“Se, in famiglia, continuiamo a perdere la fiducia, avremo sempre più bisogno di affidare l’intimità ad altri…”/“If, in the family, we keep on losing faith, we will have more and more need to entrust others with our intimacy…”

Dott. L. S. Roma 1994

Arrivo in una casa piena di scatole impilate, al cospetto di una madre/nonna e di un compagno, alla stregua del primo parto di chi sono venuta a trovare.
Trovo la madre del bebè prona sul letto, trasversale e gemente di dolore. Chiedo se mi posso sdraiare accanto a lei, la conosco da tanti anni, l’ho accompagnata -per sua richiesta- nell’apertura di sentieri di creatività, attraverso diversi linguaggi corporei. Lei mi fa un cenno con la mano per indicarmi dove sdraiarmi. Mi sdraio e appoggio la mia testa parallelamente alla sua. Lacrime di dolore le solcano le guance e stanno creando un laghetto sulla coperta. Le chiedo cosa hanno detto i medici, lei m’indica i medicinali, con un filo di voce dice che il dolore non passa. Chiedo cosa ha fatto sua madre per aiutarla, lei risponde: “Niente, cerca di aiutarmi ma, che vuoi che faccia? È già tanto se non mi critica…” Piange ancora, il dolore le impedisce di soffiarsi il naso. Appoggio una mano sulle sue lombari, lei dice “Grazie…” Chiedo se vuole che chiami il compagno, lei dice: “No ti prego! Che vuoi che faccia? Lascialo stare! Piuttosto mettimi la mano più in basso…” Vado con la mano sull’osso sacro. Lei sospira. Le racconto, cercando di distrarla, delle mie di emorroidi quando è nato il mio enorme e roseo figlio, che attraversò il mio corpo in soltanto una spinta! Lei cerca di ridere ma il dolore la blocca. Le chiedo se ha provato a usare qualcosa di fresco o se le hanno ricettato qualche olio per la zona, lei mi segnala una crema sul tavolino da notte. Mi richiede la mano sull’osso sacro, torno con la mano e poi le chiedo se qualcuno in casa può aiutarla a rinfrescarsi o darle dell’olio, o della crema sulla parte infiammata, lei risponde: “Ma chi vuoi che lo faccia… Figurati! Piccini… Non capiscono niente!”. Mentre vedo scorrere altre lacrime verso il laghetto sulla coperta, la saliva le scivola dalla bocca senza consapevolezza, il dolore le sta regalando dieci anni di vecchiaia sul viso; faccio scendere la mia mano sulla linea divisoria dei glutei, volto le dita verso il perineo, lei sospira nel sollievo. Ora mi rendo conto che l’imbarazzo non le permetterà di chiedermi ciò che serve quindi, sono io a chiedere: “Vuoi che ti rinfreschi e ti passi dell’olio?” Volge tutto il viso verso il letto e con la voce sommersa nelle coperte risponde: “Sì. Ti prego, aiutami.”
Lavare, rinfrescare, oliare infine, dormire… Quante cose imparate dalle vecchie signore di una cittadina ai piedi della Cordigliera delle Ande! Mentre lo faccio, penso a quanti gesti amorosi si potrebbero manifestare in quelle azioni che non si compiono –spesso- per gli altri, neanche per i nostri familiari adulti, come se fossero “il proibito” o meno dei baci. Più dei baci?
Quando si addormenta, vado via. Mi lascio abitare dalla gratitudine che ogni tipo d’intimità dà alla nostra storia, a quel che resta quando le persone non ci sono più.

Parigi, nel ricordo di una Roma che sembrava una scenografia. 2016 – Maria A. Listur

 

“If, in the family, we keep on losing faith, we will have more and more need to entrust others with our intimacy…”

M.D. L. S. Rome 1994

I enter in a house full of stocked boxes at the presence of a mother/grandmother and of a companion, involved in the first childbirth of whom I came to visit.
I find the mother of the baby laid prone on the bed, diagonal and suffering from pain. I ask if I can lay down next to her, I have known her for many years, I have been with her – for her request – in the opening of paths of creativity, through many corporeal languages. She shows me where to lay. I lay down and place my head parallel to hers. Tears of pain are groove her cheeks and are creating a little pond on the blanket. I ask her what have the doctors said, she points at the medicines, and with a feeble voice tells me that the pain doesn’t go away. I ask her what has her mother done to help her, she replies: “Nothing, she is trying to help but, what can she do? It’s just enough that she doesn’t criticize me…” Cries more, pain impedes her to blow her nose. I place my hand on her lumbar region, she says “Thank you…” I ask her if she wants me to call her companion, she says: “No I beg you! What can he do? Let him be! Rather, why don’t you put your hand lower…” I put my hand on her sacrum. She sighs. I tell her, trying to distract her, about my hemorrhoids when my enormous and pink son was born, he came through my body with only one push! She tries to laugh but pain blocks her. I ask her if she has tried to use something fresh or if they have prescribed her some oil for the area, she shows me a cream on the night table. She asks me again the hand on the sacrum, I put back the hand and then I ask if someone in the house can help her in refreshing herself or pass some oil, or the cream on the inflamed part, she replies: “Who do you think can do that… Come on! Poor guys… They don’t have a clue!” While I see other tears running down towards the pond on the blanket, saliva slips out her mouth unconsciously, pain is giving her ten years of oldness on her face; I let my hand slip down towards the dividing line of the buttocks, I turn the fingers toward the perineum, she sighs of relief. Now I realize that the embarrassment won’t let her ask me what it is necessary therefore, it’s me asking: “ Do you want me to refresh you and pass you some oil?” She turns her whole face toward the bed and with the voice submerged in the blankets she replies: “ Yes. I beg you, help me.”
Washing, refreshing, oiling and finally, sleeping… So many things learned from old ladies of a citadel at the foot of the Cordillera of the Andes! While I am doing that, I think about how many love gestures could be manifested in those actions that are not carried out – often – for the others, not even for our adult family, as if they were “the forbidden thing” or less then kisses. More than kisses?
When she falls asleep, I leave. I let myself be inhabited by gratitude that each type of intimacy gives us to our story, by what remains when people aren’t there anymore.

Paris, in the memory of a Rome that seemed a scenography. 2016 – Maria A. Listur

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