“Se la corda è lunga l’aquilone volerà in alto.”/“If the line is long enough the kite will fly high.”

Proverbio cinese

-Non pensa di apparire spaesata?
-Non mi sono mai sentita “paesata”… Ovunque sono a casa!
-E mentre passa dalla pittura al canto o dalla ceramica alla scrittura non pensa di apparire inafferrabile, un po’ epidermica?
-Io amo apparire lieve e superficiale!
-Non mi prenda in giro! Dal prodotto non si direbbe…
-Ho detto apparire non essere.
-In ogni caso si sente una sorte di volontà iconoclastica.
-Nessuna volontà, tutto immaginazione.
-Ed azione.
-Sì, con la dedizione dei nani nel mondo di Gulliver.

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Vasi e Zoccoli, 2017

Parigi, in punta di zoccoli. 2017 – Maria A. Listur

 

“If the line is long enough the kite will fly high.”

Chinese Proverb

-Don’t you think you may appear “country less”*?
-I have never felt “settled” … I feel home everywhere!
-And while shifting from painting to singing or from ceramics to writing don’t you think you appear to be uncatchable, a bit epidermal?
-I love to appear light and superficial!
-Don’t make fun of me! By the artifacts it doesn’t seem so…
-I said to appear not that I was.
-In any case I can feel a sort of iconoclastic willpower.
-No willpower, all imagination.
-And action.
-Yes but, with the dedication of the dwarfs in Gulliver’s world.

Paris, on the tip of the clogs. 2017 – Maria A. Listur

*this word literally translated from Italian means lost

SATORI

A me piaceva la tua mancanza:
misurare la tua onirica sagoma accanto a me,
amavo contare il tempo – prima del tuo arrivo –
con la metrica dei passi da percorrere fino a noi.
E via tutta quest’aria che nessuno vede!
Via ogni limite!
Tutto sfuma per diventare
quel che voglio immaginare!
A me piaceva che mancasse qualcosa:
un teatro del vivere che si vuole incompiuto,
un canto che non richiama nessun uccello,
come se, anche il canto delle allodole, fosse il nostro
umano, spiumato, imperfetto, esiliato, torvo;
appunto, nostro.

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UNION – 2016, Paris – Porcellaine

Parigi, quando l’amore è genesi, anche roccia.
2016 – Maria A. Listur

 

SATORI

I did like missing you:
measuring your oneiric silhouette next to me,
I used to love to count time – before your arrival –
with the metrics of the steps to cover to reach us.
And off it goes all this air that no one sees!
Off it goes every limit!
Everything disperses to become
what I want to imagine!
I did like that something was missing:
a theatre of living that it is needed incomplete,
a chant that doesn’t call any bird,
as if, even the larks’ singing, was ours:
human, plucked, imperfect, exiled, surly;
ours, precisely.

Paris, when love is genesis, even rock.
2016 – Maria A. Listur

CLARAE STELLAE, SCINTILLATE…/CLEAR STARS, SCINTILLATE…

Quello sguardo che annuiva
mentre approvava i puerili gesti,
accettava l’inconsueto,
l’infanzia della vecchiaia,
le forme inconsapevoli;
tutto quello spazio che hai lasciato,
lentamente si è riempito
– oltre alcuni suoni –
nel canto della voce:
Aromi.

640 Monica-S

Da Monica S. nel 2013.
Oggi, per lei, ovunque si trovi.
From Monica S. in 2013.
Today, for her, wherever she might be.

Parigi, sotto una tempesta che ricorda Vivaldi.
2016 – Maria A. Listur

 

CLEAR STARS, SCINTILLATE…

That glance that used to nod
while it approved the childish gestures,
it accepted the unusual,
the childhood of old age,
the unconscious forms;
all that space you have left,
slowly it filled up
– beyond some sounds –
in the chant of the voice:
Fragrances.

Paris, under a storm that reminds Vivaldi.
2016 – Maria A. Listur

“Qual è il canto che noi cerchiamo di cantare?”/“Which is the chant we are trying to sing?”

Pascal Quignard

Ci incontriamo – da quasi due mesi – tutti i giovedì. Stiamo supervisionando i nostri rispettivi lavori. Questo “guardare dall’alto e/o dal largo” che potrebbe essere una supervisione non aderisce perfettamente a quello che noi facciamo, sarebbe più descrittivo dire che noi “stiamo usando la scrittura e il teatro per conoscerci e confermare che ci fidiamo di noi stesse”, poiché dell’altra e dell’Altra, ci fidiamo. Passiamo dalle posizioni lavorative di “essere guardata” a quella di “guardare l’altra” con delicata plasticità.

Durante uno dei nostri incontri, nel pronunciare, in francese, la parola “soglia”, sbaglio. Chiedo a lei, madrelingua, di correggermi, lo fa ridendo. Cerco di pronunciare ancora la parola e risbaglio! Lei ridendo dice: “No no no! Meno zero!”. Io comincio a ridere senza potermi fermare e cerco tra le risate di pronunciare nuovamente SEUIL. Lei aggiunge: “No no no! Peggio! Meno quattro!” E in quel momento scoppio in un’altra risata che mi fa arrivare fino alle lacrime. Lei, che si è alzata nel dire “Peggio! Meno quattro!”, mi guarda sorpresa dall’alto della sua immensità e si lascia contagiare dal mio stato che, oramai mi fa stare a terra, piegata dalla risata. Mi auto-nutro dalla memoria di quel: “Pire! Moins quatre!”
Lei scrive su un foglio due parole e me le fa relazionare: i suoni delle parole foglia e soglia (feuille-seuil), finalmente pronuncio bene, lei mi applaude. Mentre applaude e ridiamo ancora, vado a preparare il tè che religiosamente prendiamo nella pausa di passaggio tra il suo lavoro e il mio. Attraverso il corridoio prima di arrivare in cucina, il tragitto risulta popolato da brevi e profonde immagini, stiletti mortali, soglie attraversate, rinascite: “La tua lingua ossea è il francese” disse Marco Mortillaro, maestro di Audiopsicofonologia alcune decadi fa; “Tu vuoi restare qui vero?” chiese – nella reciproca vocazione di rinuncia – Michele Truglio, amore e collega, durante un nostro viaggio a Parigi; “Mamma, torniamo a casa!” disse mio figlio nel suo primo viaggio di studio in Francia, “Buon ritorno a casa” ha detto mia amica Rossella Carocci il giorno in cui sono partita dall’Italia.

Porto il tè in salone, racconto a Jessie Delage dei ricordi arrivati dalla correzione; la ringrazio. La prego di continuare a correggermi, le dico che questa lingua è la lingua della metà dei miei antenati, che sono perplessa davanti alla vita, non so, non conosco, ignoro dal profondo, cerco di reperire nel buio delle memorie quello che è bagaglio, o trama imposta, tento di rimembrare ciò che serve, dissolvere ciò che pesa, silenziare il velo di suono che impedisce di Ascoltare l’Universo, come diceva e intitolava un suo libro Alfred Tomatis. Voglio imparare di nuovo a parlare.
Lei dice: “Incredibile! Tu non hai orgoglio! E mi piace.”
Rispondo: “Grazie.” E penso: “Lei ascolta!”

Michele Truglio

Michele Truglio, ph – 2004 – Parigi

Parigi, sotto zero, quando il freddo scalda l’anima, e anima. 2016 – Maria A. Listur

 

“Which is the chant we are trying to sing?”

Pascal Quignard

We meet – for almost two months – every Thursday. We are supervising our respective works. This “looking form above and/or from far” that could be a supervision doesn’t adhere perfectly to what we do, it would be more descriptive to say that we “are using writing and the theater to know each other and to confirm that we trust each other” because of the other and of the Other, we trust. We go from the work position of “being watched” to that of “watching the other” with delicate plasticity.

During one of our meeting, in pronouncing, in French, the word “doorstep”, I make a mistake. I ask her, mother tongue, to correct me, she does it laughing. I try to pronounce it again and I say it wrong again! She says while laughing: “No no no! Minus zero!”. I start laughing without being able to stop and I try among the laughs to pronounce again SEUIL (doorstep). She adds: “No no no! Worse! Minus four!” And in that moment I burst in to laugher that makes me cries. She, who stood up in saying “Worse! Minus four!”, looks at me surprised from above of her immensity and she let herself being affected by my state that, by now brought me to the ground, bended by laugher. I auto feed myself by the memory of that: “Pire! Moins quatre!”
She writes on a paper two words and makes me relate them: the sounds of the words doorstep and leaf (feuille-seuil), finally I pronounce them well, she applauds me.
While applauding we laugh again, I go to make some tea that we religiously have in the pause of passage from her work to mine. Down the corridor before reaching the kitchen, the path seems to be populated by short and deep images, mortal daggers, crossed doorsteps, rebirths: “Your bone idiom is French” Marco Mortillaro said, teacher of Audio psycho phonology some decades ago; “You want to stay here right?” he asked – in our mutual vocation of sacrifice – Michele Truglio, lover and colleague, during one visit to Paris; “Mom, let’s go back home” my son said in his first study travel to France, “Safe trip home” my friend Rossella Carocci said the day in which I left Italy.

I bring the tea and tell Jessie Delage of the memories that have reached me from the correction; I thank her. I beg her to keep on correcting me, I tell her that this language is the language of my ancestors, that I am perplexed in front of life, I don’t know, I don’t understand, I ignore from the deep, I try to trace in the darkness of the memories what it is baggage, or imposed plot, I try to remember what is necessary, to dissolve what is heavy, to silence the veil of sound that obstruct the Ecouter l’Universe (Listening to the Universe)*, how Alfred Tomatis used to say and called his book. I want to learn to talk again
She says: “Incredible! You have no pride! And I like it.”
I reply: “Thanks.” And think: “She listens!”

Paris, below zero, when the cold warms the soul, and enlivens. 2016 – Maria A. Listur

*The title in English for this book is “The Ear and the Voice”.

RITMO/RHYTHM

Figlio del Sole quanto noi dalla luce,
Risvegliaci alla salute del tuo scandire,
Abbi misericordia dell’oblio infinito,
Salvaci dalla finzione dell’individuo:
Che il sogno sia di ognuno, del giacere,
Che la vita sia parziale, propria, reale,
Che la pelle dell’altro sia il suo limite,
Che la terra s’interrompa dove si crede.
Abbi pietà di noi…
Imponi il tuo canto!

RITMO-I

RITMO I – 2015 – Maria A. Listur

Parigi, quando le foglie incominciano a cadere.
2015 – Maria A. Listur

 

RHYTHM

Son of the Sun as us from the light,
Awake us to the health of your mark,
Have mercy of the infinite oblivion,
Save us from the fiction of the individual:
May the dream be of every one, of the lie,
May life be partial, own, real,
May the skin of the other be the limit,
May the earth be interrupted where it is believed.
Have mercy on us…
Impose your chant!

Paris, when the leaves begin to fall.
2015 – Maria A. Listur

Esercitazioni/Excercises

Un’esistenza loquace di ogni bene.
Anni di sguardi liberi di ogni male.
In infinito accordo, canti e parole.
Gesto, umidità e tocco, senza passati.
Tavole imbandite per un chicco di grano.
Rimembranze e gioia di presenti salvi.
Unità soddisfatta, in ogni frammento.
Solitudine corale, in sintonia con l’altro.

Costruzione-I

Costruzione I – 2014 – Maria A. Listur

Roma, quando il freddo scolpisce l’aria.
2014 – Maria A. Listur

 

Excercises

A loquacious existence of every good deed.
Years of glances free of every evil.
In infinite accord, chants and words.
Gesture, humidity and touch, without pasts.
Tables abundantly set for a grain of rice.
Remembrances and joy of preserved presents.
Satisfied unity, in each fragment.
Choral solitude, in harmony with the other.

Rome, when the cold chisels the air.
2014 – Maria A. Listur

“Il linguaggio non ha che il nostro corpo per ripararsi.”/“The language has nothing but our body to take cover.”

Pascal Quignard

La frescura del vuoto interrompe la calura dell’isola. Mi rinfresca l’assenza di persone. I quadri a terra sembrano immensi ma sono soltanto grandi; quelli sospesi al tetto sembrano dei fogli impiccati. Mi addentro nello spazio e confermo di essere sola, giro l’angolo verso l’altra ala e anche lì, nessuno. Guardo verso il soffitto e noto le volte. Magnifiche. Mi lascio tentare dall’aria, canto. Vocalizzo senza parole e nel momento in cui sento tornare a me l’aria sonora, un altro strumento incomincia ad accompagnare i miei rivoli. Non so da dove proviene. E non m’importa, non voglio muovermi, sono nel centro del mondo, riparata, baciata dall’aria. Andiamo avanti mentre dei passi entrano nella musica e poi qualche voce che ha bisogno di dare significato all’innominabile. Chiudo gli occhi e continuiamo nella mancanza totale di conoscenza. Il tempo passa, qualcuno dice:

-“Dovreste farlo più spesso.”

Apro gli occhi e non so se cercare la voce che parla o lo strumento che mi ha cullato. Ripete:

-“Dovreste farlo più spesso…”

Un uomo infinitamente alto esce da dietro una delle colonne che separano le sale, sorride. Sorrido anch’io. Colui che parla, non desiste:

-“Dovreste farlo più spesso…”

Il gigante di vento guarda L’uomo che parla e dice:

-“Scusa non parlo italiano.”

L’Uomo che parla insiste, sillabando la frase.
Il gigante di vento lo guarda come fanno i bambini ma, dall’alto.
Io guardo certa di non avere parole.
Il silenzio si fa infinito.
Tutti e tre ci guardiamo a lungo, in un luogo ibrido quanto le frontiere.
Lì, rimaniamo.
Dopo un po’, ognuno si volta, riprende la propria strada, i propri silenzi.
Partiamo.

Sardegna, sollevata nell’assenza di parola. 2014 – Maria A. Listur

 

“The language has nothing but our body to take cover.”

Pascal Quignard

The chill of the emptiness interrupts the heat of the island. It refreshes me the absence of people. The painting on the ground seems immense but they are just big; those one hanging from the roof seems some hanged sheets. I penetrate the space and confirm that I am alone, I turn the corner towards the other wing and there as well, nobody. I look towards the ceiling and notice the vaults. Magnificent. I let myself being tempted by the air, I sing. I vocalize without words and in the moment in which I feel the air coming at me the sonorous air, another instrument starts accompanying my little streams. I don’t know where it comes from. And I don’t care, I don’t want to move, I am in the center of the world, protected, kissed by the air. We go on while steps enter in to the music and then some voice that needs to give significance to the unnamable. I close my eyes and we continue in the in the total lack of knowledge. Time goes by, someone says:

-“You should do it more often.”

I open my eyes and I don’t know if I should look the voice that is talking or the instrument that has cuddled me. It repeats:

-“You should do it more often…”

An infinitely tall man comes out form behind one of the columns that separates the hall, smiling. I smile as well. The man who is talking, doesn’t desist:

-“You should do it more often…”

The giant of glass looks at The talking man and says:

-“Sorry I don’t speak Italian.”

The talking man insists, spelling the words.
The giant of glass looks at him as children do but, from above.
I look certain of not having the words.
The silence becomes infinite.
The three of us look at each other, in place as hybrid as the borders.
There, we stay.
After a while, everyone turns, goes back to its own way, its own silences.
We depart.

Sardinia, lifted in the absence of word. 2014 – Maria A. Listur

Elemento III/Element III

Aria
Ultimo meritato soffio,
anche primo.
Quando offuscata,
spalanca la morte.
Quando ardita,
ogni invisibile si radica in carne
vento, melodia, cielo,
voce, atmosfera,
narrazione, canto
e quella bocca
la sua,
quella che del tempo
fa spazio…
Quella in apnea
fino al prossimo bacio.

Elemento III

Elemento III – 2014 – Maria A. Listur

Parigi, salvaguardata dai comuni ordini.
2014 – Maria A. Listur

 

Element III

Air
Last deserved breath,
also first.
When darkened,
spreads death.
When daring,
every invisible eradicates itself in flesh
wind, melody, sky,
voice, atmosphere,
narration, chant
and that mouth
its own,
that of which of time
makes space…
The one in apnea
until the next kiss.

Paris, safeguarded from common orders.
2014 – Maria A. Listur