Intonazioni/Intonations

“Cantare bene e ballare bene significa essere ben educati.
”
Platone

Un paio di scarpe ideali per ballare il tango si parano davanti a me; percorro con lo sguardo il risvolto e l’altezza dei pantaloni neri, la chiusura, la cintura, la camicia impeccabilmente bianca, la giacca leggermente aperta e una mano – allungata verso la mia mano. Accetto l’invito. Mi alzo e appoggio la mano destra sulla sua spalla sinistra, sento la sua mano destra sull’incavo della schiena là dove s’incontrano le vertebre dorsali con quelle lombari. Trovato il punto guida, allarga la mano e diventa il mio conduttore.
Tango: “Mano a mano” che sta a significare “parità”, “senza debiti”.
Non l’ho guardato agli occhi. Non gli ho permesso di guardarmi. Non so perché ha scelto me per ballare, non ho la dimensione ideale per il tango. Lo lascio fare perché ho capito che guida bene, perché so ballare e perché, nel primo passo, siamo diventati una piuma.
-“Da quanto tempo balla?” Domanda in un sussurro.
-“Da prima di camminare.”
-“Non mi faccia ridere!” Lo dice senza ridere, la voce è diventata rauca.
-“Mio padre mi muoveva senza farmi poggiare i piedi per terra.”
-“Scusi…” La voce diventa leggera e delicata.
-“Si figuri. Non sembro mai credibile.”
-“Quando si è messa in piedi stavo per rinunciare…” Torna rauco.
-“Ma nel tango non si può…”
-“Appunto. Le posso fare una domanda?” Sussurra ancora.
-“Me l’ha già fatta.”
-“Un’altra.”
-“Prego.”
Parte un altro tango che seguiamo senza indugiare: “Fuimos”, significa “siamo stati”.
-“Perché ha accettato l’invito senza guardarmi?”
-“Ho guardato quello che serve per ballare.”
-“Ha guardato il pavimento.”
-“Ho guardato le scarpe e la postura.”
-“Senza osservare la testa?”
Taccio perché tra il tango, il movimento e le domande non so dove rifugiare la commozione enorme che si espande, che è danza, che è silenzio. L’orgasmo dei miei gesti trova un corrispettivo nel ricordo di Mario Benedetti; è lui a sollevarmi dall’interrogatorio, ad accompagnarmi da dentro: “Ho paura di vederti, 
necessità di vederti, 
speranza di vederti, 
sgomento di vederti, 
ho voglia di trovarti, preoccupazione di trovarti, 
certezza di trovarti, 
poveri dubbi di trovarti, 
ho urgenza di udirti, 
allegria di udirti, 
augurio di udirti 
e timore di udirti
, cioè, riassumendo, 
sono fottuto 
e raggiante 
forse più il primo
 che il secondo 
ed anche viceversa.”
Infine riesco a rispondere:
-“Ho guardato i lati del collo.”
-“Nient’altro?”
-“Preferisco sentire.”
-“In così poco tempo lei crede di poter sentire? Me?”
-“No.”
-“Cosa allora? La musica?”
-“Le mani, sono nelle sue mani.”
Non chiede altro e continua a guidarmi. Balliamo “Tanguedia” (secondo movimento di “Luna”)

Parigi, quando il freddo è già estate. 2012 – Maria A. Listur

Intonations

 

“To sing and dance well means to be well educated.
”
Plato

A pair of shoes ideal to dance tango appear in front of me; I follow with my glance the turn-up and the length of the black trousers, the buttoning, the belt, the flawless white shirt, the slightly unbuttoned jacket and a hand – stretched towards mine. I accept the invitation. I stand up and place my right hand on his left shoulder, I feel his right hand in the curb of the back were the dorsal bones meet the lumbar. Discovered the guiding point he opens his hand and becomes my leader.
Tango: “Hand by hand” that means “equality”, “with no debt”.
I haven’t look at him in his eyes. I haven’t allowed him to look at me. I don’t know why he has chosen me to dance; I don’t have the ideal measures for tango. I let him lead because I understood that he leads well, because I know how to dance and because, in the first step, we became like a feather.
-“How long have you been dancing?” He asks in a whisper.
-“Since before I could walk.”
-“Don’t make me laugh!” He says it without laughing, his voice has turned husky.
-“My father used to move me without letting me touch the ground with my feet.”
-“Sorry…” His voice becomes light and delicate.
-“Don’t worry. I never sound serious.”
-“When you stood up I was about to renounce…” Husky again.
-“But it is not possible in tango…”
-“Exactly. Can I ask you something?” He whispers again.
-“You already did.”
-“Another one.”
-“Please.”
Another tango starts and we follow it without hesitation: “Fuimos”, it means “we have been”.
-“Why did you accept without looking at me?”
-“I look at what is necessary to dance.”
-“You looked at the floor.”
-“I looked at the shoes and the posture.”
-“Without looking at the head?”
I quiet down because between the tango, the movement and the questions I don’t know where to hide the enormous emotion that is expanding, that is dance, that silence. The orgasm in my gestures finds a corresponding in the memory of Mario Benedetti; he is the one who lifts me from the questioning, who accompanies me from inside: “I am afraid of seeing you, I need to see you, I hope to see you, I feel consternation in seeing you, I want to find you, I worry to find you, I am sure of finding you, I have poor doubts of finding you, I have the urge to hear you, happiness to hear you, I wish to hear you and I am afraid of hearing you, that is, summarizing, I am fucked up and radiant perhaps more the first than the second and vice versa too.”
In the end I am able to say:
-“I have watched the side of your neck.”
-“Nothing else?”
-“I prefer to feel.”
-“In such a few time you believe you can feel? Me?”
-“No.”
-“What then? Music?”
-“In your hands, I am in your hands.”
He doesn’t ask anything else and he keeps on leading me. We dance “Tanguedia” (second movement of “Luna”)

Paris, when the coldness is already summer. 2012 – Maria A. Listur

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