QUASI MEDITARE/ALMOST MEDITATING

Osservazione nitida dentro quel fiore
che è mente
e mente.
Scorrere lentamente dentro quel fiume
che è vuoto
e svuota.

Giverny-618

Giverny – Il ruscello di Monet. 2015 – Personal Collection

Parigi, l’inverno conduce. 2016 – Maria A. Listur

 

ALMOST MEDITATING

Clear observation inside that flower
which is mind
and minds.
Slowly flowing inside that river
that is the emptiness
and empties.

Paris, winter leads. 2016 – Maria A. Listur

“La vita non è un ristorante ma un buffet. Lasciatevi servire.”
/“Life is not restaurant but a buffet. Let yourself be served.”

Dominique Glocheux

-Buongiorno.
-Buongiorno.
-Attende per la visita?
-Sì.
-E non è meglio stare dentro?
-Non c’è un “dentro”, si aspetta fuori fino alla chiamata delle guide.
-Freddo eh?
-Oggi c’è un bel sole.
-Sole? Non mi dica che questo qui le sembra un sole.
-Veramente non mi sembra… Lui è un sole, il sole.
-Si vede che non conosce il vero Sole!
-Dove risiede il suo vero sole?
-In Nicaragua.
-Ah!
-Dovrebbe andarci.
-Sono nata in Sudamerica.
-Allora mi faccia il piacere! Come può chiamare sole questo pianto di luce!
-Che bella espressione… Io lo chiamo sole perché è anche il mio…
-Ma se tra poco piove! Io detesto questo clima.
-Io invece mi trovo bene.
-È deprimente!
-Può darsi.
-Le piace deprimersi? No… Scherzo! Le piace veramente?
-Sì. Questo cambiamento continuo mi solleva, mi fa aderire di più ai cambiamenti della vita.
-Io invece amo la stabilità del cielo blu, del sole, dell’orizzonte calmo.
-Allora che viene a fare qui?
-In quale senso?
-Questo progetto di condivisioni di spazi implica un’accoglienza costante delle persone che già abitano il posto e che non hanno legami con l’arte.
-Vengo a provare.
-Cosa?
-Se posso condividere.
-E se non potrà?
-Me ne andrò.
-E la gente?
-E lei signora? Lei è sicura di condividere?
-Non ho bisogno di essere sicura, condividere è l’unica cosa che voglio.
-Diciamo che lei si sente un po’ come il sole…
-Non ci conosciamo e lei è già diventato sarcastico?
-Beh… lei mi sembra troppo magnanima! Crede sia possibile condividere tutto?
-Non ho mai detto la parola “tutto”… Almeno dobbiamo accettare che il sole è sempre uno.

Parigi, di fronte a un ospedale dove le sale diventeranno degli atelier. 2016 – Maria A. Listur

 

“Life is not restaurant but a buffet. Let yourself be served.”

Dominique Glocheux

-Good day.
-Good day.
-Are you waiting for the visit?
-Yes.
-Isn’t it better to wait inside?
-There is no “inside”, we wait outside until the guides call us.
-Cold uh?
-Today there is a nice sun.
-Sun? Don’t tell me that this one looks like a sun to you.
-Actually it isn’t like… He is a sun, the sun.
-I can tell that you don’t know the real Sun!
-Where does your real sun reside?
-In Nicaragua.
-Ah!
-You should go.
-I was born in South America.
-So give me a break! How can you call this cry of light the sun!
-Nice expression… I call it sun because it is also mine…
-But it is almost about to rain! I hate this weather.
-On the contrary I like it here.
-It’s depressing!
-Could be.
-Do you like to be depressed? No… I am joking! You really like it here?
-Yes, this continuous changing lifts me up, it makes me accept more the changes in life.
-I love the stability of the blue sky, of the sun, of the calm horizon instead.
-So why do you come here?
-In what sense?
-This project of sharing spaces entails a constant welcoming of those people who live already in this place and have no connection to art.
-I come to test.
-What?
-If I can share.
-And if you won’t be able to?
-I will leave.
-And the people?
-And you madam? Are you sure you can share?
-I don’t need to be sure, sharing is the only thing I want.
-We could say that you are like the sun…
-We don’t know each other and you are already becoming sarcastic?
-Well… you seem too magnanimous to me! You think it’s possible to share everything?
-I have never used the word “everything”… Though we have to accept that the sun is always one.

Paris, in front of a hospital where the rooms will become ateliers. 2016 – Maria A. Listur

SEGNARE CONGEDO/MARKING THE FAREWELL

Che meraviglia l’età,
la materia ridotta,
il tuo viaggio!
La tua sostanza, intatta
– di carta fatta, di lettere-
dal terzo scaffale, mi guarda.
Il tuo nome si licenzia dal corpo,
e tace, di silenzio echeggia!
Compagno mai incontrato.
Amico portatomi a letto
e letto: Buon viaggio!
Ad attenderti oltre l’epilogo:
Santi, maestri, regine.
Sacri profumi di rose!
Aule, beati, labirinti, canti.
Pendoli capaci di ellissi!
Alunni, apocalissi e fiamme.
Pianeti a forma d’isole!
Biblioteche, biblioteche,
biblioteche e
pagine.

Eco-Tullio-Pericoli

Tullio Pericoli – Umberto Eco

Parigi, “Cuando un amigo se va…
Se detienen los caminos…” Alberto Cortez
19 Febbraio 2016 – Maria A. Listur

 

MARKING THE FAREWELL

What a marvelous thing the age,
the matter reduced,
your travel!
Your substance, intact
– of paper made, of letters-
from the third shelf, it looks at me.
Your name leaves form the body,
and is quiet, of silence it echoes!
Never met comrade.
Friend brought to me to bed
and read: Safe trip!
Waiting for you beyond the epilogue:
Saints, masters, queens.
Sacred rose scents!
Rooms, blessed, labyrinths, chants.
Pendulums capable of ellipsis!
Students, apocalypses and flames.
Planets in islands forms!
Libraries, libraries,
libraries and
pages.

Paris, “When a friend goes…
All the paths are held back…” Alberto Cortez
February 19, 2016 – Maria A. Listur

“La parola detta non torna indietro.”/“The spoken word doesn’t go back.”

Quinto Orazio Flacco

Entro al negozio di cibi biologici dietro una donna che spinge un passeggino di quelli che permettono ai bambini di stare di fronte a chi conduce e di spalle al resto del mondo. Non sorpasso, percorro – alla loro velocità – i corridoi stretti e vuoti del negozio.
La donna, che sembra la madre nei colori e nella leggerezza dei capelli, dice al bambino: “Io ti amo”. Io ascolto mentre, accanto a loro, scelgo le carote.
Il bambino tace, prende un mandarino dall’espositore vicino e lo porge alla donna.
Lei ripete “Io ti amo.”
Il bambino tace, ride e abbassa lo sguardo distratto dal giocattolo appeso alla ringhierina che lo sostiene dentro il passeggino.
Ci spostiamo verso la zona dei legumi.
Mentre tutti e tre scegliamo dei cereali, nella loro inconsapevolezza del mio ascolto, cade a terra un giocattolo del bimbo, la donna è intenta a prendere dallo scaffale, troppo in alto per lei, il riso integrale, il bimbo si tende verso l’oggetto a terra ed emette dei suoni che rappresentano tutto il suo sentimento di mancanza.
Io evito di scegliere a chi aiutare: con il braccio sinistro prendo il riso integrale per la donna e immediatamente dopo vado verso il basso con il destro per prendere il giocattolo del bimbo.
La donna dice: “Grazie signora… Bella l’altezza!”
Il bimbo mi guarda e dice verso di me: “di amo…”
La donna traduce: “Le sta dicendo che la ama… Non sa ancora pronunciare la “t” ”
Io sorrido, e rispondo: “Grazie… Questo ti amo è più suo che mio…”
La donna bacia il bambino, ritorna con lo sguardo verso di me e mi dice: “No signora e suo. Spero di riempirlo di tanti ti amo da liberarlo dal bisogno di volermeli devolvere. Mi può passare la purea di riso?”
Le passo la purea di riso con un sussulto nel petto, le dico: “Siete simili… È suo figlio?”
La donna abbassa lo sguardo verso il piccolo, sospira, dice: “Come se lo fosse… Credo mi somigli perché gli parlo tanto. E il suono, lentamente, scolpisce…”

Parigi, tra prezzemolo e olii essenziali, quando il calore umano fa dimenticare l’inverno. 2016 – Maria A. Listur

 

“The spoken word doesn’t go back.”

Quinto Orazio Flacco

I enter the organic food store behind a woman who is pushing a stroller which allows the kids to stay in front of who conducts and turned to the rest of the world. I don’t surpass, I am walking – at their speed – the narrow and empty passages of the store.
The woman, who seems the mother in the colors and the lightness of the hairs, says to the baby: “I love you”. I listen while, next to them, I choose the carrots.
The kid is quiet, takes a mandarin from the nearby expositor and gives it to the woman. She repeats “I love you.”
The kid is quiet, laughs and lowers his glance distracted by the toy hanging by his little railing that sustains him in the carriage.
We move to the legumes section.
While the three of us are choosing the cereals, in their unconsciousness of my listening, one of the toy of the baby falls on the floor, the woman is concentrated in taking from the shelf, too high for her, the rice, the kid is stretching towards the object on the floor he is making noises that represents his whole feeling of privation..
I avoid choosing who to help: with my left arm I take the rice for the woman and immediately afterwards I go towards the low with my right to take the kid’s toy.
The woman says: “Thank you madam… Nice to be tall!”
The kid is looking at me and says towards me: “luv you…”
The woman translates: “He is telling you he loves you… He can’t pronounce it correctly yet”
I smile, and reply: “Thank you… This I love you is more yours than mine…”
The woman kisses the kid, comes back with the glance towards me and tells me: “No madam it is yours. I hope I fill him so much of I love you to free him from the need of wanting to give them back to me. Could you pass me the rice purée please?”
I pass her the rice with a tremor in the chest, and tell her: “You are alike… Is he your son?”
The woman lowers her glance towards the little one, sighs, says: “As he was… I believe we look alike because I talk a lot to him. And sound, slowly, sculpts…”

Paris, among parsley and essential oils, when human warmth makes us forget winter. 2016 – Maria A. Listur

GLI OCCHI/THE EYES

Non li riconosco “Specchi dell’anima”,
preferisco “Dell’anima, inviti”:
alla vicinanza, che neanche la morte,
può lacerare;
alla lontananza, che nessun contatto,
può abbreviare.
Veri ponti tra quel che è stato
-prima ancora della madre,
il padre, gli amori, i pericoli,
i piaceri reali,
o quelli immaginari-
e quello che alcuni de-nominano
“il sentire”.

tibet Lucio-Boretto Il soffio invisibile

Tibet-Lucio-Boretto, Reggio Emilia-blog

Parigi, in umile e candida visione. Si può.
2016 – Maria A. Listur

 

THE EYES

I don’t see them as “Mirrors of the soul”,
I prefer “Of the soul, invitations”:
to closeness, that not even death,
can tear;
to distance, that no contact,
can shorten.
True bridges between what it was
-even before the mother,
the father, the loves, the dangers
the real pleasures,
or the imaginary ones-
and what some de-nominate
“the feeling”.

Paris, in humble and candid vision. We can.
2016 – Maria A. Listur

«Sembra che il riconosciuto non è se stesso.»/«It seems that the acknowledged it’s not itself.»

Pascal Quignard

-Dammi la tua ricetta.
-Non è mia.
-Di chi è?
-Della mia bisavola.
-Ancora meglio! Dammela!
-Lavarsi bene bene i denti, doccia accuratissima, vestiti puliti e belli – anzi, i migliori che hai, silenzio lungo, almeno 24 ore, se puoi una settimana, non dimenticare in assoluto e…
-Non devo dimenticare?
-No. Chi non teme ricorda, dice il proverbio!
-E dopo la settimana di silenzio?
-Ricordati le risate.
-Sei sicura che funzioni sempre?
-Nel mio caso ha sempre funzionato.
-Si perdona.
-Sì, si perdona.

Parigi, mentre le ambulanze fanno presente quanto la vita sia breve, nel caso se ne abbia bisogno…
2016 – Maria A. Listur

 

«It seems that the acknowledged it’s not itself.»

Pascal Quignard

-Give me your recipe.
-It’s not mine.
-Whose is it?
-Of my great grandmother.
-Even better! Give it to me!
-Brush your teeth very very well, very thoroughgoing shower, clean and nice clothing – better yet, the best you have got, long silence, at least 24 hours, a week if you can, you should never forget and…
-I should never forget?
-No. Who is not afraid remembers, it is said!
-And after a week of silence?
-Remember the laughs.
-Are you sure that it works?
-In my case it always does.
-We forgive.
-Yes, we forgive.

Paris, while the ambulance states how life is short, in case it was necessary…
2016 – Maria A. Listur

SAMURAI

Diretto verso il cuore,
precisa la sede,
nitido il taglio
– veloce, verticale e secco –
sventra ogni entusiasmo
spacca anche le linee del tempo…
E un altro addio si veste di eterno.
L’ego, da banalità ferito, fa lacrime.
Eppure alla luce,
serve la fenditura
l’odore di spada;
quel dare all’umano
il perdono
e la grazia.

Cieux-2-21

Cieux II/21 – 2016 – Maria A. Listur

Roma, nella dolcezza della sua eterna morte.
2016 – Maria A. Listur

 

SAMURAI

Straight to the heart,
precise the spot,
clean the cut
– fast, vertical and clean –
it eviscerates any enthusiasm
it breaks the timelines…
And another farewell dresses of eternity.
The ego, wounded by triviality, makes tears.
To the light though,
The cut is necessary
the scent of the sword;
that giving to the human
forgiveness
and grace.

Rome, in the sweetness of its eternal death.
2016 – Maria A. Listur

“Non tutti possono essere orfani.”/“Not all can be orphans.”

Jules Renard

-“Mi vergogno di te… “
Io alzo lo sguardo dal mio libro in direzione della voce maschile che ha pronunciato la frase, nella traiettoria del mio sguardo incontro quello di una donna che, come me, ha cercato l’origine del suono e la cacofonia dell’idea. Sembra che stiamo ad aspettare una risposta della donna che si trova accanto a lui ma lei, guarda dritto, davanti a se, svuotata, leggera come se stesse per prendere il volo, assente, quindi, abbassiamo lo sguardo e torniamo alla lettura dentro l’autobus che ci porta in aeroporto.
Lui, insiste:
-“Sì… Io non saprei come presentarti ai miei amici… Alla mia famiglia… Cosa potrei dire? Mi vergogno, sì… Mi vergogno.”
-“Capisco.” Risponde la donna, talmente leggera da sembrare trasparente.
La mia complice ed io ci guardiamo ancora, lei mi raggiunge sul mio posto a sedere, s’avvicina e, con quel fare di chi è abituato a comunicare con chiunque a prescindere dalla lingua, dice:
-“Ora vado da quel ciccione e gli do una sberla!”
Io rido abbassando la testa, come faccio quando sento che potrei gridare o provo imbarazzo. Ascoltiamo ancora:
-“Gli anni contano e contano tanto! T’immagini mia madre? E gli amici? No… Non si può!”
-“Io non ti ho chiesto niente…” Tenta di dire lei, delicata senza fragilità.
-“E mio padre?”
La mia complice dice:
-“Si rende conto? Ma lei si rende conto? Un disgraziatissimo ciccione che ha avuto la possibilità d’incontrare una dea, cosa fa? Cosa fa? La deve umiliare con l’unica cosa che secondo lui è un difetto! L’età! Capito?”
-“Capito”, rispondo senza ridere.
-“E se quella ragazza fosse nostra figlia? Altro che sberla!”
-“E se invece fosse lui nostro figlio?”
-“Sarei ancora più dura!”
-“No sarei tanto sicura…”
-“Non mi dica che ascoltare un uomo, figlio o no, dire una cosa del genere, in questo tempo, non sia disgustoso!”
-“Sono moltissime le cose disgustose… Io lo trovo piuttosto puerile, sempliciotto, inelegante… Soprattutto perché lo stiamo vedendo… Se non fosse accanto a quella donna, così raffinata… Chissà cosa avremmo pensato…”
-“In definitiva, lei non è disturbata! L’umiliazione della donna non la tocca!”
-“Non mi tocca mai quello che non esiste. Non credo che la donna sia umiliata… Non la vede? Non è umiliata… Troppo squisita… Non vede che non batte ciglio? Poi… Io non vedo tutta questa differenza!”
-“È sotto shock!”
-“Secondo me è soltanto stanca…”
-“Stanca? Scusi… Non prova compassione?”
-“Certo ma non per quella donna. Qualche volta il prezzo del dare fiducia è la violenza. Non credo che il ragazzo l’abbia portata con la forza. ”
Guardiamo ancora avanti, perplesse. Anche la donna guarda sempre avanti. Il ragazzo muove la testa come un bamboccio da destra a sinistra, l’autobus è quasi vuoto e rispecchia la durezza del freddo. Lui guarda la donna, dice:
-“Ma io ti amo… Lo sai.”
La donna lo guarda e risponde:
-“Non ti preoccupare.”
La mia complice mi domanda:
-“E lei non prova compassione? Eh?”
-“Per lui, io provo profonda compassione per il malessere di lui. La donna è dove vuole, ora… Può cambiare, velocemente.”

Prima del terminal F1… Un mondo che mostra le crepe. 2016 – Maria A. Listur

 

“Not all can be orphans.”

Jules Renard

-“I am ashamed of you… “
I raise my glance from the book towards the male voice that has pronounced the sentence, in the trajectory of my glance I meet the one of a woman that, like me, has searched the origin of the sound and the cacophony of the idea. It seems we are waiting for an answer of the woman who is next to him but she, is looking in front of her, emptied, light as she was about to fly away, absent, so, we lower our glance and go back to the reading inside the bus that is taking us to the airport.
He, insists:
-“Yes… I wouldn’t know how to introduce you to my friends… To my family… What could I say? I am ashamed, yes… I am ashamed.”
-“I understand.” Replies the woman so light to seem transparent.
My accomplice and I look at each other again, she reaches me to my seat, gets closer to me and, with that way of those who are used to communicate with everyone regardless the language, says:
-“I am going to that fatty and slap him on the face!”
I laugh lowering my head, as I do when I feel that I could scream or feel embarrassed. We keep on listening:
-“Years do count and they count a lot! Can you imagine my mother? And my friends? No… It can be!”
-“I haven’t ask you anything…” She attempts to say delicate with no fragility.
-“And my father?”
My accomplice says:
-“Do you realize? Do you really realize? A disgraced fat man who has had the chance of meeting a goddess, and what does he do? What does he do? He has to humiliate her with the only thing that it is a flaw for him! Age! You get it?”
-“I get it”, I reply not laughing.
-“And if that woman was our daughter? A slap wouldn’t be enough!”
-“And if he was our son?”
-“I would have been even harder!”
-“I wouldn’t be so sure…”
-“Don’t you tell me that listening to a man, son or not, saying something like this, in this time, is not disgusting!”
-“Many things are disgusting… I find him rather childish, ninny, inelegant… Mostly because we are seeing him… If he wouldn’t be next to that woman so refined… Who knows what we would have thought…”
-“In the end, you are not disturbed! The humiliation of the woman doesn’t bother you!”
-“It never bothers me what doesn’t exist. I don’t think that she is being humiliated… Can’t you see her? She is not… Too exquisite… Can’t you see she is not even flinching an eye. After all… I don’t see all that difference!”
-“She is in shock!”
-“She seems to me just tired…”
-“Tired? Excuse me… Don’t you feel compassion?”
-“Of course but not for that woman. Sometime the price for trusting somebody is violence. I don’t think the guy forced her to be here.”
We keep on looking forward, perplexed. The woman is also looking forward. The guy moves his head like a doll from right to left, the bus is almost empty and reflects the hardness of the cold. He looks at the woman, says:
-“But I love you… You know that.”
The woman looks at him and replies:
-“Don’t worry.”
My accomplice asks me:
-“And you don’t fell compassion? Uh?”
-“For him, I feel deep compassion for his discomfort. The woman is where she wants to be, now… She can change, quickly.”

Before terminal F1… A world that shows its cracks. 2016 – Maria A. Listur