Rimbombare/To Rumble

“Ciò che ognuno di noi chiama “gli altri”,
e ai quali si adegua,
o dai quali si differenzia,
o ai quali si oppone,
è solo la variegata memoria delle sue sconfitte,
proiettata sulla gente intorno.”

Igor Sibaldi

Appena valicato l’arco che lo separa da me, mi viene incontro e m’abbraccia, non guarda indietro. La madre si meraviglia. Preferisco non invitarla nell’area dove il figlio ha deciso di conoscermi. I suoni che emette sono sconosciuti. Mi parla con quei suoni, dialoghiamo con gli occhi. Quando non vuole qualcosa si copre gli occhi con le mani. Se prendo un tamburo, lui si copre gli occhi, se mi allontano si copre ancora gli occhi. Quando siedo per terra lui si lancia tra le mie braccia. Mi mette le dita delle mani nella bocca mentre canto, poi si guarda le mani aperte e spalanca gli occhi sorpreso. Mi guarda insistente, provo a parlargli:
-Non hai trovato niente…
Lui si copre gli occhi.
Insisto ma, cantando:
-Non hai trovato niente… Il mio bambino non ha trovato nienteeeee…”
Si mette davanti alla mia bocca che canta e applaude sul suono. Ride senza emettere suoni. Vedo i suoi dentini tutti sparpagliati nella bocca come chicchi di riso. Rido davanti all’immagine. Lui spalanca ancora la bocca sapendo di farmi ridere.
La madre entra nella sala anche se il nostro mondo non ha desiderio di condividersi, dice:
-Non la conosce…
Sorrido senza rispondere, lasciandomi prendere le labbra dalle mani che vogliono scoprire l’origine del mio suono. Lei non può contenersi:
-Non capisco come mai… Non va con nessuno… Ha le mani sporche…
Sorrido, guardo il bambino, gli parlo:
-Vogliamo metterci le scarpe e andare con mamma che ti ha preparato la merenda?
Si copre gli occhi.
Riprovo prendendolo cavalcioni mentre le sue dita sono sulle mie guance:
-Se vuoi, possiamo vederci un altro giorno. Io sono qui il giorno che tu vieni a vedere la signora che ti coccola i piedi.
Si stringe a me. Mi alzo con lui in braccio e lo porgo alla sua mamma che dice:
-Su, su, camminiamo!
Lui si mette in piedi, dà un calcio al tamburo che si trova a destra dei suoi piedi, mi guarda e apre la bocca semi sdentata nella sua muta risata. Io scoppio in una risata che mi riporta ai pomeriggi dei miei sei anni quando scappavo da casa per non sentire la vita che la famiglia mi aveva imposto. La madre dice:
-Ah! Che furbetto! Ha capito che lei è più infantile di lui! Ecco perché tante coccole!
S’allontana con un ridere più maturo del mio, più sonoro di quello del figlio.

Non torneranno mai più nel giorno in cui io ci sono ma, la donna che attraverso i piedi gli facilita il movimento mi racconta che, appena arriva nel centro, va verso la sala del suono e dà un calcio al tamburo, si guarda intorno, spalanca la bocca e ride. Canta.

Ogni volta che torno nella stanza del suono, guardo il tamburo, mi domando: Perché?
Da allora non riesco a mangiare il riso.

Roma, sembra fatta di carta quando il sole giallo diventa viola nel cader del crepuscolo. 2012 – Maria A. Listur

 

 

To Rumble

“What each one of us calls “the others”,
and to whom he conforms to,
or to whom he differentiate himself,
or to whom he oppose himself to,
it is only the variegated memory of his defeats,
projected on the people around.”

Igor Sibaldi

Just after crossing the arch that separates him from me, he comes towards and hugs me, he doesn’t look back. His mother is surprised. I prefer not inviting her in the area where the son has decided to know me. The sounds he is producing are unknown. He talks to me with those sounds, we dialogue with the eyes. When he doesn’t want something he covers his eyes with his hands. If I grab the drum, he covers his eyes, if I go further he covers his eyes again. When I sit on the floor he throws himself in to my arms. He puts the fingers of his hands in my mouth while I sing, then he stares at his open hands and widens his eyes surprised. He looks at me persistently, I try to talk to him:
-You haven’t found anything…
He covers his eyes.
I insist but, singing:
-You didn’t find anything… My baby didn’t find anythiiiiiing…”
He sits in front of my mouth that is singing and claps over the sound. Laughs without producing any sound. I see his little teeth all scattered in his mouth like rice grains. I laugh at the image. He widens his mouth again knowing that he makes me laughs.
His mother steps in the room even though our world has no desire to be shared, she says:
-He doesn’t know it…
I smile without replying, letting my self being taken by the lips by the hands that wants to discover the origin of my sound. She cannot hold back:
-I don’t understand… he never goes with anybody… His hands are dirty…
I smile, look at the baby, talk to him:
-Do we want to put on the shoes and go with mom that has made you a snack?
He covers his eyes.
I try again putting him astride while his fingers are on my cheeks:
-If you wish, we can meet another day. I am here the day that you come see the lady who caresses your feet.
He holds me tight, I stand up holding him in my arm and I hand him to his mother who says:
-Up, up, let’s walk!
He stands up, kicks the drum that is on the right side of his feet, looks at me and opens his almost toothless mouth in his mute laugh. I burst into laughs that brings me back to the afternoons when I was six when I used to run from home to escape the feeling of the life that my family was imposing to me, his mother says:
-Ah! Clever boy! He understands that she is more childish than him! That’s why all this cuddles!
She goes away with a more mature laugh than mine, more sonorous than her son.

They never came back on the day I am there but, the woman who through the feet facilitates his movements has told me that, as soon as he arrives in the place, he goes to the sound room and kicks the drum, looks around, widens his mouth and laughs. He sings.

Every time I go back to the sound room, I look at the drum, ask myself: Why?
Since then I can’t eat rice.

Rome, seems to be made of paper when the yellow sun becomes purple at the falling of the twilight. 2012 – Maria A. Listur

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