’amare l’amore e finisce con l’amare una donna.
La donna comincia con l’amare un uomo e finisce con l’amare l’amore.”

Rémy de Gourmont

Ogni volta che li guardo riposare nel mio letto sento che
il tempo passato insieme potrebbe sfilacciarsi, in un attimo.
Le loro qualità, fedeltà e forza mi hanno protetta in inverno,
carezzato in estate.
Le primavere e gli autunni sono sempre stati conservati per dei viaggi,
senza di loro sarebbero stati meno preziosi o accoglienti.
Alcune persone dicono che mi sono abituata a loro,
troppo presto nella vita;
altre commentano che è responsabilità di mio padre
se ne sono diventata dipendente;
qualche studioso dei comportamenti umani mi ha invitato a riflettere
sui sensi e sulla volontà – di mia madre – ad averne più di uno.
Penso che se avessi avuto una figlia,
anche lei sarebbe diventata dipendente.
Carezzare le loro morbidezze e le loro pieghe
è un modo di ringraziare la generosità con cui mi hanno sempre trattata.
Indubbiamente non sono in grado di farne a meno.
Tutto quello che abbiamo condiviso è stato un rito di piacere, sempre.
Mio padre diceva:
“Ti renderai conto se ti appartiene soltanto dopo qualche notte…”
Mia madre preferiva rinnovare spesso l’esperienza
e anche se non lo dichiarava, lo mostrava.
Io sono una via di mezzo tra tutti e due.
Con gioia dico che ognuno ha fatto il meglio che poteva.
Con soddisfazione corroboro che tutti sono durati il tempo migliore per me.
Mia nonna paterna mi chiedeva perché li preferivo sempre così slavati,
ne aveva visto alcuni e non giustificava i miei gusti.
Anche se queste parole possono essere troppo limitanti
(poi… cosa non lo è?):
io preferisco i bianchi!
Incontrarli mi ha insegnato il senso della compagnia, il candore, la delicatezza; ha materializzato la leggerezza, la freschezza,
il senso di spazio, la soavità.
Ora, con gli anni, ho compreso che anch’io li ho abitati
per tempi indimenticabili, li ho fatti rivivere
nel mio essere all’altezza di tanta prodigalità.
I miei bianchi pigiami di seta ed io,
nella squisitezza,
siamo pari.

Roma, solletichi le mie pulsioni nel fiorire del vento, nella brezza dei fiori. 2012 – Maria A. Listur

 

Masculinity

“Man begins to love love and ends up loving a woman.
The woman begins to love the man and ends up loving love.”

Rémy de Gourmont

Every time I see them rest in my bed I feel that
the time spent together could unravel, in a moment.
Their quality, fidelity and strength have protected me in winter,
caress me in summer.
In springs and falls they have been preserved for some journeys,
without them they would have been less precious or welcoming.
Some persons say that I have become accustomed to them,
too early in life;
others say that it is my father’s responsibility
if I have become dependent on them;
some human behavior scholar have invited me to reflect
upon the senses and the will – of my mother – to have more than one.
I think that if I would have had a daughter,
she as well would have become dependent.
To caress their smoothness and their creases
is a way to thank the generosity with which they have always threated me.
Undoubtedly I cannot do without them.
All that we have shared it has been a ritual of pleasure, always.
My father used to say:
“You will realize if it belongs to you only after some nights…”
My mother would rather often renew the experience
and even without declaring, she would show it.
I am somewhere in between them.
With joy I say that each has done the best it could.
With satisfaction I corroborate that all have lasted the best time for me.
My paternal grandmother used to ask me why I would prefer them so faded,
she had seen some and could not justify my tastes.
Even if these words could be too limiting
(but then… what isn’t?):
I prefer the white ones!
To meet them has given me the sense of companionship, candor, delicacy; it has materialized the
lightness, the freshness,
the sense of space, the suavity.
Now, in time, I have understood that I have also inhabited them
for unforgettable moments, I have made them re live
in my being equal to so much prodigality.
My white silk pajamas and I,
in delicacy,
are equal.

Rome, tingling my urges in the flourishing of the wind, in the breeze of the flowers. 2012 – Maria A. Listur

Vorrei saper scrivere il dialetto napoletano/I Wish I Could Write the Napolitano’s Accent

-Bianche o rosse?
-Gialle.
-Quali?
-Quelle che hai al chiuso nel sedile, sotto la carta velina.
-Sono più belle le rosse.
-Sono più vecchie.
-Sono più aperte.
-Quindi vecchie…
-Guardi le bianche.
-Gialle.
-Signora! Mi creda!
-Non ti credo.
-Perché dovrei mentirle?
-Non lo sai?
-Gliele do a metà prezzo, è l’una…
-Gialle a prezzo intero.
-Guardi che le rosse le durano una settimana, le bianche cinque giorni!
-Non compro i fiori freschi per farmeli durare come fossero di plastica!
-Ha visto i tulipani?
-Per favore, dammi le rose gialle o non prendo niente.
-Sa che le rose gialle sono quelle delle zitelle?
-Mi sono sposata tre volte.
-Veramente? E io che mi sto a preoccupare perché mia moglie si vuole separare!
-Visto!
-E ora com’è?
-In quale senso?
-Sposata, separata, fidanzata?
-Divorziata.
-Senza fidanzato?
-Senza.
-Allora per questo non vuole le rose rosse!
-Va bene, hai ragione! Allora mi dai le gialle?
-E perché non vuole le bianche?
-Secondo te?
-Sono quelle delle spose…
-Ah… Allora hai capito perché non posso volerle no? Mi dai le gialle?
-Va bene.
Va alla parte anteriore del furgoncino, apre il pacchetto con delicatezza, le odora, dice:
Ecco a lei.
Mi porge un mazzo di rosse gialle che sembrano dei minuscoli soli.
-Grazie. Quanto è?
-Sono un regalo.
-Ma… Che dici?
-Queste sono quelle della mia casa, le coltivo io, sono le mie fidanzate, i miei amori, non le vendo.
-Allora perché le tagli?
-Perché mi profumano mentre guido, m’accompagnano, mi fanno parlare con persone che in altri luoghi non avrebbero mai parlato con uno come me.

Le sue rose gialle profumano, durano due giorni dopo essersi aperte totalmente. Quando muoiono diventano dorate. Sono vere. Mentre raccolgo alcuni petali caduti sul tavolo ricordo Antonio Porchia: “Ci sono cose che vivono una lunga vita, perché vivono morte.”

Roma, che hai il tempo infinito di far sbocciare una primavera vittoriosa di commozioni. 2012 – Maria A. Listur

 

I Wish I Could Write the Napolitano’s Accent

-White or red?
-Yellow.
-Which ones?
-Those ones you closed in the passenger seat, under the tissue paper.
-The red ones are much better.
-They are older.
-They are more opened.
-Therefore older…
-Look at the white ones.
-Yellow.
-Madame! Believe me!
-I don’t believe you.
-Why should I lie to you?
-Don’t you know?
-I’ll give you those for half price, it’s one o’clock…
-The yellow ones and full price.
-The red ones will last a week, the white ones five days!
-I don’t buy fresh flowers for them to last as they were made of plastic!
-Have you seen the tulips?
-Please, give me the yellow ones or I won’t buy anything.
-You know that the yellow ones are those for the spinsters?
-I have been married three times.
-Really? And I am worrying about my wife who wants to divorce!
-See!
-And how is it now?
-In what way?
-Married, separated, engaged?
-Divorced.
-No boyfriend?
-No.
-That’s why you don’t want red roses!
-All right, you are correct! Would you give me the yellow ones?
-And why don’t you want the white ones?
-What do you thing?
-Those are for the married ones…
-Ah… Then you know why I don’t want them? Can I have the yellow ones?
-All right.
He goes to the front of the van, opens the package delicately, smells them, says:
Here you go.
He hands me a bouquet of yellow roses that seems tiny suns.
-Thank you. How much is it?
-It’s a present.
-But… What are you saying?
-These are from my house, I cultivate them, they are my fiancées, my loves, I don’t sell them.
-Then why do you cut them?
-Because they scent me while I am driving, the accompany me, they make me talk to persons that in other places would have never talked to someone like me.

His yellow roses scent, they last two days after opening totally. When they die they become golden. They are real. While picking up some petals fallen from the table I remember Antonio Porchia: “There are things that live a long life, because they live dead.”

Rome, you have the infinite time to let blossom a victorious spring of emotions. 2012 – Maria A. Listur

Rimbombare/To Rumble

“Ciò che ognuno di noi chiama “gli altri”,
e ai quali si adegua,
o dai quali si differenzia,
o ai quali si oppone,
è solo la variegata memoria delle sue sconfitte,
proiettata sulla gente intorno.”

Igor Sibaldi

Appena valicato l’arco che lo separa da me, mi viene incontro e m’abbraccia, non guarda indietro. La madre si meraviglia. Preferisco non invitarla nell’area dove il figlio ha deciso di conoscermi. I suoni che emette sono sconosciuti. Mi parla con quei suoni, dialoghiamo con gli occhi. Quando non vuole qualcosa si copre gli occhi con le mani. Se prendo un tamburo, lui si copre gli occhi, se mi allontano si copre ancora gli occhi. Quando siedo per terra lui si lancia tra le mie braccia. Mi mette le dita delle mani nella bocca mentre canto, poi si guarda le mani aperte e spalanca gli occhi sorpreso. Mi guarda insistente, provo a parlargli:
-Non hai trovato niente…
Lui si copre gli occhi.
Insisto ma, cantando:
-Non hai trovato niente… Il mio bambino non ha trovato nienteeeee…”
Si mette davanti alla mia bocca che canta e applaude sul suono. Ride senza emettere suoni. Vedo i suoi dentini tutti sparpagliati nella bocca come chicchi di riso. Rido davanti all’immagine. Lui spalanca ancora la bocca sapendo di farmi ridere.
La madre entra nella sala anche se il nostro mondo non ha desiderio di condividersi, dice:
-Non la conosce…
Sorrido senza rispondere, lasciandomi prendere le labbra dalle mani che vogliono scoprire l’origine del mio suono. Lei non può contenersi:
-Non capisco come mai… Non va con nessuno… Ha le mani sporche…
Sorrido, guardo il bambino, gli parlo:
-Vogliamo metterci le scarpe e andare con mamma che ti ha preparato la merenda?
Si copre gli occhi.
Riprovo prendendolo cavalcioni mentre le sue dita sono sulle mie guance:
-Se vuoi, possiamo vederci un altro giorno. Io sono qui il giorno che tu vieni a vedere la signora che ti coccola i piedi.
Si stringe a me. Mi alzo con lui in braccio e lo porgo alla sua mamma che dice:
-Su, su, camminiamo!
Lui si mette in piedi, dà un calcio al tamburo che si trova a destra dei suoi piedi, mi guarda e apre la bocca semi sdentata nella sua muta risata. Io scoppio in una risata che mi riporta ai pomeriggi dei miei sei anni quando scappavo da casa per non sentire la vita che la famiglia mi aveva imposto. La madre dice:
-Ah! Che furbetto! Ha capito che lei è più infantile di lui! Ecco perché tante coccole!
S’allontana con un ridere più maturo del mio, più sonoro di quello del figlio.

Non torneranno mai più nel giorno in cui io ci sono ma, la donna che attraverso i piedi gli facilita il movimento mi racconta che, appena arriva nel centro, va verso la sala del suono e dà un calcio al tamburo, si guarda intorno, spalanca la bocca e ride. Canta.

Ogni volta che torno nella stanza del suono, guardo il tamburo, mi domando: Perché?
Da allora non riesco a mangiare il riso.

Roma, sembra fatta di carta quando il sole giallo diventa viola nel cader del crepuscolo. 2012 – Maria A. Listur

 

 

To Rumble

“What each one of us calls “the others”,
and to whom he conforms to,
or to whom he differentiate himself,
or to whom he oppose himself to,
it is only the variegated memory of his defeats,
projected on the people around.”

Igor Sibaldi

Just after crossing the arch that separates him from me, he comes towards and hugs me, he doesn’t look back. His mother is surprised. I prefer not inviting her in the area where the son has decided to know me. The sounds he is producing are unknown. He talks to me with those sounds, we dialogue with the eyes. When he doesn’t want something he covers his eyes with his hands. If I grab the drum, he covers his eyes, if I go further he covers his eyes again. When I sit on the floor he throws himself in to my arms. He puts the fingers of his hands in my mouth while I sing, then he stares at his open hands and widens his eyes surprised. He looks at me persistently, I try to talk to him:
-You haven’t found anything…
He covers his eyes.
I insist but, singing:
-You didn’t find anything… My baby didn’t find anythiiiiiing…”
He sits in front of my mouth that is singing and claps over the sound. Laughs without producing any sound. I see his little teeth all scattered in his mouth like rice grains. I laugh at the image. He widens his mouth again knowing that he makes me laughs.
His mother steps in the room even though our world has no desire to be shared, she says:
-He doesn’t know it…
I smile without replying, letting my self being taken by the lips by the hands that wants to discover the origin of my sound. She cannot hold back:
-I don’t understand… he never goes with anybody… His hands are dirty…
I smile, look at the baby, talk to him:
-Do we want to put on the shoes and go with mom that has made you a snack?
He covers his eyes.
I try again putting him astride while his fingers are on my cheeks:
-If you wish, we can meet another day. I am here the day that you come see the lady who caresses your feet.
He holds me tight, I stand up holding him in my arm and I hand him to his mother who says:
-Up, up, let’s walk!
He stands up, kicks the drum that is on the right side of his feet, looks at me and opens his almost toothless mouth in his mute laugh. I burst into laughs that brings me back to the afternoons when I was six when I used to run from home to escape the feeling of the life that my family was imposing to me, his mother says:
-Ah! Clever boy! He understands that she is more childish than him! That’s why all this cuddles!
She goes away with a more mature laugh than mine, more sonorous than her son.

They never came back on the day I am there but, the woman who through the feet facilitates his movements has told me that, as soon as he arrives in the place, he goes to the sound room and kicks the drum, looks around, widens his mouth and laughs. He sings.

Every time I go back to the sound room, I look at the drum, ask myself: Why?
Since then I can’t eat rice.

Rome, seems to be made of paper when the yellow sun becomes purple at the falling of the twilight. 2012 – Maria A. Listur

“Il referente sono io/e me ne vanto”/“The referent it’s me/and I brag about it”

Jolanda Insana

Un senso d’infinitezza attraversa tutta la mia schiena, esce dalla testa e dal centro dei piedi. Mi sto allungando in una posizione che imparai nella prima infanzia ma non ricordo quando. Seduta a terra, gambe divaricate, il petto sul pavimento. Tutto si estende. Chiudo le gambe, continuo a dilatarmi in avanti in alto in dietro oltre il pavimento. Ho perso la mia età da qualche parte. Avrei bisogno di uno specchio per riconoscere da fuori i miei quarantasette anni, da dentro mi sento sempre nel tempo dimenticato di quel prologo d’infanzia. Un pensiero attraversa l’attenzione all’allungamento: “La pelle non è frontiera”. Una catena di pensieri s’impossessa del piacere della postura aumentando la grazia del movimento, la destrezza, la profondità, la certezza:
-“ … è vero che le scapole erano ali…”
-“ … sento gli spinali di cui Francesco T. mi parlò, annunciandomi il dispiegamento delle mie ali… ”
-“ … ecco da dove si solleva quello che risiede nel corpo ma non è del corpo…”
-“ … questa libertà non possiede tempo…”
-“ … cosa sto contattando che non conosco?”
Mi commuovo dall’intensità dell’esperienza sapendo che mai potrò trasmetterla, posso soltanto desiderare che gli altri la scoprano, che ci siano tanti bambini che possano viverla senza che – le scuole, gli insegnamenti, le guide strette – blocchino questo sviluppo.
Respiro profondamente, muovo la colonna come fosse un serpente alato, un drago con ali più grandi della propria casa e che non si vedono. Quando comincio a ripiegarle verso la schiena, appiattendo contemporaneamente il ventre sulle mie gambe ora estese davanti a me, i polsi afferrati oltre i piedi, sento nettamente qualcosa avvolgermi interamente da dietro. Anche queste sono due ali e più grandi delle mie? Ho gli occhi aperti e con quelli non vedo niente. Sento. Supero il pregiudizio della follia. Chiudo gli occhi. Scavalco la paura. Mi dedico ad ascoltare – con la parte dello sguardo che non abita gli occhi – i mondi infiniti che la mia carne possiede, che l’aria che sono guida.
Davanti alle palpebre socchiuse una data: 4 Marzo.
Sorrido, mi lascio cullare dalla grazia dell’incontro sempre a sorpresa, dico:
Feliz Cumpleaños papà.

Più tardi, tra le persone troverò rose rosse, di quelle che lui sceglieva per sua madre.

Roma, silenziosa amica, eroica compagna dei tuoi e dei miei morti. 2012 – Maria A. Listur

 

“The referent it’s me/and I brag about it”
Jolanda Insana

A sense of infiniteness goes through my whole backbone, goes out from my head and from the center of my feet. I am stretching myself in a position that I have learned in my first childhood but I can’t remember when. Seated on the ground, legs apart, my chest on the floor. Everything extends. I close my legs, I keep on distending myself forward backwards and beyond the floor. I have lost my age somewhere. I need a mirror to recognize from outside my forty-seven years, inside I always feel in the forgotten time of that prologue of childhood. A thought passes through the concentration on my stretching: “The skin is not a frontier”. A chain of thoughts possesses the pleasure of the posture increasing the grace of movement, the dexterity, the profundity, the certainty:
-“ … it’s true that the shoulder blades were wings…”
-“ … I can fell the spinal that Francesco T. was talking about, announcing to me the spreading of my wings… ”
-“ … here it is from where lifts what inhabit the body but it doesn’t belong to it …”
-“ … this freedom doesn’t posses time…”
-“ … what am I reaching that I don’t know?”
I am moved by the intensity of the experience knowing that I won’t ever be able to pass it on, I can only wish that others can discover it, that there would be many children who can live it without that – schools, teachings, strict guidance – block this growth.
I breathe profoundly, move my backbone as it was a winged snake, a dragon with wings bigger than my own house and that cannot be seen. When I start to fold them towards the back, flattening the belly on my legs now stretched in front of me, the wrists holding each other beyond my feet, I feel distinctively something wrapping me entirely from behind. These also are two wings and bigger than mine? I have my eyes wide open and with these I can’t see anything. I feel. I go over the prejudice the craziness. I close my eyes. I get ahead over my fear. I dedicate myself to hear – with that part of the glance that doesn’t inhabit the eyes – the infinite worlds that my flesh possesses, that the air that I am guides.
In front of my closed eyelids a date: 4th of March.
I smile, I let myself be cuddles by the grace of the again surprised encounter, I say:
-Feliz Cumpleaños papà.

Later, among the persons I will find red roses, of those that I used to choose for his mother.

Rome, quiet friend, heroic companion of yours and mine deaths. 2012 – Maria A. Listur

“ Ci vuole ‘coraggio del coraggio’ /“ It is necessary ‘courage of the courage’ ”

Igor Sibaldi

-Buonasera, sono L. T., lei è Maria, la pittrice amica di Stella?
-Sì. Piacere.
-Ho visto il lavoro che ha fatto per Stella. Mi piace.
-Grazie.
-Mi diceva Stella che lei fa anche quadri, non soltanto murales.
-Sì. Anche.
-Dove si possono vedere? Colleziono arte contemporanea.
-Nel mio atelier.
-A Roma?
-Siamo a Roma…
-Quando?
-Quando vuole?
-Un tè domani?
-Preferisco dopodomani, avrò più tempo da dedicarle.
-Bene! Allora a dopodomani.
-Il mio biglietto.

Ore 17 di un giovedì, il tè è pronto, i biscotti alla cannella e limone profumano ogni angolo, un kimono nero sopra una tuta di seta nera, mi veste. Nessuna parte del corpo scoperta, tranne il viso e le mani. Ai piedi calzini giapponesi rigorosamente neri. I capelli raccolti sulla nuca. Cipria, lucida labbra. Suona il campanello. Apro all’amico e avvocato di una persona che attraverso la pittura è diventata un’amica. Gli chiedo di togliersi le scarpe, come a tutti. Ride. Se le toglie. Lo invito ad arrivare al tatami dove ho servito il tè. Prima ancora di arrivare alla porta che si apre sul tatami, una mano mi prende dal collo del kimono, mi fa perdere l’equilibrio, mi fa cadere verso il corpo che ha mosso la mano. Mi sorregge, mi rigira, mi strappa il kimono. Non grido. Incomincio a darmi ordini: “Non resistere, sarà peggio!” “Nessuno ti può sentire…” “Ricordati che sei sola, se sparisci nessuno se ne accorgerà prima di tre giorni!” “Non resistere!” “Non resistere!” Lui parla mentre mi spinge verso il divano. La ricerca di qualcosa di sconosciuto mi fa dire:
-Non vedevo l’ora…
-L’avevo capito sai…
Mi sta per strappare la tuta. Mi ordino: “Aiutalo, parlagli!”
-Facciamo insieme, faccio io…
Lui balbetta tutto quello che vuole farmi, anche se tutto risuona “disgusto e potere” io vedo un essere disperato, non riesco a vedere l’uomo che mi ha parlato a cena accanto ai bambini della mia amica. Invento un’ancora:
-Scusa ma devo vomitare!
Incomincio a fingere dei conati di vomito che somigliano a delle urla d’orso. Nella mente mi autocritico: “Pessima recitazione!” Ma ho il tempo per pensare cosa fare. S’avvicina al mio collo io parto con il conato, poi m’avvicino io e appena ho il suo viso davanti riparto con il conato. Dodici conati! “Funziona!” Lui mi guarda con una delusione infinita, si riallaccia la cinghia dei pantaloni. Come uscito da un sogno chiede:
-Posso guardare i quadri?
Rispondo esausta:
-Ti va se facciamo un altro giorno?

Alcuni mesi dopo i conati: suona il telefono.
-Pronto.
-Sono L. T.
-Scusa ma non ho tempo ora…
-Scusa tu. Volevo soltanto dirti che ho avuto un problema di salute. Quando sono venuto da te, avevo un nuovo medico che mi aveva tolto il litio nella cura della mia bipolarità e… la prima crisi l’ho avuto a casa tua. Poi, l’ospedale. Orribile… Scusami… Grazie per non avermi denunciato.
-Prego. Buone cose.
-Grazie.
Riaggancio, un pensiero mi prende la gola: “Dio e il diavolo ci fanno visita perché sono sicuri di trovarci.” Humbert Cornéils

Todi, da dove Roma si riapre nelle rimembranze. 2012 – Maria A. Listur

 

“ It is necessary ‘courage of the courage’ ”
Igor Sibaldi

-Good evening I am L. T., you are Maria, the painter friend of Stella?
-Yes. Pleasure.
-I have seen the work you have done for Stella. I like it.
-Thank you.
-Stella was telling me that you do also paintings, not only murales.
-Yes. As well.
-Where can they be seen? I collect contemporary art.
-In my atelier.
-In Rome?
-We are in Rome…
-When?
-When would you like?
-A tea tomorrow?
-I’d rather choose the day after tomorrow, I will have more time to dedicate to you.
-Well! Then the day after tomorrow it is.
-Here is my card.

It’s 17 o’clock of a Thursday, the tea is ready, the cinnamon flavored cookies and the lemon are perfuming each corner, a black kimono over a black training suit, dresses me. No part of my body is uncovered, besides the face and the hands. At my feet rigorously black Japanese socks. Hair gathered up. Face powder, lip-gloss. The bell rings. I open to the lawyer and friend of a person that through painting has become a friend. I ask him to take off his shoes, like to everybody. He laughs. He takes them off. I invite him to reach the tatami where I have served the tea. Before reaching the door that opens on the tatami, a hand grabs me by the collar of the kimono, makes me loose balance, makes me fall towards the body that has moved the hand. It supports me, it turns me, it rips off the kimono. I don’t scream. I start giving myself orders: “Don’t resist, it’ll be worse!” “Nobody can hear you…” “Remember that you are alone, if you disappear no one will realize it before three days!” “Don’t resist!” “Don’t resist!” He is talking while pushing me towards the sofa. Looking for something unknown makes me say:
-I was looking forward to this…
-I did understand that you know…
He is about to tear off my training suits. I order myself: “Help him, talk to him!”
-Let’s do it together, I’ll do it…
He is babbling all he wants to do to me, even if everything resounds like “disgust and power” I see a desperate being, I am unable to see the man that talked to me at dinner near my friend’s children. I make up a break:
-Sorry but I have to vomit!
I start pretending retches that look like the howling of a bear. In my mind I self criticize: “Bad acting!” But I have the time to think what to do. He comes clos to my neck and I begin with retches, then I go close and as soon I have his face in front of me I start again with the retch. Twelve retches! “It works!” He looks at me with an infinite delusion, he buckles again his pants’ belt. As stepping out of a dream he asks:
-Can I see the paintings?
I exhausted reply:
-Do you mind if we see them another day?

Some months ago after the retches: the phone rings.
-Hello.
-I am L. T.
-Excuse me but I have no time now…
-You have to forgive me. I just wanted to say that I have had a health problem. When I came visit you, I had a new doctor that took away lithium from my bipolarity cure and… my first crisis I have had it at your house. Then, the hospital. Horrible… Forgive me… Thank you for not pressing charges.
-You are welcome. Take care.
-Thank you.
I hang up, a thought grabs me by the throat: “God and the devil come visit us because they are sure to find us there” Humbert Cornéils

Todi, from where Rome opens again to remembrances. 2012 – Maria A. Listur