cit A zioni/quot A tions

-Mi piacciono i tuoi racconti ma sembra, spesso, che si fermino in una citazione.
-Non le piacciono le citazioni?
-Io condivido il pensiero di Emerson.
-Mi scusi professore, non conosco molto Emerson.
“Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu”.
-Ricordo questa citazione grazie a Umberto Eco!
-Lo pensa anche lui?
-Perlomeno lo consiglia.
-Spero dica che appartiene a Emerson!
-Credo che Eco non abbia bisogno d’appropriarsi di nessun autore.
-Meglio tacere. Torniamo a te. Togli le citazioni!
-Non posso.
-Perché?
-A differenza di Emerson io credo di non possedere alcun sapere ma di essere stata toccata dalla gioia della lettura, per dirla con le parole di Anäis Nin, sono stata “salvata” quindi scrivo per ricordare.
-La Nin non mi è mai piaciuta totalmente, ricordami a cosa si riferisce.
-Pochi autori possono piacere totalmente. Non vale anche per una moglie o un marito? Comunque il passo a cui mi riferivo è: “Uno vive così, protetto, in un mondo delicato, e crede di vivere. Poi legge un libro, L’amante di Lady Chatterley, per esempio, o fa un viaggio, o parla con Richard, scopre che non sta vivendo, che è ibernato. I sintomi dell’ibernazione sono facili da individuare; primo: inquietudine, secondo: quando l’ibernazione diventa pericolosa e può degenerare nella morte, assenza di piacere. Questo è tutto… Sembra una malattia innocua. Monotonia, noia, morte. Milioni di uomini vivono in questo modo, o muoiono in questo modo, senza saperlo. Lavorano negli uffici. Guidano una macchina. Fanno picnic con la famiglia. Allevano bambini. Poi interviene una cura “urto”, una persona, un libro, una canzone, che li sveglia, salvandoli dalla morte.”
-Brava! E te lo ricordi a memoria! Allora recitalo invece di riscriverlo!
-Lei ha ragione ma… Ha idea di quante cose ricordo e condivido che tuttavia non posso pronunciare?
-Immagino molte meno di quelle che io avrei voluto scrivere.
-Mi dà un esempio?
-Il Chuck Palahniuk di “Gang Bang”: “Questo branco di segaioli. Questi maniaci della pippa. Sono loro che hanno ucciso il Betamax Sony. Che hanno sancito il trionfo del VHS sulla tecnologia Beta. Che si sono portati a casa la prima, costosa generazione di Internet. Che hanno reso possibile l’idea stessa del web. Sono i loro soldi malinconici ad aver pagato per i server. Sono stati i loro acquisti di pornografia online a far crescere le tecnologie di compravendita, tutti i firewall e i sistemi di sicurezza che permettono a eBay e Amazon di esistere. Sono stati questi segaioli solitari che, votando a colpi di cazzo, hanno fatto vincere il Blu-ray sull’HD nella lotta per la tecnologia di alta definizione dominante a livello mondiale. “Early Adopters” li chiama l’industria dell’elettronica di consumo.
 Loro e il loro patologico isolamento. La loro incapacità di costruire legami emotivi.
 È la verità. 
Questi segaioli, questi malati di pippa, sono loro ad aprire il cammino per noialtri. Quello che li fa sborrare deciderà quello che un milione di vostri figli vorranno il prossimo Natale.”



-Se non fossi tanto educata da rispettare il suo stato civile… La bacerei un giorno intero!
-Ed io mi lascerei baciare… Se tu non fossi quasi una figlia che cita per non soccombere all’oblio.

Roma, dove vivono dei miti nascosti. Respirano, mangiano, incantano. 2012 – Maria A. Listur

 

quot A tions

-I like your stories but it seems, often, that they end with a quotation.
-Don’t you like quotations?
-I agree with Emerson’s thought.
-I am sorry professor, I don’t know much Emerson.
“I hate quotations. Just tell me what you know”.
-I remember this quotation thanks to Umberto Eco!
-Does he think the same?
-At least he suggests it.
-I hope he says that it belongs to Emerson!
-I believe that Eco doesn’t need to appropriate of any author.
-I better hush. Let’s go back to you. Take off the quotations!
-I can’t.
-Why?
-Differently from Emerson I think I don’t have any knowledge but I am possessed by the joy of reading, to say it through the words of Anäis Nin, I have been “saved” therefore I write to remember.
-I have never totally like Nin, remind me what is she referring to.
-Few authors can be liked totally. Doesn’t this apply for a wife or a husband too? Anyway the passage I was referring to was: “One, lives like that, protected, in a delicate world, and believes he/she is living. Then reads a book, the lover of Lady Chatterley, for example, or makes a journey, or speaks to Richard, discovers that he/she is not living, that he/she is hibernated. The symptoms of hibernation are easy to see: first: restlessness, second: when hibernation becomes dangerous and could degenerate in to death, lack of pleasure. That is all… It seems a harmless disease. Monotony, boredom, death. Millions of men live like that, or die like that without knowing it. They work in offices. Drive a car. Have a picnic with the family. Raise children. Then a “shock” treatment intervenes, a person, a book, a song, that wakes them up saving them from death.”
-Right! And you remember it by heart! Then perform it rather then writing it!
-You are right but… Do you have any ideas of the things I remember and share that nevertheless I cannot pronounce?
-I imagine less than those that I would have liked to write about.
-Can you make an example?
-Chuck Palahniuk of “Gang Bang”: “That bunch of jerkers. Those maniacs of the hand job. Those are the ones who have killed the Sony Betamax. Those who have ratified the victory of the VHS on Beta technology. Those who have brought back home the first, expensive generation of Internet. Those who have made possible the idea itself of the web. It has been their gloomy money that has paid for the servers. It has been their purchases of pornography online that has made grown the technologies of buy and selling, the firewalls and all those security systems that allow eBay and Amazon to exist. It has been these solitary jerkers that, voting with strikes of their dicks, made the Blu-ray win over the HD in the struggle of the high definition technology for the domination at a worldwide level. “Early Adopters” they are called by the industry of consumer electronics. Them and their pathological isolation. Their incapability of building emotional bonds. It’s the truth. These hand jobbers, these sick jerkers, are the one opening the path for us. What makes them ejaculate will decide what a million children of yours will be wishing for next Christmas”



-If I wasn’t so educated to respect your civil state… I’d kiss you a whole day!
-And I would let you kiss me… If you just wouldn’t be almost a daughter to me who quotes not to give in to oblivion.

Rome, where hidden myths live. They breath, eat, enchant. 2012 – Maria A. Listur

Intonazioni/Intonations

“Cantare bene e ballare bene significa essere ben educati.
”
Platone

Un paio di scarpe ideali per ballare il tango si parano davanti a me; percorro con lo sguardo il risvolto e l’altezza dei pantaloni neri, la chiusura, la cintura, la camicia impeccabilmente bianca, la giacca leggermente aperta e una mano – allungata verso la mia mano. Accetto l’invito. Mi alzo e appoggio la mano destra sulla sua spalla sinistra, sento la sua mano destra sull’incavo della schiena là dove s’incontrano le vertebre dorsali con quelle lombari. Trovato il punto guida, allarga la mano e diventa il mio conduttore.
Tango: “Mano a mano” che sta a significare “parità”, “senza debiti”.
Non l’ho guardato agli occhi. Non gli ho permesso di guardarmi. Non so perché ha scelto me per ballare, non ho la dimensione ideale per il tango. Lo lascio fare perché ho capito che guida bene, perché so ballare e perché, nel primo passo, siamo diventati una piuma.
-“Da quanto tempo balla?” Domanda in un sussurro.
-“Da prima di camminare.”
-“Non mi faccia ridere!” Lo dice senza ridere, la voce è diventata rauca.
-“Mio padre mi muoveva senza farmi poggiare i piedi per terra.”
-“Scusi…” La voce diventa leggera e delicata.
-“Si figuri. Non sembro mai credibile.”
-“Quando si è messa in piedi stavo per rinunciare…” Torna rauco.
-“Ma nel tango non si può…”
-“Appunto. Le posso fare una domanda?” Sussurra ancora.
-“Me l’ha già fatta.”
-“Un’altra.”
-“Prego.”
Parte un altro tango che seguiamo senza indugiare: “Fuimos”, significa “siamo stati”.
-“Perché ha accettato l’invito senza guardarmi?”
-“Ho guardato quello che serve per ballare.”
-“Ha guardato il pavimento.”
-“Ho guardato le scarpe e la postura.”
-“Senza osservare la testa?”
Taccio perché tra il tango, il movimento e le domande non so dove rifugiare la commozione enorme che si espande, che è danza, che è silenzio. L’orgasmo dei miei gesti trova un corrispettivo nel ricordo di Mario Benedetti; è lui a sollevarmi dall’interrogatorio, ad accompagnarmi da dentro: “Ho paura di vederti, 
necessità di vederti, 
speranza di vederti, 
sgomento di vederti, 
ho voglia di trovarti, preoccupazione di trovarti, 
certezza di trovarti, 
poveri dubbi di trovarti, 
ho urgenza di udirti, 
allegria di udirti, 
augurio di udirti 
e timore di udirti
, cioè, riassumendo, 
sono fottuto 
e raggiante 
forse più il primo
 che il secondo 
ed anche viceversa.”
Infine riesco a rispondere:
-“Ho guardato i lati del collo.”
-“Nient’altro?”
-“Preferisco sentire.”
-“In così poco tempo lei crede di poter sentire? Me?”
-“No.”
-“Cosa allora? La musica?”
-“Le mani, sono nelle sue mani.”
Non chiede altro e continua a guidarmi. Balliamo “Tanguedia” (secondo movimento di “Luna”)

Parigi, quando il freddo è già estate. 2012 – Maria A. Listur

Intonations

 

“To sing and dance well means to be well educated.
”
Plato

A pair of shoes ideal to dance tango appear in front of me; I follow with my glance the turn-up and the length of the black trousers, the buttoning, the belt, the flawless white shirt, the slightly unbuttoned jacket and a hand – stretched towards mine. I accept the invitation. I stand up and place my right hand on his left shoulder, I feel his right hand in the curb of the back were the dorsal bones meet the lumbar. Discovered the guiding point he opens his hand and becomes my leader.
Tango: “Hand by hand” that means “equality”, “with no debt”.
I haven’t look at him in his eyes. I haven’t allowed him to look at me. I don’t know why he has chosen me to dance; I don’t have the ideal measures for tango. I let him lead because I understood that he leads well, because I know how to dance and because, in the first step, we became like a feather.
-“How long have you been dancing?” He asks in a whisper.
-“Since before I could walk.”
-“Don’t make me laugh!” He says it without laughing, his voice has turned husky.
-“My father used to move me without letting me touch the ground with my feet.”
-“Sorry…” His voice becomes light and delicate.
-“Don’t worry. I never sound serious.”
-“When you stood up I was about to renounce…” Husky again.
-“But it is not possible in tango…”
-“Exactly. Can I ask you something?” He whispers again.
-“You already did.”
-“Another one.”
-“Please.”
Another tango starts and we follow it without hesitation: “Fuimos”, it means “we have been”.
-“Why did you accept without looking at me?”
-“I look at what is necessary to dance.”
-“You looked at the floor.”
-“I looked at the shoes and the posture.”
-“Without looking at the head?”
I quiet down because between the tango, the movement and the questions I don’t know where to hide the enormous emotion that is expanding, that is dance, that silence. The orgasm in my gestures finds a corresponding in the memory of Mario Benedetti; he is the one who lifts me from the questioning, who accompanies me from inside: “I am afraid of seeing you, I need to see you, I hope to see you, I feel consternation in seeing you, I want to find you, I worry to find you, I am sure of finding you, I have poor doubts of finding you, I have the urge to hear you, happiness to hear you, I wish to hear you and I am afraid of hearing you, that is, summarizing, I am fucked up and radiant perhaps more the first than the second and vice versa too.”
In the end I am able to say:
-“I have watched the side of your neck.”
-“Nothing else?”
-“I prefer to feel.”
-“In such a few time you believe you can feel? Me?”
-“No.”
-“What then? Music?”
-“In your hands, I am in your hands.”
He doesn’t ask anything else and he keeps on leading me. We dance “Tanguedia” (second movement of “Luna”)

Paris, when the coldness is already summer. 2012 – Maria A. Listur

Colpo di Fulmine/Love at First Sight

“ ( … ) … si può sperimentare il mondo a partire dalla differenza e non soltanto dall’identità.”
Alain Badiou

Il sole sta cadendo sul giardino; lecca i piedi lì dove soltanto la lingua sa carezzare, dove l’acqua sa invadere. Una presenza, dall’angolo dove l’ombra ancora regna, interrompe il flusso d’immagini; richiama:
è d’ammirare l’aderenza con cui si sposta, la sua velocità fa rabbrividire. Improvvisamente si ferma sul gradino che separa la sala dall’erba,
guarda l’immensità del giardino, mi guarda:
Vorrei segnalargli che la discesa nel verde lo potrebbe rinfrescare, intensificare il colorito.
Vorrei collocarlo dalla mia prospettiva per fargli vedere
la logica dello spazio.
Vorrei anche vedere dalla sua prospettiva,
m’interrogo sulla sua capacità di cogliere ogni nervatura.
Vorrei dirgli delle volte in cui incontro la sua qualità di stare al mondo
e mi commuovo.
Vorrei ringraziarlo per quanto di lui mi ricollega con qualcosa d’arcaico e immenso.
Taccio. Tace il pensiero.
Lui si sposta lentamente, scende dal gradino, incomincia a camminare.
“Ti stai dirigendo verso il posto sbagliato”, penso.
Taccio. Non tace il pensiero.
Attraversa la metà del giardino e si dirige verso quella parte
che io chiamo “bosco”: uno spazio dove crescono gardenie e peonie;
si tratta di un “bosco basso”, profumato e colorito. Lì, lui si perde,
il mio sguardo si perde dietro a lui.
“Stai andando verso il posto sbagliato” ri-penso.
Non posso fare niente. Come dirigere la forza che lo porta là dove non troverà la freschezza dell’erba? Guardandolo, penso alla fatica che fa quell’energia, da alcuni di noi chiamata “dio”, nel suggerire i luoghi dove ciò che serve è a portata di mano. La mia fantasia mi porta a decidere di guardare da un’altra parte. Nutro la speranza che sparisca dall’orizzonte momentaneo degli esseri, invece si volta e mi osserva. Gli domando a bassa voce:
-Hai bisogno d’aiuto?
Tace.
Torna sui suoi passi, percorre inversamente la strada fatta e si dirige verso la zona che avevo pensato più consona al suo passo, al suo colore, al suo respiro.
Mi risollevo dalla mia onnipotenza, mi faccio prendere dall’idea, spesso frustrante, che il pensiero sia una grande forza e poi, mi regalo una lista di domande:
“Avrò interferito con il tragitto prescelto da lui?”
“Da qualche parte avrò la necessità di sentirmi una specie di “dio”?
“Meglio “dea”?
“Come mai una traiettoria vista dall’alto mi fa pensare ad una “visione privilegiata”?
“Sarà normale cercare di comunicare con un geco?
Certo è che, al sole, lui diventa più verde; io più rossa.

Monza, dove le costellazioni affermano che il tempo è uno scherzo dello spazio. 2012 – Maria A. Listur


Love at First Sight

“ ( … ) … the world can be experimented starting from the difference and not only from the identity.”
Alain Badiou

The sun is setting on the garden; it licks the feet only where the tongue can caress, where the water knows how to invade. A presence, from the corner where the shadow still reigns, interrupts the stream of images; it recalls:
it is admirable the adherence that it uses to move, its velocity gives shivers. Suddenly it stops on step that separates the grass from the room, it looks at the immensity of the garden, it looks at me:
I would like to show it that the descent in the green could refresh it, intensify its color. I would like to place it in my perspective to make it see the logic of the space.
I would also like to see from its perspective,
I ask myself on its ability of grasping every venation.
I would like to thank it for that part of it that reconnects me with something archaic and immense. I am silent. My thought is silent.
It crosses half of the garden and goes towards
It moves slowly, gets off the step, it starts to walk.
“You are going the wrong way”, I think.
I am silent. My thought is not silent.
“You are going the wrong way”, I think again.
I can’t do anything. Like directing the force that brings it there where it won’t find the freshness of the grass? Looking at it, I think about the effort that that energy does, that some of us would call “god”, in suggesting places where what is needed it is at hand. My fantasy brings me to decide to look to away. I am nourishing the hope that it might disappear at the momentary horizon of the beings, it turns around and looks at me instead. I ask it in a low voice:
-Do you need help?
It is quiet.
It goes back to its own steps, it travels backwards the way it has done and it goes towards the area that I thought more suited to its step, its color, its breathing.
I rise back from my omnipotence, let myself being taken by the idea, often frustrating, that the thought is a great force and then I give myself a list of questions:
“Did I interfere with the path that it has chosen?”
“Do I have the necessity somewhere to feel myself as a “god”?
“Should I say “goddess”?
“How come a trajectory seen from above makes me thing at a “privileged vision”?
“Is it normal trying to communicate with a gecko?
Sure thing is that, in the sun, it becomes greener; and I redder.

Monza, where constellation affirms that time is a joke of the space. 2012 – Maria A. Listur

Vanità. Divino privilegio./Vanity. Divine Privilege.

-Rose a colazione?
-Rose di pesca, tè di rosa tea, torta di petali gialli e mandorle.
-Cosa sono i petali gialli?
-Dei petali di rose gialle dell’orto biologico di un mio amico belga.
-E si possono mangiare?
-Certo. Ogni tanto ci facciamo delle insalate di rose biologiche e rughetta selvatica.
-Sono buone?
-Sì. Buone e graziose.
-Ah certo… Tutti i vostri sensi si concentrano nelle vostre percezioni nutritive bisognose d’una cura raffinata, meditativa e…
-Hai bisogno che ti fermi o preferisci continuare a prendermi in giro?
-No, continua. Dimmi del pranzo? Mangiate le spine stracotte?
-Polpettine di tofu, orzo e besciamella di soia con un contorno d’insalata di lattughino, ciliegie, semi di lino, di girasole e noci, condite con olio d’oliva alla menta sotto una pioggia di gomasio.
-Farai anche la merenda?
-Sì. L’ho già preparata.
-Dolce o salata?
-Tutte e due.
-Dimmi quella dolce.
-Budini semifreddi di riso accompagnati da tè bancha freddo ai fiori selvatici de “Los Andes”.
-Ah! Per questo vai ogni tanto vicino al Cile… Vai a comperare del tè!
-Se continuerai a commentare stupidaggini non ti passerò il menù e voglio vedere che altra ricetta metti nel tuo programmino di nutrizione creativa!
-Scusa. Salato?
-Panini di mais con crema di tahin e olive semi-piccanti, accompagnati da tè bancha profumato con scorze d’arance siciliane. E per favore, non dire “Ahhh! ora capisco perché vai a Taormina così spesso!”
-Cena?
-Battuto di Seitan, verza e carote, con fili di radicchio rosso condito con olio d’oliva e mostarda di Gijon.
-Piatti unici senza entrata e dessert?
-Sì.
-Non ti sembrano troppo lontani dalle abitudini generali?
-Dipende dalle tue frequentazioni.
-Ahhh! Tu cucini per l’elite!
-Io cucino per chi vuole mangiare con me ed in un atelier.
-Non mi sembra molto ospitale!
-Ambrose Bierce diceva che “L’ospitalità è la virtù che ci induce a nutrire e ospitare alcune persone che non hanno bisogno né di essere nutrite né di essere ospitate.”
-Ad Ambrose Bierce non gliene fregava niente del bisogno!
-Neanche a me.
-Allora perché dai tanta importanza all’etica?
-Etica?
-Tutto mi sembra molto snob!
-Dipende… Non lo è per chi cucina e mangia così da quando ha potuto scegliere il proprio nutrimento.
-Riconosci che sei snob!
-Se per te snob significa scegliere con chi e come condividere il tuo nutrimento… Ebbene sì, io sono una snob.

Roma, quando il sole è talmente inclinato da sembrare appeso tra i pini. 2012 – Maria A. Listur

 

Vanity. Divine Privilege.

-Roses for breakfast?
-Peach roses, Rose tea, yellow petals and almond cake.
-What are the yellow petals?
-Some yellow rose petals from an organic garden of a Belgian friend of mine.
-And can they be eaten?
-Sure. Every once in a while we have organic roses and wild rocket salads.
-Are they good?
-Yes. Good and gracious.
-Ah yes… All your senses are concentrated in your nutritive perceptions in need of a refined, meditative cure and…
-Do you need me to stop you or you’d rather keep making a fool of me?
-No, go ahead. Tell me about lunch? Do you eat stewed thorns?
-Tofu meatballs, barley and soy béchamel with a side of lettuce, cherries, linen seeds, sunflower seeds and nuts salad, in a olive oil mint flavored dressing and a sprinkle of gomasio
-Will you prepare a snack as well?
-Yes. I have already made it.
-Sweet or salty?
-Both.
-Tell me about the sweet one.
-Chilled rice pudding with cold Bancha tea with wild flowers of “Los Andes”.
-Ah! It must be for this that you go to Chile… You go buy tea!
-If you keep on commenting foolishness I won’t share the menu and I am curious to see what other recipe you will put in your program of creative nutrition!
-Sorry. The salty one?
-Corn bread with Tahin cream and semi-spicy olives, with Bancha tea scented with Sicilian oranges peels. And please, don’t say “Ahhh! Now I know why you go to Taormina so often!”
-Dinner?
-Chopped Seitan, savoy cabbage and carrots, with strings of red radicchio dressed with olive oil and Gijon’s mustard.
-All in one plates with no entrée and dessert?
-Yes.
-Don’t you think they are too far from the general habits?
-It depends on your acquaintances.
-Ahhh! You cook only for the elite!
-I cook for those who want to eat with me and in a atelier.
-It doesn’t seem to me very hospitable!
-Ambrose Bierce used to say, “Hospitality is the virtue that induces us to nourish and host some persons that have no need of being neither nourished nor hosted.”
– Ambrose Bierce didn’t give a damn about other’s needs!
-Neither do I.
-So why so much importance to ethics?
-Ethics?
-To me everything sounds so snobby!
-It depends… It isn’t so for those who cook and eat like that since he/she could choose his/her nourishment.
-Just say you are a snob!
-If being snob means to choose with who and how to share your nourishment… Then yes, I am a snob.

Rome, when the sun is so titled to seem hanging from the pines. 2012 – Maria A. Listur

“E che ti sia chiaro o no, non vi è dubbio che l’universo si stia rivelando a te, come dovrebbe.”/”Whether it is clear to you or not, there is no doubt that the universe is revealing to you, as it should.”

Max Ehrmann – Desiderata

Lui si allunga così tanto da sembrare di poter separare il collo dal resto del corpo. Strilla. Lei s’allontana spaventata ma non si muove dal luogo. Resta attaccata alla parete laterale. Non si comprende la lingua. Oltre il vetro, sono tesa verso loro. Credo lei mi abbia visto, siamo troppo vicini per non accorgerci gli uni dell’altra e viceversa; in più, sembro attenta a quello che sto facendo ma, ascolto. Analizzo le prospettive visive nel momento in cui cala il silenzio: lei mi guarda e, tempestivamente, lui si avventa su di lei costringendola ancora al limite del muro, io mi porto le mani alla bocca per non urlare. Devo rispettare il modo sereno con cui lei si fa maltrattare, ordino al mio ego. Chi sono io per intervenire?, mi chiedo dubbiosa. Che diritto ho per giudicare quello che piace?, mi domando senza intima credibilità. Etica?, ancora m’interrogo senza risposta.
Nel frattempo, quello là, sbraita, schiamazza, si sgola intimorendo un essere alla sua portata.
Per interromperli basterebbe aprire la finestra, farli notare la mia presenza, suggerisco a me stessa. Asserisco: lui sta soltanto urlando, lei non è muta e ha deciso di non emettere suono quindi, meglio attendere. Decido: aprirò la finestra nel momento che vedrò un’aggressione che non sia soltanto sonora. E riparte in me la litania interiore!:
Chi sono io per intervenire?, mi chiedo dubbiosa. Che diritto ho per giudicare quello che piace?, mi domando senza intima credibilità. Etica?, ancora m’interrogo senza risposta.
Mi distraggo cercando di trovare un modo d’intervenire per bloccare l’aggressione ma, senza invadenza. Sembro gli Stati Uniti!, mi correggo. I miei labirinti mentali s’interrompono contemporaneamente allo scagliarsi di lui alla schiena di lei, accasciata, pietrificata! Sento una forza dentro di me che mi porta all’azione: Aprire la finestra!.
Allo stesso tempo, qualcuno dietro di me domanda sorpreso:
-Che fai? L’interrompi mentre scopano?
-Scopano? Chiedo lasciando la bocca a cuore con un gesto stupito quanto marmoreo.
-Ma sì! Non li avevi mai visti?
-No! Risalgo dalla mia ignoranza bestiale.
-Ti sono sembrati violenti?
-Quasi umani. Chiudo la finestra alla oramai assenza dei piumati amanti.
-Ha ragione tuo figlio quando dice che ti manca campagna!
-O mi avanzano delle urla…
-Ti disturbano gli schiamazzi degli uccelli?
-Diciamo che ho difficoltà a non trovare similitudini…
-Soluzione?
-Spray disabituante repellente per piccioni e altri volatili “Mayer”.

Roma, nel frastuono gioioso d’un silenzio che crea nuovi mondi. 2012 – Maria A. Listur

 

“Whether it is clear to you or not, there is no doubt that the universe is revealing to you, as it should.”

Max Ehrmann – Desiderata

He stretches so much that it seems he can separate the neck from the rest of the body. He screams. She is drawing away frightened but she is not leaving the place. She remains attached to the lateral wall. The language they speak is incomprehensible. Beyond the glass, I am tense toward them. I think she saw me, we are too close for not noticing each other and vice versa; furthermore, I seem to be paying attention to what I am doing but, I am listening. I am analyzing the visual perspectives in the moment in which silence arrives: she looks at me and, promptly, he jumps on her forcing her to the limit of the wall, I have to stop myself from screaming with my hands covering my mouth. I have to respect the serene way she let herself being abused, I tell my ego. Who am I to intervene?, I ask myself doubtfully. What right I have to judge what I don’t like?, I ask myself with no intimate credibility. Ethics?, I still ask myself with no answer.
In the meantime, that one there, shouts, cackles, yells frightening a being within its size.
To stop them I would just have to open the window, make them aware of my presence, I tell myself. I state: he is just screaming, she isn’t dumb and she has decided not to make any sound therefore, it’s better to wait. I decide: I am going to open the window in the moment I see an aggression that isn’t only sonorous. And the internal litany goes again!:
Who am I to get involved?, I ask myself doubtfully. What right I have to judge what I don’t like?, I ask myself with no intimate credibility. Ethics?, I ask myself again with no answer.
I distract myself trying to find a way to intervene to block the aggression but, without being intrusive. I look like United States!, I correct myself. My mental labyrinths stop at the same time to his throwing himself on her back, she is dejected, petrified! I feel an internal strength that pushes me to action: Open the window!.
At the same time, somebody behind me asks surprised:
-What are you doing? Do you want to interrupt them while they are fucking?
-Fucking? I ask leaving my mouth in a heart shape in a surprised as well as petrified movement.
-Well yes! You have never seen it before?
-No! I rise again from my bestial ignorance.
-Did they seem to you violent?
-Almost human. I close the window to the absence of the feathered lovers.
-Your son is right, you really need outdoor life!
-Or I am exceeding of screams…
-Do the birds’ cackles disturb you?
-Let’s say I have some difficulty in not finding similarities…
-Solutions?
-“Mayer” repellent spray for pigeons and other birds.

Rome, in the joyful rumble of a silence that creates new worlds. 2012 – Maria A. Listur

Archittetura d’interni/Interior Design

Le dita sono diventate più dure, la pelle è cambiata ma il tocco mi riporta alla prima volta in cui toccò gli spazi intervertebrali della mia schiena ventiduenne. Anche allora disse:
-Mobile, solida, disciplinata.
Questa volta non ho risposto con una domanda, ora so cosa vuol dire.
Lui si sorprese della mia mancanza di curiosità:
-Non mi chiedi niente?
-Mi hai risposto venticinque anni fa.
-E ti è servito fino adesso?
-Sì, perché so che non lo dici a tutti, so che rappresento quello che ammiri.
-Non ti dare delle arie.
-Come no! Ora posso darmi anche dei venti!
-Sei vanitosa!
-Lo sono grazie a te…
-Ti ho soltanto segnalato un modo di lavorare che nessuno conosce…
-Io ti ho tradito allora! Io cerco di farlo – discretamente – conoscere…
-E non ti capiscono… sono sicuro che nessuno ti capisce!
-Alcuni mi comprendono.
-Eccola ancora con il suo gusto per le stupide parole!
-Tu mi hai mostrato quanto risuonassero nelle ossa…
-Grazie per non dire “insegnato”!
-Prego.
-Poche persone vogliono “sentire”, quindi non puoi trasmettere niente di quello che hai sviluppato.
-Invece io posso.
-Un miracolo!
-Lo sono stata anche io per te.
-Un caso.
-Allora io ho trovato altri “casi”.
-Hai sempre avuto il difetto di vedere le potenzialità creative anche in un pezzo di ghiaccio.
-Diventa acqua.
-Ci vuole caldo perché diventi acqua e qui manca calore, il calore dell’educazione!
-Ti dico che anche quel calore va condiviso.
-In quale modo?
-Con il quotidiano, con quello che tu stai studiando, rivelando, senza posizioni di potere.
-Io non “mi” voglio condividere, il mio privato è privato!
-Io credo non resti alternativa. Dobbiamo “spartirci”, mostrare la nostra vulnerabilità fatta gesto, cura, morbidezza, rigore, tono. In modo del tutto personale!
-Allora non la pensiamo uguale…
-No! Io ho bisogno di dilatare la prospettiva.
-Sembra il discorso di quell’attrice diventata medium… Com’è che si chiama?
-Shirley Maclaine.
-Sì, quella quella!
-Grazie. Infatti sulla danza lei disse: “Ballare significa confrontarsi con se stessi. È l’arte dell’onestà. Si è completamente allo scoperto quando si balla. La propria salute fisica è allo scoperto, la propria autostima è allo scoperto. La propria salute psichica è allo scoperto, è impossibile ballare senza essere se stessi. Quando si balla si dice la verità. Se si mente, ci si fa male.
”
-Quindi il mio vivere lontano dalla gente ti sembra disonesto?
-Mi sembra una forma di autolesionismo.

Buenos Aires – Roma – Parigi: ponti cantabili, danze dell’etere che permettono comunicazioni, un tempo, impossibili. 2012 – Maria A. Listur

 

Interior Design

The fingers have become harder, the skin has changed but the touch brings me back to the first time in which it touched my invertebral spaces of my twenty-two years old backbone. Even then he said:
-Mobile, solid, disciplined.
This time I didn’t reply with a question, now I know what he means.
He was surprised from my lack of curiosity:
-You don’t have any question?
-You have answered twenty-five years ago.
-And it has been enough until today?
-Yes, because I know you don’t tell it to everyone, I know I stand for what you admire.
-Don’t flatter yourself.
-Why not! Now I can even brag about it!
-You are being cocky!
-I am thanks to you…
-I have just shown you a way of working that nobody knows…
-Then I have betrayed you! I try to let it – in a discreet way – know…
-And they don’t understand it… I am sure that nobody does!
-Some do understand.
-There she goes with that taste for stupid words!
-You have shown me how much it would resound in my bones…
-Thank you for not saying “taught”
-You are welcome.
-Few persons wants to “feel”, therefore you can’t pass anything of what you have developed.
-On the other hand I can.
-A miracle!
-I have been a miracle for you as well.
-A coincidence.
-Then I have found other “coincidences”.
-You have always had the flaw of seeing creative potentiality even in a piece of ice.
-It turns in to water.
-Heat is necessary to turn it in to water and here there isn’t any, the warmth of education!
-I am telling you that that warmth too has to be shared.
-In which way?
-With daily relationship, with what you are studying, revealing, with no power issues.
-I don’t want to share “myself”, my privacy is mine!
-I believe there is no other option. We have to “share ourselves”, show our vulnerability made of gestures, care, softness, rigor, tone. In a complete personal way!
-Then we do not think alike…
-No! I need to broaden the perspective.
-You sound like that actress that has become a medium… What’s her name?
-Shirley Maclaine.
-Yes, that’s her!
-Thanks. As a matter of fact she said: “To dance means to confront ourselves. It’s the art of honesty. We are completely exposed when we dance. Our own physical health is at exposed, our self-esteem is exposed. Our own physical health is exposed, it is impossible to dance without being ourselves. When we dance we tell the truth. I f we lie, we hurt ourselves.
”
-So you think that living away from the crowd is dishonest?
-It is a form of masochism.

Buenos Aires – Roma – Paris: Cantabile bridges, ether dances that allow communications, at a time, impossible. 2012 – Maria A. Listur

La via per negazione/The Road Through Denial

-Ti sei accorta che sono le quattro di notte?
-No. Per me sono le quattro del mattino…
-Ti fa male lavorare a quest’ora…
-Non ci credo! Quarant’anni fa lo diceva anche mia madre!
-Ti preparo qualcosa?
-No, torna a dormire.
-Ti faccio compagnia.
-No tesoro, grazie, non è necessario.
-Preferisci stare da sola?
-Non mi sento sola.
-Ti ho interrotta.
-No, soltanto non mi conosci.
-Io ti conosco.
-Non nell’alba.
-Vuoi dire non nella notte? Lasciarti sola mi fa sentire in colpa.
-Non sono sola, sto scrivendo.
-Quasi quasi che siamo in troppi?
-No, mi fa piacere spiegarmi.
-Accetto la spiegazione. Dimmi.
-Non te l’ho già data?
-Un’idea ti ronzava in testa e non ti lasciava dormire?
-No. Mi sono alzata a bere e ho visto della bella carta sulla tua scrivania, mi sono seduta e ho incominciato a scrivere un monologo.
-Su cosa?
-Non vorrei dirtelo.
-Sei proprio una scrittrice…
-No. Sono un essere attraversato da infinite quantità di idee e che se non fosse nato femmina ed educato nella creatività sarebbe morto in qualsiasi tipo di eccesso!
-Sicura che non ti preparo qualcosa per dormire, per rilassarti?
-Non ho bisogno di rilassarmi, né di dormire!
-Allora buonanotte?
-Buona giornata…

Quando riesce a tornare alla sua notte, mi preparo per ricevere quello che è il mio giorno, il senso del chiarore, la scoperta del sempre nuovo. Non so in quale modo sarò penetrata dall’alba, non so se dovrò tradurre parole, gesti, suoni, posture, canti, odori, baci, colori. Non so come mi parlerà di quello che del vivere ancora non conosco. Ascolto. Mi lascio prendere l’udito come alcuni meditano. Medito come alcuni mangiano. Mangio come alcuni gioiscono. Gioisco come alcuni si erotizzano. Mi erotizzo come alcuni scrivono. Scrivo come alcuni gridano. Grido come alcuni ignorano.
Ignoro come Margherite Duras abbia fatto ad entrare nella mia vita, cambiandola, molto presto, per sempre:
“La scrittura è l’ignoto. Prima di scrivere non si sa niente di ciò che si sta per scrivere e in piena lucidità. E’ l’ignoto di sé, della propria mente, del proprio corpo. Non è neppure una riflessione, scrivere è una facoltà che si ha fuori di noi, parallelamente a noi, di un altro che appare e si fa avanti, invisibile, dotato di pensiero, d’ira, e che talvolta, per questo stesso motivo, è in pericolo di rimetterci la vita. Lo scritto arriva come il vento, è nudo, è l’inchiostro, è lo scritto, e passa come nient’altro passa nella vita, niente di più, se non la vita stessa.”

Roma, ti ho mai detto che le tue domeniche sono i miei lunedì? 2012 – Maria A. Listur

 

The Road Through Denial

-Have you notice that it is four at night?
-No. To me it’s four in the morning…
-It’s not good for you to work at this time…
-I can’t believe it! Forty years ago my mother used to say the same things!
-Shall I fix you anything?
-No, go back to sleep.
-I’ll keep you company.
-No honey, thank you, it is not necessary.
-You’d rather stay alone?
-I don’t feel alone.
-I have interrupted you.
-No, it’s just that you don’t know me.
-I do.
-Not at dawn.
-You mean not at night? Leaving you makes me feel guilty.
-I am not alone, I am writing.
-Are we too many?
-No, I like to explain myself.
-I accept the explanation, Go ahead.
-Haven’t I just told you?
-Something was buzzing in your head and wouldn’t let you sleep?
-No. I woke up to drink and I saw a neat sheet of paper on your work desk, I sat and I have started to write a monologue.
-About what?
-I’d rather not say it.
-You are indeed a writer…
-No. I am a being that is passed through by infinite numbers of ideas and if I wouldn’t be born female and educated in the creativity I would have died from whatever type of excess!
-Are you sure you don’t want me to prepare for you something to sleep, to relax?
-I neither need to relax nor to sleep!
-Then goodnight?
-Good day…

When she manages to go back to her night, I prepare to receive what it is my day to me, the sense of gleam, the discovery of the always new. I don’t know in which way I will be penetrated by the dawn, I don’t know if I will have to translate words, gestures, sounds, postures, chants, scents, kisses, colors. I don’t know how it will talk to me about what I don’t know about living. I listen. I let my hearing be taken as those who meditate. I meditate as some others eat. Eat as some others enjoy. Enjoy as some others are eroticized. I get eroticized as some others write. Write as some others scream. I scream as some others ignore.
I ignore how Marguerite Duras has manage to enter in my life, changing it, very early, for ever:
“Writing is the unknown. Before writing we no nothing of what we are about to write and in total awareness. It is the unknown of us, of our mind, of our body. It is not even a reflection, to write is a faculty that we have outside of us, parallel to us, of another one who appears and comes forward, invisible, with its thinking, anger, and that sometimes, for this same reason, is in danger of losing his/her life. The writing arrives like the wind, it’s naked, it’s the ink, it’s the written part, and passes as nothing else passes in life, nothing more, than life itself.”

Rome, have I ever told you that your Sundays are my Mondays? 2012 – Maria A. Listur

Avanti!!!/Forward!!!

-Spero ci sia una giustificazione…
-Di che tipo?
-Di qualsiasi tipo!
-E perché?
-Perché tranne per malattia o morte, non puoi sparire senza giustificare la tua assenza. Buone maniere nelle relazioni, grazia del linguaggio, no?.
-Di fronte alla tua osservazione non resta altro che interrogarsi “alla Bauman”.
-Prego…
-“Che meriti ha il linguaggio della “connettività” rispetto a quello delle “relazioni”?
-E cosa risponde?
-Lui dice: “… il termine “rete” indica un contesto in cui è possibile con pari facilità entrare e uscire; impossibile immaginare una rete che non consenta entrambe le attività”, io condivido la risposta.
-Ma qui non si tratta d’incontri “su internet”, ma di accordi presi formalmente!
-Né Bauman né io stiamo sostenendo che certi comportamenti siano corretti… Cerco soltanto d’osservare quanto il comportamento “nella rete” sia diventato il comportamento “fuori rete”.
-Ahh! vuoi dire “mi collego” “mi scollego”, al posto di “ci incontriamo” “mi scusi non potrò incontrarla”?
-Più o meno… Adesso il “comportamento virtuale” sembra essere diventato “pratica delle relazioni”…
-E vederla in questo modo ti solleva?
-No. Mi rende ancora più attenta, conosco il rischio dell’imitazione.
-Per abitudine?
-Per reattività.
-Alternativa? Incassare?
-Mi piace tanto la risposta di mio figlio.
-Quando?
-Quando ho detto “Sono felice di bruciare un altro po’ del mio ego!”. Lui ha commentato: “Seguendo la tua prospettiva, ti si colpisce in avanti quando ti si dà un calcio in culo; quindi, avanti! Andiamo avanti! Arriveranno altre occasioni!”
-E altri calci in culo.
-Altri.
-Come ti avevo detto… Incassare.
-No, continuare ad “aprirsi agli altri” ha detto Lessing…
-E siccome l’ha detto Lessing tu lo segui… Per consolarti?
-Molto prima di me, ha inspirato Hannah Arendt. Secondo me, l’ha pure consolata…
-Bauman, Lessing, Arendt, Hillman, Dalai Lama, cita un altro!
-Dimentichi mio figlio…
-Anche tuo figlio!
-Leggerli mi rinnova il corpo.
-Li segui allora!
-Se seguire è sinonimo di rincorrere, allora seguo soltanto uno di loro.
-Chi scegli?
-La carne della mia carne.

Roma – Parigi. Un ponte dove la brama diventa silenzio. Assoluto. 2012 – Maria A. Listur

 

Forward!!!

-I hope there’s an explanation…
-What kind?
-Of any kind!
-Why?
-Because besides illness or death, you just can’t disappear without explaining your absence. Good manners in the relationships, grace of the language, no?.
-In front of your observation there is no way but to ask ourselves “Bauman-like”.
-Go ahead…
-“What merit does the language of “connectivity” compared to the one of “relations” have?
-And what does he say?
-He says: “… the term “web” indicates a context in which it is possible with same easiness to enter as well as to leave; impossible to imagine a web that doesn’t allow both activities”, I agree with this answer.
-But here we are not talking about encounters “on internet”, but formally agreed decisions!
-Neither Bauman nor I are saying that some behaviors are correct… I am just trying to observe how the behavior “in the web” has become “out of the web”.
-Ahh! You mean “I connect” “I disconnect”, instead of “let’s meet” “sorry I can’t meet you”?
-More or less… Now the “virtual behavior” seems to have turned into “practice of relations”…
-And does it make you feel better?
-No. It makes me more aware, I understand the risk of the imitation.
-As an habit?
-As a reaction.
-Alternative? Take lumps?
-I love my son’s reply.
-When?
-When I said “I am happy to burn a bit more of my ego!”. He said: “According to your perspective, you get blown in front when somebody kicks your ass; therefore, forward! Let’s go forward! There are going to be other chances”
-And other kicks in the ass.
-Others.
-As I told you before… Take your lumps.
-No, as Lessing said we have to “open to the others”…
-And since Lessing said so you follow him… To take comfort?
-Much earlier than me it inspired Hannah Arendt. To me, she has been helped…
-Bauman, Lessing, Arendt, Hillman, Dalai Lama, quote somebody else!
-You forgot my son…
-And your son too!
-Reading them it makes my body renewed.
-So you do follow them!
-If following is a synonym of going after, then I follow just one of them.
-Who do you choose?
-The flesh of my flesh.

Roma – Paris. A bridge where the eager of quietness becomes silence. Absolute. 2012 – Maria A. Listur

“Invece di fuggire, espandersi.”/Instead of running, expand.”

Igor Sibaldi

Quando si apre la porta principale della casa, lei attende seduta. La grande sala mi sembra interminabile, nove finestre immense sono cornici – cinque alla mia destra, quattro alla mia sinistra – lo spazio della prima finestra a sinistra è occupato da uno specchio. Pavimento di legno antico, pareti di cinque metri, porte finestre che sembrano sorridere. Tutto bianco, tiepido, distante. Mentre attraverso il salone, sento una specie di sospensione, rallento seguendo con fiducia la traiettoria dei miei piedi. Lei è seduta su un divano bordeaux a forma di conca di fronte a un pianoforte a coda, protetto dagli incroci di raggi di sole. Nient’altro mi accoglie. Quando sto raggiungendola, si gira verso di me, sorride, appoggia la mano sul divano invitandomi a sedere. Non riesco a dire nemmeno “Buongiorno” “Grazie per avermi ricevuto”. Niente.
Entra un uomo con un tavolo/vassoio; serve del tè ai fiori himalaiani accompagnati da bastoncini di zucchero alla cannella e bocconcini d’avena al limone con semi di papavero e melograno.
Silenzio.
Quando lui le porge la tazza, lei ringrazia con la testa, lui risponde ugualmente.
Bevo. Beve. Mi guarda le scarpe, poi le mie mani poggiate sulle ginocchia a sostenere la tazza, infine si ferma agli occhi. Io non ho smesso di seguirne i suoi.
Qualcosa di nuovo in me la venera.
Nel silenzio comprendo che quel luogo deve essere vuoto. Quella persona che è anche una donna, riempie tutto. Ho la sensazione che lei risulterebbe insopportabile in un spazio piccolo. Fantastico nell’idea che lei non sappia essere piccola, non sia mai stata giovane, né di un’età definibile. Divago guardandola presa dalle contraddizioni che lei interrompe:
-Le piacciono i biscotti?
-Sì. Grazie, squisiti.
-E il tè?
-Non lo conoscevo ma è di quelli che adoro, floreali.
-Un grande piacere onorarla.
-Io dovrei onorarla.
-E perché? Senza di lei io non sarei quella che sono.
-Ma la prego… non dica queste cose…
-In cosa posso esserle utile. E’ venuta fin qui… Avrà bisogno di qualcosa…
-Sono venuta a riposarmi.
-Ancora non impara a riposarsi nel suo tempo?
-No.
-Beh… La “nostalgia del futuro”, come diceva Borges, è un toccasana per chi ha deciso di perdersi, per incontrarsi.
-Non imbocco il ponte tra me e lei.
-Continui, sogni di più.
-Sento di stare aprendo una strada in mezzo ad un bosco…
-Si fidi. Sto dall’altra parte aspettando che sieda a questo divano, mentre, sospesa, rientro da quella porta. Sempre giovane. Ora però, si svegli.

Mi desto nel suono delle campane di Saint-Paul. La luce entra dall’alto, come in tutti i luoghi che mi sono casa. L’aria è frizzante, mi solleva il corpo verso lo specchio: intravedo, nelle linee ai lati della bocca, il sorriso di quella che attende sul divano. Ricordo l’Esodo-2,22, nella traduzione di Igor Sibaldi.: “Tutto, sulla terra, è un ostacolo al mio procedere.”

Parigi, sorretta dal futuro. 2012 – Maria A. Listur

 

“Instead of running, expand.”

Igor Sibaldi

When the main entrance of the house opens, she waits seated. The big hall seems to be endless, nine windows are like immense frames – five on my right, four on my left – the space of the first window on the left is taken by a mirror. An antique wooden floor, five meters walls, French windows that seem to be smiling. Everything white, mild, distant. While passing through the salon, I feel a sort of suspension, I slow down following with faith the trajectory of my feet. She is sitting on a burgundy colored sofa bowl shaped in front of a Grand piano, protected by the crossings of the sunrays. Nothing more welcomes me. When I am about to reach her, she turns towards me, smiles, lays her hand on the sofa inviting me to sit. I am not even able to say “Good morning” “Thank you for seeing me”. Nothing at all.
A man enters with a table/tray; pours some tea with Himalayan flowers with sugar sticks cinnamon flavored and treats of oat lemon flavored with poppy and pomegranate seeds.
Silence.
When he hands out the cup to her, she nods to thank him, he replies equally.
I drink. She drinks. She looks at my shoes, then my hands leaned on my knees to hold the cup, then she stops at my eyes. I haven’t stopped following hers.
Something new in me is worshipping her.
In the silence I realize that that place must be empty. That person that is also a woman, fills everything. I have the feeling that a small place would be unbearable for her. I fantasize on the idea that she doesn’t know how to be small, she has never been young, neither of a definable age. I am wandering looking at her taken by contradictions that she interrupts:
-Do you like the cookies?
-Yes. Thank you, delicious.
-And the tea?
-I didn’t know it but is of those that I adore, floral.
-A great pleasure to honor you.
-I should honor you.
-And why? Without you I wouldn’t be who I am.
-Please… don’t say this…
-How can I be of help. You have come all the way here… You might need something…
-I came to rest.
-Haven’t you learn to rest in your time?
-No.
-Well… The “nostalgia for the future”, as Borges used to say, is a cure-all for who has decided to lose himself, to encounter himself.
-I am not taking the bridge between it and me.
-Go on, keep on dreaming.
-I feel I am working my way in the middle of a forest…
-Trust yourself. I am on the other side waiting for you to sit on this sofa, while, suspended, I return inside from that door. Always young. But now, you have to wake up.

I wake up at the sound of Saint-Paul’s bells. The light comes from above, as all the places that are being my home. The air is fizzy, my body rises towards the mirror: I sense, in the lines of the mouth, the smile of that woman that waits on the sofa. I remember The Exodus-2,22, in Igor Sibaldi’s translation: “Everything, on earth, is an obstacle to my advancing.”

Paris, supported by the future. 2012 – Maria A. Listur