“La vita è questo, una scheggia di luce che finisce nella notte.”/“Life is that, a glare of light that ends in the night.”

Louis-Ferdinand Céline

Ci s’incammina sotto un sole arrendevole, verso il luogo, dove abita la fortuna. Intricate e bianche strade, verde e fresca l’aria, viva.

Si dilata il tempo accanto al camino, nel gusto dei grani antichi, nella visione ricca dei vigneti spogli, nell’aroma dell’inverno che non vuole essere inverno.

Intorno ad un tavolo di polenta, olio e vino, si ride, si dice di quando non eravamo quelli che siamo, quando neanche sapevamo di esistere; abitanti di quella distanza che tracciano gli oceani.

La pioggia vince sul sole ma, non sconfigge il desiderio di attraversare i luoghi solitari della fortuna:
Un palazzo, illuminato appena, alberga alcuni reperti del tempo in cui la Dea Fortuna meritava un luogo e non era soltanto quello della speranza, del desiderio o del gioco. Lei era fatta di luce, del bianco onirico del marmo; estendeva il suo tempio fino ai piedi di chi l’aveva inventata. Ora, resta soltanto uno squarcio del suo vestito, nell’angolo profondo di una stanza anonima…

La luce ci abbandona sempre di più e ciò che resta del tempio della dea non è illuminato abbastanza da permettere altri percorsi, tuttavia, abbracciare una delle colonne rimaste, ora pilastro di un ascensore, è per uno spirito infantile come il mio una commozione pari al primo bacio.
Si esce con la sensazione di abbandonare qualcuno che non può fare niente per inseguirti, neanche urlare per dire: “Dai! Finiscimi definitivamente!”
Una morte costante che non finirà di morire.

Ci si saluta, ci si abbraccia, ci si ringrazia. Le strade si dividono e si torna a quella che oggi è casa.

“… tutto bello nonostante il brutto tempo…” È parte di un messaggio – durante i reciproci ringraziamenti – di chi ci ha ospitato, condotto, illuminato.

Ci vuole tutta la notte, il sonno e il sogno per ricordare che sono intagliata dal piacere che alcuni chiamano il brutto tempo, il grigiore. Sono commossa da quell’assenza di luce che impedisce agli occhi viziati di elettricità di trovare l’impossibile, di non trovarlo, di perdere un’occasione e non sapere quando la si riavrà, se la si riavrà… Ugualmente progettare. Costruire, andare.
Andare verso la prossima volta in cui il sole sarà più vigoroso e la luce svelerà altri luoghi.
Andare è già una fortuna.
Vorrei rispondere “… il bel tempo è tra le nostre mani…”
Altra notte a far diventare segno l’imprevedibilità della bellezza.
Altra notte a rendere alla fertilità nuovi contorni. E alla fortuna tutta la luce.
Altra notte per articolare l’amarezza e la gioia, nella gratitudine.

Fortuna-I

Fortuna-II

 

Palestrina – Palazzo Barberini – 2015 – Maria A. Listur

 

“Life is that, a glare of light that ends in the night.”

Louis-Ferdinand Céline

We are walking under a submissive sun, towards the place, where fortune lives. Intricate and white streets, green and fresh the air, alive

Time expands near the fireplace, in the taste of ancient grains, in the rich vision of the bare vineyards, in the aroma of the winter that doesn’t want to be winter.

Around a table of corn mush, wine and oil, we laugh, we talk of when we weren’t what we are, when we didn’t even know we existed; citizens of that distance that the oceans trace.

The rain wins over the sun, but doesn’t defeat the desire of going through the solitary places of fortune:
A palace, barely illuminated, hosts some artifacts of the time in which the Goddess Fortune deserved a place and it wasn’t just that of the hope, the desire or the game. She was made of light, of the oneiric white of the marble; she extended her temple up to the feet of those who invented her. Now, only a gash of her dress remains, in the deep corner of an anonymous room…

Light abandons us more and more and what it remains of the goddess’ temple it’s not enough illuminated to allow other paths, however, hugging one of the remained columns, now a pillar of the elevator, it is for a childish spirit like mine an emotion equal to the first kiss.
We leave with a sensation of abandoning someone who can’t do anything to chase you, not even scream to say: “Come on! Finish me definitively!”
A constant death that will never finish dying.

We salute, we hug, we thank each other. The streets part and we go back to where today is home.

“… everything beautiful except the bad weather…” It’s part of a message – during the mutual thanks – of who has hosted, conducted, illuminated us.

It’s necessary the whole night, the sleep and the dream to remember that I am chiseled to the pleasure that some call bad weather, the greyness. I am moved by the absence of light that prevent the eyes made lazy by the electricity to find the impossible, to not finding it, to lose a chance and to not know when we will have another one, if we will have it… Nevertheless planning. Building, going.
Going toward the next time in which the sun will be more vigorous and the light will reveal other places
Going is already bliss.
I would like to reply “… good weather is in our hands…”
Another night to make the sign become the unpredictability of beauty.
Another night to render to fertility new outlines. And to fortune all the light.
Another night to articulate the bitterness and the joy, in the gratitude.

Palestrina – Palazzo Barberini – 2015 – Maria A. Listur

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