“Pensare è insistere in una solitudine senza ritorno.”/“To think is to insist in a solitude with no going back.”

Roberto Juarroz

Qualche volta,
sembrano sprofondare le gentilezze
e cadono anche le familiari durezze
ma non si cancella nessun abbraccio
neanche una delle sue miserie
bontà questa della memoria
che rende al petto quello che fu bocca
o al buio di ogni mente
quello che fu la carne ristretta
senza più pena perché esaurita
senza lamenti perché conclusi
soltanto pneuma predominante
che si fa spazio prima dell’alba
quando il silenzio è un po’ di tutti
quando la notte si è riposata
quando dimenticano quelli che temono
la voce arguta del ringraziamento
quando ogni dove e ogni quando
ricordano quelli che stiamo essendo
allora arriva dall’infinito
– quello più fitto che abbiamo dentro –
una luce svuotata dalla speranza
a rimembrare un nuovo inizio
fuori dal tempo, senza giornata.

Percorso-II

Percorso II – 2015 – Maria A. Listur

Roma, quando l’inverno vuole riposare.
2015 – Maria A. Listur

 

“To think is to insist in a solitude with no going back.”

Roberto Juarroz

Sometimes,
it seems that kindness collapses
and also the familiar rigidity falls
but no embrace is cancelled
not even one of its miseries
kindness that is of the memory
that gives back to the chest what was mouth
or in the darkness of every mind
what the restricted flesh has been
without sorrow because consumed
with no complain because concluded
only predominant breath of life
that makes space before dawn
when silence is a bit everybody’s
when the night has rested
when those who fear forget
the witty voice of the gratitude
when everywhere and every time
remembers what we have been being
there from infinite it arrives
– the most thick one that we have inside –
a light drained from hope
to remind a new beginning
out of time, with no day.

Rome, when winter wants to rest.
2015 – Maria A. Listur

LEZIONI D’IMPERMANENZA/LESSONS OF IMPERMANENCE

Dalla goccia divenuta savia
Dalla pioggia fuori e dentro
Dal granello che fa tazza
Dalla mano che indietreggia
O da quella che si addentra
Dalle apparenze libertarie
Dai profumi che son sapori
Dagli alberi che fanno casa…

E dallo squisito firmamento:
Solco, specchio, luce, anima.

Surco-IISurco-I

Surco I /II – 2015 – Maria A. Listur – Gres – Emanuele Aglitti ph

Roma, mentre i venti fanno il loro lavoro.
2015 – Maria A. Listur

 

Lessons of Impermanence

By the drop become wise
By the rain outside and inside
By the grain that makes a cup
By the hand that draws back
Or by that which penetrates
By the libertarians appearances
By the perfumes that are flavors
By the trees that make home…

And by the exquisite firmament:
Furrow, mirror, light, soul.

Rome, while the winds do their job.
2015 – Maria A. Listur

In memoriam di Ana Maria Giunta/In Memory of Ana Maria Giunta

Lei ed io abitammo nella stessa città ai piedi de Los Andes. Poi, l’arte, la politica, il processo militare e il centralismo della capitale la portarono via. E un po’ più di un decennio dopo la sua partenza, l’arte, l’etica e lo stesso centralismo portarono via anche me.

Un giorno di umida estate ci incontrammo casualmente in un caffè, a Buenos Aires; lei era diventata una famosa attrice argentina, certa della inaffidabilità della fama, luminosa, appesantita, ed io ero una ragazza altissima, quasi forte. Lei mi guardò dal basso verso l’alto prima di salutarmi, poi disse che si ricordava di me piccolina. Io sorrisi silenziosa. Lei mi invitò a sedere al suo tavolo, dove era contornata da più persone che amavano ascoltarla, possedeva una sottile intelligenza e un fortissimo sarcasmo. “Vieni magretta!” disse, causando l’ilarità dei commensali. Rise anche lei con una risata sguaiata – che conquistò più di un regista e che resta nella memoria del cinema argentino grazie a un film molto bello “La pelicula del Rey” – poi, aggiunse: “Guardate questa bellezza, non vi sembra che è uguale a me?”, tutti risero ancora tranne me, che la interrogai con lo sguardo.
Non capivo la somiglianza: avevamo esattamente vent’anni di differenza, lei aveva già raggiunto quello che per la mia generazione d’arte era un successo ambito – il riconoscimento del talento, insieme alla brillantezza intellettuale e al prestigio etico – mentre io ero un’attrice giovane che tutti consideravano “troppo appariscente” per sembrare seria; lei pesava più di cento chili, per meno di un metro e sessanta di dolce rotondità ed io meno di sessanta, per più d’un metro e ottanta di ossa.
Queste osservazioni riaffioravano silenziosamente nel mio pensiero ogniqualvolta ripeteva la sua ipotesi di somiglianza.
Alle mie perplessità rispose un giorno – mentre dava riparo a più d’una attrice senza lavoro, tra cui io, nella sua casa de Avenida Córdoba, nel centro de Buenos Aires – mentre innaffiavo le piante del suo corridoio a vetro su una scala che lei sosteneva e da dove aveva una prospettiva che esasperava le mie dimensioni: “Siamo identiche tu ed io… E tu sai perché?”, non risposi, tuttavia lei prese il silenzio per invito all’auto-risposta: “Perché tu ed io siamo troppo! Occupiamo troppo spazio. Tu in alto ed io in largo… Siamo due grandi provocatrici!” Scesi dalla scala e la baciai. Lei preparò delle uova ripiene con gelatina di fragole perché non c’era nient’altro da mangiare. Ridemmo di quella miseria con quella sicurezza che hanno coloro che hanno già perso.
Le trovammo separatamente, le risorse.
Prendemmo strade e scale diverse. Non ci vedemmo più.

Ho saputo che è morta il giorno del compleanno di mia madre, 14 Marzo 2015, e la prima cosa che ho pensato è stata: “Ovunque sia, sicuramente, si sentirà più leggera…”
L’ho ricordata ai piedi della scala o mentre si divertiva a vedermi provare i suoi vestiti che cadevano a lenzuolo sulle mie spalle, e ho articolato una risposta a quella vecchia domanda che, anche se non posso più dirgliela, posso scriverla: “Ana, non siamo state uguali ma, grazie per esserti specchiata in me quando io sentivo di essere molto meno di un fantasma…”

Roma, tentando di intonare il canto che soltanto la morte sa cantare.
2015 – Maria A. Listur

 

In Memory of Ana Maria Giunta

She and I lived in the same city at the foot of Los Andes. Then, art, politics, the military process and the centralism of the capital took her away. And after more than a decennial after her leaving, art, ethics and the same centralism brought me away as well.

A day of humid summer we met casually in a café, in Buenos Aires; she had become a famous Argentinean actress, sure about the unreliability of fame, luminous, overweight, and I was a very tall young woman, almost strong. She looked at me from toe to tip before greeting me, than she said that she remembered of me little. I smiled quietly. She invited me to sit at her table, where people who loved to listen to her surrounded her, she had a subtle wit and a very strong sarcasm. “Come skinny girl!” she said, causing the hilarity of the commensals. She laughed as well with a vulgar laugh – that conquered more than one movie director and that remains in the memory of the Argentinean movie thanks to a very beautiful film “La pelicula del Rey” – then she added: “Look at this beauty, don’t you think she is same as me?”, All laughed again but me, I interrogate her with my glance.
I didn’t understand the likeness: we had exactly twenty years of difference, she had already reached what for my generation of art was a highly desired success – the acknowledgement of the talent, together with the intellectual brightness and the ethics prestige – while I was a young actress that everybody considered “too striking” to be serious; she weighted more than one hundred kilos, for a meter and sixty of sweet roundness and I was less than sixty, for more than a meter ant eighty of bones.
These observations would resurface quietly in my thought every time she repeated her hypothesis of likeness.
To my perplexities she answered one day – while she was giving shelter to more than one actress without job, among which me, in her home in Avenida Córdoba, in the center of Buenos Aires – while I was watering the plants of her glass hallway on a ladder that she was holding up and from where she had a perspective that exasperated my dimensions: “We are alike you and me… And do you know why?”, I didn’t reply, though she took the silence as an invitation to auto-replying: “Because you and me are too much! We take too much space. You in height and me in width… We are two big provokers!” I came down the ladder and kissed her. She prepared some stuffed eggs with strawberry jello because we had nothing else to eat. We laughed of that misery with that certainty that have those who have already lost.
We did find them separately, the resources.
We took different paths and ladders. We never saw each other again

I heard that she died the day of my mother’s birthday, 14th of March 2015, and the first thing that I thought was: “Anywhere she is, surely, she will feel much lighter…”
I remembered at the foot of the stairs while she enjoyed seeing me trying her dresses that fell on me like a sheet on my shoulder, and I have articulated a reply to that old question that, even if I can’t tell her anymore, I can write: “Ana, we have never been alike but, thanks for seeing yourself in me when I felt to be much less than a ghost…”

Rome, trying to start singing the chant that only death can sing.
2015 – Maria A. Listur

IN VALIGIA/IN THE SUITCASE

Nessun ricordo, tante memorie, una sola stella:
Il sole pieno di una giornata bene argomentata,
Tante parole – talora scritte – sempre salmodiate
Quell’esercizio oppure intuito, vera abbondanza
Per impedire, disincagliare, pressoché dissolvere
L’appartenenza, tutta la ruggine, ogni adesione.

Poiesi-5-VII

Poiesis 5/VII – 2015 – Maria A. Listur

Roma, quando l’ombra si veste di luce.
2015 – Maria A. Listur

 

In the Suitcase

No recollection, many memories, one only star:
The full sun of a day well argued,
Many words – sometimes written – always turned in to psalmody
That exercise or intuition, real abundance
To impede, to refloat, nearly dissolve
The belonging, all rust, each bond.

Rome, when the shadow dresses of light.
2015 – Maria A. Listur

“Il pazzo è colui che conquista le quinte. Nel buio la voce si rivolge a chi resta sulle scene.”/“The crazy man is the one who conquers the backstage. In the darkness the voice is addressed to those who remains on the stage.”

Christian Bobin

Alle mie spalle sento vociare il mio nome, “Maria!”, non penso sia diretto a me quindi, non mi volto. Non sento mai di essere io la “Maria chiamata” piuttosto una moltitudine di donne, alcune abitano dentro di me ma non si vedono, altre non le conosco e non le conoscerò mai – speranza quest’ultima che mi lascia una certa forma di protagonismo tra “le Maria” che conosco…
In ogni caso, non mi volto mai quando per la strada ascolto questo richiamo nominale. Quest’abitudine ha provocato in più persone una corsa veloce per avvicinarmi e richiamarmi da vicino e ad altri, probabilmente, la ripresa della propria strada; avranno pensato che ero diventata sorda o/e non volevano corrermi dietro.
“Maria!” Insiste una voce che ora arriva dal marciapiede opposto. Non giro la testa verso la destra per guardare. Ascolto senza bisogno di guardare. Immagino che quella voce chiama un’altra donna che casualmente porta parte del mio nome. Ringrazio i mie genitori per avermi dato un nome composto poiché anche questo conta: io non mi sento Maria perché io sono Maria de los Angeles Mercedes! Perché voltarmi? Quella Maria che è richiamata non sono io, non posso essere io! Continuo a camminare in una riflessione musicale sul mio nome che in qualsiasi traduzione trovo fantastico; il mio nome “completo”, mi autocorreggo; e mentre mi lascio baciare dalla brezza primaverile del quasi compiuto inverno, una mano mi sfiora il braccio destro, dice:
-“Maria!” Mi volto, la guardo, sorrido ma non arrivo a parlare che lei aggiunge:
-“Come mai non ti sei voltata? Ti sto chiamando da un’ora! Se non mi facevo questa corsa continuavi senza vedere chi ti stava chiamando! Mi hai riconosciuto e non mi hai voluto salutare?”
-“Ciao… No… Non mi volto mai!”
-“Fai sempre così?”
-“Sì.”
-“Ma… Io… Ti rendi conto che è orribile?”
-“Per chi?”
-“Non per te…. Certo!”
-“Certo… Buongiorno…”
-“Indubbiamente mi hai riconosciuto e non volevi voltarti!”
-“Ti ripeto: non mi volto mai!”
-“Non lo trovi una pazzia?”
-“Chissà… Lo faccio… Lo hai visto… E non lo nego. Ora vado… Buona giornata!”
-“Maria!
-“Non capisco… Non comprendo… Per cosa mi hai chiamata?
-“Ti ho chiamata non so perché… Ti ho vista… Ho pensato al tempo che è passato e ti ho chiamata ma, non so perché… Tu non mi volevi salutare vero?”
-“Non mi volto mai… Ed è la verità!”
-“Avevo dimenticato la tua velocità quando cammini, ma ricordavo la tua voce… Ti ho chiamato per ascoltarti. Ecco… Volevo ascoltarti.”
-“Ci risalutiamo?”
-“Buongiorno…”
-“Buendía.”

Roma, sotto un cielo al quale non manca niente. 2015 – Maria A. Listur

 

“The crazy man is the one who conquers the backstage. In the darkness the voice is addressed to those who remains on the stage.”

Christian Bobin

Behind my shoulder I hear calling my name “Maria!”, I don’t think it’s directed to me therefore, I don’t turn. I never feel to be the “called Maria” rather a multitude of women, some inhabits in me but are not seen, some others I don’t know and I never will – a hope this last one that leaves a certain form of the starring role among “the Maria” that I know…
In any case, I never turn around when in the street I hear this nominal recall. This habit has provoked in many people a quick run to get near me and call me again from near and to others, probably, the getting back to their own way; they have probably thought that I became deaf or/and didn’t want to run after me.
“Maria!” it insist a voice that now comes from a sidewalk opposed. I don’t turn to see. I listen without needing to look. I imagine that the voice is calling another woman that casually carries part of my name. I thank my parents for giving me a composed name because this also counts: I don’t feel like Maria because I am Maria de los Angeles Mercedes! Why should I turn? That Maria that is been recalled isn’t me, it can’t be me! I keep on walking in a musical reflection about my name that in every translation I find fantastic; my “complete” name, I correct myself; and while I let my self being kissed by the spring breeze of the almost completed winter, a hand brushes my left arm, it says:
-“Maria!” I turn, I look at her, I smile but I don’t get to talk that she adds:
-“How come you haven’t turned? I have been calling you forever! If I wouldn’t run, you would have continued without seeing who was calling you! You have recognized me and didn’t want to say hi?”
-“Hi… No… I never turn!”
-“Don’t you ever?”
-“No.”
-“But… I… Don’t you realize that it is horrible?”
-“For who?”
-“Not for you…. For sure!”
-“For sure… Good day…”
-“Undoubtedly you have recognized me and didn’t want to turn!”
-“I told you: I never turn!”
-“Don’t you find it crazy?”
-“Who knows… I just do… You saw it… And I don’t deny it. Now I have got to go… Good day!”
-“Maria!
-“I don’t understand… I don’t get it… What have you called me for?
-“I called you but I don’t know why… I saw you… I thought about the time that has passed and I called you but, I don’t know why… You didn’t want to see me right?”
-“I never turn… Ant it’s the true!”
-“I had forgotten your speed when you walk, but I did remember your voice… I called you to hear you. That’s it… I wanted to hear you.”
-“Shall we greet again?”
-“Good day…”
-“Buendía.”

Rome, under a sky to which nothing is missing. 2015 – Maria A. Listur

DISCHIUDERSI/OPENING UP

In un’impermanenza categorica,
la sua generosità mi ricompone.
E con quello sguardo che mi vede,
svela incanti, sollecita, contiene.
E senza tempo oppure meta,
con premura apriamo le corolle.
Verginità nelle visioni!
Germogli inconsapevoli, di ora.
Fresche – tuttora – e candide,
le mature fioriture.

Flowers-I

Flowers-II

Flowers-III

Flowers I II III – 2015 – Maria A. Listur

Roma, dentro ciò che vive in eterno.
2015 – Maria A. Listur

 

Opening Up

In a categorical impermanence,
its generosity recompose me.
And with that glance that it sees me,
it unveils enchantments, it stimulates, it holds.
And without time nor goal,
with care we open corollas.
Virginity in the visions!
Unaware germs, of now.
Fresh – even now – and candid,
the mature flowering.

Rome, inside what lives in aeternum.
2015 – Maria A. Listur

“La libertà non ha storia.”/“Freedom has no history.”

Mike George

-Questa volta non accetto un no!
-Mi scuso ma non ho altro che un no.
-Mi sembra scortese.
-Scortese sarei se non fossi sincera.
-Io non ti trovo totalmente sincera…
-Ah no? E cosa dovrei dirti.
-“Non m’invitare mai più!”
-E chi sono io per dirti cosa devi fare?
-Una donna immodesta!
-Perché ti dico no?
-Per dire proprio no.
-Non so cosa dirti perché…
-Perché sei superba!
-… perché non capisco come puoi continuare a dialogare con una donna che consideri così superficiale e in più quasi vecchia, con tante bellezze intelligenti e giovani in giro…
-Mie perversioni?
-Questo lo dici tu…
-Quanto ti stai divertendo?
-Con cosa?
-Con questa conversazione…
-Per niente, sto soltanto cercando di memorizzare…
-Che cosa?
-Il dialogo.
-Perché?
-Per scriverlo senza adattamenti… Non vorrei mi tradisse il mio gusto per i dialoghi teatrali.
-Non ti preoccupare che la tua ironia esula da qualsiasi paradigma artistico!
-Ironia?
-Causticità!
-Se accettassi il tuo invito cambieresti l’opinione che ti sei creato su di me?
-Sì.
-Come mai?
-Perché dimostreresti che sei capace di lasciar da parte, per due ore, tutto quello che è il tuo mondo per cercare di conoscere il mio!
-Quindi, se accetto la proposta, prima di passare con me le due ore, cambieresti immediatamente opinione?
-Sì.
-Allora meglio che non facciamo altro di quello che facciamo…
-Perché?
-… perché dopo quelle due ore ti potresti sentire peggio di quanto ti senti ora con il mio rifiuto.

Lui incomincia a ridere fino alle lacrime.

-Visto! Ti ho anche fatto ridere!
-Brava! Ora vestiti e andiamo perché il check-out e alle 11.

In quella parte del mondo che non è nazione. 2015 – Maria A. Listur

 
“Freedom has no history.”

Mike George

-This time I won’t take no for an answer!
-I am sorry but I have nothing but a no.
-It seems rude to me.
-I would be rude if I wasn’t sincere.
-I don’t find you totally sincere…
-Oh no? What should I tell you.
-“Don’t ever invite me again!”
-And who am I to tell you what you should do?
-An immodest woman!
-Because I said no?
-Because you are saying no.
-I don’t know what to say to you because…
-Because you are arrogant!
-…because I don’t understand how can you keep on talking with a woman that you consider superficial and to say more even older, with all those intelligent and young beauties around…
-Perversions of mine?
-This is what you are saying…
-How much fun are you having?
-With what?
-With this conversation…
-At all, I am just trying to memorize…
-What?
-The dialogue.
-Why?
-To write it without adaptations… I wouldn’t want to let my taste for theatre’s dialogues betray me.
-Don’t worry your irony is outside of every artistic paradigm!
-Irony?
-Causticity!
-If I’d accept the invite would you change your opinion you have created on me?
-Yes.
-How come?
-Because you would show that you are capable of putting aside, for two hours, all that is your world to try to know mine!
-Therefore, if I accept your proposition, before spending two hours with me, would you change immediately opinion?
-Yes.
-Then it is better if we don’t do anything else besides what we do…
-Why?
-…because after those two hours you could feel worse than you are feeling now with my rejection.

He starts laughing to tears.

-See! I even made you laugh!
-Bravo! Now get dress and let’s go because checkout is at 11.

In that part of the world that has no nation. 2015 – Maria A. Listur

FIORI DI MARZO/FLOWERS OF MARCH

Accetto la storiografica negligenza.
Accetto la finzione paritaria.
Accetto che pochi siano d’altezza.
Accetto di rimediare alle esalazioni.
Accetto che il mio nome venga dopo.
Accetto freccia e psiche, di Cupido.
Accetto reti, sistemi, pure i rizomi!
Accetto il piacere, quando mi piace;
e ogni invenzione di potere e forza…
Ma! Festeggiare i nostri roghi? Ah!
Mi consuma, mi riarde, mi deturpa!

ReteIV

Rete IV – 2015 – Maria A. Listur

Roma, quando le mimose piangono.
2015 – Maria A. Listur

 

Flowers of March

I accept the historiographical negligence.
I accept the equal facade.
I accept that few live up to the expectations.
I accept to fix up the exaltations.
I accept that my name comes after.
I accept the arrow and Psyche, of Cupid.
I accept web, systems, rhizomes as well!
I accept the pleasure, when I like it;
and every invention of power and force…
But! Celebrating our bonfires? Ah!
It consumes me, reignites me, it ravages me!

Rome, when the mimosa cries.
2015 – Maria A. Listur

“Il vero miracolo non è volare in aria o camminare sulle acque, ma camminare sulla terra.”/“The real miracle is not flying in the air or walking on water, but walking on earth.”

Lin-chi, I sec

-Tutta la sua vicenda mi ha ispirato!
-Ah sì? Non riesco a capacitarmi in cosa l’avrei potuto ispirare…
-Il riconoscimento.
-Ah! L’ha ispirata il riconoscimento!
-Mi sono espresso male… Ho pensato: “Vedi… Con disciplina e volontà – immagino anche sofferenza – tutto arriva”.
-Conosco parecchie persone molto più disciplinate e volenterose di me che non sono riconosciute. Per quanto riguarda la sofferenza, non so a cosa si riferisce.
-Immagino abbia sofferto nella pratica delle sue attività… Lei non è più una bambina…
-Il che le dimostra che non soffro quando pratico le mie capacità… Altrimenti avrei qualche problemino di salute… Non crede? E le ripeto… Con profondo rispetto per chi crede nella strada della sofferenza, conosco tante persone che soffrono e non per questo sono riconosciute…
-Sta contrastando la storia dell’arte e della letteratura, della filosofia e della ricerca?
-No! Sto cercando di dire che conosciamo soltanto una parte delle “storie di qualsiasi cosa”. Ci manca tutta la gente che non è stata parte degli scritti di chi, quelle storie, le ha raccontate! Mi sembra strano che lei non ne tenga conto…
-Tengo conto ma… Vorrei soltanto congratularmi con lei.
-Lo faccia senza ispirarsi a me…
-Non è facile farle un complimento, signora.
-Non generalizzi per favore…
-Ricominciamo?
-Prego.
-Mi ha fatto piacere sapere del riconoscimento professionale che sta ricevendo, a più livelli. Complimenti!
-Grazie!
-Si sente ripagata per l’impegno di tutti questi anni?
-Ripagata?
-Mmm… Volevo dire… Riconosciuta.
-Come mai ha detto ripagata?
-Mi sono corretto.
-Rispondo alla domanda spontanea poi a quella corretta.
-Non da tregua, signora!
-Dovrei? Vorrei parafrasare Alda Merini: “Ripagata mi sentirò il giorno che mi daranno almeno un milione di dollari per qualsiasi cosa io abbia creato o creerò…” Per quanto riguarda il riconoscimento, è uno stato nel quale vivo.
-Vuole dire che tutto quello che crea non nasce dall’impegno, la perseveranza, la disciplina, l’ordine?
-Carissimo… La mia vita, tutta intera, è un miracolo.

Los Angeles, California. Ordinatamente. – 2015 – Maria A. Listur

 

“The real miracle is not flying in the air or walking on water, but walking on earth.”

Lin-chi, I sec

-All this happening of yours has inspired me!
-Oh yes? I can’t understand in what I could have inspired you…
-The acknowledgment.
-Ah! The acknowledgment has inspired you!
-I said it wrong… I thought: “See… With discipline and will power – I imagine suffering as well – everything comes”.
-I know many people much more disciplined and willing then I am that are not acknowledged. As far as suffering, I don’t know what you are talking about.
-I imagine you have suffered in the practice of your activities… You are not a child anymore…
-That shows that I don’t suffer when I practice my abilities… Otherwise I’d have some health problems… Don’t you think? And I repeat… With profound respect for who believes in the way of the suffering, I know many people that suffer and not for this reason they have been acknowledged…
-Are you contrasting the history of art of literature of philosophy and of research?
-No! I am trying to explain to you that we just know a part of the “stories of everything”. We are missing all those people that are not part of the texts of whom, those stories, have told us! It seem awkward to me that you are not considering…
-I am considering but… I would like to congratulate you.
-Do so without inspiring yourself to me…
-It is not easy to pay you a compliment, madam.
-Please do not generalize…
-Shall we begin again?
-Go ahead.
-I am happy to have heard the professional acknowledge that you have received, at many levels. Congratulations!
-Thanks!
-Do you feel repaid for all these years’ efforts?
-Repaid?
-Mmm… I meant… Acknowledged.
-How come you said repaid?
-I correct myself.
-I’ll first reply to the spontaneous question than to the correct one.
-You cut some slack to no one!
-Should I? I would like to paraphrase Alda Merini: “I’ll be repaid the day they will give me a million dollars for anything I have created or will create…” Regarding the acknowledgement, it is a state in which I live.
-Do you mean that all you create is not due to the effort, the perseverance, the discipline, the order?
-My dearest… My life, in its entirety, is a miracle.

Los Angeles, California. Neatly. – 2015 – Maria A. Listur