SORPRESE/SURPRISES

La mia nostalgia abitava:
nella maternità di ogni aeroporto
nella città degli argentei cieli,
nella solitudine a prescindere,
nel fiume che ospita un isola,
nelle voci strascicate nella gola,
nell’innocenza di credersi senza casa,
in un acre aroma quasi perenne,
nel cuore di chi dice “Ti amo”…
Finché,
dopo una spolverata di ogni piuma
– quelle per scrivere quindi di ogni ala –
le case della nostalgia si sono avverate.
E perfino le minime distanze:
sfumate!

Percorso-iV

Percorso IV – 2015 – Maria A. Listur

Parigi, mentre si ringrazia.
2015 – Maria A. Listur

 

SURPRISES

My nostalgia lived:
in the maternity of each airport
in the city of the silver sky,
in the solitude no matter what,
in the river that hosts an island,
in the slurred voices in the throat,
in the innocence of believing of being with no home,
in a pungent aroma almost perennial,
in the heart of who says “I love you”…
Until,
after dusting off each feather
– those for writing therefore of each wing –
the houses of nostalgia have become real.
And even the smallest distances:
gone!

Paris, while thanking.
2015 – Maria A. Listur

“L’uomo erra finché aspira.”/“Man wonders until he aspires.”

Johann Wolfgang Goethe

-“Non mi saluti?” Irrompe la domanda alle mie spalle. Siamo nella stazione ferroviaria che porta dal centro di Ginevra all’aeroporto. Mi volto di scatto nel morire della notte e stento a riconoscere la persona che ho davanti: lo guardo, lui sorride e apre le braccia, io sono impietrita. Improvvisamente, sono attraversata da un raggio di memoria: riconosco il maturo sorriso, i denti simpaticamente storti da eterno bambino, le dita lunghe delle mani; anche se i capelli sono diventati bianchissimi, lo vedo. Mi sorprendo della sua presenza come fosse risorto dalla morte.
-“Non ti ho riconosciuto!”
-“Io sì! Sei la stessa! Vieni qua! Ti voglio abbracciare!”
Mi stringe delicatamente. Ricordo il profumo. Odoro il collo, lui appoggia il palmo della mano destra nell’incavo lombare della mia schiena, altro segno di riconoscimento, il corpo che ricorda. Arriva il treno. Ci stacchiamo, saliamo, cerchiamo un vagone vuoto, ci sediamo.
-“Dove stai andando?”
-“Roma.”
-“E tu?”
-“Roma.”
-“Vivi a Ginevra?”
-“No, sono venuta per una conferenza.”
-“Sono felice di averti incontrato.”
-“Grazie.”
-“Che formalità! Ho pensato di scriverti, ti ho visto tramite la pagina Facebook di mio nipote, non volevo morire senza dirti alcune cose… E oggi, la vita ci mette uno davanti all’altra.”
-“Sì, ma io non ti avevo visto.”
-“Vedi? La vita mi fa capire che non dovevo scriverti!”
-“Non ti ho nemmeno riconosciuto.”
-“In un punto sperduto della notte io ti rincontro!”
-“Di schiena.”
-“E che importanza ha? Si è realizzato un miracolo della mia vita!”
-“Ti è cambiata la voce…”
-“Ho desiderato per decadi questo momento, dirti che…”
-“No! Ti prego!”
-“Cosa?”
-“Qualsiasi cosa essa sia, non me la dire! Sia bella o brutta, non me la dire! Ti prego!”
-“Te lo devo!”
-“Non sai quanta gente mi deve qualcosa!”
-“È qualcosa che avrei dovuto dirti.”
-“Lascia stare. Il viaggio è breve e…”
-“Lo so, lo so, stiamo quasi arrivando all’aeroporto!”
-“Mi riferivo all’altro viaggio…”
-“Altro?”

Verso il Grande Aeroporto, come tutti. E a Ginevra. 2015 – Maria A. Listur

 

“Man wonders until he aspires.”

Johann Wolfgang Goethe

-“Don’t you say see me?” The question irrupts behind my back. We are at the train station that goes from the center of Genève to the airport. I quickly turn around in the dying of the night and I barely recognize the person that is in front of me: I look at him, he smiles and opens his arms, I am petrified. Suddenly I am traversed by a ray of memory: I recognize the mature smile, the lovably uneven teeth of the eternal child, the long fingers in the hands; even though the hairs have turned completely white, I see him. I am surprised by his presence as if he resuscitated from death.
-“I didn’t recognize you!”
-“I did! You are the same! Come here! I want to hug you!”
I holds me delicately, I remember the perfume. I smell his neck, he places the palm of his right hand in the lumbar curve of my backbone, another sign of acknowledgement, the body remembers. The train arrives. We part, get on, look for an empty car, sit down.
-“Where a re you going?”
-“Rome.”
-“And you?”
-“Rome.”
-“You live in Genève?”
-“No, I came for a conference.”
-“I am happy to have met you.”
-“Thanks.”
-“How formal! I thought of writing, I saw you through the Facebook page of my nephew, I didn’t want to die without saying some things… And today, life puts us one in front of the other.”
-“Yes, but I didn’t see you.”
-“See? My life makes me understand that I didn’t have to write to you!”
-“I didn’t even recognize you.”
-“In an indefinite point of the night I meet you again!”
-“Facing the opposite side.”
-“And what is the importance? A miracle in my life has come true!”
-“Your voice has changed…”
-“I have desired for decades this moment, tell you that…”
-“No! I beg you!”
-“What?”
-“Whatever it is, don’t tell me! Good or bad, don’t tell me! I beg you!”
-“I owe it to you!”
-“You don’t know how many persons owe me something!”
-“It is something that I should have told you.”
-“Let it be. The trip is short…”
-“I know, I know, we are almost arrived at the airport!”
-“I was referring to the other trip…”
-“Anything else?”

Toward the Great Airport, as everyone. And in Genève. 2015 – Maria A. Listur

La grandezza del vuoto/The Vastness of Emptiness

Lei disse a mio cugino che qualsiasi cosa avesse ascoltato doveva rimanere rinchiuso a casa. Era preoccupata per lui. Volevano soltanto lei, avrebbero fatto un po’ di rumore ma non tanto perché lei non aveva armi, non era parte della lotta armata. Tutto quello di pericoloso che rappresentava si trovava nella sua mente: dubitava, rifletteva, invitava alla riflessione. Era incinta di tre mesi.

Ho dieci anni, mi piace uscire da casa e andare da sola a scuola. Me lo proibiscono. L’altro giorno, le monache mi hanno nascosta dicendomi che sarebbe venuta la mia mamma a prendermi dentro la scuola, non potevo uscire. La mamma ha paura di qualcosa. La sento piangere con le amiche e portare via da casa un sacco di libri. Viaggiamo molto, tutti i fine settimana andiamo a trovare papà che non vive nella stessa città nostra. Con la bicicletta posso passeggiare soltanto dentro il nostro parco. Quando non torno nei tempi che mi ha detto la mamma, lei si arrabbia e qualche volta me le suona.
La mia mamma ha paura e piange, crede che non la vedo ma io l’ho vista inginocchiata per ore di fronte al telefono e un giorno l’ho ascoltata dire “no no no non è possibile” e rimanere sdraiata per terra tutta la notte. Lei non lo sa ma io l’ho vista. Sì, la mia mamma non è più la stessa. Ma io ho capito, lei è così da quando Susana è partita e non si sa quando torna. Susana è la nostra cugina grande, quella bellissima che parla, discute e litiga con papà e gli zii. Quella che quando si mette a ballare con noi piccini, i grandi la guardano con ammirazione e ripetono “è brillante, è brillante ma… !”. Dicono che prima dell’anno prossimo avrò un cuginetto come lei.

-In questi giorni vengono a prendermi. Lo so. Ora non lo dire a nessuno. Quando non ci sarò potrai dirlo alla mamma. In ogni gesto che ho fatto sapevo a cosa andavo incontro. Disse a mia zia molti giorni prima di “desaparecer”.
La portarono via senza troppo rumore. Nel corridoio, che separava la sua casa da quella di mio cugino, rimase l’eco dei suoi passi andando via.
Dopo alcuni anni, mentre lui mi portava all’aeroporto dove mi veniva a prendere nell’infanzia, gli chiesi se c’erano notizie di nostra cugina o del bambino. Mi rispose semplicemente “no”. Cadde un silenzio che durò anni e stavamo già arrivando a un nuovo addio. Tutti e due siamo caduti nel corridoio dell’impotenza, sentivamo i nostri passi percorrerlo sapendo di non poter tornare indietro per abbracciarla ancora, obbligarla a nascondersi, a scappare, un’ultima danza. Mentre lo abbracciavo mi sentii di nuovo come allora, piccina, nelle mani d’un destino che ci lasciava perplessi. Lui mi augurò buon viaggio e mi disse all’orecchio:
-Ti ricordi di Antonio Porchia? Diceva che “La vita incomincia a morire da dove è più vita…”
Non smetterò mai di cercare.

Roma, Solstizio d’estate, 2010 – Maria A. Listur

The Vastness of Emptiness

She said to my cousin that whatever he would have listen he had to stay put in the house. She was worried about him. They only wanted her, they would have made some mess but not so much because she didn’t have any weapon in the house, she wasn’t in the armed fighting. The only dangerous thing that she had was in her mind: She doubted, thought, led to reflection. She was three months pregnant.

I am ten years old; I like to get out of the house and to go to school alone. They prohibit me from doing that. The other day the nuns have hidden me telling me that mom would have come inside the school to get me, I couldn’t go out. Mom is afraid of something I can hear her crying with her friends and taking a lot of books away from the house. We travel a lot, all weekends we go visit dad who doesn’t live in our same town. I can only go around with my bike in our garden. When I don’t come back on time that mom has told me, she gets very upset and sometimes hits me.
My mom is scared and she cries, she thinks that I don’t see her but I did, kneeled for hours on the phone and one day I heard her saying: “no no no it’s not possible! And remained lying on the floor for the whole night. She doesn’t know but I saw her. Yes, my mom is not the same. But I got it, she has been like that since Susana left and it’s not known when she will be back. Susana is our biggest cousin, the most beautiful one who talks, discuss and argues with dad and the uncles. The same one who when she danced with us little, the grownups look at her with admiration and repeat: “she is brilliant, very much so but…!” They have told me that before next year I will have a little cousin just like her.

-One of these days they’ll come to get me. I know. Don’t say it to anyone now. When I won’t be here you can tell it to mom. In every gesture that I made I knew what I was going to cause. She said to my aunt many days before “desaparecer”.
They took her away without making too much confusion. In the corridor, which separated her house from my cousin’s house, the echo of her footsteps going away remained.
Some years later, while he was taking me to the airport where he used to come to pick me up in my childhood, I asked him if there was any news about our cousin or about the child. He simply answered “no”. A silence dropped and lasted years and we were already getting to another farewell. Both of us fell on the corridor of impotence, we could hear our footsteps going through it knowing we couldn’t go back to hug her again, to force her to hide, to run, a last dance. While hugging him I felt again like then, a girl, in the hands of a destiny that was leaving us puzzled. He wished me to have a good trip and whispered in my hear:
-Do you remember Antonio Porchia? He used to say, “Life begins to die where it is mostly alive…”
I will never stop searching.

Rome, Summer Solstice, 2010 – Maria A. Listur