“L’arte è sempre il risultato di una costrizione. Credere che si levi tanto più alta quanto più è libera equivale a credere che ciò che trattiene l’aquilone dal salire, sia la corda.”/“Art is always the result of constraint. Believing that the more it elevates the more is free is equivalent to believe that what holds back the kite from going up, is the thread.”

André Gide

-Madame X mi ha consigliato di leggere il suo blog.
-Onorata.
-Le confesso che mi sono divertito nel leggere delle cose che sono pura fantasia raccontate a mo’ di biografia.
-Fantasia?
-Sì… Non mi riferisco ai testi poetici. Mi riferisco a quei testi che sono composti da dialoghi o che sono semplici dialoghi.
-Non sono prodotto della fantasia. Possono essere composti da più circostanze tuttavia sono stati vissuti da persone che sono entrate direttamente o indirettamente in contatto con me.
-Credo che la sua inventiva le sta tendendo una trappola…
-Trappola?
-Sì. Non ho letto tutto ma ricordo che usa delle figure psicanalitiche per raccontare dell’infanzia… La sua?
-Può essere più preciso?
-Il racconto della bambina nel parco. La bambina è lei!
-Io?
-Certo! È evidente!
-La bambina del parco esiste, non sono io.
-Ora sta inventando per non darmela vinta!
-Stiamo lottando?
-Ora mi dirà che siete diventate amiche!
-Amiche no, non posso essere “amica” di una bambina. Ci riconosciamo. Tutto qui.
-Me la farebbe vedere?
-No.
-Vede? Non esiste!
-Accetto che non mi creda.
-Avrei giurato che fosse lei.
-Io avrei giurato che fosse interessato alla lettura.

Parigi, durante un vernissage che ricorda i film dove si rappresenta la compra di schiavi, non vendita, non tratta. 2016 – Maria A. Listur

 

“Art is always the result of constraint. Believing that the more it elevates the more is free is equivalent to believe that what holds back the kite from going up, is the thread.”

André Gide

-Madame X has suggested me to read your blog.
-Honored.
-I confess that I had fun reading some things that are pure fantasies conveyed as a biography.
-Fantasy?
-Yes…I am not referring to the poetic texts. I am referring to those text that are made of dialogs or are just simple dialogs.
-They are not a product of my fantasy. They could be made by several circumstances however they have been experienced by people that have come in contact directly or indirectly with me.
-I think your inventiveness is deceiving you…
-Deceiving?
-Yes. I haven’t read it all but I remember that you use some psychoanalytic figures to talk about childhood… Is it yours?
-Can you be more precise?
-The story about the girl in the park. The girl is you!
-Me?
-Sure! It’s obvious!
-The girl in the park does exist, is not me.
-Now you are just making that up just not to give in!
-Are we fighting?
-Now you are going to tell me that the two of you became friends!
-Friends no, I can’t be “friend” with a girl. We do acknowledge each other. That’s all.
-Would you show her to me?
-No.
-See? She doesn’t exist!
-I accept that you won’t believe me.
-I would have sworn that it was you.
-I would have sworn that you were interested in reading.

Paris, during a vernissage that reminds those films where it is represented the buying of slaves, not the selling, not the trade. 2016 – Maria A. Listur

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“Uno dei piaceri del viaggio è immergersi dove gli altri sono destinati a risiedere, e uscirne intatti, riempiti dell’allegria maligna di abbandonarli alla loro sorte.”/“One of the pleasure of travelling is to dip where others are destined to reside, and get out of it intact, filled with a malicious happiness of leaving them to their fate.”

Jean Baudrillard

“Mamma non mi voglio sedere” dice una bambina appena salita sull’autobus mentre una donna giovane si alza per cedere il suo posto. La madre dice: “Invece ti siedi…”
La bimba si siede mentre l’anziano signore del posto accanto alla bambina dà spazio alla madre dicendo: “Signora mi sposto io…” La madre accetta il gesto, gli occhi della bambina seguono tutto il movimento della madre e, soltanto quando una è accanto all’altra, tutto il corpo della bambina si rilassa, tutto respira, lo sguardo si apre davanti a lei mentre poggia la sua manina sinistra sulla coscia della madre. Qualcosa sembra dire “Eccoti, sei qui.”.
La madre si toglie il guanto della mano destra e avvolge la piccola manina poggiata sulla sua coscia. Si guardano. Si sorridono. Non parlano per un lungo tragitto del viaggio.
Dopo un po’ la bambina leva velocemente la manina dalla coscia della madre per segnalare davanti a sé, oltre i vetri dell’autobus, una stella rossa, dice, (strascicando la “R”, nell’unione di passaggio tra la lingua italiana e quella francese): “La stella Rossa, mamma!” “Oggi una mia amica mi ha detto che a PaRigi c’eRano le stelle Rosse!” La madre la guarda e chiede: “Quale amica?” La bambina risponde con lo sguardo occupato a trattenere la stella rossa che passa davanti a tutti noi, “La mia amica della scuola” La madre domanda: “Hai già un’amica?” La bambina risponde: “Sì.” La madre tace, sembra presa da un universo di addii, torna verso la bambina, chiede: “Un’amica, amica…? La bimba rassicura: “Nooo… Soltanto amica…” La madre sorride con una certa soddisfazione e riprendendo la manina distratta dalla stella interroga: “E in quale lingua parlate?” E la bimba, stringendo forte la mano della madre, risponde: “La lingua degli amici mamma!”
Ed io sono arrivata a casa.
Scusate.
Devo scendere.

Parigi, tra Pont de Sully e Rue de Sèvres. 2015 – Maria A. Listur

 

“One of the pleasure of travelling is to dip where others are destined to reside, and get out of it intact, filled with a malicious happiness of leaving them to their fate.”

Jean Baudrillard

“Mom I don’t want to sit” a girl just got up on the bus while a young woman stands up to give up her seat. The mother says: “But you will…”
The girl sits while the elderly man of the seat next to the girl gives space to the mother saying: “Madame I am moving…” The mother accepts the gesture, the eyes of the child follow the whole movement of the mother and, only when one is next to the other, the whole body of the child relaxes, everything breaths, the glance opens in front of her while she places her little hand on the thigh of the mother. Something is saying like “Here you are.”.
The mother takes the glove off from the right hand and wraps the little hand on her thigh. They look at each other. They smile at each other. They don’t talk for a long way of the journey.
After a while the girl takes rapidly off the little hand form her mother’s thigh to signal in front of her, beyond the bus’ window, a red star, saying (slurring the “R”, in the passaging union between the Italian language and the French one): “The Red staR, mom!” “Today a friend of mine told me that in PaRis TheRe WeRe Red staRs!” The mother looks and asks: “Which friend?” The girl replies with her glance busy in holding back the red star that is passing in front of us, “My school friend” The mother asks: “You have already a friend?” The kid replies: “Yes.” The mother is quiet, she seems like being taken by a universe of farewells, she comes back to her child, asks: “A friend, a real one…? The girl reassures: “Nooo… Just a friend…” The mother smiles with a sort of satisfaction and taking again the girl’s little hand distracted by the star asks: “And what language do you speak?” And the girl, holding tight her mother’s hand, replies: “The friends’ language mom!”
And I have reached my house.
Excuse me.
I have to get off.

Paris, between Pont de Sully and Rue de Sèvres. 2015 – Maria A. Listur

“Non sarò più quel che ero. La pioggia trasforma l’acqua.”/“I will never be what I was. The rain transforms the water.”

Crista Wolf

C’era una grande collezione di bambole di tutte le dimensioni, di ogni tipo: piccole, parlanti, mezzane, cantatrici, di altezza naturale, gigantesse vestite da pagliaccio, babbi natale illuminati. Facevano terrore ma, poiché non si dava a vedere, continuavano ad arrivare a mo’ di dono; regalo ideale per una persona che aveva l’età di una bambina, senza la naturale freschezza del cuore.
Un giorno, sparirono due: una rossa e una bionda.
La bambina chiese alla madre:

-“Dove sono le bambole?”
-“Le ho regalate.”
-“Perché?”
-“Perché non c’è più spazio. E stanno arrivando altre…”
-“Ah…”
-“Ti dispiace?”
-“No…”
-“Non ti dispiace? Come che non ti dispiace!”
-“Volevo dire sì…”

A sei anni si può incominciare ad avere vergogna di non amare molte delle cose che
corrispondono all’età, ai gusti, alla proprietà, alle imposizioni.

C’erano ventuno anni di vita sintetizzati in quarantuno scatole da trasportare dall’Italia verso la Francia: libri, alcune opere d’arte, cristalleria, piatteria, biancheria, indumenti invernali, un computer. Arrivarono bagnati dalla pioggia e dalle lacrime di un tempo incredibile che si ripete senza sosta, che nutre l’oscuro privilegio di condividere tante piazze terrorizzate, templi aperti dove chiedere pace. Dentro alcune delle quarantuno scatole c’erano: purè di cristallo, salsa di ceramiche, polvere di porcellana; bestie sacrificali di un continuo movimento vestito da trasloco.
Un amico di quella che fu la bambina che non amava le bambole disse:

-“Mi dispiace.”
-“Anche a me ma passa.”
-“Soprattutto mi dispiace per questa qui…” Disse lui segnalando una scultura di fango.
-“Anche a me.”
-“Non possiamo salvarla?”

Lo chiese mentre il suono dei vetri che cadevano nel secchio della spazzatura si confondeva con le campane della chiesa vicina insieme alle sirene delle ambulanze e della polizia.

-“Possiamo… Pensa che l’ho portata a spalla da un continente all’altro.”
-“Dobbiamo salvarla.”
-“Salverò anche un piatto.”
-“Quale?”
-“Un regalo di mio figlio.”
-“Potresti salvare altro?”
-“Guarda dentro il secchio… Non c’è più nulla.”
-“Posso prendere questo pezzettino di ceramica? Sarebbe come salvare il cuore di un piatto.”

Lui prese un cerchio di ceramica bianca mentre le sirene delle ambulanze sospesero ogni senso di perdita. Poi, si guardarono agli occhi, quelli di lui erano pieni di lacrime. La donna che fu una bambina che non amava le bambole non sopportò la visione quindi, parlò:

-Da quando sono nata che cerco di salvare il mio di cuore! Rosso o Champagne? Qualche bicchiere è rimasto vivo… Sì?

Bambola-1

MUJER – Museo del Barro, Paraguay 2005

Nel ciclo del vivere. A Parigi, 2015 – Maria A. Listur

 

“I will never be what I was. The rain transforms the water.”

Crista Wolf

There was a great collection of dolls of all sizes, of every type: small, talking, medium size, singers, natural height, gigantic ones dressed as clowns, illuminating Santa Clauses. They were terrifying but, since it wasn’t shown, they kept on arriving as presents; ideal present for a person who had the age of a child, without the natural freshness of the heart.
One day, two disappeared: a redheaded one and a blond.
The girl asked her mother:

-“Where are the dolls?”
-“I gave them away as presents.”
-“Why?”
-“Because there is no more room. And more are coming…”
-“Ah…”
-“Do you mind?”
-“No…”
-“You don’t mind? How is it that you don’t mind!”
-“I meant I do…”

When I was six years old we can begin to be ashamed of not loving many of the things
that correspond to the age, the tastes, the properties, the impositions.

There were twenty-one years of life gathered in forty-one boxes to be moved from Italy to France: books, some pieces of arts, crystals, dishes, linens, winter clothing, a computer.
They arrived wet by the rain and the tears of an unbelievable weather that repeats endlessly, that nourishes the obscure privilege of sharing many terrorized squares, open temples where to ask for peace. Inside some of the forty-one boxes there were: puree of crystals, sauce of ceramics, porcelain dust; sacrificial beasts of a continuous movement dressed as a move.
A friend of that person that was the child who didn’t love the dolls said:

-“I am sorry.”
-“Me too but it will go away.”
-“Above all I am sorry for this one…” He said signaling a sculpture made of mud
-“Me too.”
-“Can’t we save it?”

He asked while the sound of the glasses that were falling in the trash bin was being confused with the bells of the nearby church together with the sirens of the ambulance and of the police.

-“We can… Consider that I brought it on my shoulder from a continent to the other.”
-“We have to save it.”
-“I will also save a dish.”
-“Which one?”
-“My son’s present.”
-“Could you save more?”
-“Look in the trash… There is no more.”
-“Can I take this piece of ceramic? It would be like saving the heart of a dish.”

He took a circle of white ceramic while the sirens of the ambulance suspended every sense of loss. Then, looking at each others eyes, his were full of tears. The woman who was the child who didn’t love the dolls didn’t bare the vision therefore, she spoke:

-Since when I was born I am trying to save my heart! Red or Champagne? Some glass is still alive… Yes?

In the cycle of living. In Paris, 2015 – Maria A. Listur

Alla bambina/To the Child

Audace timoniere verso nuove vite…
da vivere, purtroppo, una per volta!
Voltata indifferente agli occhi altrui.
Devota, nel rimarginare incrinature.

Festeggi comoda, audace e compiuta.
Sai di essere gaia artefice e musa!
E silenziosa ridi, e sussurrando canti…
Unici suoni, da quel tempo, costanti!

piccola

1965 – Plaza del Congreso – Buenos Aires, Argentina

In volo, quando festeggiano tutte le età.
2015 – Maria A. Listur

 

To the Child

Audacious helmsman towards new lives…
To live, unfortunately, once at the time!
Turned indifferent to other’s eyes
Devoted, in restore cracks
Comfortably you celebrate, audacious and complete
You know you are gay creator and muse!
And quietly you laugh, and whispering you sing…
Unique sounds, from that time, constant!

In flight, when all ages celebrate.
2015 – Maria A. Listur