Costellare/Starring

In alto e a sinistra delle sue iride si può vedere una luce dorata.
Mi chiedo se qualcuno l’abbia mai notato.
Le auguro silenziosamente che la figlia ed il figlio l’abbiano vista.
La guardo mentre l’ascolto. Guardo il punto ocra che illumina occhi nuovi.
L’ho guardata tante volte senza essere stata attraversata da questa luce.
L’ho vista anche piangere.
Ridere fino alle lacrime.
Piegata nel corpo.
Rinata dal corpo.
Lei non sa che quella luce ocra mi sta prendendo tutta la schiena – che lei spesso mi carezza – e mi sta facendo ripercorrere la nostra storia.
Abbiamo costruito tante cose insieme. Anche quando sembravamo lontane, con un oceano di mezzo o con dei tempi che non somigliavano ma, è bastato un:
-Ti va un tè?
-Preferisco un succo.
-Ho detto tè per dire “prendere qualcosa”.
Lei ride delle nostre tipiche precisazioni, condividiamo una o più d’una malattia ma, quella terribile che è la “Sindrome della migliore della classe” ci ha creato disturbi condivisi.
Ridiamo, attraversiamo la strada, ci sediamo nel bar della scoperta della luce.
Parliamo d’arte, di teatro, di gente che conosciamo e che amiamo.
Ridiamo spesso.
Ci commuoviamo sempre.
La luce si riaccende costantemente.
Il celeste che pervade i suoi occhi diventa una piattaforma da dove costruire futuri.
Ci facciamo una proposta per l’anno prossimo, realizzeremo un desiderio in comune che non ci siamo mai confidate.
Una telefonata la riporta a casa, dai suoi bambini, dalle urgenze quotidiane.
L’accompagno fino alla fermata del suo autobus che arriva prima di noi.
Lei sale di corsa, si volta verso di me, sorride e parte.
Tutta lei è diventata di luce grazie ad un sorriso d’addio.
Mi commuove il nostro sentire, delicato e semplice. Il tempo che abbiamo impiegato per concederci senza resistenze.
Torno a casa a piedi, ringrazio per la mia vita che è vita grazie a queste luci.
Ringrazio per quel mio sguardo che non vede, non conosce, non sa ma, si fida! Sempre.
Mi ripeto una frase che tempo fa mi mandò un mio caro amico e maestro, Roberto Amerio: “Preghiera non è chiedere, è ringraziare. Per ogni cosa che ci porta la vita. Per lo stupore e la meraviglia di essere in questo mondo. Ringraziare gli antenati e l’intera vita da cui veniamo e che continua in ogni nostra molecola dall’inizio del mondo; i figli che raccolgono la nostra energia e la portano avanti; i parenti, gli amici e tutti quanti vivono con noi, senza i quali non esisteremmo. Ringraziare la pianta che dobbiamo strappare per mangiare o per curarci. Prometterle che torneremo alla terra per nutrirla. Ringraziare l’animale che ci nutre(sigh !) e ci fa compagnia, gli elementi che ci dicono chi siamo e compongono il nostro corpo. Ringraziare lo spirito che è tutto questo e dà forma alle nostre anime e dà vita ai nostri corpi.”

Roma, dove un giorno sono venuta perché mi sembrava una scenografia. 2012 – Maria A. Listur

 

Starring

Above and on the left of her iris a golden light can be seen.
I wonder if anybody has ever noticed.
I wish her silently that her daughter and her son have seen it.
I look at her while listening. I look at the ochre color that illuminates her new eyes.
I’ve seen her many times without being passed through by this light.
I have seen her cry.
Laugh till she cried.
Bended in her body.
Reborn from her body.
She doesn’t know that that ochre light is running down my whole backbone – which she often caresses – and it’s letting me go over our story.
We have built a lot together. Even when we seemed apart, with an ocean between us or with times that did not match but, it has been enough to say:
-How about a cup of tea?
-I’d rather have a fruit juice.
-I said tea just to say, “let’s drink something”.
She laughs at our typical clarifications, we share one or more sickness but, that terrible one that is the “First of the class syndrome” has created for us common disorders.
We chuckle, cross the road, sit at the bar of the discovery of light.
We talk about art, theatre, people we know and love.
We often laugh.
We always get emotional.
The light goes back on constantly.
The blue-sky that pervades her eyes becomes a platform from where it’s possible to build futures.
We propose to each other something for next year, we will make come true a common wish that we have never confide each other.
A phone call brings her back home, to her children, to her daily urgencies.
I go with her to her bus stop that arrives before us.
She gets on running, turns around towards me, chuckles and leave.
The whole of her has become of light thanks to a farewell smile.
It moves me our feeling, delicate and simple. The time we spent to allow each other to know one another without resistances.
I go home walking, I thank for my life that is a life thanks to these lights.
I thank for that glance that doesn’t see, doesn’t know, isn’t aware, but believes! Always.
I repeat to myself a sentence that sometime ago a dear friend and master of mine sent me. Roberto Amerio: “To pray is not to ask, it is to thank. For everything that life brings to us. For the astonishment and the wonder of being in this world. Be thankful for the ancestors and the whole life we come from and that keeps going in each molecule from the beginning of the world; our children who gather our vital energy and carry it on; the relatives, the friends and all those who live with us, without whom we wouldn’t exist.
To thank the plant that we have to rip to eat or cure ourselves. To promise her that we will go back to earth to nourish it. To thank the animal that nourishes us (sigh!) and keeps us company, the elements that tells us who we are and compose our body. To thank the spirit that is all this and gives shape to our souls and gives life to our bodies.”

Rome, where one day I came because it seemed a scenography. 2012 – Maria A. Listur

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