Intolleranze/Intolerances

“Una domanda è come un coltello che squarcia la tela di un fondale dipinto per permetterci di dare un’occhiata a ciò che si nasconde dietro.”
Milan Kundera

“Sembriamo sardine!” penso mentre la persona dietro di me non può fare altro che usarmi d’appoggio. La destinazione è lontana. La parola “pardon” si sente per tutto il tragitto. Toccarsi è inevitabile. “Ecco che per due ore, avrò un pisello mezzo morto appoggiato sul culo e che chiede perdono!” inizio di un volgarissimo pensiero che mi si piazza nel corpo.
Penso alle alternative… Non ci sono. “Ovunque andrò avrò qualcuno che mi chiederà perdono per appoggiarsi fisicamente a me!” sorrido grazie alla mia egoistica prospettiva. “Non è una prospettiva, ma una realtà che ho sempre vissuto!” ecco ancora il verme immaginario che interrompe la percezione del luogo.
Mentre ridacchio espirando un po’ d’aria condizionata, “almeno questo” aggiungo silenziosa; la voce che poco prima ha detto nella sua lingua “pardon”, ora domanda:
-Limone?
Questa volta sono io che per accordarmi alla sua lingua e alla sua domanda, con tono interrogatorio dico:
-Pardon…
-No, mi scusi… (Ancora lo devo perdonare? penso) Vorrei sapere se il suo profumo è una fragranza creata col limone.
-Mmm… Sì. Della famiglia.
-Della famiglia?
-Un amico molto stretto.
-Citrico?
-Sì.
-Nome?
-Maria.
-Del citrico.
-E più difficile del mio.
A quel punto rimaniamo in silenzio, i vicini così prossimi, ci ascoltano. Una frenata riduce lo spazio tra lui e me. Sento che respira tra i miei capelli. Mi chiede ancora scusa, dice:
-Ero allergico ai citrici!
Mi giro di scatto appoggiando il mio sedere sulla schiena di una signora bassetta che avevo davanti, la mia borsa tra lui e me, domando:
-Mi dovrei spostare?
-Ho detto “ero”…
-E da quando non lo è?
-Da venti minuti.
-Sta cercando di essere cortese.
-Sono cortese.
-Vuole che gli sveli il nome?
-Me l’ha già detto.
-Il nome del citrico.
-Quello lo so.
-Ah sì? E come si chiama.
-Glielo devo dire all’orecchio. Sono un profumiere e non vorrei che altri lo scoprissero.
Abbasso la borsa, appoggio il mio corpo sul suo, gli porgo l’orecchio destro spostando i capelli, con l’orecchino sto toccando le sue labbra, attendo curiosa. L’autobus gira velocemente a destra, lui mi sostiene dal punto vita non potendo evitare il contatto del suo viso con il mio dice:
-Philippe.

Strasburgo, dove quello che per me era grigio oggi lo scopro rosa e anche celeste. 2012 – Maria A. Listur

 

Intolerances

“A question is like a knife that rips a canvas of a painted backcloth to let us take a glance to what is hidden behind.”
Milan Kundera

“We look like sardines!” I think while the person behind me can’t help but use me as a stand. The destination is far away. The word “pardon” is heard throughout the whole trip. Touch each other is inevitable. “Here we go, for two hours I’ll have an almost dead dick leaned against my butt and that is asking to be forgiven!” I start a very vulgar thought that remains in my body.
I think about alternatives… There aren’t any. “ Everywhere I go I’ll have somebody asking me to forgive him to lean physically on me!” I chuckle thanks to my egoistic perspective. “It is not a perspective but a reality I have always lived!” here it comes the imaginary worm that interrupts the perception of the place.
While chuckling I exhale a bit of conditioned air, “at least this” I add silently; the voice that a while before has told me in his language “pardon”, now asks:
-Lemon?
This time it is I who to accord myself to his language and his question, with quizzical tone ask:
-Pardon…
-No, excuse me… (Do I have to forgive you again? I think) I’d like to know if your perfume is a fragrance created with lemon.
-Mmh… Yes. From the same family.
-From the same family?
-A very close friend of it.
-Citric?
-Yes.
-Name?
-Maria.
-Of the citric.
-It’s more difficult than mine.
At this point we remain silent, the neighbors, so close, are listening. A sudden break reduces the space between him and me. I feel he breathing between my hairs. He excuses himself, says:
-I was allergic to citric!
I turn around leaning my bottom on the back of a short lady I had in front of me, my purse between him and me. I ask:
-Should I move?
-I said, “I was”…
-And since when you stopped?
-Since twenty minutes.
-You are trying to be nice.
-I am nice.
-Do you want me to reveal the name?
-You already told me.
-The name of the citric.
-I know that.
-Oh really? And what is it.
-I have to whisper it to your ear. I am a perfumer and wouldn’t want that others find out.
I lower the purse, lean my body on his, offering my right ear moving away the hairs, with my ear I am touching his lips, waiting curiously. The bus turns quickly to the right, he holds me from my waistline being unable to avoid the contact of his face with mine saying:
-Philippe.

Strasburg, where what used to be grey for me today I discover it pink and blue-sky. 2012 – Maria A. Listur

“Le metafore…/“Metaphors…

ci aiutano a sviluppare la percezione di ciò che è invisibile o impalpabile, e senza di esse siamo destinati a dimenticare.”
Alain de Botton

-E lei crede che ci sarà un’altra occasione?
-Sono sicura. Non ho bisogno di crederci.
-Come fa a esserne così sicura?
-Per molti anni mi sono addormentata quasi morta e mi sono risvegliata rinnovata…
-Dicono che lei non dorme mai…
-Io dormo.
-Quando?
-Quando mi credono arresa.
-Lei si ricorda tutte le volte che si è arresa oppure preferisce dimenticare?
-Mi ricordo anche delle cose che non ha notato nessuno!… Figuriamoci!
-Ricorda ogni istante?
-Ogni istante e ogni spazio!
-L’ammiro! Ho una grande memoria ma non come la sua.
-Sarà per questo che ha deciso di farmi visita…
-Io non sono passata a trovarla! Io…
-Ma sì! Non faccia finta di voler restare a lungo! Vada vada!
-Io sono qui da…
-Lei non è mai “totalmente” qui. Lo dica. Provi a dirlo!
-Io sento di essere qui, con lei. Io so di provare nei suoi confronti un sentimento di profonda meraviglia.
-Come davanti a una bellissima scultura.
-Anche.
-Ma le sculture sono percorribili, finite, limitate.
-Non la seguo.
-Si sa dove iniziano e dove finiscono tuttavia sono talvolta piccole rispetto alla grandezza del nostro sguardo.
-Si sente piccola?
-So che lei mi vede piccola.
-No, io la vedo… Sola.
-Lo sono sempre stata.
-Non le credo.
-Mi creda… Sono stata sempre sola, anche quando di bianco vestita luccicavo grazie alla mano d’opera dei miei ospiti.
-Quel bianco luccica ancora.
-Quel bianco lo vedono soltanto coloro i quali riescono a stupirsi anche quando sembro moribonda.
-Ma che dice! Per essere moribonda deve prima ammalarsi!
-Lei non nota che il bianco tende verso il grigio verde, anche quando mi ripulisco.
-Sì, e mi piace.
-E perché le piace?
-Sembra un cristallo di roccia, diventa più chiaro secondo la luce che riflette.
-Mi lusinga…
-Mi prende in giro.
-No… semplicemente… faccio “la stupida, stasera…”*
-“… la stupida stasera…?”*
-Io posso. Sono o non sono eterna?

Chiacchierare con Roma mentre la luna divide la notte in due giorni è l’esercizio che ho imparato da M. Montaigne: “Forse vale la pena di studiare e comprendere davvero solo ciò che ci fa stare meglio.”

Certamente Roma. Parla. 2012 – Maria A. Listur

*da “Roma nun fa la stupida stasera” di Rascel Renato

 

“Metaphors…
help us to develop the perception of what is invisible or intangible, it is without those that we are doomed to forget.”
Alain de Botton

-And you think there will be another occasion?
-I am sure. I don’t need to believe it.
-How can you be so sure?
-For many years I have fallen asleep almost dead and I have waken renewed…
-They say you never sleep…
-I do.
-When?
-When they think I have surrendered.
-Do you remember all the times in which you have surrendered or you’d rather forget?
-I even remember those things that nobody has noticed! … Of course I do!
-You remember every moment?
-Every moment and every place!
-I admire you! I do have a strong memory but nothing like yours.
-Maybe this is the reason why you came to visit me…
-I didn’t come to visit you! I…
-But of course! Don’t pretend you want to stay any longer! Go ahead, go!
-I am here for…
-You are never “totally” here. Say it. Just try saying it!
-I feel I am here, with you. I know I have a feeling of profound amazement towards you.
-Like in front of a beautiful sculpture.
-As well.
-But sculptures are workable, finished, limited.
-I don’t follow you.
-We know where they start and where they end although they are small compared to the vastness of our glance.
-Do you feel small?
-I know you see me small.
-No, I see you… Alone.
-I have always been so.
-I don’t believe you.
-Believe me… I have always been alone, even when white-clothed I sparkled thanks to the work of art of my hosts.
-That white still sparkles.
-That white is seen only by those who can amaze themselves even when I seem to be dying.
-What are you talking about! To be dying you first have to be sick!
-Don’t you see that the white tends to be grey-green even when I polish myself?
-Yes and I like it.
-And why do you like it?
-You look like a rock crystal, turning white according to the light you reflect.
-You are flattering me…
– You are making a fool of me.
-No… simply… I am playing “the dumb, tonight…”*
-“… the dumb tonight…?”*
-I can. Am I or not eternal?

Chatting with Rome while the moon divides the night in two days it is the exercise that I have learned from M. Montaigne: “Maybe it is worth to study and comprehend only what makes us feel better.”

Certainly Rome. Speaks. 2012 – Maria A. Listur

*from “Roma nun fa la stupida stasera” by Rascel Renato

Costellare/Starring

In alto e a sinistra delle sue iride si può vedere una luce dorata.
Mi chiedo se qualcuno l’abbia mai notato.
Le auguro silenziosamente che la figlia ed il figlio l’abbiano vista.
La guardo mentre l’ascolto. Guardo il punto ocra che illumina occhi nuovi.
L’ho guardata tante volte senza essere stata attraversata da questa luce.
L’ho vista anche piangere.
Ridere fino alle lacrime.
Piegata nel corpo.
Rinata dal corpo.
Lei non sa che quella luce ocra mi sta prendendo tutta la schiena – che lei spesso mi carezza – e mi sta facendo ripercorrere la nostra storia.
Abbiamo costruito tante cose insieme. Anche quando sembravamo lontane, con un oceano di mezzo o con dei tempi che non somigliavano ma, è bastato un:
-Ti va un tè?
-Preferisco un succo.
-Ho detto tè per dire “prendere qualcosa”.
Lei ride delle nostre tipiche precisazioni, condividiamo una o più d’una malattia ma, quella terribile che è la “Sindrome della migliore della classe” ci ha creato disturbi condivisi.
Ridiamo, attraversiamo la strada, ci sediamo nel bar della scoperta della luce.
Parliamo d’arte, di teatro, di gente che conosciamo e che amiamo.
Ridiamo spesso.
Ci commuoviamo sempre.
La luce si riaccende costantemente.
Il celeste che pervade i suoi occhi diventa una piattaforma da dove costruire futuri.
Ci facciamo una proposta per l’anno prossimo, realizzeremo un desiderio in comune che non ci siamo mai confidate.
Una telefonata la riporta a casa, dai suoi bambini, dalle urgenze quotidiane.
L’accompagno fino alla fermata del suo autobus che arriva prima di noi.
Lei sale di corsa, si volta verso di me, sorride e parte.
Tutta lei è diventata di luce grazie ad un sorriso d’addio.
Mi commuove il nostro sentire, delicato e semplice. Il tempo che abbiamo impiegato per concederci senza resistenze.
Torno a casa a piedi, ringrazio per la mia vita che è vita grazie a queste luci.
Ringrazio per quel mio sguardo che non vede, non conosce, non sa ma, si fida! Sempre.
Mi ripeto una frase che tempo fa mi mandò un mio caro amico e maestro, Roberto Amerio: “Preghiera non è chiedere, è ringraziare. Per ogni cosa che ci porta la vita. Per lo stupore e la meraviglia di essere in questo mondo. Ringraziare gli antenati e l’intera vita da cui veniamo e che continua in ogni nostra molecola dall’inizio del mondo; i figli che raccolgono la nostra energia e la portano avanti; i parenti, gli amici e tutti quanti vivono con noi, senza i quali non esisteremmo. Ringraziare la pianta che dobbiamo strappare per mangiare o per curarci. Prometterle che torneremo alla terra per nutrirla. Ringraziare l’animale che ci nutre(sigh !) e ci fa compagnia, gli elementi che ci dicono chi siamo e compongono il nostro corpo. Ringraziare lo spirito che è tutto questo e dà forma alle nostre anime e dà vita ai nostri corpi.”

Roma, dove un giorno sono venuta perché mi sembrava una scenografia. 2012 – Maria A. Listur

 

Starring

Above and on the left of her iris a golden light can be seen.
I wonder if anybody has ever noticed.
I wish her silently that her daughter and her son have seen it.
I look at her while listening. I look at the ochre color that illuminates her new eyes.
I’ve seen her many times without being passed through by this light.
I have seen her cry.
Laugh till she cried.
Bended in her body.
Reborn from her body.
She doesn’t know that that ochre light is running down my whole backbone – which she often caresses – and it’s letting me go over our story.
We have built a lot together. Even when we seemed apart, with an ocean between us or with times that did not match but, it has been enough to say:
-How about a cup of tea?
-I’d rather have a fruit juice.
-I said tea just to say, “let’s drink something”.
She laughs at our typical clarifications, we share one or more sickness but, that terrible one that is the “First of the class syndrome” has created for us common disorders.
We chuckle, cross the road, sit at the bar of the discovery of light.
We talk about art, theatre, people we know and love.
We often laugh.
We always get emotional.
The light goes back on constantly.
The blue-sky that pervades her eyes becomes a platform from where it’s possible to build futures.
We propose to each other something for next year, we will make come true a common wish that we have never confide each other.
A phone call brings her back home, to her children, to her daily urgencies.
I go with her to her bus stop that arrives before us.
She gets on running, turns around towards me, chuckles and leave.
The whole of her has become of light thanks to a farewell smile.
It moves me our feeling, delicate and simple. The time we spent to allow each other to know one another without resistances.
I go home walking, I thank for my life that is a life thanks to these lights.
I thank for that glance that doesn’t see, doesn’t know, isn’t aware, but believes! Always.
I repeat to myself a sentence that sometime ago a dear friend and master of mine sent me. Roberto Amerio: “To pray is not to ask, it is to thank. For everything that life brings to us. For the astonishment and the wonder of being in this world. Be thankful for the ancestors and the whole life we come from and that keeps going in each molecule from the beginning of the world; our children who gather our vital energy and carry it on; the relatives, the friends and all those who live with us, without whom we wouldn’t exist.
To thank the plant that we have to rip to eat or cure ourselves. To promise her that we will go back to earth to nourish it. To thank the animal that nourishes us (sigh!) and keeps us company, the elements that tells us who we are and compose our body. To thank the spirit that is all this and gives shape to our souls and gives life to our bodies.”

Rome, where one day I came because it seemed a scenography. 2012 – Maria A. Listur

Memoria/Memory

“Non si deve credere in quello che si vede ma creare quello che non c’è.”
Miguel de Unamuno

Non devi dormire. Cosa credi? Dopo tanti anni d’allenamento io ti dovrei lasciar dormire? Prova a sentire… Non senti? Non percepisci il leggero movimento interno? Sono le 4,57 del mattino! Una bomba o un terremoto? Indovina…
In un orecchio che non è quello dell’udire si destano memorie:

“Non possiamo portare la bambina a scuola, altre minacce…”
“Sappi che oggi annunciano il cambio di moneta… una devalutazione infernale!”
“Non capisco cosa fa l’esercito!”
“Non capisco cosa fanno i terroristi!”
“Che fai sotto il tavolo! Vai a letto! Tuo padre ed io dobbiamo parlare!”
“Chi se ne frega che siano le 4!
“Sembra un deserto… Questo paese è diventato un deserto…”
“Stai tranquilla, vedrai che le cose non possono peggiorare…!
“L’hai detto anche due anni fa…”
“Dove si va oltre il terrore?”
“Deve esserci un modo per proteggere i bambini!”
“Non esiste.”
“Sono troppo piccoli…”
“Andiamo a letto?”
“Non posso…”
“Ti devi riposare…”
“Non voglio dormire… Voglio sentire, anche fosse l’ultima notte della mia vita.”
“Non sentirai niente…”
“Sentirò vedrai, sentirò…”
“Purtroppo sentirai soltanto quando tutto sarà finito. Sono degli specialisti…”
“Io li sentirò!”
“Può darsi… ma sarà ugualmente tardi.”
“Vai vai…”
“Resto con te. Beviamo.”
“Prima vai a vedere se dorme…”
“Tu sai bene che lei non dorme. Finge che dorme.”

Le parole si mescolano con i suoni lontani delle macchine, è l’ora dell’infuso dell’alba e della lettura. Informati.
Hai sentito un terremoto del nord dell’Italia! E come sempre non l’hai potuto prevedere! Ma l’hai sentito! Vedi perché non ti permetto di dormire… Perderesti la parte di vita che si crede debba essere perduta per sembrare che si vive. Nel sonno perderesti la memoria del sogno. Non posso lasciarti dormire. L’unica cosa che ti appartiene sono io. Il tuo unico bene. Il tuo unico limite. La tua salvezza: echi vecchi – non ancora ancestrali – capaci di lenire le nuove scosse, le rinnovate stoccate, i crolli improvvisi. Dell’uomo. Della natura. Per farti resistere.

Roma, nel cuore d’una nazione che piange, trema, sopporta. Così simile a tante. 2012 – Maria A. Listur

 

Memory

“We don’t have to believe in what can be seen but we have to create what isn’t yet.”
Miguel de Unamuno

Don’t you sleep. What do you think? After so many years of training should I let you sleep? Try to listen… Can’t you hear? Can’t you perceive the light internal movement? It’s 4:57 in the morning! A bomb or an earthquake? Guess…
In an ear that is not the one for hearing some memories awaken:

“We can’t bring the girl to school, there have been other threats…”
“You have to know that today they are announcing the changing of currency… a total devaluation!”
“I don’t understand what the army is doing!”
“I don’t understand what the terrorists are doing!”
“What are you doing under the table! Go to bed! Your father and I have to talk!”
“Who cares if it’s 4 in the morning!
“It looks like a desert… This country has become a desert…”
“Stay calm, you’ll see it won’t get any worse…!
“You said it two years ago…”
“Where do we go beyond the terror?”
“There must be a way to protect the kids!”
“It doesn’t exist.”
“They are too little…”
“Shall we go to bed?”
“I can’t…”
“You have to rest…”
“I don’t want to sleep… I want to feel, even if it was the last night in my life.”
“You won’t feel a thing…”
“I’ll feel you’ll see, I will…”
“Unfortunately you will feel it when everything will be over. They are professionals…”
“I will feel them!”
“Could be… But it’ll be late anyway.”
“Go ahead…”
“I’ll stay with you. Let’s drink.”
“Before that go check if she is sleeping…”
“You know well that she doesn’t sleep. She pretends to.”

Words mix with the sounds of the cars faraway, it is time for the herb tea of the dawn and the reading.
You have felt the earthquake of north Italy! And as usual you couldn’t see it! But you felt it! You see why I don’t allow you to sleep… You’d lose that part of life that it’s believed that has to be lost to look like we are living. During the sleep you would lose the memory of the dream. I can’t let you sleep. The only thing that belongs to you it’s me. Your only good. Your only limit. Your safety: old echoes – not yet ancestral – capable to heal the new quivers, the new blows, the sudden collapses. Of man. Of nature. To let you resist.

Rome, in the heart of a nation that cries, shakes, tolerates. So similar to many. 2012 – Maria A. Listur

Protagonismi/Protagonisms

“Gli specchi dovrebbero riflettere un po’, prima di riflettere le immagini.”
J. Cocteau

-Di cosa si occupa?
-Arte.
-Per questo così felice?
-Felice?
-Sorridente.
-Quasi sempre.
-Una pura formalità allora…
-Un modo di essere.
-Una contrazione muscolare.
-Una forma di disponibilità.
-Una maschera.
-Non lo so.
-Maschera i morsi?
-Della fame?
-Non quelli…
-Lei non li maschera?
-Non sono un ipocrita.
-Io sì.
-Non esita! Lo riconosce!
-Lo vivo.
-Si traveste!
-Dipende da cosa lei intenda dire.
-Intendo che lei non mostra quello che sente…
-Mi conosce da quindici minuti è già sa come sono?
-Lei “appare” felice ma non è felice!
-“Appaio felice” ai suoi occhi…
-Sorridente, fresca, leggera, disponibile, curata, rilassata. Serenamente mascherata?
-Tranquillamente ipocrita, serenamente finta, gioiosamente falsa, glamourosamente simulatrice…
-E si sente forte? Mi spieghi come si allena!
-Faccio l’attrice da quando avevo quattro anni.
-Finge.
-Non ho mai avuto bisogno di essere credibile.
-Mi fa paura!
-Non immagina a quanta gente provoco cose peggiori!
-E si sente di avere successo?
-Nessuno.
-Ma lei non è più una bambina! Perché lo fa?
-Per la stessa ragione per cui parlo con lei e sorrido.
-Un allenamento?
-L’arte che ha un obiettivo è un mestiere non un sogno ed io preferisco sognare.
-Non la seguo.
-E meglio non provarci… Lei è il numero 27?
-Sì.
-Vada… Tocca a lei.

Roma, dove inviare una lettera può essere come andare da Bonito Oliva a chiedere rassicurazioni sulla propria opera! 2012 – Maria A. Listur

 

Protagonisms

“The mirrors should reflect a little, before reflecting the images.”
J. Cocteau

-What do you do?
-Art.
-For this you are so happy?
-Happy?
-Smiling.
-Almost every time.
-A pure formality then…
-A way of being.
-A muscular contraction.
-A form of openness.
-A mask.
-I don’t know.
-You mask the bites?
-Of hunger?
-Not those one…
-Don’t you mask them?
-I am not a hypocrite.
-I am
-You don’t even hesitate! You agree!
-I live it.
-You disguise yourself!
-It depends on what you mean.
-I mean that you don’t show what you feel…
-You met me just fifteen minutes ago and you already know how I am?
-You “look” happy but you are not happy!
-“I look happy” to you…
-Smiling, fresh, light, available, cured, relaxed. Happily masked?
-Quietly hypocrite, serenely fake, happily false, glamorously simulant…
-And do you feel strong? Tell me how do you train!
-I am an actress since when I was four years old.
-You pretend.
-I have never had the necessity to be believable.
-You scare me!
-You don’t know how I provoke worse things to many persons!
-And do you feel you are having success?
-Not at all.
-But you are not a baby anymore! Why do you do it?
-For the same reason that I talk with you and smile.
-A training?
-The art that has an objective is like a job not a dream and I’d rather dream.
-I am not following you.
-It’s better not to try it… Are you number 27?
-Yes.
-Go on… It’s your turn.

Rome, where sending a letter could be as going to Bonito Oliva to ask reassurances on our own work! 2012 – Maria A. Listur

“Essere o non essere”/“To be or not to be”

William Shakespeare

L’alba incombe quando la memoria rigenera un passo che porta fuori dal letto, scrive; anzi, traduce Roberto Juarroz:

“Ho scartato lo sguardo per conoscerti.
Ho anche scartato la dolce analogia
tra il tuo viso e la vita.
Ho tagliato i fili, le certezze
e anche il tempo inimitabile di stare insieme.
Ancor di più: ho liberato il vuoto
per metterlo tra noi due come un gioco addormentato,
come una nota senza strumento.
Sono sceso sulla terra distante
della tua forma taciturna,
alla polvere dove la forma si rincontra
con la propria nascita già più libera.
E soltanto lì ti ho conosciuto.
E ho cerchiato la morte con le tue mani.”

Un biglietto di saluto dopo un dialogo che ha portato il sonno ad uno e il desiderio di sole nascente all’altra:

-Non mi hai mai detto “Ti amo”…
-Non lo senti?
-Non lo puoi dire eh?
-Ti amo.
-Perché ti ho sfidata…
-Perché non sono stata capace di fartelo sentire.
-Comunque, nel dirlo, non mi comunichi serenità. Sembra potresti dirlo a chiunque…
-A chiunque?
-A tutti…
-Infatti, lo posso dire a tutti quelli che frequento, anzi, io chiamo “amore mio” a tante persone.
-Superficiale… non ti pare?
-O frequento soltanto persone che amo… non ti pare?
-Eccessivo.
-Per chi non sopporta l’intensità del vuoto.
-Quale vuoto?
-Quello che si dovrebbe praticare per accogliere.
-Ma si può fare con pochi.
-Appunto… si fa con quelli che sono parte della tua vita.
-Ma io non amo i miei amici come amo te…
-Mi dispiace…

Roma, prima dell’estate, quando il vento porta un ricordo dell’inverno. 2012 – Maria A. Listur

 

“To be or not to be”

William Shakespeare

The dawn is incumbent when the memory regenerates a step that pushes out of the bed, it writes; better yet, translates Roberto Juarroz:

“I have unwrapped the glance to know you.
I have also unwrapped the sweet analogy
between your face and life.
I have cut the strings, the certainties
and also the inimitable time of being together.
Even more: I have freed the emptiness
to place it among us as a sleeping game,
as a note without an instrument.
I have descended on the far land
of your quiet form,
to the dust where the form does observe itself
with its own birth yet more free.
And only there I have met you.
And I have circled death with your hands.”

A greeting card after a dialogue that has brought sleep to one and the desire of the raising sun to the other:

-You have never told me “I love you”…
-Don’t you feel it?
-You can’t say it uh?
-I love you.
-Because I have challenged you…
-Because I haven’t been able to make you feel it.
-Anyhow, by saying it, you are not making me feel serenity. It sound like you could say it to anyone…
-To anyone?
-To everyone…
-As a fact, I can say it to all the persons I know, better yet I call “my love” many persons.
-Superficial… don’t you think?
-Perhaps I see only those persons that I love… don’t you think?
-Excessive.
-For those who can’t bear the intensity of the emptiness.
-What emptiness?
-That one that should be practiced to welcome.
-But it can be done with few.
-Exactly… it is made with those who are part of your life.
-But I don’t love my friends as I love you…
-I am sorry…

Rome, before summer, when the wind carries a memory of the winter. 2012 – Maria A. Listur

Le fatali sorelle/The Weird Sisters

A Sonia Barbadoro
A Laura Mazzi
A noi

“Chi non comprende il teatro, l’arena, i trionfi, i giochi, non vede Roma. Ogni potere è un teatro.”
Pascal Quignard

La porta si apre, appare una mano che si muove nell’aria, porta un anello che si riconosce; poi appare il corpo.
-Amiche!
-Grazie di stare con noi!
-Grazie a voi!
-Sei stata bene?
-Benissimo.
-Voi come state?
Le due attrici si guardano. Sorridono. Rispondono duettando:
-Molto bene.
Non hanno più parole.
Tre colori s’incrociano: marrone carbone, verde celeste, verde arancione. Sono le loro pupille. Conservano una memoria decennale fatta da: esercizi per respirare senza fatica anche quando le emozioni o la stanchezza incombono, movimenti per esprimere la profondità dei loro spiriti anche quando il dolore del corpo e della mente sembra non lasciare spazio alle arti dell’anima, allenamenti per nutrire e nutrirsi anche quando le mancanze invitano alla disperazione o all’euforia.
Tacciono.
Le parole non sanno esprimere i secoli trascorsi a cercare e la luce che sprigiona dall’incontro.
Poi parlano delle prossime recite, del prossimo progetto, di come affrontare ciò che manca nel sostegno, esterno.
Le guardo dallo specchio.
Non sanno che le seguo da qualche tempo.
Sono Ecate, la Signora di ogni incantesimo.
La magia che si nutre di magia.

Roma, teatro, canto, rinascita possibile. 2012 – Maria A. Listur

 

The Weird Sisters

To Sonia Barbadoro
To Laura Mazzi
To us

“The person that doesn’t understand the theatre, the arena, the triumphs, the games, doesn’t see Rome. Each power is a theatre.”
Pascal Quignard

The door opens a hand appears moving in the air, it has a ring that we know; then the body appears.
-Girl friends!
-Thank you for staying with us!
-Thanks to you!
-Have you enjoyed?
-Very much so.
-How are you girls?
The two actresses look at each other. Chuckle. Answer as a duet:
-Very well.
They have no words.
Three colors are crossing: charcoal brown, blue green, green orange. Those are their pupils. They preserve a decennial memory made of: exercises for breathing with no fatigue even when the emotions or weariness looms, movements to express the profundity of their spirits even when the pain of the body and of the soul seems not be leaving space to the arts of the soul, trainings to nourish and feed themselves even when what is missing invites to desperation or to euphoria.
They are quiet.
Words cannot express the centuries spent on searching and the light that the encounter emanates. Then they talk about their next shows, their next project, how to deal with what is missing in the sustaining, external.
I look at them in the mirror.
They don’t know I have been following them from a while.
I am Ecate, The mistress of each spell.
The magic that nourishes itself from magic.

Rome, theatre, chant, possible rebirth. 2012 – Maria A. Listur

Encantada

“Io domino soltanto il linguaggio degli altri, il mio fa di me quello che vuole.” Kraus

Oggi voglio festeggiare il “Buongiorno tesoro”.
Tempo fa, ho scoperto il senso della sorpresa quando la frase
ha raggiunto un orecchio estraneo.
Gli occhi che mi hanno guardato pronunciare il verso
si sono allungati a dismisura,
hanno segnato l’immagine nitida del nostro Oriente.
Ho dubitato.
Mi sono chiesta se fosse giusto ripetere quel saluto.
Ho continuato a dire “Buongiorno tesoro” spinta da una forza sconosciuta
e che avrebbe voluto dire di più, chiedere, ma,
le interruzioni sono parte della vita.
Io le chiamo quasi sempre pause. Ma, “io” chi? Anche questo mi chiedo.
Dopo qualche pausa, sono tornata a salutare nello stesso modo,
a sentirmi sollevata nel suono, inconsapevolmente accogliente
– e appena rintracciata l’accoglienza –
consapevolmente gioiosa.
Oggi avvicinandomi a quelli occhi che sanno del mio arrivo,
un volto – poco abituato ai sorrisi –
incomincia a muovere la muscolatura del viso,
preannuncia il sorriso.
Mentre la traiettoria che avvicinerà le nostre voci si restringe,
mi lascio invadere dalla musica d’un tango di Homero Expósito:

“Donde el río se queda y la luna se va,
donde nadie ha llegado ni puede llegar,
con las alas de tu fantasia
serás la alegría de mi soledad…”

“Dove il fiume si ferma e la luna se ne va,
dove nessuno è arrivato né arrivare potrà,
grazie alle ali della tua fantasia,
della mia solitudine l’allegria sarai…”

Canticchio, abbasso lo sguardo, lo rialzo e sono davanti al bancone.
Sorrido e prima che io dica qualcosa mi saluta.
Resto sbalordita.
M’illumino nel pensiero: Oggi è un anno che dico “Buongiorno tesoro”!
Oggi, la scultura di giada che vende oggetti dalla Cina,
tanto vicina e lontana, mi sorride, m’anticipa.
Scorgo gli occhi brillanti quanto i capelli. Seta che parla:
-Buongiolno tesolo! Come ti chiami?
-Maria. E tu?
-Cintlan, ma puoi chiamalmi semple Tesolo.
Sorridiamo e ci guardiamo per un po’. Non riesco ad inoltrarmi nel negozio. Voglio dare spazio al cambiamento di relazione. Dico:
-Beh… sono passata a salutarti. Tutto bene?
Lei accetta la sorpresa, risponde:
-Tutto bene. Glazie.
-A domani.
-A domani, tesolo.

Il mio cuore – straniero anche in patria – riconferma: “Non ci comprenderemo mai fra noi finché non avremo ridotto la nostra lingua a non più di sette parole.” Khalil Gibran

Roma, la mia Costantinopoli. 2012 – Maria A. Listur

 

Encantada

“I master only other’s language, mine does of me what it will.” Kraus

Today I want to celebrate the “Good morning precious ”.
Some time ago I have discovered the sense of surprise when the phrase
has reached a foreigner’s ear.
The eyes that have seen me pronouncing the verse
have stretched out of all proportions,
have marked a sharp image of our Orient.
I doubted.
I have asked myself if it was right to repeat that greeting.
I have continued to say “Good morning precious” forced by an unknown force
that would have wanted to say more, ask, but,
interruptions are a part of life.
I call them almost every time pauses. But, who is “I”? I ask myself even this.
After some pauses, I went back to greet in the same way,
to feel lifted by the sound, unconsciously welcoming
– and as soon as I have traced the welcoming –
it starts moving the muscle of the face,
it preannounces the smile.
While the trajectory that will make our voice closer is narrowing down,
I let myself be invaded by the music of a tango by Homero Expósito:

“Donde el río se queda y la luna se va,
donde nadie ha llegado ni puede llegar,
con las alas de tu fantasia
serás la alegría de mi soledad…”

“Where the river stops and the moon goes away,
where no one has ever gone and never will,
thanks to the wings of your fantasy,
you will be the happiness of my solitude…”

I sing a long, lower my glance, lift it again and I am in front of the counter.
I smile and before I can say something it greets me.
I am astonished.
I illuminate myself in the thought: Today is a year that I am saying “Good morning precious”!
Today, the jade sculpture that sells objects from China,
so far yet so close, smiles at me, anticipates me
I see the bright eyes as much as the hair. Silk that talks:
-Good molning plecious! What is your name?
-Maria. And you?
-Cintlan, but you can always call me Pleciuos.
We smile and look at each other for a while. I cannot venture in the shop. I want to give room to the changing of the relationship:
-Well… I have come to greet you. Are you al right?
She accepts the surprise, she replies:
-Everything is all right. Thank you.
-See you tomorrow.
-See you tomorrow, precious.

My heart – foreigner even in its own land – reconfirms: “We will never understand each other until we won’t have reduced our language to no more than seven words.” Khalil Gibran

Rome, my own Constantinople. 2012 – Maria A. Listur

Capitombolare/Tumbling

“Se sulla pietra rotolante non attacca il muschio, tu: rotola!”.
Stephen Littleword

Quando arriva a casa chiude gli occhi. È il suo gesto d’estasi.
A tavola attendono delle scaglie di parmigiano macchiate da pezzettini di noci, pane di avena con semi di girasole, rose viola.
Arriva con un Malbec argentino che ha trovato, dice “casualmente”. Sa che si tratta di un Malbec pregiato e della terra dove ho concepito mio figlio.
Si siede, sorride. Mi sorride. La complicità ci lega da tanti anni. Quella del cibo ci nutre.
L’aria è abitata dalle Suites 2 in fa maggiore e 3 in re minore di G. F. Häendel suonate dal grandioso Sviatoslav Richter.
Ascolto il respiro mentre mastica e mi rende felice il suo piacere.
Servo i bocconcini di filetto argentino alla crema di nocciole accompagnati da teste di asparagi appena scottati in una padella baciata dal burro di Parma.
Ecco che la numero 5 in mi maggiore sempre con Richter al pianoforte fa gustare ogni pausa!
Dopo quasi un’ora dall’arrivo, dice:
-Come mai non abbiamo deciso di vivere insieme?
Servo verdura al posto della risposta:
Battuto di menta su veli di finocchio.
Penso: Non so cosa sia “vivere insieme”, anche se ho coabitato.
Parte la numero 8 in fa minore! G. F. Häendel e Sviatoslav sono una portata in più!
Dice:
-Come mai non rispondi?
-Non saprei che dirti… Insieme?
-Almeno prova!
-Purea di fragole fresche su conchiglie di crema?
-Sai che dirò sì!
-Sai che non so cosa fare… Tu ci sei. Sempre.
-Sì, ma io parlo di poterci fare un’insalata insieme piuttosto che una cena ogni tanto da me o da te!
-Ho capito…
-Allora?
-Allora cosa?
-Sono nella “rosa” delle tue possibilità?
-Ma perché dovresti esserci? Ti manca qualcosa? Quale “rosa delle possibilità”?
-Mi manchi tu!
-Ti sembra un dialogo in armonia con l’incontro?
-Sì.
Porto le fragole e mi trasgredisco appoggiando una bottiglia di champagne accanto al suo piatto.
-Devo stappare? Domanda come se non mangiassimo insieme da quasi vent’anni.
-Sì. Rispondo con un sorriso.
-Non credo sia momento per brindare!
-Io penso proprio di sì!
-Per cosa?
-Perché se tu stai volendo che io abiti nella tua stessa città, vicino a te, anzi, se è possibile anche nello stesso quartiere o meglio ancora, nella stessa strada…
-Io adorerei averti nella stessa casa o almeno nello stesso edificio!
-Apri la bottiglia!
-Per cosa?
-Dobbiamo brindare all’inizio della tua vecchiaia mia cara amica!
-Lo pensi sul serio?
-Non lo penso, lo so.
-Ti sembro vecchia?
-Apri!

Ay! Roma!… Ogni tanto potresti insegnare al mondo come diventare eterni! 2012 – Maria A. Listur

 

Tumbling

“If on the rolling stone no moss attaches, you: keep rolling!”.
Stephen Littleword

When the person gets home closes its eyes. It is its gesture of ecstasy.
At the table there are flakes of Parmesan cheese spotted by pieces of nuts, oat bread with sunflower seeds, purple roses.
The person arrives with an Argentinean Malbec that he/she has found, he/she says “by chance”. He/she knows it is a fine Malbec and from the place that has generated my son.
He/she sits, smiles. Smiles at me. Complicity has bonded us for years. The complicity of food nourishes us.
The air is inhabited by the Suites 2 in F major and 3 in D minor by G. F. Häendel played by the great Sviatoslav Richter.
I listen to the breath while chewing and it makes me happy his/her pleasure.
I am serving Argentinean fillets bits with hazelnut cream with just steamed asparaguses heads in a fry pan kissed by Parma’s butter.
Here it comes number 5 in E major with Richter on the piano that makes it taste each pause!
After almost an hour from his/her arriving, says:
-Why haven’t we decided to live together?
I serve vegetables instead of the answer:
Chopped mint on fennels veils.
I think: I don’t know what it is “live together”, even if I have cohabited.
The number 8 in F minor starts! G. F. Häendel and Sviatoslav are an extra course!
Says:
-Why don’t you answer?
-I wouldn’t know what to say… together?
-At least try!
-Purée of fresh strawberries on cream shells?
-You know I’d say yes!
-You know I don’t know what to do… You are here. Always.
-Yes, but I am talking about having a salad together or a dinner every once in a while at my or your place!
-I get it…
-So?
-So what?
-Am I in your “shortlist” of possibilities?
-Why should you be there? Are you missing something? What “shortlist”?
-I miss you!
-Do you think this is a dialogue in harmony with the encounter?
-Yes.
I bring the strawberries and transgress myself putting a bottle of Champagne on the table next to his/her plate.
-Shall I open it? He/she asks as we didn’t eat together in the past twenty years.
-Yes. I reply with a smile.
-I don’t think it is a time to make a toast!
-I actually do!
-For what?
-Because you are wanting me to live in the same city, next to you, better yet, if it is possible in the same district or better yet, in the same road…
-I would adore to have you in the same house or at least in the same building!
-Open the bottle!
-For what?
-We have to make a toast to the beginning of your old age my dear girlfriend!
-You seriously think?
-I don’t think, I know so.
-Do I look old to you?
-Open it!

Ay! Roma!… Some time you could teach the world on how to be eternal! 2012 – Maria A. Listur